| Anno di | Cristo MCCLV. Indizione XIII. |
| Alessandro IV papa 2. | |
| Imperio vacante. |
Seppe ben prevalersi del prosperoso aspetto di sua fortuna Manfredi principe di Taranto, ed anche nel verno attese a far delle conquiste. La città di Barletta, a riserva del castello, venne alla sua divozione [Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.]. Venosa mandò ad offerirgli le chiavi. Trovavasi tuttavia nella corte pontificia Galvano Lancia, zio materno di esso Manfredi, uomo di gran destrezza e prudenza, che facea vista d'essere forte in collera contra del nipote per la sua ribellione. Ma tutto ad un tempo egli si ritirò da Napoli, e passò ad Acerenza con riceverne il possesso a nome di Manfredi: il che fatto, andò a trovare il nipote a Venosa. L'arrivo suo riempiè d'inesplicabil contento Manfredi, che troppo abbisognava del consiglio e braccio di un sì fidato consigliere. Quantunque la città di Rapolla fosse feudo dianzi conceduto ad esso Galvano, pure dimorava ostinata in favor della Chiesa. Andò colà Galvano coll'armata del principe, adoperò in vano le chiamate; colla forza in fine la sottomise, e l'imprudente resistenza di quei cittadini costò la vita a molti, e la desolazione della loro città. Melfi, Trani, Bari ed altri luoghi non vollero rimaner esposti a somigliante pericolo, e si diedero a Manfredi: con che, a riserva delle città della provincia d'Otranto, quasi tutta la Puglia cominciò ad ubbidire ai suoi cenni. Non sapeva digerire il nuovo papa Alessandro IV colla corte pontificia che Manfredi niuno ambasciatiore peranche avesse inviato a prestargli ameno l'ubbidienza dovuta a lui come vicario di Cristo. Se gli fece insinuare da più persone che inviasse con isperanza di riportarne dei vantaggi; ed egli infine vi spedì due suoi segretarii ben istruiti con sufficiente mandato di trattar di concordia. Iti essi a Napoli, ne cominciarono di fatto il trattato. In questo mentre Manfredi collo esercito andò a mettersi in possesso della Guardia de' Lombardi, come luogo spettante al suo contado d'Andria. S'ebbe non poco a male la corte pontificia che, trattandosi di pace, egli seguitasse le ostilità, temendo ch'egli non venisse alla volta di Napoli; laonde egli per compiacerla se ne ritirò, e prese il viaggio verso d'Otranto, per l'avviso giuntogli che Manfredi Lancia suo parente era stato sconfitto dal popolo di Brindisi, il quale avea anche presa e distrutta la città di Nardò. Intanto il papa dichiarò suo legato in Puglia Ottaviano degli Ubaldini cardinale di Santa Maria in Via Lata, con ordine di ammassare un possente esercito contra di Manfredi. Ora dunque, e non prima, come con errore scrisse Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.], questo cardinale cominciò a presiedere all'armi del pontefice. Da ciò presero motivo i ministri di Manfredi di rompere il trattato di pace, e se ne tornarono al loro padrone. Passato Manfredi alla volta di Brindisi, saccheggiò quel paese; assediò, ma indarno, quella città; venne a' suoi comandamenti Lecce. Pose anche l'assedio alla città d'Oria, che seppe vigorosamente difendersi. Stando egli quivi, ricevete la buona nuova che Pietro Ruffo Calabrese, conte di Catanzaro, che fin qui aveva esercitato in Sicilia l'uffizio di vicebalio e governatore di quell'isola, uomo palese nemico suo, e che teneva gran filo colla corte del papa, cacciato via dai Messinesi, s'era ritirato in Calabria ai suoi Stati. Gli ordini spediti colà a questo avviso da Manfredi, con un corpo di combattenti, e l'odiosità conceputa anche da Calabresi contra di esso Pietro Ruffo, cagion furono che que' popoli si sollevarono contra di lui, di modo che divenuto ramingo fu infine forzato a cercare rifugio nella corte pontificia.
In quest'anno la città di Trento si levò dall'ubbidienza di Eccelino da Romano [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], dove quel popolo doveva aver fatta anch'esso pruova di quella crudeltà che egli seguitava ad esercitare in Padova, e nelle altre città a lui sottoposte. Spedì egli a quella volta un gagliardo esercito, a cui solamente riuscì di dare un terribil guasto a molte castella e ville di quel distretto. Oberto marchese Pelavicino, già divenuto signor di Cremona e Piacenza [Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], di volontà de' Piacentini distrusse anch'egli nell'anno presente una mano di castella di quel territorio, che probabilmente appartenevano ai nobili fuorusciti della medesima città. Abbiamo dagli Annali d'Asti [Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.], che in questi tempi Tommaso conte di Savoia cominciò la guerra contra degli Astigiani, con levar loro il borgo di Chieri. Ed essendo Guiscardo da Pietrasanta Milanese podestà di Lucca, fece fabbricar due borghi nella Versilia sottoposta a Lucca [Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.]. All'uno pose il nome di Campo Maggiore, all'altro di Pietra Santa dal suo cognome. Del che fo io menzione, acciocchè si conosca la falsità del famoso decreto attribuito a Desiderio re de' Longobardi, scolpito in marmo nella città di Viterbo, lodato dal Sigonio, stampato dal Grutero fra l'altre iscrizioni, dove è parlato di Pietrasanta, di cui esso re vien fatto autore. Di tale impostura ho io ragionato altrove [Antiq. Ital., Dissert. XXVII, pag. 665.]. In Giberto da Correggio, detto della Gente, podestà di Parma, era stato fatto compromesso [Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] dai Modenesi e Bolognesi per le differenze loro intorno alla picciola provincia del Frignano, in buona parte occupata dalla potenza d'essi Bolognesi al popolo di Modena. Chiara cosa era, secondo la giustizia, che se ne dovea fare la restituzione. Abborrivano i Bolognesi la pronunzia del laudo, figurandosi bene qual esser dovesse, e la tirarono sempre a lungo; ma infine Giberto lo proferì con obbligare il popolo di Bologna a dimettere a' Modenesi l'usurpato possesso di quella contrada. Ma perchè non sanno mai i potenti, che in qualche maniera sieno entrati in possesso degli Stati dei meno potenti, persuadersi di avere il torto, e che per loro sia fatta la legge di Dio che obbliga a restituire; i Bolognesi lasciarono cantare il giudice, e seguitarono a ritener quel paese finchè poterono. Mentre questi piccioli affari si faceano in Lombardia, non perdeva oncia di tempo Manfredi per migliorare quei del re Corradino suo nipote [Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.], o piuttosto i suoi proprii, in Puglia e Calabria. Eransi i Messinesi, dappoichè si furono sbrigati da Pietro Ruffo, invogliati di reggersi a repubblica, e già col pensiero si fabbricavano un largo dominio tanto in Sicilia che in Calabria alle spese dei vicini. A questo effetto con potente armamento di gente e di navi passarono in Calabria; ma poco durarono i lor castelli in aria, perchè ebbero delle percosse dalle soldatesche di Manfredi, per le quali la città di Reggio con altri luoghi venne alla di lui ubbidienza. Continuava intanto Manfredi l'assedio d'Oria, con averla anche ridotta all'estremità, di modo che se aveva un po' più di pazienza, si arrendeva quel popolo. Ma giuntogli l'avviso che il cardinale legato Ottaviano degli Ubaldini alla testa d'una possente armata, accompagnato dal marchese Bertoldo da Hoemburch, e da Oddone e Lodovico suoi fratelli, i quali, benchè Tedeschi, si erano tutti dati al servigio del papa, entrava in Puglia: Manfredi, rotto ogn'indugio, s'inviò a Nocera. Quivi messo insieme un forte esercito di Saraceni, Tedeschi e Pugliesi, marciò poscia nel dì primo di giugno, per impedire gli avanzamenti del pontificio, pervenuto sino a Frequento, e andò a postarsi fra esso e la Guardia de' Lombardi, dove era di guarnigione un corpo di gente papalina. Stettero per più dì a fronte le due armate; e, per quanto si studiasse Manfredi di tirare ad una campal battaglia i nemici, che pur erano senza alcun paragone superiori di forze, non vollero essi giammai dargli questo piacere.
Così stando le cose, arrivò di Germania un maresciallo, spedito al papa e al principe dal duca di Baviera a nome della regina Isabella, madre di Corradino, con proposizioni di pace. Diede moto il suo arrivo ad un trattato di tregua, che fu stabilita, finchè il maresciallo e i messi del principe fossero andati e ritornati dalla corte papale. Ritirossi perciò Manfredi alla marina di Bari; quand'ecco in Trani riceve nuova che il cardinal legato s'era innoltrato verso Foggia col suo esercito, e gli avea tolta la comunicazione con Nocera, sua importante città. Non poteva egli credere un tal tradimento. Ma verissimo fu; e inoltre la città di Sant'Angelo s'era data in tal occasione al legato. Animosamente allora si mosse Manfredi, e, senza mostrar apprensione alcuna de' nemici, passò alla volta di Nocera; ed avendo rinforzato il suo esercito, venne da lì a pochi giorni ad accamparsi in faccia all'armata nemica sei miglia lungi da Foggia, e ricuperò colla forza la suddetta città di Sant'Angelo. Veggendo poi che i nemici niun movimento faceano, attendendo solo a ben trincierarsi con fosse e steccati sotto Foggia, s'avvicinò anche egli a quella città, e quivi formò de' buoni trincieramenti, che l'armata pontificia, la quale dianzi meditava di far l'assedio di Nocera, si trovò come assediata da quella di Manfredi. Bertoldo marchese, ottenuti dal legato ottocento cavalli, passò in questo mentre alla marina di Bari, e tolse al principe le città di Trani, Barletta, e l'altre di quella contrada, eccetto che Andria. Ma questo furbo navigava a due contrarii venti, perciocchè nello stesso tempo trattava segretamente di comporsi col principe Manfredi. Spedì costui al campo del legato, che scarseggiava di viveri, un copiosissimo convoglio. Manfredi, informatone dalle spie, oppur dallo stesso Bertoldo, lo sorprese. Mille e quattrocento uomini della scorta vi restarono uccisi; da quattrocento cinquanta furono i feriti e i prigioni. Tutto quel gran treno venne al campo di Manfredi. Entrata dunque la fame e le malattie nell'esercito pontificio, il cardinale legato propose un accordo, che fu accettato da Manfredi. Con esso si rilasciava al re Corradino e al principe il regno, con obbligo di prenderne l'investitura dal papa, a riserva di Terra di Lavoro, che restava in poter della Chiesa romana. Sottoscritta la capitolazione, il cardinale pregò Manfredi di perdono per chiunque avea prese l'armi contra di lui. A tutti egli rendè la sua grazia, e nominatamente al marchese Bertoldo e a' suoi fratelli. Ma il papa, che intanto avea mosso il re d'Inghilterra alla conquista del regno di Sicilia per Edmondo suo figliuolo, e già ne avea spedita l'investitura, credendo alle larghe promesse di quel re, ricusò di accettar l'accordo fatto dal legato. Gl'Inglesi dipoi non si mossero, e il papa deluso venne a perdere il buon boccone della Terra di Lavoro. Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.] non tace la divolgata opinione, che fra il cardinale Ottaviano e il principe Manfredi passassero segrete intelligenze. A buon conto, un temporale gran vantaggio egli avea procurato alla corte pontificia, che sel lasciò fuggir di mano. Mentre che tali cose succedeano in Puglia, Pietro Ruffo con un corpo di soldatesche papaline tornò in Calabria per riacquistar quei paesi. Fu quivi anche predicata la crociata contra di Manfredi, come se si fosse trattato di andar contra ai Turchi ed infedeli. Ma gli uffiziali di Manfredi dissiparono que' turbini, e il Ruffo se ne tornò dolente a Napoli. Non sopravvisse poi molto alle sue disgrazie, perciocchè stando in Terracina fu ucciso da un suo familiare. Saba Malaspina scrive ciò fatto per ordine di Manfredi, e detesta un tale operato; ma quando ciò sia vero, dovette credere Manfredi di aver giusto titolo di trattar così chi s'era mostrato sì ingrato ed infedele all'imperador Federigo e a' suoi successori, da' quali era stato cotanto beneficato, e ch'egli poi sì palesemente tradì. Si ridusse il papa in questo anno colla sua corte a Roma, non trovandosi più sicuro in Napoli, dacchè si era rifiutata la concordia. Nè è da tacere che il pontefice approvò che Corradino s'intitolasse re di Gerusalemme, ma non già di Sicilia, perchè questo regno si pretendeva devoluto alla santa Sede.
MCCLVI
| Anno di | Cristo MCCLVI. Indizione XIV. |
| Alessandro IV papa 3. | |
| Imperio vacante. |
S'era fin qui assai poco mischiato nelle cose d'Italia Guglielmo d'Olanda, già creato re de' Romani e di Germania [Matth. Paris Hist. Anglic. Stero Hist. Augustan.]. Di molte guerre aveva egli avuto colla contessa di Fiandra e coi popoli della Frisia. Ma dopo esser giunto nel presente anno a domar questi ultimi, caduto in un agguato a lui teso dai medesimi, miseramente lasciò ivi la vita. Trattossi dunque dai principi tedeschi di eleggere un successore. Papa Alessandro con lettere [Raynald., in Annal. Eccl.] assai forti incaricò gli elettori ecclesiastici di non promuovere Corradino figliuolo del re Corrado, con intimar la scomunica contro a chiunque diversamente facesse. Imbrogliaronsi per questo e per altri accidenti que' principi, e andò sì avanti la discordia insorta fra loro, che passò tutto quest'anno senza che potessero convenire in alcuno dei candidati. Tenne Manfredi nella festa della Purificazion della Vergine in Barletta un gran parlamento [Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.]. Quivi diede il principato di Salerno a Federigo Lancia, altro suo zio materno. Degradò da tutti i suoi onori Pietro Ruffo; e fatto processo contra Bertoldo marchese e contra dei suoi fratelli, li condannò ad una perpetua prigione, dove finirono i loro giorni. Era già stato spedito in Calabria da Manfredi il suddetto Federigo Lancia suo vicario, acciocchè riducesse la Sicilia alla di lui ubbidienza. Tali ordini con somma destrezza egli eseguì. Per suoi maneggi il popolo di Palermo si ritirò dalla suggezion de' ministri pontificii, e fece prigione frate Ruffino dell'ordine de' Minori, che col titolo di legato apostolico si faceva ubbidire in quelle parti. Crebbe con ciò ogni di più in Sicilia il credito e il partito di Manfredi, e formossi ancora in favore di lui un esercito di Siciliani. Allora Federigo Lancia passò col suo dalla Calabria contro Messina, città che non tardò molto a riconoscere per signore Manfredi. Con che la di lui signoria si stese per quasi tutta la Sicilia e Calabria. Essendo intanto ritornati dalla corte pontificia i suoi ambasciatori coll'avviso dell'accordo rigettato dal papa, veggendosi Manfredi libero, mosse le bandiere verso Terra di Lavoro. Gli vennero incontro i deputati spediti da Napoli con offerirgli la città, e pregarlo di voler dimenticare le ricevute offese. Manfredi era principe benigno ed amorevole; ben sapea che la clemenza si tira dietro lo amore dei popoli, e però, passato a dirittura a Napoli, non solamente perdonò a quel popolo, ma fece di gran bene a quella nobil città. Quivi ancora ricevette i delegati di Capoa, che si sottomisero alla di lui signoria. Altrettanto sospirava di fare il popolo d'Aversa, ma, essendovi dentro un buon presidio papalino, non ardiva di alzare un dito. Passò dunque Manfredi all'assedio di quella città, a cui furono dati varii assalti, ma indarno tutti. La vicinanza nondimeno della sua armata recò tal coraggio a que' cittadini, che, alzato rumore un dì, uccisi non pochi degli stipendiati del papa, e ricevuto soccorso da quei di fuori, venne ancora quella città alle mani di Manfredi. Riccardo da Avella, uomo potente, dopo aver difeso sino agli estremi il castello, volendo poi fuggire, colto, fu messo a pezzi. Furono sì fortunati successi cagione che l'altre città di Terra di Lavoro alzarono le bandiere di Manfredi, fuorchè Sora ed Arce, dove stavano di presidio alcuni Tedeschi postivi dal marchese Bertoldo. Inviossi dipoi l'infaticabil Manfredi a Taranto per desiderio di soggiogare l'ostinata città di Brindisi. Ebbe il contento di veder venire quel popolo ai suoi piedi, e di riceverlo in grazia sua. La sola città d'Ariano, forte per la sua situazione, restava in quelle parti ripugnante al suo dominio. Molti di Nocera, fingendosi banditi da' suoi, s'introdussero colà, e, levato rumore una notte, tal confusione produssero, che gli stessi cittadini scannarono l'un l'altro. Così fu presa la città e distrutta, e il resto degli abitanti distribuito per altri luoghi del regno. L'Aquila, città nuova, perchè negli anni addietro fondata dal re Corrado, era già pervenuta ad una gran popolazione, e fin qui avea tenuta la parte del papa. All'intendere i continuati progressi di Manfredi, giudicò che più non era da indugiare a sottoporsi, e però, a lui spediti suoi ambasciatori, il riconobbe per suo signore. Ma, secondo Saba Malaspina [Sabas Malaspina, Histor., lib. 2, cap. 1.], fino all'anno 1258 questa città si tenne per la Chiesa; e ne abbiamo anche delle pruove dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccl.].
Così procedevano gli affari della Sicilia e della Puglia. Passiamo ora ad un avvenimento della marca di Trivigi, ossia di Verona, che fece grande strepito in quest'anno per tutta Italia. I gemiti dei miseri Padovani per le enormi crudeltà di Eccelino da Romano [Roland, lib. 8, cap. 1. Monach. Patavinus, in Chron. Chron. Veronense et alii.], le istanze continue di Azzo VII marchese d'Este, e i tanti richiami de' circonvicini e degli esiliati mossero a compassione il buon papa Alessandro IV, e a desiderio di rimediarvi. Dichiarò dunque suo legato nella marca di Trivigi Filippo, eletto arcivescovo di Ravenna, il quale, venuto a Venezia, ed ammassato un esercito di crocesignati, con dichiarar podestà de' fuorusciti padovani Marco Querino, e maresciallo dell'armata Marco Badoero, si disposero ad entrare nel Padovano. Ansedisio podestà di Padova, perchè Eccelino colle forze de' popoli di Padova, Vicenza e Verona era nel mese di maggio passato sul Mantovano, lusingandosi di poter mettere il piede in quella città, prese molte precauzioni per impedir lo ingresso dell'armata nemica; ma per giudizio di Dio esse facilitarono piuttosto la di lui rovina. Sul principio di giugno coraggiosamente entrò il legato apostolico nel territorio di Padova; prese Concadalbero, Causelve e Pieve di Sacco; ed avanzandosi ogni dì più, e crescendo l'armata sua per l'arrivo delle genti spedite per cura del marchese d'Este da Ferrara, Rovigo ed altri luoghi, a dirittura passò fin sotto Padova, e nel dì 19 di giugno s'impadronì, con poco spargimento di sangue, de' borghi di quella città. Nel giorno seguente dato di piglio alle armi, con gran giubilo tutta l'oste crocesignata diede un generale assalto alla città. Fu condotta una vigna, ossia gatto, macchina, sotto la quale speravano gli aggressori di rompere le porte di Ponte Altinate. Tanta quantità di pece, zolfo e di altra materia accesa fu gittata addosso a quella macchina, che il fuoco, attaccatosi ad essa, servì ad accendere e ridurre in cenere la porta stessa. Portatone l'avviso ad Ansedisio, allora gli cadde il cuore per terra; e perchè un buon Padovano il consigliò di capitolare col legato, affinchè la città non andasse a sacco, l'iniquo con una stoccata nel petto, per cui restò morto, gl'insegnò a non dar più dei pareri ai tiranni. Insomma costui pien di spavento, salito a cavallo, per la porta di San Giovanni prese la fuga, nè i suoi furono lenti a tenergli dietro. Entrò dunque l'armata de' crociati vittoriosamente in Padova nel dì 20 di giugno; male nondimeno per gl'innocenti cittadini, che dianzi miseri, maggiormente divennero tali per la sfrenata avidità de' vincitori. Costoro, avendo presa la croce più per isperanza d'arricchire che per voglia di conseguir le indulgenze plenarie, appena furono dentro, che diedero il sacco a quante case e botteghe erano nella città; nè altro fecero per sette giorni che ruberie, lasciando spogliata di tutto l'infelice cittadinanza, non senza biasimo de' comandanti, i quali in tanto tempo niun provvedimento trovarono all'inestimabil danno degli abitanti. Furono allora aperte le orrende carceri di Eccelino che erano in Padova. Essendosi anche renduta la terra di Cittadella, dove Eccelino avea dell'altre diaboliche prigioni, uscì alla luce una gran copia d'infelici, quivi piuttosto seppelliti che rinchiusi. A riserva di pochissimi luoghi, tutte le castella e terre del Padovano si diedero al legato, e tornarono sotto l'ubbidienza della città. Anche il marchese Azzo VII ricuperò la sua terra d'Este colle altre della Scodesia; ma non potè per allora riavere Cerro e Calaone, fortezze quasi inespugnabili per la lor situazione. Fecero poscia i Padovani nell'anno seguente un decreto, da me altrove rapportato [Antiquit. Italic., Dissert. XXIX, pag. 851.], che si dovesse solennizzar da lì innanzi con processione universale la felice liberazione della lor città; la quale funzione si fa anche oggidì.
Dopo avere Eccelino dato il guasto alla maggior parte del Mantovano senza poter nuocere alla città, alla quale impresa [Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital. Roland., lib. 9, cap. 7.] concorse ancora coi Cremonesi il marchese Oberto Pelavicino, decampò per venire a Verona, ed accorrere al soccorso di Padova. Al passaggio del Mincio gli arriva davanti uno tutto sudato ed ansante. Che nuova? disse Eccelino. Ed egli: Cattive. Padova è perduta. Eccelino il fece tosto impiccare. Da lì a poco ne arriva un altro. Che nuove? Rispose che con sua permissione volea parlargli in segreto. Costui ebbe più giudizio, e gli passò bene. Continuò il tiranno la marcia sino a Verona, senza permettere un momento di posata all'esercito stanco; e quivi insospettito de' Padovani che erano seco, tutti li fece imprigionare e spogliare di quanto aveano. Per attestato di Rolandino, erano undici mila persone tra nobili e plebei, ed Eccelino con una crudeltà, di cui mai più non si perderà la memoria, quasi tutti li fece parte uccidere, e il resto morire di stento: non ne tornarono forse ducento a Padova. Potrebbesi nondimeno dubitare di qualche esagerazion di Rolandino in sì gran numero d'infelici Padovani. Intanto il legato apostolico Filippo attese a rinforzare il suo esercito. Era volato a Padova Azzo marchese d'Este. Fece egli venire un buon rinforzo di gente da' suoi Stati e da Ferrara. Vi accorsero tutti i banditi da Verona e Vicenza, e vennero più brigate di Bolognesi, comandate in certa guisa dal famoso fra Giovanni dell'ordine de' Predicatori: il che è da notare per conoscere i costumi di questi tempi. S'ebbero ancora da Venezia e Chioggia assaissimi balestrieri. Premeva al legato di ridurre Vicenza al suo partito, e verso colà mosse l'armata nel dì 30 di luglio, e nel dì primo d'agosto andò ad accamparsi a Longare; e nello stesso tempo vi arrivò anche Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con un corpo di Trivisani, facendosi credere fedele alla Chiesa: del che tutti si stupirono, e ne venne grande bisbiglio. Allora fu creato capitan generale dell'esercito il marchese d'Este, con plauso di ognuno. Ma da lì a poco levatosi un susurro, che Eccelino con un formidabil esercito si avvicinava, entrò tal timor panico nell'armata de' crocesignati, che, per quanto facessero il legato ed il marchese, i Bolognesi furono i primi a tornarsene a casa, ed altri di mano in mano a ritirarsi: laonde il legato giudicò meglio di ridurre l'esercito a Padova. Sospetto corse che Alberico da Romano avesse segretamente fatto spargere questo terror nella gente. Per attestato della Cronica di Verona [Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.], la terra di Legnago sull'Adige, acclamando in quest'anno il marchese Azzo d'Este, si sottrasse all'ubbidienza di Eccelino e di Verona. Lo stesso fece quella ancora di Cologna. Tirarono poscia i Padovani una gran fossa quasi di tre miglia fuori della città con isteccati, torri di legno e petriere disposte in varii siti, e quivi s'accampò l'esercito pontificio, aspettando il tiranno. Colà fece venire il marchese Azzo tutta la cavalleria di Ferrara, e dovea in breve arrivare anche la fanteria. Gran copia di Mantovani e il patriarca di Aquileia con isforzo numeroso di gente accorsero alla difesa di Padova. Arrivò sul fine d'agosto Eccelino, diede varii assalti alle fortificazioni nemiche, ributtato sempre, tuttochè superiore al doppio di forze ai Padovani: il perchè scornato se ne tornò a Vicenza, dalla qual città con belle parole fece uscire la milizia urbana, facendola stare ne' borghi, e dentro dispose una buona guarnigione di Veronesi e Tedeschi.