Secondo la Cronica di Milano [Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], fu in quest'anno divisione fra i nobili e popolari di Milano. Ognun voleva comandar le feste. Guerra eziandio si fece fra i cittadini e fuorusciti di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma in Toscana fu ben più fiera. Uscirono in campagna i Fiorentini, Lucchesi e Genovesi collegati contro ai Pisani [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital., Ptolomeus Lucens., tom. 11 Rer. Ital. Ricord. Malaspina, et alii.]. A tutta prima i Lucchesi rimasero spelazzati; ma, accorsi i Fiorentini, sconfissero l'oste pisana vicino al Serchio; e fu in pericolo la stessa città di Pisa. Tolsero i Genovesi ai Pisani il castello d'Ilice. La debolezza in cui restò allora il popolo pisano il ridusse a chiedere pace. E l'ottennero con restituire ai Lucchesi Motrone, dimettere il castello di Corvara, che fu distrutto, e quello di Massa, che fu restituito al marchese Bonifazio Malaspina. Circa questi tempi cominciò il marchese Oberto Pelavicino [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], siccome capo de' Ghibellini in Lombardia, ad aver qualche dominio anche in Pavia. Leggiamo poscia nelle Croniche d'Asti [Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.] che nell'anno presente, ad istanza e per ordine del papa, tutti gli Astigiani che erano in Francia furono presi dai soldati del santo re Lodovico, e consegnati a Tommaso conte di Savoia, oppur detenuti per lungo tempo nelle carceri di Parigi. Perderono gli Astigiani quanto aveano in Francia, e nella lunga guerra che ebbero col suddetto conte di Savoia, spesero più di ottocento mila lire. L'origine della disgrazia di questo popolo si ha da Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.], dal Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], e da Antonio poeta astigiano [Anton. Astens., tom. 14 Rer. Ital.], secondo i quali nel precedente anno cominciò la guerra fra esso Tommaso conte di Savoia e il popolo d'Asti. Occupò il conte Chieri agli Astigiani. Usciti con grande sforzo gli Astigiani, ruppero il popolo di Chieri, e poi presero Moncalieri, dove fecero prigione l'abbate di Susa loro gran nemico. A questa nuova il conte Tommaso, ch'era in Torino, ammassato l'esercito suo, venne a dar battaglia agli Astigiani a Montebruno, ma se ne andò egli sconfitto, e gran copia di Torinesi vi restò prigione. Tornato a Torino, fecesi una matta sollevazione contra di lui, e da quel popolo fu detenuto prigione, con intimazione di non rilasciarlo, se prima non facea restituire i lor cittadini. Matteo Paris ne attribuisce la cagione al suo duro governo. Diedero poscia i Torinesi barbaramente esso conte in mano agli Astigiani, e con ciò liberarono la lor gente. La disavventura di questo illustre principe, già conte ancora di Fiandra, e parente dei re d'Inghilterra e di Francia, fece gran rumori dappertutto. Papa Alessandro IV ne scrisse lettera di condoglianza alla regina d'Inghilterra, rapportata da Matteo Paris, e l'esortò a far prendere tutte le persone e i beni de' Torinesi ed Astigiani, che fossero nel suo dominio. Altrettanto fece il santo re di Francia nel suo, per ordine dello stesso papa. Presero poscia gli Astigiani Fossano ed altre terre del conte, ed arrivarono fino alla valle di Susa, con egual felicità in altri fatti d'armi. Abbiamo da Matteo Paris che venne in Italia l'arcivescovo di Cantorberì per liberare il conte suo fratello. Mosse i Savoiardi a fare l'assedio di Torino, ma senza profitto; e dopo avere inutilmente consumate immense somme di danaro, se ne tornò in Inghilterra, con lasciare tuttavia prigione il fratello. Aggiugne il medesimo storico che nell'anno presente i Romani, stanchi della severità ed inesorabil giustizia di Brancaleone d'Andalò Bolognese lor senatore, il cacciarono in prigione. A lui volea gran male la nobiltà, e più la corte pontificia. Segretamente se ne fuggì sua moglie, e, venuta a Bologna, operò che gli ostaggi de' Romani quivi dimoranti fossero ben custoditi. Ricorsi i Romani al papa, fecero ch'egli scrivesse al comune di Bologna, intimando l'interdetto alla città, se non rendeva gli ostaggi. Sofferirono i Bolognesi piuttosto l'interdetto, ben conoscendo che, qualora gli avessero dati, vi andava la testa del loro concittadino. Questo avvenimento ci fa comprendere con quali costumi si regolassero allora le città italiane, o almen qual precauzione avesse presa Brancaleone, perchè assai conoscente delle instabili leste dei Romani d'allora, i quali presero dipoi per loro senatore Manuello Maggi Bresciano. Potrebbe nondimeno essere che questi ostaggi e l'interdetto suddetto appartenessero all'anno 1260, siccome vedremo.


MCCLVII

Anno diCristo MCCLVII. Indizione XV.
Alessandro IV papa 4.
Imperio vacante.

Finalmente le dissensioni de' principi di Germania, per l'elezione di un nuovo re de' Romani, andarono a terminare in uno scisma [Stero., Annal. Augustan. Matth. Paris., Hist. Angl. Roland., lib. 11, cap. 2.]. Verso la metà di gennaio gli arcivescovi di Magonza e Colonia, Lodovico conte Palatino del Reno ed Arrigo suo fratello duca di Baviera elessero Riccardo conte di Cornovaglia, fratello del re d'Inghilterra. Da molti altri principi fu riprovata questa elezione. Però circa la metà di quaresima dell'anno seguente l'arcivescovo di Treveri, il re di Boemia, il duca di Sassonia, il marchese di Brandemburgo e molti altri principi acclamarono re anch'essi Alfonso re di Castiglia e di Leone. Venuto in Germania Riccardo, nel dì dell'Ascension del Signore fu coronato in Aquisgrana [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Il pontefice Alessandro IV stette neutrale in mezzo a questa contesa dei due re, senza aderire ad alcuno. Si agitò la causa nella curia romana, ma non fu mai decisa; e però l'Italia niun pensiero si prese di questi due re, quantunque i medesimi non cessassero di procacciarsi qui dei partigiani. Eccelino da Romano, fra gli altri, si dichiarò in favore del re di Castiglia; e questo re scrisse anche lettere al comune di Padova, per attestato di Rolandino. Lo stesso avrà fatto all'altre città d'Italia; nè Riccardo dovette dimenticare un somigliante uffizio; ma niun d'essi visitò mai queste contrade. Restavano tuttavia in Sicilia [Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.] disubbidienti a Manfredi Piazza, Aidona e Castrogiovanni. Federigo Lancia, messo all'ordine un gagliardo corpo d'armata, andò a cignere d'assedio Piazza, città allora assai ricca e popolata. Vi trovò dentro gran copia di difensori, e difensori che non conosceano cosa fosse paura, di maniera che quasi ne parea disperato l'acquisto. Pure, dopo molti sanguinosi assalti, per forza v'entrò, e vi gastigò i principali che s'erano mostrati sì ardenti contro la casa di Suevia. Questo successo indusse la città d'Aidona a sottomettersi volontariamente al conte Federigo, il quale non si attentò di assediar Castrogiovanni, perchè città o castello troppo forte, ma fece ben mettere a sacco e fuoco tutto il suo contado, e la ristrinse con un vigoroso blocco. Questo nulladimeno bastò a far prendere a quel popolo la risoluzione di arrendersi a buoni patti: con che Manfredi, già divenuto padrone di tutto il regno di qua dal Faro, nulla ebbe in Sicilia che più contrastasse al suo volere e dominio. Non seppe trovar posa Azzo VII marchese d'Este, finchè vide le rocche di Monselice e le due sue fortezze di Cerro e Calaone in potere di Eccelino [Roland., lib. 10, cap. 13.]. Ad esse aveva egli già posto il blocco. Gli riuscì nella primavera di quest'anno di guadagnar, con danari e promesse di molti vantaggi, Gherardo e Profeta capitani del tiranno, che tuttavia difendeano i gironi superiori di Monselice; e in questa maniera liberò quell'importante sito. Nè passò molto, che se gli renderono ancora le castella di Cerro e Calaone: con che nulla restò in quelle parti al tiranno. Dimorava intanto esso Eccelino in Verona [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.], nè più potendo dar pascolo all'inumano suo genio contra dei Padovani, si diede a sfogarlo contra dei nobili e popolari d'essa Verona. Fece egli prendere in quest'anno Federigo e Bonifazio fratelli della Scala, famiglia che comincia ad apparire distinta in quella città, e tutti i loro aderenti, e, incolpatili di voler dare la città di Verona ai Mantovani e al marchese Azzo, li fece nel mese di ottobre strascinar a coda di cavallo, e bruciar poscia vivi. A forza ancora di tormenti fece morire Ansedisio suo nipote, per non aver saputo difendere Padova, permettendo Iddio che questo iniquo ministro delle crudeltà del zio ricevesse da lui stesso il meritato gastigo. In questo medesimo anno nel dì 8 di maggio Alberico da Romano, il quale dominava in Trivigi, essendo, oppure fingendo di essere, nemico di Eccelino suo fratello, e di seguitar le parti della Chiesa, si cavò infine la maschera, e fece non solamente pace, ma anche lega con esso Eccelino, con dargli in ostaggio tre suoi figliuoli. Seguitò dipoi Alberico ad esercitare anch'egli la crudeltà contra de' cittadini di Trivigi, assaissimi de' quali, sbanditi dalla patria, si rifugiarono sotto l'ali de' Padovani e Veneziani.

Era insorta nel precedente anno una fiera discordia rivile fra i Guelfi e Ghibellini di Brescia. Prevalsero gli ultimi, confidati nelle forze di Eccelino e del marchese Oberto Pelavicino, che allora mettevano a sacco il contado di Mantova. Incarcerarono, o fecero fuggire molti degli aderenti alla Chiesa. Ebbero nondimeno tanto giudizio di non ammettere nella lor città il perfido Eccelino, che già era giunto a Montechiaro con isperanza d'entrarvi; ed elessero per loro governatore Griffolino, uomo saggio ed amante della patria. Nell'anno presente Filippo da Fontana Ferrarese, legato apostolico ed eletto di Ravenna, soggiornando in Mantova, spedì colà [Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.] frate Everardo dell'ordine de' Predicatori, uomo di molta dottrina e destrezza, il quale con tal facondia si adoperò, che la libertà e i beni furono restituiti ai Guelfi incarcerati e fuorusciti. Questo buon principio diede animo al legato di passare con poco seguito alla stessa città di Brescia, dove riconciliò gli animi alterati di que' cittadini, promettendo tutti di star saldi nell'antica divozione verso la Chiesa romana. Fecesi anche una riguardevole mutazione in Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Si reggeva quella città a parte Ghibellina; ne era signore e capo il marchese Oberto Pelavicino. Formata una potente congiura, nel dì 24 di luglio levarono i Guelfi rumore, cacciarono dalla città il suddetto marchese ed Ubertino Landò suo fedel seguace, e spogliarono d'armi e cavalli tutta la gente loro, con eleggere dipoi per loro podestà Alberto da Fontana. Questi fece dipoi guerra agli aderenti de' Landi, col condannarli e bandirli dalla città. Non minore commozione civile fu in questi tempi in Milano [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 291.]. Continuando Leone da Perego arcivescovo, coll'assistenza de' nobili, a pretendere il governo della città, a questo suo ambizioso disegno ripugnavano forte i popolari, disgustati anche di molto per la prepotenza d'essi nobili, e per un vecchio iniquo statuto, in cui altra pena non s'imponeva ad un nobile che ucciso avesse uno del popolo, se non di pagare sette lire e danari dodici di terzuoli. Essendo appunto in questi tempi stato ammazzato da Guglielmo da Landriano nobile un popolare, per avergli fatta istanza d'esser pagato, il popolo di Milano prese l'armi, si sollevò, e avendo alla lor testa Martino dalla Torre, obbligò l'arcivescovo e la nobiltà ad uscir di città. Si ritirarono questi nel Seprio, e ricevuto dai Comaschi un gagliardo rinforzo di gente, tentarono poi di rientrare in Milano, e più volte vennero alle mani coi popolari, ma sempre colla peggio. Interpostosi poi papa Alessandro coi cardinali, ne seguì pace, e mandati ai confini molti dei nobili, l'arcivescovo col resto se ne tornò in città. Allora fu che Martino dalla Torre prese per moglie una sorella di Paolo da Sorecina podestà de' nobili; e il popolo, chiamato al sindacato Beno de' Gonzani Bolognese allora podestà, che tante angherie avea fatto in addietro in Milano, il condannarono a pagar dodici mila lire. E perciocchè egli non potè o non volle pagare sì grossa somma, l'uccisero, e il suo corpo come di un cane gittarono nelle fosse. Andava in questi tempi a dismisura crescendo la potenza de' Bolognesi. Erano già padroni d'Imola, Cervia e d'altri luoghi. Nell'anno precedente, siccome diffusamente narra il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.], e s'ha ancora dalla Cronica di Bologna [Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.], stesero la loro giurisdizione sopra Faenza, Forlì, Forlimpopoli e Bagnacavallo, di maniera che parte della Romagna riceveva da essi podestà, e ubbidiva ai loro comandamenti. Cagione fu questo alto loro stato, ch'essi, ridendosi del laudo proferito da Giberto podestà di Parma, non vollero restituire al comune di Modena le castella del Frignano. Mancava ai Modenesi quel buon recipe che per sì fatti mali occorre; perciò fecero ricorso alle città di Lombardia, acciocchè interponessero i lor buoni uffizii, con far loro costare la forza delle proprie ragioni. Unitamente dunque col podestà di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] si portarono a Bologna gli ambasciatori di Milano, Brescia, Mantova, Ferrara, Parma e Reggio; ma, per quante esortazioni e preghiere adoperassero, non si potè espugnare l'avido e superbo cuore de' Bolognesi. Portarono allora i Modenesi le lor doglianze al papa, il quale, per timore che questa città non si gittasse in braccio al partito de' Ghibellini, scrisse nel dì 7 di agosto da Viterbo una lettera, rapportata dal Sigonio, al vescovo di Mantova, dandogli commissione di ordinare ai Bolognesi l'esecuzione del laudo, ma di non sottoporre all'interdetto Bologna senza suo nuovo ordine. Non apparisce che il vescovo facesse più profitto degli altri intercessori. In quest'anno finalmente, secondo il Guichenon [Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.], uscì delle prigioni d'Asti Tommaso conte di Savoia; e ciò si può dedurre ancora da Matteo Paris [Matth. Paris. Hist. Angl.], che nell'anno seguente il dice arrivato in Inghilterra. Il trattato della sua liberazione fu conchiuso in Torino nel dì 18 di febbraio, e in esso il conte, forzato dalla necessità, rinunziò a tutti i suoi diritti sopra la città di Torino e sopra altri suoi luoghi. Dal Continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.] all'anno 1259 si ricava ch'egli diede agli Astigiani in ostaggio i suoi figliuoli.


MCCLVIII

Anno diCristo MCCLVIII. Indizione I.
Alessandro IV papa 5.
Imperio vacante.

Era già il fin qui principe di Taranto Manfredi in pacifico possesso di tutto il regno di Sicilia di qua e di là dal Faro. Non mancavano a lui voglie di maggiore ingrandimento, nè consiglieri che la fomentassero e ne promovessero il compimento. Benchè intorno alle cose di lui non ci restino da qui innanzi, se non istorici guelfi, talvolta sospetti di troppo maliziare, e di alterar la verità secondo le loro passioni; pure non ci mancherà lume per discernere quello che sia più probabilmente da credere negli avvenimenti spettanti a lui. Pensò dunque Manfredi, e vi avea pensato anche molto prima, di assumere il titolo e la dignità di re di Sicilia. A questo fine fece egli sparger voce che Corradino suo nipote in Germania fosse mancato di vita. Niccolò da Jamsilla [Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.] pare che ci voglia dare ad intendere che tal fama naturalmente e senza frode sorgesse e prendesse piede; ma non si fallerà giudicando che artificiosamente fosse disseminata, acciocchè, tenuto per estinto il legittimo erede della corona di Sicilia, si facesse apertura alla succession di Manfredi. E ciò poi sarebbe più chiaro del sole, qualora fosse fuor di dubbio quanto vien raccontato da Ricordano [Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.], da Giovanni Villani [Giovanni Villani, et alii.] e da altri Guelfi: cioè che Manfredi mandò suoi ambasciatori in Suevia per avvelenar Corradino, e, credendo essi d'aver fatto il colpo, se ne tornarono in Sicilia vestiti di gramaglia, asserendo la di lui morte. Le credo io favole. Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 1.] altro non dice, se non che si fecero correre certe lettere finte, come scritte da baroni tedeschi, coll'avviso della morte di Corradino, fondate forse anche sopra qualche grave malattia di lui, che diedero da dubitar di sua vita. Bastò questo per indurre, come vuole il Jamsilla, i prelati e baroni del regno a fare istanza a Manfredi di prendere lo scettro del regno. Più verisimile è che dalle segrete insinuazioni dello stesso Manfredi fossero mossi a far questo passo. Comunque sia, nel dì 11 d'agosto nella cattedral di Palermo fu egli solennemente coronato re da tre arcivescovi col concorso e plauso d'innumerabili prelati, baroni e popolo. Ed abbondavano bene in lui, anche per confessione de' suoi avversarii, moltissime di quelle prerogative che rendono l'uomo degno di regnare. Giovane di bell'aspetto, faceva sua gloria la cortesia, l'affabilità e la clemenza, senza avere ereditata la crudeltà de' suoi maggiori. Singolar fu la sua prudenza e l'intendimento superiore di lunga mano all'età; grande il suo amore verso le lettere e i letterati, ed egli stesso ben istruito delle scienze e dell'arti più nobili; ma soprattutto risplendeva in lui la generosità e la gratitudine in premiare chiunque gli prestava servigio. E specialmente nel tempo della coronazione si diffusero le rugiade della sua liberalità e magnificenza con profusione di donativi al popolo, e di contadi, baronie ed altri uffizii, de' quali principalmente furono a parte i suoi zii materni marchesi Lancia, ed altri suoi parenti e molti Lombardi, dei quali, più che d'altri, si fidava. Ch'egli fosse principe di poca fede, di minor pietà, e dedito a' piaceri e alla lussuria, lo dicono gli scrittori pontificii. Certo è che la politica mondana e l'ambizione ebbero il primato nel suo cuore, e fu dai più riprovato l'aver egli occupato il regno dovuto al nipote. Credeva anch'egli non poco alla strologia. Scrive Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl. ad ann. 1256.], essersi nell'anno 1256 venuto a sapere che Manfredi, creduto fin allora bastardo, in una malattia della madre, figliuola del marchese Lancia di Lombardia, era stato legittimato dall'imperador Federigo II suo padre, coll'averla sposata. Queste erano ciance del volgo. Racconta ancora Saba Malaspina [Sabas Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 5.], scrittore nimico di Manfredi, che non essendo per anche egli coronato, per parte del re Corradino vennero in Italia due ambasciatori con ordine di trattar col papa di accordo per succedere nel regno di Sicilia. Verso il castello della Molara furono presi, spogliati, e l'un di essi ucciso, l'altro ferito da Raule de' Sordi nobile romano. Autore di questa sceleraggine vien detto Manfredi da esso Malaspina, quasichè allora non si trovassero nel distretto romano e in altri luoghi di que' nobili assassini che andavano a caccia di chi avea cariche le valigie di oro; e non confessasse egli che questo nobile era un solennissimo scialacquatore e malvivente, capace perciò senza gli sproni altrui di così neri attentati. Per lo contrario, abbiamo da Matteo Spinelli [Matteo Spinelli, tom. 7 Rer. Ital.] che nel dì 20 di febbraio del 1256 (nel suo testo sono sconcertati tutti gli anni: forse è l'anno 1259) vennero a Barletta gli ambasciatori della regina Isabella, madre del re Corradino, con quei del duca di Baviera suo fratello, a trovare il re Manfredi. Fecero conoscere che Corradino era vivente, e pretesero che si gastigasse chi avea detta la menzogna di sua morte. Manfredi con saggio e bel sermone rispose loro che il regno era già perduto, ed averlo egli, siccome ognun sapeva, conquistato coll'armi e con immense fatiche; nè essere di dovere nè di utilità che lo rinunziasse ad un fanciullo incapace di sostenerlo contra de' papi, implacabili nemici della casa di Suevia. Che per altro avrebbe tenuto il regno sua vita naturale durante, e poi vi sarebbe succeduto Corradino. Con queste belle parole, e con regali magnifici, anche pel duca di Baviera, rispedì gli ambasciatori. Da Palermo ripassato il re Manfredi in Puglia [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 1.], tenne corte bandita e un gran parlamento in Foggia, dove rallegrò i popoli concorsi da tutte le parti colla solennità di varii spettacoli e giuochi. Indi coll'esercito passò addosso alla città dell'Aquila, che fin qui avea pertinacemente tenute inalberate le bandiere della Chiesa. Danno non venne alle persone e robe degli abitanti, che furono poi costretti ad uscirne, e la città per pena fu data alle fiamme.