Ardevano di voglia i Greci di aver in lor mano Datto, che già dicemmo uno dei principali della Puglia ribellati alla lor signoria, e parente del defunto Melo. Dopo l'infelice battaglia di Canne, per attestato dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 37 et 38.], s'era egli ritirato colla sua famiglia sotto la protezione di Atenolfo abbate di Monte Casino. Ma poscia papa Benedetto VIII, perchè il conosceva fedele all'imperadore Arrigo, il mise alla custodia della torre del Garigliano, quam idem papa tunc retinebat, con alcuni Normanni. Che fece il catapano greco Boiano (lo stesso è che Bugiano) per averlo? Guadagnò con danari Pandolfo II principe di Capua, acciocchè gli permettesse di prendere il misero Datto. All'improvviso dunque arrivato colle sue soldatesche sotto quella torre, cominciò a tormentarla con assalti e macchine. Per due giorni si difesero quei di dentro, ma in fine colla torre rimasero presi. Alle preghiere dell'abbate Atenolfo, lasciò Bugiano la libertà ai Normanni; ma Datto [Lupus Protospata, in Chronico.] fra le catene e sopra un asinello condotto a Bari nel dì 15 di giugno, a guisa de' parricidi, chiuso in un sacco di cuoio, fu gittato in mare. Secondo gli Annali di Pisa [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], avea Mugetto re de' Mori, oppure, come io credo, corsaro potente, preso nell'anno precedente castel Giovanni (forse in Sardegna) che era sotto l'arcivescovo di Milano. Nell'anno presente poi con poderosa armata di navi tornò in Sardegna. Allora i Pisani, tirati in lega i Genovesi contra di questo comune nemico, fatto un grande sforzo di navi e di gente, il cacciarono dall'isola, e maggiormente poscia attesero a stabilirsi e fortificarsi in quella vasta isola. Il ricco tesoro d'esso Mugetto, venuto alle lor mani, fu da essi ceduto ai Genovesi in pagamento delle loro spese e fatiche. Il Tronci storico pisano scrive [Tronci, Annal. Pisan.] che Mugetto in quest'anno s'impadronì di nuovo della Sardegna, e che nel seguente ne fu cacciato. E qui combattono gli storici di Pisa con quei di Genova, pretendendo i primi che niun diritto acquistassero i Genovesi sopra la Sardegna, e gli altri sostenendo il contrario; intorno a che li lasceremo duellare. Se parimente vogliam credere al Tronci suddetto, i Pisani divisero poi quell'isola in quattro giudicati, che furono dati in governo a quattro nobili pisani, cioè di Cagliari, di Gallura, di Arborea e di Torri, volgarmente detto Sasseri. E tali giudici arrivarono a tanto fasto, che furono anche nominati regi, e le loro mogli regine. Ma temo io forte che non sieno assai sicure tali notizie, dappoichè ho altrove fatto vedere [Antiquit. Ital., Dissert. V et XXXII.] che in questo medesimo secolo vi era in Sardegna la division dei giudicati, e che quei giudici usavano anche liberamente il titolo di re: il che punto non conviene a chi unicamente fosse stato governatore di quelle contrade per la repubblica pisana. Oltre di che, non v'ha negli atti di quei giudici o re menomo vestigio di dipendenza da Pisa. Anzi da un fatto narrato dall'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron. lib. 3, cap. 23.] circa l'anno 1063 si scorge che i Pisani miravano con invidia i Sardi, ed aveano nemicizia con Barasone re di quell'isola. Però si può sospettare che molto più tardi la potenza dei Pisani fissasse il piede nella Sardegna; o almeno meriterebbe questo punto d'essere più sodamente chiamato ad esame. L'insulto fatto alla torre del Garigliano, colla presa e morte crudele di Datto, dovette far rinforzare le istanze e preghiere di papa Benedetto VIII all'Augusto Arrigo, perchè accorresse alla difesa dell'Italia orientale che era in manifesto pericolo di perdersi. Perchè Arrigo, siccome scrive Leone ostiense [Idem, ibidem, lib. 2.] reputans secum, fore ut Graeci amissa Apulia ac principatu, Romam quoque maturarent, Italiamque totam simul amitteret, determinò di tornare, e ben armato, in Italia. Comunemente il Sigonio, il Baronio, il padre Pagi ed altri hanno scritto ch'egli venisse solamente nell'anno seguente.

Ma si ha a tenere per certo che la sua calata fu nell'autunno dell'anno presente, sotto il quale Ermanno Contratto [Ermannus Contract., edition. Canisii.] racconta che Henricus imperator in Italiam expeditionem movit. E l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.] aggiugne ch'egli Natale Domini celebravit in Italia. Abbiamo inoltre documenti che ce ne assicurano. Ho io prodotto un insigne placito [Antichità Estensi P. 1, cap. 14.], da lui stesso tenuto in Verona, anno praedicti Domni Heinrici gloriosissimi imperatoris Deo propicio, hic in Italia, octavo, sexta die mensis decembris, Indictione V, cominciata nel settembre di quest'anno. Degno è d'essere rapportato qui il principio di quell'atto: Dum in Dei nomine foris, et non multum longe urbis veronensis, in solario proprio beatissimi sancti Zenonis confessori Christi, quod est constructum juxta praedictum monasterium sancti Zenonis confessoris Christi, in caminata dormitoria ad regalem imperium in judicio resideret domnus gloriosissimus Heinricus Romanorum imperator Augustus, unicuique justitias faciendas, hac deliberandas, residentibus cum eo domnus Popo sanctae aquilejensis ecclesiae patriarcha. Fermiamoci qui per dire che non meritava censura il Sigonio, per avere scritto che Arrigo passò in Italia cum Piligrino coloniensi, et Poppone aquilejensi praesulibus, con pretendersi che non Poppone patriarca di Aquileia, ma bensì Poppone allora arcivescovo di Treveri, ignorato dal Sigonio, quegli fosse che accompagnò in tale spedizione l'imperadore. Perchè l'Ostiense chiamò arcivescovo questo Poppone, perciò si è creduto che sbagliasse il Sigonio. Il Browero [Brovverus, Annal. Trevirens., tom. I.] anch'egli (e poscia il padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin.]), fondato solamente sopra quella parola dell'Ostiense, quasichè il patriarca d'Aquileia non fosse anch'egli arcivescovo, si figurò che il suo Poppone venisse in Italia, e seco menasse un grosso corpo di truppe. Ma noi qui abbiam chiaramente Poppone patriarca d'Aquileia al corteggio dell'imperadore, e non già l'arcivescovo di Treveri, e però salda saldissima resta l'asserzion del Sigonio. Seguitano le parole del placito: Pelegrinus coloniensis, Eribertus mediolanensis, sanctarum dei ecclesiarum archiepiscopis, Johannes veronensis, Leo vercellensis, Siginfredus placentinus, Henricus parmensis, Arnaldus tervianensis (di Trivigi), Ermingerius cenedensis, Rigizo feltrensis, Ludovicus bellunensis, Ugo marchio, ec. De' marchesi d'Italia non si trovò in tale occasione a corteggiare Arrigo, se non Ugo, uno degli antenati della casa d'Este, di cui tornerà occasion di parlare. Fra i pochi che sottoscrissero, si legge ancora Ugo marchio. Era, come abbiam veduto, l'imperadore in Verona nel dì 6 di dicembre. Io il trovo nel dì 10 d'esso mese in Mantova, ciò constando da un suo diploma, dato da esso Augusto in favore d'Itolfo vescovo di quella città, e da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.], le cui note guaste, da me allora non esaminate, conviene ora raddirizzare. Tali sono esse nella copia ch'io n'ebbi: Data IIII idus decembris, Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXX, anno domni Heinrici regnantis XVIII, imperii vero VII. Actum Mantuae in palatio ejusdem episcopi. L'indizione V cominciata nel settembre ci dà a conoscer che nell'originale sarà stato scritto anno dominicae Incarnationis MXXI, ec. regnantis XX, imperii VIII.


MXXII

Anno diCristo MXXII. Indizione V.
Benedetto VIII papa 11.
Arrigo II re di Germania 21, imperadore 9.

Nel gennaio dell'anno presente col suo poderoso esercito continuò l'Augusto Arrigo il suo viaggio alla volta della Puglia [Leo Ostiensis. Chron., lib. 2, cap. 39.]. Per la marca di Camerino inviò il patriarca Poppone con quindicimila combattenti contra de' Greci; e per quella di Spoleti e del ducato romano spedì Piligrino, ossia Piligrimo arcivescovo di Colonia, con altri ventimila armati verso Monte Casino e verso Capua, ad oggetto di prendere Atenolfo abbate e il principe di Capua Pandolfo IV suo fratello, amendue proclamati come segreti fautori dei Greci, e che avessero tenuta mano alla morte di Datto. L'abbate non volle aspettar questo turbine, e se ne fuggì ad Otranto con disegno di passare a Costantinopoli. Ma imbarcatosi e colto da una fiera burrasca, lasciò con tutti i suoi la vita in mare. Saputasi dall'arcivescovo la di lui fuga, per timore che Pandolfo principe non gli scappasse dalle mani, con isforzata marcia arrivò sotto Capua, e la cinse d'assedio. Allora Pandolfo, che sapea d'essersi colle sue iniquità comperato l'odio dei Capuani, anzi era informato che macchinavano di tradirlo, la fece da disinvolto; ed affidato si venne a mettere in mano dell'arcivescovo Piligrino, con dire che gli dava l'animo di giustificarsi delle imputazioni disseminate contra di lui. Intanto l'Augusto Arrigo era passato all'assedio di Troia, città che, quantunque non fossero per anche terminate le incominciate fortificazioni, pure tante n'avea, e sì copioso presidio di Greci, che si accinse ad una gagliarda difesa. Sotto a quella città fu a lui presentato il principe di Capua, il quale poco mancò che non vi lasciasse la testa, perchè condannato a morte dal pieno consiglio. Ma cotanto si adoperò l'arcivescovo di Colonia, geloso del salvocondotto a lui dato, che gli guadagnò la vita. Posto nondimeno in catene, fu dipoi menato prigione in Germania. Ma non si dee tralasciare, che prima d'imprendere l'assedio di Troia, l'imperadore Arrigo, per attestato di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], giunse di marzo a Benevento, dove da Landolfo principe, e, come lasciò scritto Epidanno [Hepidannus, Annal. brev. inter Scriptor. Rer. Alem.], a Beneventanis gratulantibus honorifice ac magnifice suscipitur, e fu riconosciuto ivi per sovrano. Di questo ancora ci restano buone testimonianze ne' documenti di quelle contrade, vedendosi il suo nome nei pubblici contratti d'allora, e trovandosi dei placiti tenuti da lui per l'amministrazione della giustizia in quelle parti. Uno di questi si legge nella Cronica del monistero del Volturno [Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], tenuto in territorio beneventano in locum, qui nominatur ad Campum de Petra, ibique in praesentia domni Henrici serenissimi imperatoris, ec. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt MXXII, et imperante domno Henrico serenissimo imperatore Augusto, anno imperii ejus, Deo propitio in Italia octavo, et dies mense februarii per Indiction. IV (scrivi V). Actum in territorio beneventano. Un altro placito tenne nel mese di marzo di quest'anno in Balva domnus Ambrosius, qui est missus et capellanus domni Henrici imperatoris Augusti. Un altro parimente in essa Cronica si legge, tenuto nell'aprile dell'anno presente da Leone vescovo di Vercelli, e da un altro vescovo deputati a praeclara potestate serenissimi Einrici Augusti, in territorio beneventano juxta ecclesiam sancti Petri apostoli, situs propinquo hanc Beneventi civitatem, ec. Ci fa anche vedere un diploma d'esso Augusto in favore del monistero di santa Sofia di Benevento, rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in Archiepisc. Benev.], che il medesimo soggiornava in Benevento VI idus martii. Posesi dunque l'imperadore all'assedio della città di Troia, valorosamente difesa da quei cittadini e dalla guarnigione greca, di modo che per tre mesi convenne tener ivi il campo con gran disagio degli assedianti e non minore degli assediati. Radolfo Glabro [Glaber, Hist., lib. 3, cap. 1.], storico di questi tempi, descrive un tal assedio. Era tormentata la città dai mangani e da altre macchine di guerra. Uscirono i cittadini, e ne fecero un falò: perlochè montato forte in collera l'imperadore, fece prepararne dell'altre coperte di crudo cuoio, e continuar le offese. Indarno furono invitati i difensori alla resa con buone condizioni: s'ostinarono essi, perchè lor si faceva credere imminente un gagliardo soccorso. Per questo impazientatosi l'imperadore, gli uscì di bocca, che se potea mettere il piede in quella città, volea mandar tutti quanti a fil di spada. Ma non potendo più i cittadini, allora si rivolsero a chiedere misericordia: al qual fine spedirono fuori della città un romito con dietro tutti i lor fanciulli in processione, che gridavano Kyrie, eleyson, cioè, Signore, abbiate pietà. Arrigo colle lagrime agli occhi ordinò che si rimandassero in città. Tornò il dì seguente il romito coi fanciulli e colle stesse voci, ed, uscito l'imperadore dal suo padiglione, non potè reggere a quel tenero spettacolo, e perdonò a quei cittadini, con che abbattessero quella parte delle mura che aveano fatta resistenza alle sue macchine, e che poi le rifacessero. Lasciato dunque ivi presidio, e presi gli ostaggi, se ne venne a Capua, dove, per attestato dell'Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 42.], diede quel principato a Pandolfo conte di Tiano, senza che s'oda che papa Benedetto VIII pretendesse ivi giurisdizione alcuna temporale. Creò ancora conti, non si sa di qual luogo, Stefano Melo e Pietro, nipoti del già defunto Melo duca di Puglia, co' quali allogò quei pochi Normanni che erano restati in quelle contrade.

Di là passò in compagnia del romano pontefice al monistero di Monte Casino, dove seguì l'elezione di Teobaldo abbate, consecrato poscia dal papa. Pativa l'imperadore dei gravi dolori, e ne fu guarito per intercessione di san Benedetto; per la qual grazia fece dei ricchi regali a quell'insigne santuario. Rapporta il padre Gattola [Gattola, Hist. Monaster. Casinens. P. I.] un diploma, da lui dato allo stesso monistero, con queste note: Anno ab Incarnatione Domini MXXII, Indictione V, anno vero domni Heinrici Romanorum imperatoris Augusti secundi regnantis XXI, imperantis autem nono. Actum in Monte Casino. Non dia fastidio ad alcuni il veder ivi sottoscritto il cancellier Teodorico vice Ebbonis papembergensis episcopi et archicapellani, quando negli altri diplomi questo vescovo di Bamberga porta il nome di Eberardo e di arcicancelliere; perciocchè Ebbone è lo stesso nome di Eberardo; ed egli era anche arcicappellano dell'imperadore, se pure in questi tempi non era lo stesso il grado di arcicancelliere e di arcicappellano. Leggesi inoltre una lettera del medesimo Augusto a papa Benedetto, in cui gli raccomandò efficacemente il monistero imperiale di Monte Casino, sottoscritto colle stesse note cronologiche. Tutti i sopra narrati avvenimenti appartengono all'anno presente; e se il Sigonio li riferì all'anno seguente, non si dee già argomentare che in lui mancasse la diligenza, ma bensì che gli mancarono molte storie e documenti, de' quali noi godiamo ora, disotterrati dagli eruditi. Lo stesso dee dirsi del cardinal Baronio, il quale si figurò che l'imperadore Arrigo si trattenesse sino all'anno seguente in Italia, quando è fuor di dubbio oggidì ch'egli in questo se ne tornò frettolosamente in Germania. Ma prima di accennare il suo viaggio convien qui avvertire, avere scritto Epidanno [Hepidannus, in Annal. brev.], monaco di san Gallo in questo secolo, che l'Augusto Arrigo Trojam, Capuam, Salernum, Neapolim, urbes imperii sui ad Graecos deficientes ad deditionem coegit. Che anche Guaimario III principe di Salerno, atterrito dall'esempio di Capua, riconoscesse per suo sovrano l'imperadore, niuna difficoltà ho a crederlo. Leggesi tuttavia un diploma [Antiq. Ital., Dissert. V.] d'esso Arrigo, conceduto ad Amato II arcivescovo di Salerno, dove è chiamato fidelis noster, dato pridie kalendas junii, Indictione V, cioè nell'anno presente coll'Actum Troje. Potrebbe solo dubitarsi di Napoli. Ma abbiamo ancora Ermanno Contratto che lo conferma con iscrivere sotto il presente anno [Hermannus Contract., in Chron. edit. Canis.]: Beneventum intravit, Trojam oppidum oppugnavit et cepit; Neapolim, Capuam, Salernum, aliasque eo locorum civitates in deditionem omnes accepit.

Era già insorta, durante l'assedio di Troia, la peste, oppure una epidemia nell'esercito dell'Augusto, e questo aveva anche servito a lui di maggiore impulso a perdonare a quel popolo, per isbrigarsi da que' contorni. Si mise dunque in viaggio alla volta della Germania, e dovette passare per la Toscana; avendo io pubblicato un suo diploma [Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.] in favore dei Benedettini di Arezzo, dato X kalendas augusti, anno Incarnationis dominicae MXXII, Indictione V, anno domni Heinrici regnantis secundi XXI, imperii vero VIIII. Actum Privaria in comitatu lucense. Perchè a cagion de' calori d'Italia crebbe nell'armata imperiale l'epidemia, che ne fece grande strage, Arrigo in fretta e con poche guardie Alpium cacumina citato transgreditur cursu, come s'ha dall'Annalista e dal Cronologo Sassoni [Annalista Saxo. Chronograph. Saxo.], e, giunto in Germania, raunò un numeroso concilio di vescovi. Crede il padre Solerio della compagnia di Gesù [Acta Sanctor. Bollandi ad diem 14 julii.] che tal concilio sia stato quello di Salingenstad, pubblicato dal Labbe nel tomo IX de' concilii, e tenuto nel dì 12 d'agosto dell'anno presente. Ma se Arrigo, come abbiam veduto, nel dì 25 di luglio era tuttavia nel territorio di Lucca, resterebbe da esaminare come egli potesse compiere in tempo sì stretto il suo viaggio in Germania, e l'adunamento di tanti prelati a quel concilio. Oltre di che, in Salingenstad non si trovò se non l'arcivescovo di Magonza con cinque suoi suffraganei: laddove quel di Arrigo fu composto di moltissimi vescovi. Nel mese di dicembre dell'anno presente il marchese Bonifazio padre della contessa Matilda, insieme con Richilda contessa sua moglie, prese a livello da Landolfo vescovo di Cremona due corti [Antiq. Ital., Dissert. XXXVI.] cum castro inibi habente, e colla lor pieve; ed all'incontro egli cedette al vescovo la corte di Piadena, patria del celebre storico Bartolomeo Platina. Assistè al contratto Tadone conte di Verona. E in questi tempi fiorì nel monistero della Pomposa Guido abbate rinomato per la sua santità, siccome ancora Guido monaco di patria aretino, a cui ha non poche obbligazioni il canto fermo, da lui riformato ed insegnato colle sue regole. Trovasi tuttavia scritto a penna un suo trattato de musica col titolo di Micrologus, di cui ancora fa menzion Donizone nella vita della contessa Matilda.


MXXIII