| Anno di | Cristo MXXIII. Indizione VI. |
| Benedetto VIII papa 12. | |
| Arrigo II re di Germania 22, imperadore 10. |
Secondochè abbiam dal predetto Donizone [Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 5 et 6.], ebbe il marchese Bonifazio, padre della poco fa mentovata Matilda, due fratelli. L'uno fu, non Tebaldo, come scrisse il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annales Baron.], ma Teodaldo ossia Tedaldo, che vescovo di Arezzo vien lodato da quello storico per la sua religione, continenza ed avversione ai simoniaci. Questi nell'anno presente fece una donazione ai Benedettini d'Arezzo [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.], mense augusti, Indictione sexta, da me data alla luce. L'altro, cioè Corrado, era giovane di molto fuoco. Cercarono gli emuli di questa famiglia di mettere la discordia fra esso lui e Bonifazio fratello maggiore, ma loro non venne fatto. Non si sa poi nè il tempo nè il perchè si fece una gran raunata di gente ex regno toto contra di questi due fratelli, che venne a trovarli sino a Coviolo, un miglio e mezzo lungi da Reggio. Quivi seguì un sanguinoso fatto d'armi. Bonifazio vi fece di molte prodezze; pure gli convenne ritirarsi, quand'ecco uscire di un bosco il fratello Corrado con cinquecento cavalli, che l'incoraggì a tornare in campo contra de' nemici. Rinforzossi la battaglia, e finalmente dai due fratelli fu messa in rotta l'armata nemica. In quel conflitto riportò Corrado una ferita, che fu bensì curata; ma perchè il giovane non s'ebbe riguardo alcuno da lì innanzi nel giocare e mangiare, da lì a più anni, post plures annos, come si ha da Donizone (e non già in quel fatto d'armi, come scrisse il Sigonio), essa ferita il portò all'altro mondo nel dì 13 di luglio dell'anno 1030.
Anni terdeni tunc Verbi mille sereni.
Ci porta questo a conoscere che oramai i popoli della Lombardia cominciavano a farsi guerra l'uno all'altro, senza dipendere dai ministri imperiali che governavano il regno d'Italia e le particolari città. Il che non vuol dire che i conti e marchesi perdessero la loro autorità sopra de' popoli; ma anch'essi coi lor popoli faceano guerra agli altri, e, come si può credere, senza chiederne licenza all'imperadore: il che in addietro non leggiamo che si praticasse. E di qui avvenne che a poco a poco andò crescendo l'ardimento ne' Lombardi, con giugnere finalmente, siccome vedremo, ad erigere in repubblica le loro città. Confermò in quest'anno l'Augusto Arrigo al monistero di Monte Casino, e a Tebaldo abbate di quel sacro luogo, tutti i suoi privilegii con diploma dato [Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.] II nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXXIII, anno vero domni Henrici regnantis XXI, imperii vero ejus VIIII, Indictione sexta. Actum Poderbrunnon, cioè in Paderbona. Ci ha anche conservato il registro di Pietro Diacono, esistente in quell'insigne badia, il diploma con cui esso imperadore nonis januarii, Indictione VI, anno Domini MXXIII, concedette principibus inclitis nostris, quidem fidelibus dilectis Pandulfo et Johanni filio ejus, principatum Capuae cum omnibus ad eum pertinentibus, ita videlicet ut avus ejus Pandulfus tenuit, exceptis abbatibus imperialibus sancti Benedicti de Monte Casino et sancti Vincentii. Leggesi ancor questa concessione presso il padre abbate Gattola, ed è degna di attenta considerazione. Nella copia del diploma, con cui lo stesso Arrigo primo tra gli imperadori si dice che nell'anno 1014 confermò alla Chiesa romana i di lei Stati, leggiamo in partibus Campaniae Sora, Arces, Aquinum, Arpinum, Theanum, Capuam, città componenti il principato di Capua. Quando ciò fosse stato, non si può già credere sì privo di memoria, nè sì mancante di religione Arrigo I, imperadore santo, ch'egli avesse dopo investito d'essa Capoa e del suo principato Pandolfo e Giovanni suo figliuolo. E se pur fatto l'avesse, avrebbe reclamato il romano pontefice: del che niun vestigio apparisce. Che dunque si ha da dire della copia del diploma dell'anno 1014 rapportata dal cardinal Baronio? Abbiamo poi da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che in quest'anno venit Raya (ossia Rayca) cum Saffari Criti Barum mense junii, et obsedit eam uno die. Et amoti exinde comprehenderunt pelagianum oppidum. Et fabricatum est castellum in Motula. Erano questi due assediatori di Bari Pugliesi ribelli ai Greci, e riuscì loro di prendere la terra di Pelagiano, ossia di Corigliano, come ha un altro testo. Sotto quest'anno Poppone, patriarca d'Aquileia, per quanto narra il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], fidatosi nell'appoggio dell'imperadore, mosse lite al patriarca di Grado davanti a papa Benedetto, chiamandolo usurpatore di quel titolo, e pretendendolo soggetto alla sedia sua. Accadde che per dissensioni nate in Venezia fu obbligato Ottone Orseolo doge di ritirarsi in Istria come esiliato in compagnia di Orso patriarca di Grado suo fratello. Si prevalse Poppone di tal congiuntura per entrare coll'armi in Grado, e dopo avere spogliato ed abbattuto più di una chiesa ed alcuni monisteri, quivi lasciò una guarnigione di suoi soldati. A questo colpo si ravvidero i Veneziani, (e forse nell'anno seguente), richiamato il doge col patriarca fratello, passarono con grandi forze a Grado, e ripigliarono quella città ed isola, con iscacciarne le genti del patriarca d'Aquileia.
MXXIV
| Anno di | Cristo MXXIV. Indizione VII. |
| Giovanni XIX papa 1. | |
| Corrado II re di Germania e d'Italia 1. |
Mancarono in quest'anno alla repubblica cristiana i suoi due primi luminari, cioè il papa e l'imperadore. Forse il primo fu papa Benedetto VIII che terminò il suo pontificato, per quanto si crede, nel mese di giugno, come osservò il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.]. Ebbe per successore Giovanni XIX, soprannominato Romano, fratello del predefunto Benedetto, ma papa screditato da Glabro [Glaber, Hist. Mediolan., lib. 4, cap. 1.] e dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], perchè di laico ch'egli era coll'intercessione della pecunia guadagnati i voti, salì sul trono pontificio. Uno eodemque die et laicus et pontifex fuit, dice Romoaldo salernitano [Romuald. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]; il che fu contra gli antichi canoni. Che l'assunzione sua seguisse per la prepotenza dei conti Tuscolani, lo scrive il porporato Annalista, del che io non veggo le pruove. Glabro solamente attesta che fu l'efficace mezzo dell'oro che il portò in alto: e questo dire, se è vero, ferisce chiunque l'elesse. Quanto all'imperadore, abbiamo da Wippone [Wippo, in Vita Conradi Salici.], da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, edit. Canis.], e da altri antichi storici ch'egli fu chiamato da Dio ad un regno migliore nel dì 13 di luglio dell'anno presente, e gli fu data sepoltura nella sua prediletta città di Bamberga. Imperadore, le cui molte virtù, e massimamente l'insigne pietà, coronata da varie gloriose azioni, meritarono ch'egli fosse scritto nel catalogo de' santi, con celebrarsene anche la festa nel dì 14 d'esso mese, giorno probabilmente della sua sepoltura. Consegnò egli prima di morire ai parenti l'imperadrice Cunegonda sua moglie, vergine, per quanto la fama divulgò, quale l'avea ricevuta; principessa anch'ella dotata di sì luminose virtù, che non men del marito arrivò a conseguir la laurea dei santi. Per gloria di lei, e per documenti delle strane vicende, alle quali sono esposti anche i migliori, non si vuol tacere che così santa principessa [Vita S. Cunegund., cap. 2.] fu accusata d'infedeltà all'Augusto suo consorte. Si esibì ella di provare l'innocenza sua colla pruova del fuoco, usata in que' secoli d'ignoranza; e però co' piedi nudi senza lesione alcuna passeggiò sopra dodici ferri roventi. Ma di questo gran fatto, nè della verginità di Cunegonda noi non abbiamo testimonio alcuno contemporaneo che incontrastabilmente ce ne assicuri; ed ella potè senza di questo essere principessa di rara santità. Le vite de' Santi scritte lungo tempo dopo la lor morte son suggette a varii riguardi, perchè la fama, che cresce in andare, aggiugne talvolta quello che non fu.
Venne dunque colla morte di santo Arrigo a vacare l'imperio romano col regno della Germania e dell'Italia. L'essere egli mancato senza prole, aprì il campo alle pretensioni di varii principi, e per conseguente alla discordia. Secondo l'attestato di Wippone, storico di quei medesimi tempi [Wippo, in Vit. Conradi Salici.], i due principali concorrenti furono due Canoni, cioè due Corradi, i quali per distinzione erano appellati, a cagion dell'età, l'uno il maggiore, l'altro il minore, cugini germani. Era nato il maggiore da Arrigo duca della Franconia, il secondo da Corrado, che vedemmo duca di Carintia e marchese di Verona, amendue fratelli ancora di Gregorio V papa. Ottone avolo dei suddetti due cugini, figliuolo di Liutgarda nata da Ottone il Grande, fu anche egli duca di Franconia. Però questi due principi, siccome discendenti dal sangue di Ottone I Augusto, furono creduti i più propri per succedere; e fra questi due competitori fu amichevolmente conchiuso che quegli sarebbe re, il quale riportasse più voti. Cadde pertanto l'elezione in Corrado il maggiore, figliuolo d'Arrigo, che fu poi appellato per soprannome il Salico. Scrivono che Arrigo Augusto nell'ultima sua infermità consigliò i principi ad eleggere questo, siccome principe di gran valore e senno. E non furono già i sette elettori che diedero il re alla Germania, ma bensì tutti i vescovi, duchi e principi di quel regno che concorsero nella scelta di lui, come attesta il medesimo Wippone. Vi furono invitati anche i principi d'Italia, ma non giunsero a tempo. Nel dì 8 di settembre in Magonza seguì la coronazione germanica di Corrado il Salico; e per allora si tacque il minore Corrado, benchè mal contento d'essergli stato posposto. Ma appena il popolo di Pavia ebbe intesa la morte del santo imperadore Arrigo, che, ravvivando la non mai estinta rabbia per l'atroce danno inferito da lui, o, per dir meglio, dai suoi soldati alla loro città, nè sapendo qual altra vendetta fare, proruppero in una sollevazione, e corsi ad atterrare il palazzo regale, lo ridussero in un monte di pietre. Tunc Papienses in ultionem incensae urbis, regium, quod apud ipsos erat, destruxere palatium: sono parole di Arnolfo storico milanese [Arnulfus, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.]. Udiamo anche Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.]: Erat, dice egli, in civitate papiensi palatium a Theodorico rege miro opere conditum, ac postea ab imperatore Ottone tertio nimis adornatum. Questo è il palazzo che, secondo Wippone, diruparono i Pavesi. Ne dubito io. Siccome abbiam veduto all'anno 1004 restò incenerito nella sedizione insorta in Pavia il regal palazzo, e i Pavesi furono condannati a rifarlo, oppure a fabbricarne un nuovo. Così di Arrigo scrive Ugo flaviniacense [Ugo Flaviniacens., in Chron. ad ann. 1013.]: Papiam veniens, ab eis miri operis palatium sibi construi fecit. Questo dunque, e non già il palazzo di Teoderico, dianzi rovinato, dovette più verisimilmente restar nell'anno presente vittima del furor de' Pavesi. Per altro motivo ancora (bisogna confessarlo) s'indusse quel popolo a tal risoluzione, perciocchè i regali palagi, siccome altrove abbiam detto, solevano essere fuori delle città primarie, affine appunto di schivar gli accidenti funesti che per sua mala sorte provò Pavia; e perciò rincresceva al popolo pavese di vedere il suo piantato nel cuore della loro città. Totumque palatium (seguita a dire Wippone) usque ad imum fundamenti lapidem eruebant, ne quisquam regum ulterius infra civitem illam palatium ponere decrevisset.