MXXVIII
| Anno di | Cristo MXXVIII. Indizione XI. |
| Giovanni XIX papa 5. | |
| Corrado II re di Germania 5, imperadore 2. |
Avea nell'anno precedente terminato il corso di sua vita Arrigo duca di Baviera [Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chron.]; però l'Augusto Corrado scelse per quel ducato la persona più cara ch'egli avesse, cioè il suo stesso figliuolo Arrigo. In quest'anno poscia gli procurò una maggior dosa d'onore, con farlo eleggere re di Germania in età di soli undici anni. La sua coronazione fu solennemente fatta in Aquisgrana nel dì 14 di aprile, cioè nel giorno santo di Pasqua. Abbiam veduto di sopra che Corrado duca di Franconia, ossia di Wormacia, cugino dell'imperadore, restò escluso dal trono imperiale. Da lì innanzi non si quietò giammai, e fece guerra contra d'esso imperadore per più anni, ma con suo grave discapito. Alla perfine l'Augusto Corrado, in riguardo massimamente della parentela, ed anche per compensarlo dei danni a lui recati, perchè gli avea smantellate tutte le sue fortezze, il rimise in sua grazia, gli restituì tutti i suoi stati di Germania; e poi, siccome diremo all'anno 1035, gli fece anche una considerabil giunta e regalo. Chi dopo la morte di Ugo marchese di Toscana, succeduta sul fine dell'anno 1001, succedesse a lui nel governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino, e reggesse quel paese fino a questi dì, non l'ho saputo finora discernere per mancanza di documenti. Nelle giunte da me pubblicate alla Cronica del monistero di Casauria [Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], noi troviamo chi in quest'anno fosse duca di Spoleti e marchese di Camerino, cioè un altro Ugo. Veggonsi due placiti, tenuti l'uno nella città di Penna, e l'altro nella città di Marsi, anno ab Incarnatione Domini MXXVIII, et imperante domno Chonrado gratia Dei imperatore Augusto, anno imperii ejus in Italia primo, et die mensis januarii, per Indictionem X. Nell'originale sarà stato Indict. XI. Era presidente ad essi placiti Ugo dux et marchio. La pena imposta ai trasgressori è di mille libbre d'oro ottimo, medietatem ad partem imperatoris, et medietatem ad partem praedicti sancti monasterii di Casauria: parole indicanti il dominio dell'imperadore in quella contrada, e che per conseguente ivi si parla del ducato di Spoleti, oppur della marca di Camerino, ossia di Fermo. Probabilmente questo Ugo ebbe per padre Bonifazio juniore duca di Spoleti, come ho conghietturato altrove [Antiq. Ital. Dissert. VI, pag. 987, et Dissert. XV, pag. 855.].
Circa questi tempi succedette quanto lasciò scritto Glabro storico [Glaber, Hist., lib. 4, c. 2.], benchè con qualche imbroglio di cronologia. Cioè in un castello, appellato Monforte, nella diocesi d'Asti, pieno di molti nobili, s'era introdotta un'eresia, con rinnovar i riti dei pagani e de' Giudei. Per quel che dirò, furono costoro piuttosto manichei, giacchè questa mala razza s'era di soppiatto molto prima introdotta in Italia e in Francia, e pur troppo in tutti e due questi regni avea sparse di grandi radici coll'andare degli anni. Saepissime tam Mainfredus marchionum prudentissimus, quam frater ejus Alricus, astensis urbis praesul, in cujus scilicet dioecesi locatum habebatur hujusmodi castrum, ceterique marchiones, ac praesules circumcirca creberrimos illis assultus intulerunt. Ciò che avvenisse di quel castello e di quegli eretici, Glabro lo lasciò nella penna. Ma ne parla ben diffusamente Landolfo seniore [Landulfus senior, Hist. Mediolan. lib. 2, cap. 27.], storico milanese del presente secolo, con dire che Eriberto arcivescovo in questi tempi di Milano, trovandosi in Torino, udì l'eresia degli abitanti del castello di Monforte. Fatto prendere un di coloro, appellato Girardo, volle intendere da lui in che consistesse la setta e credenza di quel popolo. Allegramente espose costui i suoi dommi, e chiaro si scorge che era la eresia de' manichei. Allora Eriberto spedì le sue milizie a quel castello, e fece prendere tutti quanti quegli abitatori, e specialmente la contessa di quel luogo. Fattili condurre a Milano, cercò tutte le vie di ridurli a ravvedimento, ma in vece d'abiurare i loro errori, si misero a sedurre chiunque andava a visitarli. Perciò fu loro intimata la morte, se non ritornavano alla vera fede di Cristo. Alcuni, almeno in apparenza, la abbracciarono; ostinati gli altri vivi furono bruciati. Ma giacchè abbiam parlato qui di Odelrico Magnifredo, ossia Manfredi marchese di Susa, da noi altre volte menzionato, ed onorato da altri scrittori di questi tempi coll'elogio di principe prudentissimo, bene sarà il ricordare ch'egli fondò in quest'anno (come costa da uno strumento presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.]) il convento delle monache di santa Maria di Caramania, oggidì nella diocesi di Torino, insieme con Berta contessa sua moglie. Con queste parole si veggono essi enunziati: Nos in Dei nomine Odelricus, qui miseratione Dei Magnifredus marchio scilicet nominatus, filius quondam Magnifredi similiter marchionis, et Berta, auxiliante Deo, jugales, filia quondam Auberti itemque marchionis. Dal che si scorge che Berta sua moglie fu figliuola del marchese Oberto II, progenitore della casa d'Este. Hassi ancora all'anno seguente la fondazione fatta da questi due piissimi consorti, e da Alrico vescovo d'Asti, fratello d'esso marchese, della badia di san Giusto di Susa [Antichità Estensi, P. I, cap. 13.], in cui si vede che Berta avea per fratelli Adalberto marchese, Azzo ed Ugo, che appunto si trovano in questi tempi figliuoli del suddetto marchese Oberto II. Da Azzo vengono i principi estensi.
MXXIX
| Anno di | Cristo MXXIX. Indizione XII. |
| Giovanni XIX papa 6. | |
| Corrado II re di Germania 6, imperadore 3. |
Mordeva il freno Sergio duca di Napoli, perchè cacciato fuori del suo nido da Pandolfo IV principe di Capua, e studiava tutte le vie di rientrare in casa. Dopo due anni e mezzo ch'egli era esule [Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Italic. Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 58.], gli venne fatto di ricuperare il suo principato, e per conseguente o sul fine di quest'anno, oppur nell'anno seguente. Probabilmente gli prestarono aiuto per mare i Greci, perchè Napoli fin qui s'era sempre tenuta salda sotto la sovranità degl'imperadori d'Oriente, benchè i suoi duchi, appellati anche maestri de' militi, godessero una piena signoria in quella città e nelle sue dipendenze. Sembra anche certo che a tale impresa concorressero in aiuto suo i Normanni, i quali andavano crescendo in quelle contrade; gente che sapeva pescare nel torbido, e seguitava senza scrupolo ora l'uno, ora l'altro di que' principi, anteponendo sempre chi gli dava o prometteva di più. Nè mancavano a Sergio dei partigiani nella stessa città di Napoli; e però ne tornò felicemente in possesso. Si sa ch'egli donò un delizioso e fertile territorio fra Napoli e Capoa (senza fallo per guiderdone del buon servigio), ai Normanni con crear conte Rainulfo capo de' medesimi, e imparentarsi seco. Allora fu che i Normanni si diedero a fabbricar case in quel sito che a poco a poco divenne una città chiamata Aversa, di cui fu il primo conte il predetto Rainulfo, e che servì di baluardo da lì innanzi contro la potenza de' principi di Capoa. Il trovarsi poi così ben agiati e favoriti in Italia i Normanni, e la fama delle lor delizie portata in Normandia, andava facendo venire di colà nuovi compagni nella Campania a partecipar della fortuna e felicità de' lor nazionali. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che in quest'anno fu mandato in Italia per catapano ossia generale de' Greci Cristoforo, e che Bugiano con Oreste se ne tornò a Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Cronista che mense julii venit Potho catapanus, fecitque pugnam cum Rayca in Baro. Tanto son corte queste memorie, che non si arriva a distinguere nè le persone, nè le azioni succedute in que' paesi. Tuttavia assai traluce dello Anonimo barense [Anonymus Barensis, Chron., tom. 5 Rer. Italic.], che dopo la morte di Melo questo Rayca si fece capo dei Pugliesi ribelli ai Greci. Abbiamo di nuovo sotto quest'anno memoria di Ugo marchese, uno degli antenati della casa di Este, in uno strumento dato alla luce dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.] e scritto colle note seguenti: Conradus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus, Deo propitio, secundo, X kalendas februarii, Indictione XII, che indicano l'anno presente. Egli è quivi chiamato Ugo marchio filius bonae memoriae Oberti, qui fuit item marchio. È magnifica la compra ch'egli fa di una gran quantità di beni, ascendenti secondo la misura a diecimila iugeri, che, secondo il Campi, danno centoventimila pertiche. Fra questi beni posti ne' territorii di Pavia, Piacenza, Parma e Cremona, si contano varii castelli, rocche, corti e chiese, che si trovano poi confermate nell'anno 1077 da Arrigo III, detto il IV, alla casa d'Este. Così coll'una mano raunava questo principe delle ricchezze, ma coll'altra ne faceva anche parte ai sacri luoghi. Perciocchè in quest'anno appunto, oppure nel 1038, come vuole il Campi, si osserva in un altro suo strumento [Antichità Estensi, P. I, cap. 12.] che egli dona alla cattedrale di Piacenza due porzioni della decima di Portalbero, e la terza alla chiesa di santa Maria de ipso loco Portalbero. Molt'altri effetti della sua pietà e munificenza verso le chiese ci ha nascoso il tempo; ma non ci è ignoto che egli magnificamente arricchì l'antica badia della Pomposa, situata oggidì nel distretto di Ferrara, e governata dal vivente allora Guido abbate, uomo santo, di cui si è parlato di sopra. Arrigo II fra gl'imperadori in un suo diploma, da me dato alla luce nelle Antichità estensi, e scritto nel settembre dell'anno 1045, chiama essa badia ab Ugone marchione magnifice ditatam, e le conferma quidquid sibi junior Ugo marchio filius Uberti dedit. L'anno in cui questo principe mancò di vita, è a noi ignoto. Probabilmente non molto sopravvisse dopo l'anno presente. Ebbe moglie, ma non apparisce ch'egli lasciasse dopo di sè figliuoli: laonde la sua eredità pervenne al marchese Alberto Azzo I suo fratello, se era vivo, oppure al marchese Alberto Azzo II suo nipote, del quale comincieremo a parlar da qui innanzi. Fu di parere l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepiscop. Ravenn.], che Eriberto arcivescovo di Ravenna passasse a miglior vita nell'anno 1027. Non ne adduce alcuna pruova. Ben certo è per uno strumento addotto da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], che si truova in quest'anno, anno quarto Johannis papae, imperante Chuonrado anno tertio, die XI aprilis, Indictione XII, arcivescovo di quella città Gebeardo. In vece di anno quarto, avrà avuto la pergamena anno V, oppure VI, e il Rossi per isbaglio avrà letto anno IV. Egli stesso confessa, che nell'anno seguente 1030 a dì 6 di giugno correva tuttavia l'anno VI di papa Giovanni XIX. In un documento, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. VI, pag. 341.], torna a farsi vedere il marchese di Susa Odelrico Magnifredo, ossia Manfredi, il quale si protesta figliuolo di un altro Magnifredo marchese. Di questo principe avremo occasion di parlare in breve.