Anno diCristo MXLI. Indizione IX.
Benedetto IX papa 9.
Arrigo II re di Germania e d'Italia 3.

Era in questi tempi sconvolta la reggia di Costantinopoli per la prepotenza dell'imperadrice Zoe, che faceva e disfaceva a suo talento gl'imperadori; e però anche le membra dell'imperio greco risentivano i malori del capo. Al governo della Puglia e Calabria [Cedrenus, in Compend. Hist.] era stato inviato Doceano o Dulchiano catapano dell'Augusto Michele Paflagone, che in quest'anno finì i suoi giorni, con avere per successore Michele Calafata, il quale durò ben poco, e lasciò l'impero a Costantino Monomaco. Questo Doceano moriva di rabbia al vedere i progressi dei Normanni nella Puglia [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 67.], e però fece quanto sforzo potè per desiderio di opprimerli e di cacciarli da Melfi. Gli era anche venuto qualche rinforzo di gente dal Levante. Nulla sbigottito per questo Ardoino, capitano allora de' Normanni, adunò anch'egli le sue truppe; e, quantunque troppo inferiore di gente [Lupus Protospata, in Chronico. Guilielmus Apulus, lib. 1.], pure intrepidamente venne alle mani coi Greci nel mese di marzo presso al fiume Labento, e toccò la vittoria ai pochi, ma valorosi. Allora i Normanni, per tirar dalla sua gli abitatori di quelle contrade, elessero per loro capo Atenolfo fratello di Pandolfo III principe allora di Benevento, e arditamente nel mese di maggio presso il fiume Ofanto, e, secondo Cedreno, in vicinanza del famoso luogo di Canne, s'azzuffarono coll'esercito greco, e di nuovo lo sbaragliarono. Accadde che quel medesimo fiume, dianzi secco, allorchè i Greci il passarono, all'improvviso si gonfiò d'acque in tal guisa, che dei Greci in volerlo ripassare più ne rimasero ivi affogati, che non erano restati tagliati a pezzi nel campo dalle spade nemiche. Secondo Lupo Protospata, Doceano si salvò in Bari: segno che Argiro avea ricuperata quella città con intelligenza de' Greci, oppure che non la tenne. Gran bottino fecero in tal congiuntura i vittoriosi Normanni. Succedette parimente in quest'anno un'altra considerabile impresa, di cui parlerò all'anno seguente. Ben si può credere che i vincitori dovettero saper profittare della lor fortuna con sottomettere nuove terre in Puglia al loro dominio. Anche in Lombardia cominciò la discordia a scompaginar la buona armonia del popolo di Milano. Mi sia lecito il parlarne sotto quest'anno col Sigonio, tuttochè si possa dubitare che al susseguente appartenga questo funesto avvenimento, scritto da Arnolfo e Landolfo seniore [Arnulf., Histor. Mediolan., lib. 1, cap. 18. Landulf. Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.], storici milanesi di questo secolo.

Era composta la nobiltà di Milano dei militi che tutti godevano qualche feudo, e si dividevano in capitanei e valvassori, siccome ancora d'altri che non aveano già feudi, ma per grosse tenute di beni, e per dignità ed uffizii erano potenti. Maltrattavano, aggravavano i militi il popolo minore, cioè gli artisti e l'altra plebe; e andò tanto innanzi la loro indiscretezza, che infine il popolo ruppe la pazienza e il rispetto dovuto ai maggiori con tale scissura, che la piaga durò dipoi ne' secoli avvenire, ora aperta, ora cicatrizzata, ma non mai ben saldata. Abbiam veduto all'anno 1035 una simile rottura in Milano, che poi si quetò per allora. Fu un giorno malamente bastonato o ferito da un milite, ossia da un cavaliere, un plebeo. Trasse al rumore altra gente plebea; ne seguì un conflitto, e poscia un'unione giurata di tutto il basso popolo contra de' nobili, da' quali più non si voleva lasciar calpestare. Il peggio fu che Lanzone, uomo nobile, si mise alla lor testa: il che sommamente dispiacque al corpo della nobiltà. La guerra passata avea addestrata all'armi anche la plebe, e però, stando sì l'una come l'altra parte in sospetto e in guardia, un dì per un piccolo rumore tutti corsero all'armi, e si cominciò per le piazze per le strade un'aspra battaglia. Chi all'aperto, e chi dalle finestre e dai tetti combatteva, e a moltissime case fu attaccato il fuoco. Era di troppo superiore il numero dell'inferocito popolo: laonde furono obbligati i nobili a cercare scampo con fuggirsene dalla città insieme colle lor mogli e figliuoli. L'arcivescovo Eriberto, affinchè non si credesse ch'egli favorisse il partito della plebe contra dei nobili, molti de' quali erano suoi vassalli, giudicò bene anch'egli di ritirarsi fuor di Milano. Siccome apparisce da un documento da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XLI.], in quest'anno si truova nel Bondeno la moglie di Bonifazio duca e marchese di Toscana, Beatrice contessa, la quale è detta filia quondam Frederici, senza specificare, come era il costume, che suo padre fosse duca. Ma benchè quella carta si dica scritta nell'anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo primo, die XIII martii, pure è difettosa, perchè seguita l'indizione decima; e però o l'anno è fallato, e sarà il seguente; ovvero l'indizione dev'essere la nona. Confermò in quest'anno il re Arrigo tutti i diritti e beni della chiesa d'Asti a Pietro vescovo di quella città con diploma [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.] dato VII idus februarii anno dominicae Incarnationis MXLI, Indictione VIII (si dee scrivere VIIII) anno domni Henrici tertii regis, ordinationis ejus XIII, regni II. Actum in Aquisgrani palatio. Con altro diploma parimente concedette il contado di Bergamo ad Ambrosio vescovo di quella città [Ibidem in Episc. Bergomens.] nonis aprilis, Indictione IX, anno domni Henrici regnantis II, ordinationis vero ejus XXIII (scrivi XIII). Actum Moguntiae. Così a poco a poco cominciarono i vescovi di Lombardia ad acquistare anche il governo temporale e il dominio delle loro città. Se l'oro faccia tutto oggidì, nol so dire: allora certo aveva questa virtù.


MXLII

Anno diCristo MXLII. Indizione X.
Benedetto IX papa 10.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 4.

Bolliva più che mai fra i nobili usciti di Milano e il basso popolo, restato padrone della città, l'odio, la discordia e la guerra. Ci assicura Landolfo seniore [Landulfus Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.] che l'arcivescovo Eriberto si tenne neutrale in sì fiera congiuntura. Ora i nobili, avendo tirato nella lor fazione i popoli della Martesana e del Seprio, si fortificarono in sei terre all'intorno della città, e ne formarono un blocco, senza permettere che alcuno vi portasse dei viveri; nè giorno passava in cui non seguisse qualche badalucco o combattimento tra la plebe e i fuorusciti, con mortalità continua d'amendue le parti. Guai se talun cadeva nelle mani del nemico; non iscansava la morte, o una prigionia peggior della morte. Aveva il greco Augusto Michele Paflagone prima di morire richiamato dall'Italia Doceano ossia Dulchiano, già catapano, riconosciuto per inutile, anzi dannoso maestro di guerra [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67. Lupus Protospata, in Chron.], e in sua vece inviato in Puglia un figliuolo di Bugiano, soprannominato, per quanto s'ha dall'Ostiense, Exaugusto, o Annone, secondo il Malaterra. Costui seco condusse un numeroso stuolo di Greci e di Barbari; ma venuto a battaglia nel precedente anno coi Normanni a' dì 5 di settembre sotto Monte Piloso, o, come vuol Cedreno, in vicinanza di Monopoli, non ebbe miglior fortuna del suo predecessore. Restò ivi con una memorabile sconfitta tagliato a pezzi quasi tutto l'esercito suo. Fu fatto prigione egli stesso, e donato dai Normanni ad Atenolfo lor capitano, il quale ne fece traffico coi Greci, e ne ricavò una buona somma d'oro: azione nondimeno che irritò non poco i Normanni, e fu cagione che gli levarono il baston del comando. Abbiamo dal Protospata, che Argiro barense, figliuolo del celebre Melo, fu in quest'anno dichiarato princeps et dux Italiae, cioè della Puglia e Calabria; ma senza dire chi gli desse questo titolo, cioè se i Greci, o i Normanni. Certo è, per attestato di Guglielmo pugliese [Guilielmus Apulus, lib. 1.] e di Leone ostiense, che i Normanni Argiro Meli filium sibi praeficientes, ceteras Apuliae civitates partim vi capiunt, partim sibi tributarias faciunt. Ma non istaremo molto a vedere questo medesimo Argiro e i Normanni uniti coi Greci. Intanto l'imperador Michele Calafata, succeduto a Michele Paflagonenell'anno addietro, imputando all'imperizia e dappocaggine de' capitani le fiere percosse date dai Normanni alle armate sue, si avvisò di spedire in Italia Giorgio Maniaco [Cedrenus. Guiliemus Apulus.], cioè quel medesimo che vedemmo dopo le vittorie riportate in Sicilia mandato in ceppi a Costantinopoli. Costui venne, uomo superbo, uomo oltre ad ogni credere crudele. Appena giunto ad Otranto, trovò che i Normanni erano già divenuti padroni di tutta la Puglia, o l'aveano divisa tra loro [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.]. A Guglielmo Bracciodiferro era toccata la città d'Ascoli. Lupo Protospata scrive [Lupus Protospata, in Chron.] che Guilielmus electus est comes Materae. A Drogone suo fratello toccò Venosa; ad Arnolino, Lavello; ad Ugo, Monopoli; Trani a Pietro; Civita a Gualtiero; Canne a Ridolfo; a Tristano, Montepiloso; Trigento ad Erveo; Acerenza ad Asclittino; ad un altro Ridolfo, Santo Arcangelo; Minervino a Rainfredo. Anche Ardoino ebbe la parte sua. E Rainolfo conte di Aversa ottenne la città di Siponto col Monte Gargano. Melfi restò comune a tutti, città diversa da Amalfi. Così noi miriamo andar crescendo a gran passi la fortuna e potenza de' Normanni in quelle contrade. Ora Maniaco diede principio alle sue imprese con impadronirsi di Monopoli e di Matera. Fin le donne e i fanciulli furono barbaramente tagliati a pezzi, nè si perdonò a' monaci e preti: tanta era la barbarie di costui. In questo mentre Argiro, preso per generale dai Normanni, s'impossessò di Giovenazzo, e per un mese tenne assediata la città di Trani. Scrive Lupo Protospata che la città di Bari reversa est in manus imperatoris nell'anno presente. Non s'intende bene, per la brevità delle parole di questo scrittore, come passassero quegli affari. Veggasi all'anno seguente, e verrà qualche lume a queste tenebre.


MXLIII

Anno diCristo MXLIII. Indizione XI.
Benedetto IX papa 11.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 5.