Da un documento da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. LXVI.] noi ricaviamo che Adalgerio, cancelliere e messo del re Arrigo, tenne un placito in Pavia nel monistero di san Pietro in coelo aureo, al quale intervennero Eriberto arcivescovo di Milano, Rinaldo vescovo di Pavia, Riuprando vescovo di Novara, Litigerio vescovo di Como e Adelberto conte. Fu scritto quel giudicato anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo tertio, regni vero domini Heinrici regis hic in Italia V, decimotertio kalendas madias, Indictione undecima. Ma dovrebbe essere l'anno IV del regno, prendendo il principio dell'epoca sua dalla morte di Corrado suo padre. Tristano Calco e il Puricelli che, fondati su questo documento, scrissero essere in quest'anno venuto in Italia il re Arrigo, presero un grosso abbaglio. Quivi non è vestigio alcuno di tal venuta, e vi si oppone ancora il silenzio delle storie. Seguitarono in questo anno ancora i nobili fuorusciti milanesi a tenere bloccata la città di Milano, con succedere frequentissimi conflitti fra essi e il popolo di quella città, da cui valorosamente si resisteva ai loro sforzi. Non men crudele danza continuava nella Puglia. Era stato balzato dal trono di Costantinopoli nell'anno addietro Michele Calafata, e in luogo suo innalzato Costantino Monomaco, che prese per moglie l'imperadrice Zoe, cioè la sconvolgitrice di quell'imperio [Guilielmus Apulus, Hist., lib. 1.]. Passava un'antica nimicizia fra esso Costantino e Giorgio Maniaco generale in Italia dell'armi greche. Prevedendo costui la sua rovina sotto un imperadore sì mal affetto verso di lui, parte per disperazione, parte per gli stimoli dell'ambizione, s'appigliò ad un'arditissima risoluzione con farsi proclamare imperador de' Greci, e prenderne le insegne. Cedreno accenna [Cedren., in Compend. Histor.] che per cagion di Romano Duro, suo nemico e prepotente alla corte di Costantinopoli, Maniaco si ribellò. Infatti l'Augusto Monomaco avea spedito in Italia Pardo protospatario con ordine di spogliar Maniaco del comando. Ma lo scaltro Maniaco seppe così bene fare, che spogliò lui della vita e delle gran somme d'oro portate da esso Pardo in Italia, e se ne servì per regalar le truppe, e maggiormente adescarle nel suo partito. Abbiamo poi da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che Maniaco andò sotto Bari, ma nol potè trarre alla sua devozione. V'era dentro Argiro figliuol di Melo, che nè per minacce, nè per promesse volle indursi a sottomettersi a lui. Tentò anche di guadagnare i Normanni, ma non gli riuscì. Tutto questo pare succeduto nell'anno precedente. L'imperadore Costantino, a cui scottava forte la ribellion di Maniaco, nè trovava mezzi per ismorzar questo fuoco, si rivolse anch'egli ad Argiro e ai Normanni; ed esibite loro delle ingorde condizioni, e massimamente, come si può credere, la conferma delle loro conquiste, li tirò dalla sua. Dall'Anonimo Barense, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. I.], si raccoglie che vennero ad Argiro lettere imperiali Foederatus, et Patriciatus, et Catapani, et Vestatus (forse Sebastatus). Portarono anche i messi imperiali dei magnifici regali per Argiro e per li Normanni. Tutto avrebbe dato il Monomaco per liberarsi da questo competitor dell'imperio. Argiro, ch'era da gran tempo all'assedio di Trani, ed avea fatta fabbricare una mirabil torre di legnami per espugnar la terra, tosto indusse i Normanni a ritirarsene, e a far preparamenti in favore di Costantino Monomaco contra di Maniaco. Scrisse a Rainolfo conte di Aversa per nuovi aiuti; e, raccolta un'armata di settemila persone, tutta gente di somma bravura ed avvezza alle vittorie, con Guglielmo Ferrodibraccio s'inviò in questo anno alla volta di Taranto, dove s'era chiuso Maniaco, non osando tenere la campagna contra de' pochi, ma formidabili Normanni. Taranto era città fortissima; prenderla per assalto si conosceva impossibile; nè i Greci voleano uscire a battaglia. Però dopo qualche tempo se ne tornarono indietro i Normanni. Saputo poi che Maniaco se n'era ito ad Otranto, e che contra di lui era venuta una flotta greca condotta da Teodoro patrizio e catapano, accorsero anch'essi per terra all'assedio di quella città. Maniaco, veggendo la malparata, ebbe la fortuna di potersi salvare per mare e di andarsene a Durazzo. Ma poco durò la sua buona sorte, perchè sorpreso dai soldati dell'Augusto Monomaco, terminò la sua tragedia con restare ucciso in quelle contrade; oppure, come vuol Cedreno, benchè vincitore, morì di una ferita. Il capo suo, portato a Costantinopoli, empiè di consolazione tutta quella corte. Otranto si diede ad Argiro, il quale dopo questa impresa licenziò tutti i Normanni, e se ne tornò glorioso alla città di Bari. In quest'anno ancora, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], avendo finiti i suoi giorni Domenico Flabanico doge di Venezia, gli succedette in quel principato Domenico Contareno. Constantinus Augustus hunc ducem magistrali sede decoravit, sono parole d'esso Dandolo, significanti che dal greco augusto fu dichiarato questo doge magister militum, come erano i duchi di Napoli, cioè generale d'armata. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Venet. Patriarch.] la fondazione da lui fatta in quest'anno, insieme con Domenico patriarca di Grado e con Domenico vescovo olivolense, ossia di Venezia, del monistero di san Niccolò in Lido, con ivi ordinare Sergio abbate. Passò in questo anno alle seconde nozze il re Arrigo III, con prendere per moglie, nel dì d'Ognissanti [Hermannus Contractus. Lambertus Scafnaburgensis. Chron. Andegavense.], Agnese figliuola di Guglielmo duca di Poitiers. Negli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] si parla all'anno seguente di questo fatto, ma con errore. A tali nozze fu un gran concorso di buffoni, giocolieri e ciarlatani, tutti credendo, come era l'uso di quei secoli, di riportarne de' bei regali. Ma Arrigo, ridendosi di quel ridicolo costume, tutti li lasciò colle mani piene di mosche, e ne dovette riportar molte maledizioni da quella canaglia, ma insieme molte lodi dai buoni e saggi.


MXLIV

Anno diCristo MXLIV. Indizione XII.
Gregorio VI papa 1.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 6.

Per tre anni, secondo l'attestato di Arnolfo storico [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 19.], durò il blocco di Milano, già intrapreso dai nobili fuorusciti contro le plebe di quella città. Terminò esso, a mio credere, piuttosto nel presente anno che nel precedente, come si figurò il Sigonio. Eccone la maniera, di cui siam tenuti a Landolfo seniore [Landulfus Senior, Histor. Mediol., lib. 2, cap. 26.], altro storico milanese di questo secolo. Erasi ridotta per sì lungo contrasto in somme miserie quella nobil città, perchè troppo scemato il popolo a cagion dei tanti combattimenti e delle malattie sofferte, e massimamente perchè un'orrida fame era succeduta alla mancanza dei viveri. Pareano scheletri camminanti quei che erano restati in vita. Ora Lanzone capitan d'esso popolo, allorchè vide tendente al precipizio la fortuna de' suoi, nè rimaner loro speranza di soccorso, preso seco molto oro ed argento, segretamente se ne andò in Germania ad implorar il patrocino del re Arrigo. Il trovò molto adirato contra di Eriberto arcivescovo, perchè il supponeva autore di sì scandalosa division de' Milanesi, e insieme della ribellione, giacchè niuna delle due fazioni ubbidiva più agli ordini d'esso re. Purchè Lanzone si obbligasse di ricevere nella città di Milano quattromila cavalli tedeschi, promise il re Arrigo di aiutar la plebe contra dei nobili, e contra qualunque persona che volesse molestarla. A tutto acconsentì Lanzone, e fu determinato il tempo della spedizion dell'armata. Con queste buone nuove tornato a Milano rimise il cuore in corpo ai macilenti suoi seguaci, con gaudio incredibile di tutti, e con sua gran lode. Ma questo Lanzone, siccome personaggio ben provveduto di senno, ed amante della patria, stette poco a riconoscere a che pericolo si esponesse la città, e non men la fazione contraria che la sua. Fors'anche avea consigliatamente operato tutto per condurre alla pace i nobili ostinati. Perciò segretamente s'abboccò con alquanti nobili fuorusciti; e rappresentato loro quanto a tutti potea avvenire per così fiera disunione, non trovò difficoltà a stabilire una buona pace e concordia: con che rientrarono i nobili in Milano, e deposto ogni spirito di vendetta, attesero sì i grandi che i piccioli a vivere per allora con buona armonia, benchè poco fossero disposti gli animi dell'una parte verso dell'altra. Tal fine ebbe quella scandalosa discordia. Conoscendo Poppone patriarca di Aquileia quanto fosse agevole, nella corruzione in cui si trovava allora la corte romana per cagione di un papa pieno di vizii, l'ottenere quel che si voleva [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], tanto s'adoperò, che ne riportò un decreto, che la chiesa di Grado, benchè da più secoli smembrata, dovesse riconoscere per suo metropolitano il patriarca aquileiense. Negli ultimi mesi adunque dell'anno presente portatosi con gente armata a Grado, diede il sacco a quanto vi era di buono; ed appunto con barbarica crudeltà attaccò il fuoco alle chiese e alla città, e ne fece un falò. Domenico Contareno doge ed Orso patriarca di Grado, commossi da sì empio insulto, ne scrissero lettere assai calde a papa Benedetto, e spedirono apposta a Roma i lor messi per implorar giustizia e ristoro. Furono trovate così buone le lor ragioni, che si venne nel sinodo romano ad abolire il privilegio surrettiziamente ottenuto, con obbligo di restituire il maltolto. Ed allora il doge di Venezia si studiò di rifabbricare l'abbattuta città di Grado. Tornati che furono alle lor case i Normanni dopo la morte di Maniaco, Guaimario IV principe di Salerno e di Capoa, mal sofferendo che Argiro sotto l'ombra del greco imperadore usasse il titolo di principe di Bari e di duca d'Italia, determinò di fargli guerra. Aveva esso Guaimario preso il titolo di duca di Puglia e Calabria, quasichè questo gli somministrasse diritto sopra quelle provincie. Ora avendo egli condotti al suo soldo i Normanni che aveano abbandonato Argiro, portò le sue armi contro della Calabria. Cosa ivi facesse, non si sa. Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] solamente nota che Guaimario insieme con Guglielmo Bracciodiferro, capo de' Normanni, vi fabbricò il castello di Squillaci. Guglielmo pugliese aggiugne [Guilielmus Apulus, Hist., lib. 2.] ch'egli passò con quelle forze sotto Bari, e vi mise l'assedio, con intimarne la resa ad Argiro. Ma Argiro facendo buona guardia alla città, nè volendo cimentarsi a combattimento alcuno, il lasciò minacciar quanto volle. Però veggendo Guaimario di consumare indarno e tempo e danari intorno a quella città, dopo aver saccheggiato tutto il paese, se ne ritornò indietro colle trombe nel sacco.

Patì una fiera confusione e burrasca in quest'anno la Chiesa romana [Vict. III Papa, Dialog., lib. 3. Hermannnus Contractus, in Chron. Leo Ostiensis, Petrus Damiani, et alii.]. Erano arrivate al colmo le disonestà, le ruberie e gli ammazzamenti di papa Benedetto IX, in maniera che il popolo romano, non potendo più tollerar questo mostro, il cacciò fuori di Roma, ed elesse papa, canonica parvipendentes decreta, Giovanni vescovo sabinense, che prese il nome di Silvestro III. Questi comandò le feste solamente tre mesi, perchè colla forza de' suoi parenti risorto Benedetto IX, risalì sul trono, scomunicò e cacciò il sustituito Silvestro. Ma continuando nelle sue iniquità Benedetto, e scorgendo più che mai irritati contro di lui i Romani, rinunziò al pontificato, con venderlo simoniacamente a Giovanni chiamato Graziano, arciprete romano, il quale assunse il nome di Gregorio VI. In questo miserabile stato cadde allora la santa Chiesa romana, non per la prepotenza di principe alcuno, ma per la disunione ed avarizia del popolo romano, che avendo mano nell'elezione de' papi, facilmente sturbava chiunque del clero serbava il timore di Dio, ed avrebbe forse saputo canonicamente provvedere al bisogno della santa Sede. Sforzasi il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.] di provare che Gregorio VI fu riconosciuto per legittimo papa, e lodato da molti per le sue virtù; nè questo si mette in dubbio. Ma il padre Pagi [Pagius, ad Annal Baron. ad hunc annum.] pruova che Graziano, cioè Gregorio VI comperò anch'egli, cioè simoniacamente acquistò il romano pontificato, e che, per non essere sui principii noto questo peccaminoso ingresso d'amendue que' papi, fu ad essi prestata ubbidienza, nè per questo rimasero esclusi dai cataloghi de' romani pontefici. Comunque sia, noi fra poco vedremo che non tardò Iddio a sovvenir la Chiesa, e a liberarla dagli scandali con darle dei legittimi e buoni pontefici. Gioverà anche alla storia d'Italia l'accennar qui [Hermannus Contractus, in Chron. Annalista Saxo.], che venuto a morte in quest'anno Gozelone ossia Gotolone, duca della Lorena inferiore lasciò quel ducato a Gozelino suo figliuolo, soprannominato il Dappoco. Ma il re Arrigo, tuttochè gliel'avesse promesso, conferì quel ducato ad un Adalberto. Non seppe digerir questo torto Gotifredo il Barbato, altro figliuolo del suddetto Gozelone, e già duca della Lorena mosellanica ossia superiore, giovane di nobilissima indole, e peritissimo dell'arte militare. Perciò ribellatosi al re Arrigo, fece gran guasto e strage di gente fino al Reno, non salvandosi dal di lui furore se non chi si rifugiò nelle fortezze, o si riscattò con danari. Noi vedremo questo principe in Italia da qui ad alcuni anni operator d'altre imprese. Finì sua vita in quest'anno Gebeardo arcivescovo di Ravenna, mentre dimorava nel monistero della Pomposa [Hermannus Contractus, in Chron. Rubeus, Hist., Ravenn. lib. 5.], godendo ivi della pia conversazione di Guido abbate, uomo di santa vita. Fu occupata quella chiesa da un certo Widgero; ma, siccome vedremo, ne decadde dopo due anni. Nè voglio lasciar di dire, aver Bennone nel zibaldone d'imposture e calunnie caricata la mano sopra il suddetto papa Benedetto IX, e che san Pier Damiano, in vigore d'una delle rivelazioni che anticamente erano alla moda, il cacciò nel profondo dell'inferno. Ma essersi trovato a' dì nostri chi con antichi documenti fa vedere che esso Benedetto IX, a persuasione di san Bartolommeo abbate di Grottaferrata, rinunziò il pontificato, ed avendo vestito l'abito monastico in quel monistero, attese a far penitenza dei suoi falli, finchè Dio il chiamò all'altra vita; e però non meritar fede chi tanto sparla del suo fine, e di penitente ch'ei fu, cel vuole far credere impenitente e dannato. Come poi s'accordino tali notizie colle parole dette da san Leone IX papa, prima di morire, nell'anno 1054, intorno ad esso Benedetto IX, io lascerò che altri lo decida. Resta forte allo scuro la storia italiana e romana in questi tempi.


MXLV

Anno diCristo MXLV. Indizione XIII.
Gregorio VI papa 9.
Arrigo III re di Germania e d'Italia 7.

Se si ha a prestar fede a Guglielmo malmesburiense [Willielmus Malmesburiensis, de gest. Reg. Angl. lib. 2.], papa Gregorio VI trovò sì distratti e desolati per colpa dei suoi antecessori i beni e gli stati della Chiesa romana, che appena gli restava da vivere. Erano sì assediati i cammini dai ladri ed assassini, che niun pellegrino osava più di passare a Roma, se non in buona carovana. Le obblazioni che si facevano alle chiese romane degli Apostoli e Martiri venivano tosto rapite dai potenti scellerati. Il pontefice prima colle buone, poi colle scomuniche cercò di metter fine a tanti abusi ed iniquità. Nulla valse questo rimedio. Unì dunque fanti e cavalli armati, che colle spade sterminarono gran parte di quella mala razza, e per tal via ricuperò molti poderi e città tolte alla Chiesa romana. Aperti ancora ed assicurati i cammini, tornarono i pellegrini a frequentar le chiese di Roma. Ma i Romani, avvezzi a vivere di rapina, non poteano soffrir sì fatti regolamenti, e chiamavano sanguinario il papa, e indegno di dir messa, e in ciò andavano d'accordo col popolo ancora i cardinali. Ma io non so che mi credere di questo racconto del Malmesburiense, al vedere ch'egli vi attacca varie favole intorno alla morte di questo papa, e un lungo ragionamento di lui, che sicuramente è finto, e resta smentito dalla storia. Quel solo che si può credere, si è il miserabile stato delle rendite della santa Sede in questi tempi sì abbondanti d'iniquità. Così li trovò anche il santo papa Leone IX fra quattro anni, siccome vedremo. Sul principio di quest'anno diede fine a' suoi giorni Eriberto arcivescovo di Milano, lodatissimo dagli storici milanesi [Landulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 32.], ma chiamato tiranno da i Tedeschi. Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron.] il fa morto nell'anno 1044, il Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.] nel 1046. Ma nel suo epitaffio, che dee meritar più fede, si legge: