Anno diCristo MLIII. Indizione VI.
Leone IX papa 5.
Arrigo III re di Germania 15, imperadore 8.

Implorò in questi tempi papa Leone più che mai l'assistenza dell'Augusto Arrigo per liberar la Puglia dal giogo dei Normanni, i quali, per quanto scrive Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], viribus adaucti, indigetes bello premere coeperunt, injustum dominatum invadere, haeredibus legitimis castella, praedia, villas, domus, uxores etiam, quibus libuit, vi auferre, res ecclesiarum deripere, postremo divina et humana omnia (prout viribus plus poterant) jura confundere, nec jam apostolico pontifici, nec ipsi imperatori, nisi tantum verbo tenus cedere. Guglielmo pugliese diversamente parla della condotta de' Normanni, e ci vorrebbe far credere che da Argiro duca d'Italia per l'imperadore greco provenissero specialmente tanti lamenti in parte falsi contra de' Normanni, dappoichè non gli era riuscito nè con danari nè con promesse di tirarli fuor d'Italia al servigio de' Greci. Secondo lui [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.], la gente di Puglia

. . . . . . varias deferre querelas

Coepit, et accusat diverso crimine Gallos.

Veris commiscens fallacia nuntia mittit

Argirous papae, precibusque frequentibus illum

Obsecrat, Italiam quod libertate carentem

Liberet, ac populum discedere cogat iniquum.

Ma non era papa Leone uomo da lasciarsi in tal congiuntura ingannare. Egli stesso soggiornava in lor vicinanza, e più volte era stato sul fatto, cioè in quelle contrade medesime, e potea ben sapere se i Normanni fossero sì o no una specie di masnadieri. Vedremo che mai non si quetarono, infinattantochè non ispogliarono i signori di que' paesi de' loro Stati. Guglielmo storico, allorchè i Normanni furono nel colmo della potenza, scrisse per piacere alla stessa nazion dominante; però non par sicura la testimonianza sua. Ora l'imperadore diede alcune delle sue soldatesche al papa; molte altre ne ottenne esso papa da diversi signori; e con queste brigate s'unì una gran ciurma di scellerati e banditi, tutti condotti dall'avidità e speranza di far buon bottino. Nel mese di febbraio con questa gente calò in Italia il buon pontefice, conducendo seco Gotifredo duca di Lorena, e Federigo suo fratello che fu poi papa Stefano X, e molti cherici e laici esercitati nel mestier della guerra, per valersene contro i Normanni [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. Ma prima di arrivar egli giù dall'Alpi, Gebeardo vescovo allora di Aichstet, di nazion bavarese, avendo fatto ricorso all'imperadore, tanto disse e tanto fece, che il ridusse a richiamare il grosso corpo di truppe imperiali già spedite in aiuto del papa, in maniera che altro non vi restò di quell'esercito che un battaglione di cinquecento persone [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 90.]. Se n'ebbe poscia ben bene da pentire lo stesso Gebeardo, dacchè divenne anch'egli pontefice romano col nome di Vittore II, per le insolenze che, non men di papa Leone IX, dovette sofferir dai Normanni di Puglia, senza poterli reprimere. Giunto a Mantova papa Leone nella quinquagesima, per attestato di Wiberto [Wibertus, Vita S. Leonis IX, lib. 2, cap. 4.], determinò di tener quivi un concilio. Erano accorsi ad ossequiar il papa varii vescovi di Lombardia, a' quali faceva paura il rigore e zelo del santo pontefice: che ben sapeano di aver de' mancamenti da renderne conto. Però alla lor suggestione fu attribuita una rissa insorta fra i familiari d'essi prelati e quei del papa, in tempo appunto che si celebrava il concilio. Corse alla porta della basilica il santo padre; volavano le saette e i sassi, e fu egli stesso in pericolo della vita per salvare i suoi domestici, che si rifugiavano verso la di lui persona, e senzachè gli aggressori si guardassero dal ferire chi andava a nascondersi sotto le vesti pontificali. Si quetò con difficoltà il tumulto, ma fu esso cagione che si sciolse il concilio; e ciò non ostante il misericordioso pontefice diede nel dì seguente l'assoluzione agli autori di tale iniquità. Andossene a Roma san Leone [Hermannus Contractus, in Chron.], e dopo Pasqua tenne quivi un nuovo concilio [Leo IX, Epistol. II, tom. 9 Concilior. Labbe.], dove fu posto fine alle vecchie liti che bollivano fra i patriarchi di Aquileia e di Grado, chiamato nuova Aquileia; cioè fu deciso che quel di Grado fosse indipendente dall'altro, e vero metropolitano dell'Istria e delle isole di Venezia. Anche il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] ne fa menzione, ma con supporre ciò seguito in un precedente sinodo, mentre aggiugne che papa Leone visitò dipoi Venezia per divozione verso san Marco. Ciò probabilmente accadde nell'ultimo suo ritorno dalla Germania sul principio dell'anno corrente.

Ciò fatto, ardendo pure il santo papa di desiderio di liberar la Puglia dalla crudele ed insaziabil nazione dei Normanni, mosse l'esercito preparato contra di loro. Era questo composto, secondochè abbiamo da Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem. de Normann.], de' pochi Tedeschi ch'egli avea potuto ritenere al suo soldo, cioè di settecento Suevi, oltre alla canaglia de' facinorosi, venuta di Germania, condotti da Guarnieri, che probabilmente fu il primo marchese di questo nome della marca d'Ancona. V'erano inoltre moltissime brigate d'Italiani armati, raccolte da Roma, Spoleti, Camerino, Fermo, Ancona, Capoa, Benevento ed altri luoghi. Non sussiste, a mio credere, che Goffredo o Gotifredo duca di Lorena fosse il generale di questa impresa. Piuttosto è da credere Rodolfo, eletto già principe di Benevento, per quanto s'ha da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 87.]. Consisteva poi l'armata de' Normanni, secondo il medesimo autore, in tremila cavalli e poca fanteria, ma tutta gente forte, agguerrita, e che non conosceva paura. I condottieri di questa, divisa in tre squadre, furono Unfredo conte e capo d'essi Normanni, Riccardo conte di Aversa, Roberto soprannominato Guiscardo, cioè Astuto, poco dianzi venuto di Normandia a trovare il fratello Unfredo, cioè quel medesimo Roberto che vedremo a suo tempo padrone di quasi tutto il regno ora di Napoli e di parte della Sicilia. Tralascio altri nominati da esso storico pugliese. Dal medesimo bensì e da Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] abbiamo che i Normanni, veggendo sì grande apparato di guerra contra di loro, e sè di forze troppo disuguali, spedirono ambasciatori al papa, offerendosi umilmente al servigio e all'ubbidienza di lui, e di riconoscere in feudo dalla santa Sede gli Stati da lor posseduti. Ma non fu accettata l'offerta, non già per alterigia del papa pieno d'umiltà e nemico di spargere il sangue cristiano, ma per cagion dei superbi Tedeschi, i quali s'opposero, deridendo la piccola statura de' Normanni, e figurandosi d'averli già vinti col solo terrore. Costoro indussero suo malgrado il papa a comandar loro che, deposte le armi, se ne tornassero al loro paese; altrimente andrebbono tutti a fil di spada. A questa sì aspra risposta non seppero accomodarsi i Normanni, ed abbracciando i consigli della disperazione, risoluti piuttosto di morir cadauno onoratamente coll'armi in mano, che di accettare un così vergognoso partito, si prepararono alla battaglia. Fors'anche furono i primi ad assalire improvvisamente l'oste nemica. Si fece questa giornata campale presso Civitella nella provincia di Capitanata nel dì 18 di giugno [Gaufrid. Malaterra, Histor., lib. 1, cap. 10.]. A Riccardo conte di Aversa, che guidava la prima schiera, riuscì facile lo sbrigliare le mal disciplinate milizie italiane, ed inseguirle con loro non picciola strage. S'affrontò Unfredo conte coi Tedeschi, e trovò quivi duro il terreno, in guisa che per la morte di molti de' suoi era vicino a cedere, quando il valoroso Roberto colla sua schiera di riserva accorse in aiuto del fratello, e fece delle mirabili prodezze. Tornato poi Riccardo dalla caccia degli Italiani, finì la festa con la morte di quasi tutti i Tedeschi, i quali vi lasciarono ben la vita, ma la fecero costar cara ai vincitori. Papa Leone, dopo questa disgrazia afflittissimo, si salvò colla fuga in Civitella, che fu ben tosto assediata dai Normanni. Secondo Gaufrido Malaterra, quegli abitanti, per non aver danno da quella feroce nazione, misero il papa fuori della città. Guglielmo Pugliese scrive che non vollero riceverlo nella città, temendo di disgustare i Normanni, di modo ch'egli venne nelle mani de' Normanni stessi. Volle Dio che costoro si ricordassero di esser Cristiani, nè obbliassero il rispetto dovuto al vicario di Cristo. Perciò, lungi dal fargli oltraggio alcuno, corsero a baciargli i piedi, e a chiedergli perdono ed assoluzion delle colpe. Il papa li benedisse, ed ottenne d'esser condotto a Benevento: il che con tutto onore di lui eseguirono. Quivi si fermò egli per molto tempo, cioè per tutto quest'anno e parte del seguente, ma senza essergli permesso di tornarsene indietro. L'Ostiense scrive che entrò in Benevento nel dì 23 di giugno. Non fu lodata dai zelanti cattolici d'allora questa impresa di papa Leone, ed anzi fu creduto che Dio permettesse ciò per insegnare ai capi della Chiesa e agli altri sacri ministri di non intervenire ai sanguinosi spettacoli della guerra. Occulto Dei judicio, dice Ermanno Contratto, sive quia tantum sacerdotem spiritalis potius quam pro caducis rebus pugna decebat; sive quod nefarios homines quam multos ad se ob impunitatem scelerum vel quaestum avarum confluentes, contra itidem scelestos secum ducebat; sive divina justitia alias, quas ipsa novit, ob caussas nostros plectente.