Disapprovò sommamente tal fatto anche san Pier Damiano, con giugnere infino a negare ai papi il diritto di far guerra: perlochè si meritò la censura del cardinal Baronio. Ma son certo che neppur lo stesso Baronio seppe approvar l'andata in persona di questo buon pontefice alla guerra, massimamente contra di gente cristiana. Anche la spada temporale conviene ai sommi pontefici, come principi temporali; ma questa, per sentimento di papa Gregorio IX, pro ecclesia manu saecularis principis eximenda est [Gregor. IX, in Epist. ad Germ. Constant.]. E Brunone vescovo di Segna [Bruno Episc., in Vit. Leonis IX.] scrive ch'egli andò super Normannos praeliaturus, zelum quidem Dei habens, sed non fortasse scientiam. Utinam ispe per se illuc non ivisset, sed solummodo illuc exercitum pro justitia defendenda misisset! Riposossi di poi il papa in Benevento, come in città sua. Secondo la Cronichetta dei duchi di quella città, pubblicata dal Pellegrini [Apud Peregrin., Hist. Princip. Langobard.], Pandolfo V e Landolfo V principi di Benevento aveano tenuto quel principato, usquedum venit domnus papa Leo in Beneventum mense augusti, Indictione IV, anno Domni MLI, et exsiliati sunt. E ciò avvenne prima del cambio di Benevento con Bamberga. Pare che solamente dopo esso cambio un certo Rodolfo fosse creato dal papa principe di Benevento: il che quando sia certo, abbastanza si conosce che non la sola città, ma anche il principato era stato ceduto a papa Leone IX; il che tuttavia è difficile a credersi, perchè allora i papi non concedevano ai lor vassalli il titolo di principe, significante in questi tempi un signore indipendente, o un figlio di sovrano. Oltre alla battaglia suddetta, abbiamo dall'Anonimo barense [Anonymus Barensis, tom. 5 Rer. Ital.] che un'altra ne succedette ed anche prima, e forse nell'anno precedente. Ecco le sue parole all'anno 1052, nel quale vien anche riferito il fatto d'armi dell'esercito pontifizio. Argiro (duca l'Italia per l'imperador greco) ibit (in vece d'ivit) in Siponto per mare. Deinde Umfreda (conte e capo dei Normanni) et Petrone cum exercitu Normannorum super eum, et fecerunt bellum, et ceciderunt de Longobardis ibidem. Ipse Argiro semivivus exsiliit plagatus, et ibit incivitate Vesti. Poscia all'anno presente narra che lo stesso Argiro spedì il vescovo di Trani a Costantinopoli per ragguagliar quella corte de' sinistri avvenimenti delle cose d'Italia. Guglielmo pugliese aggiugne [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.] che per queste disavventure Argiro cadde dalla grazia del greco imperadore, sospettandolo forse d'intelligenza coi Normanni, oppure riguardandolo come uomo inetto al governo. Fu perciò mandato in esilio, dove, dopo lungo tempo cruciato dalla poca sanità e dalle amarezze dell'animo, diede fine alla sua vita. Abbiamo nondimeno da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 10.] che Argiro tuttavia nell'anno 1058 era Barensium magister, e che solamente in quell'anno egli andò a Costantinopoli, e in tal congiuntura è da credere che restassero liberi i Normanni da questo emulo, che tanto s'era maneggiato per la loro rovina. In quest'anno [Hermannus Contractus, in Chron.] l'imperadore Arrigo, tenuta una gran dieta in Tribuaria, fece eleggere re di Germania e suo successore il fanciullo Arrigo IV suo figliuolo. E perciocchè Corrado duca di Baviera s'era collegato con Andrea re d'Ungheria nemico del romano imperio, gli tolse quel ducato, e lo diede allo stesso novello re suo figliuolo. Ho io rapportato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.] la conferma de' privilegii fatta dall'Augusto al monistero delle monache del Senatore di Pavia. Il diploma si dice dato XI kalendas maii, anno dominicae Incarnationis MLIIII, Indictione VI, anno autem domni Heinrici tertii regis, imperatoris secundi, ordinationis ejus XXV, regni quidem XIII, imperii vero VII. Actum Turego. Probabilmente l'originale avrà anno dominicae Incarnationis MLIII, perchè veramente l'indizione e l'altre note indicano l'anno presente, se pure non fu quivi adoperato l'anno pisano. Ribellatisi in quest'anno gli Amalfitani al cieco Mansone loro duca [Ibidem, tom. 1, pag. 211.], l'obbligarono a fuggire, ed allora risorse il deposto Giovanni suo fratello, il quale seguitò poi a governar quel popolo per sedici anni.
MLIV
| Anno di | Cristo MLIV. Indizione VII. |
| Leone IX papa 6. | |
| Arrigo III re di Germania 16, imperadore 9. |
Passò il verno in Benevento il santo pontefice Leone IX, ma in mezzo all'afflizione, perchè egli, secondochè scrive Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], dappoichè fu liberato dall'assedio de' Normanni, cunctos dies, quibus supervixit tantae calamitati, in luctu et moerore egit. Ed Ermanno Contratto scrive [Hermannus Contractus, in Chron.] ch'egli ridotto in Benevento, quivi si fermò, nec fuit redire permissus. Non dice chi gl'impedisse il ritorno. Possiamo con tutta ragione sospettare che i Normanni; ma ciò non s'accorderebbe col Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 1 Hist.] là dove racconta che papa Leone loro non solamente restituì la sua grazia, ma concedette ancora in feudo tutti gli Stati posseduti, e quegli eziandio che potessero acquistare in Calabria e in Sicilia; giacchè la Sicilia tuttavia gemeva sotto il giogo de' Maomettani Saraceni. Spedì il buon papa nel gennaio di quest'anno a Costantinopoli per suoi legati Umberto cardinale, Pietro arcivescovo d'Amalfi, e Federigo diacono cardinale, cancelliere della santa romana Chiesa e fratello di Gotifredo duca di Lorena, a cagione delle liti insorte in questi tempi fra le Chiese latina e greca, le quali andarono a terminare in un deplorabile scisma. Se ne può informare il lettore dagli Annali ecclesiastici del cardinal Baronio, e da altri scrittori di sì fatte materie. Ma le afflizioni dell'animo ridondarono ancora sopra il corpo del buon pontefice [Wibertus, in Vita Papae Leonis IX, lib. 2, cap. 7.]. Infermatosi, ebbe nondimeno tanto vigore che celebrò messa pubblicamente nell'anniversario della sua ordinazione, cioè nel dì 12 di febbraio. Crescendo poscia il malore, di colà si partì nel dì 12 di marzo per tornarsene a Roma, e gli prestarono in tal congiuntura buona scorta ed ogni possibil servigio i Normanni. Se crediamo al Malaterra, lo stesso conte Unfredo il condusse con tutto onore fin dove piacque al papa. Leone ostiense lasciò scritto [Leo Ostiensis, in Chron., lib. 2, cap. 87.] che l'accompagnò fino a Capoa, dove esso pontefice si fermò per dodici giorni, e preso poi seco Richerio abbate di Monte Casino, continuò il suo viaggio fino a Roma. Nè passarono molti giorni che fu chiamato da Dio a godere delle sue rare virtù e gloriose fatiche il premio in cielo nel dì 19 d'aprile dell'anno presente. Dio attestò coi miracoli la santità di questo buon pontefice, il quale benchè poco vivesse e in tempi tanto corrotti, pure gran cose operò, e gareggiò in attività e zelo co' primi pontefici della Chiesa di Dio. Veggansi le Vite di lui scritte da Wiberto e da Brunone vescovo di Segna, e gli Atti de' Padri Bollandisti al dì 19 d'aprile.
Succedette in quest'anno, se pur non fu nel precedente, in Italia un matrimonio che disturbò forte la corte imperiale in Germania, Gotifredo, ossia Goffredo duca di Lorena, che, secondo Lamberto scafnaburgense [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], era già venuto in Italia con papa Leone, oppure, come ha Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], Italiam latenter adiens nell'anno presente, trattò e conchiuse le sue nozze con Beatrice, vedova del fu marchese e duca di Toscana Bonifazio, e, secondochè hanno alcuni conghietturato, concertò anche l'accasamento di Gotifredo il Gobbo suo figliuolo con Matilda figliuola di essa Beatrice, allora di età assai tenera. Lamberto e Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] scrivono effettuato il matrimonio di Beatrice nell'anno precedente. Ermanno Contratto ne parla solamente in questo, terminando con sì fatta notizia e colla morte propria la Cronica sua. Altrettanto ha Bertoldo da Costanza [Bertold. Constantinensis, in Chron.]. Per tal via lo scaltro Goffredo (son parole di Lamberto) Beatricem accipiens, marcham (di Toscana) et ceteras ejus possessiones conjugii praetextu sibi vindicavit. A questo avviso s'allarmò non poco l'Augusto Arrigo, primieramente perchè vedeva intaccato di troppo il suo diritto, mentre, secondo le leggi, o secondo le consuetudini, Beatrice per essere donna, ed anche solamente vedova, non potea pretendere di comandare nel ducato della Toscana, e, benchè avesse figliuoli, apparteneva all'imperadore il darne l'investitura al maschio. Secondariamente, perchè Gotifredo, stato finora nemico dell'imperadore, e personaggio di gran senno e maneggio, era creduto capace di sconvolgere tutta l'Italia, e di sottrarla al dominio degli Augusti tedeschi. Vedemmo grande la potenza del marchese Bonifazio anche in Lombardia, dove possedeva tante fortezze e beni: tutto venne in potere di Goffredo, e però non erano ingiusti i sospetti e timori d'Arrigo, il quale fin d'allora pensò a rimediarvi; e noi il vedremo venire nell'anno seguente apposta per questo in Italia. Dopo la vittoria riportata contra dell'esercito pontifizio non istettero punto i Normanni colle mani alla cintola. Per testimonianza di Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.], niuna città restò in Puglia che non si sottomettesse al loro dominio, o non si obbligasse di pagar loro tributo. Unfredo conte e capo d'essi fece allora aspra vendetta degli uccisori di Drogone suo fratello, e forzò all'ubbidienza le città di Troia, Bari, Trani, Venosa, Otranto, Acerenza, ed altre terre. Ma questo storico diede qui negli eccessi, con attribuire tutte queste prodezze e conquiste ad Unfredo. Certamente parte d'esse succedette dipoi. Mandò ancora, per testimonianza di lui, Roberto Guiscardo suo fratello a far delle conquiste in Calabria. Uomo di mirabil accortezza e bravura era Roberto, e perciò seppe ben profittarne. Fors'anche fece più di quel che si aspettava o voleva Unfredo; e quindi nacque lite fra loro, di maniera che un dì, trovandosi insieme a pranzo, Unfredo gli fece mettere le mani addosso, e, sguainata la spada, era in procinto d'ucciderlo, se non fosse stato trattenuto da Gocelino. Restò Roberto in prigione per qualche tempo, finchè, deposto lo sdegno, Unfredo non solamente gli restituì la libertà ed amicizia primiera, ma gli concedette ancora quanto esso Roberto avea acquistato ed era per acquistare in Calabria, con dargli anche un buon soccorso di cavalleria. Di più non vi volle perchè Roberto, parte colle astuzie, parte colla forza, slargasse in quelle contrade i confini del suo dominio. Abbiamo la conferma de' privilegii data dall'Augusto Arrigo a Benedetto vescovo di Adria [Antiquit. Italic., Dissert. LXXIII.] II idus februarii, anno dominicae Incarnationis MLIIII, Indictione VII. Actum Turegum. Le altre note han bisogno d'essere ritoccate.
MLV
| Anno di | Cristo MLV. Indizione VIII. |
| Vittore II papa 1. | |
| Arrigo III re di Germania 17, imperadore 10. |
Per quanto s'ha da Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 89.], fu spedito in Germania dal clero e popolo romano Ildebrando, allora suddiacono della santa Chiesa romana, acciocchè impetrasse dall'imperadore la libertà di eleggere a nome d'essi Romani un nuovo papa, il creduto da lui più degno, giacchè in Roma dicono che non si trovava persona atta a sì gran ministero. Scelse egli Gebeardo vescovo di Aichstet, prelato di gran prudenza e facoltoso, col consenso degli stessi Romani, e presentollo all'imperadore, il quale non sapeva indursi a concederlo, perchè l'amava assaissimo, e il riputava troppo necessario ne' suoi consigli. Ripugnava anche lo stesso Gebeardo, non so se per umiltà, oppure per paura di sua vita in mezzo agl'Italiani. Arrigo ne propose degli altri; ma Ildebrando stette fisso nell'elezione fatta, e condusse in Italia Gebeardo. Questi, giunto a Roma canonicamente eletto ossia confermato dai Romani, assunse il nome di Vittore II, e fu consecrato papa nel dì 13 d'aprile, cioè dopo essere stata vacante la santa Sede quasi un intero anno. Dacchè seguì il matrimonio fra Gotifredo Barbato, duca di Lorena, e Beatrice duchessa di Toscana, cominciarono a fioccar le lettere alla corte imperiale sì da Roma che da altre parti d'Italia [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], rappresentanti l'esorbitante accrescimento di potenza in Italia d'esso Gotifredo; e che, se non si rimediava per tempo, correa pericolo questo regno di staccarsi da quello della Germania. Non trascurò questi avvisi l'Augusto Arrigo, e sul principio dell'anno presente colla sua armata calò in Italia per dar sesto a questi affari. Egli era in Verona nel dì 7 d'aprile, come consta da un suo diploma pubblicato dal Margarino [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. XCVI.]. E nel dì 16 d'esso mese celebrò la Pasqua in Mantova. Non giudicò bene Gotifredo, siccome principe assai accorto, di presentarsi all'imperadore, ma gli mandò incontro ambasciatori al di lui arrivo in Italia con grandi proteste di fedeltà. Poscia fece tener loro dietro la moglie Beatrice, figurandosi che il di lei sesso e la parentela stretta coll'imperadore l'esenterebbono da ogni insulto e gastigo. In fatti andò essa, ma non senza interni timori; ebbe difficilmente udienza, ed avutala, disse quante ragioni seppe per giustificar sè e il marito. Ma con tutto questo, perchè il matrimonio era seguito senza participazione e consentimento dell'imperadore con principe creduto pubblico nemico dell'imperio, fu essa ritenuta sotto guardia e come ostaggio, senza far caso del salvocondotto ch'ella avea prima procurato ed ottenuto, per quanto ha il Continuatore d'Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti.]. Fece studio l'imperadore per aver nelle mani anche il piccolo Federigo figliuolo del fu marchese Bonifazio e di Beatrice (chiamato Bonifazio dal suddetto storico) che potea con qualche ragione pretendere alla successione nel ducato della Toscana, affin di levare ogni pretesto al duca Goffredo di amministrare il governo di quegli Stati. Ma mentre chi avea cura di questo piccolo principe va cercando di non esporlo al duro trattamento che provava la duchessa sua madre, egli se ne morì, e liberò Arrigo da questo pensiero. Essendo già premorta Beatrice sua sorella, restò erede di quell'ampio patrimonio l'unica prole rimasta in vita de' figliuoli del marchese Bonifazio e di Beatrice, cioè la celebre contessa Matilda, che allora si trovava in età di otto anni, e verisimilmente si assicurò da ogni violenza con ritirarsi nella sua inespugnabil rocca di Canossa sul Reggiano. Il Fiorentini scrive [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.] ch'essa era allora colla madre: il che difficilmente m'induco io a credere. Nel dì 5 di maggio si trovava l'Augusto Arrigo ne' celebri prati di Roncaglia sul Piacentino, dove, secondo il consueto, si raunava, all'arrivo dei re e degl'imperadori, la dieta dei principi d'Italia, siccome costa da un suo placito ivi tenuto, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIX, pag. 645.], che merita attenzione, perchè gli avvocati di Guido vescovo di Luni, avendo una lite pel castello di Aghinolfo con un Gandolfo, volevano deciderla col duello alla presenza dello stesso Augusto e di varii vescovi, se non che amichevolmente si acconciò l'affare. Di questa dieta fa menzione anche Arnolfo storico milanese nel lib. III, cap. 6, con dire che in essa marchionem Adelbertum, de quo nimia fuerat proclamatio, cum aliis flagitiosis, ferreis jubet vinciri nexibus. Non ho potuto chiarire se questo principe fosse della schiatta dei marchesi poscia appellati estensi.