Perchè gl'interessi della Toscana stavano forte a cuore all'Augusto Arrigo, ed anche perchè il novello papa Vittore avea intimato un concilio da tenersi in Firenze, colà s'inviò egli, e trovossi col pontefice in quella città per la festa della Pentecoste [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.]. Fu celebrato in Firenze il suddetto concilio, e quivi di nuovo condannata l'eresia di Berengario e la simonia, e vietata l'alienazione dei beni ecclesiastici. Non ci restano gli atti di quella sacra adunanza. Inviò anche lo zelante papa in Francia, o in questo anno, ovvero nel seguente, il celebre Ildebrando, suddiacono allora, siccome dissi, della santa romana Chiesa, per estirpare la simonia, male in questi tempi gravemente radicato per tutta la Cristianità. Vi operò egli delle mirabili cose, che si leggono nella storia ecclesiastica. In quest'anno ancora, per asserzione di Lamberto da Scafnaburgo [Lambert. Schafnaburgensis, in Chronico. Annalista Saxo et alii.] e d'altri, accadde che dalla mano sacrilega di un suddiacono fu posto del veleno nel calice quando il suddetto pontefice era dietro a celebrar messa. Miracolosamente volle Dio che il buon papa dopo la consecrazione non potesse alzare il calice. Allora egli col popolo in orazione pregò Dio di rivelar la cagione di questa novità: ed eccoti essere preso dal demonio l'empio autore dell'iniquità, che confessò il suo delitto. Fece Vittore chiudere quel calice in un altare col vino attossicato; e rinnovò col popolo le preghiere a Dio, finchè il suddiacono si vide liberato dal demonio. Havvi chi crede essere provenuto un tale attentato da quel tristo di Teofilatto, che dianzi abbiam veduto sotto il nome di Benedetto IX sulla cattedra di san Pietro, il quale già deposto era tuttavia vivente, per quanto consta dalle parole dette dal santo papa Leone IX prima di morire nell'anno precedente [Acta Sanctorum Bolland., in Vita S. Leonis IX.]. Ma se sussiste ciò che si è detto di sopra all'anno 1044 d'esso Benedetto IX, sopra di lui non dovrebbe cadere un tal sospetto. Che l'Augusto Arrigo fosse in Firenze nel dì 6 di giugno dell'anno presente, possiamo anche provarlo colla conferma de' privilegii de' canonici di Parma, da me pubblicata [Antiquit. Italic., Dissert. XXIII.], e data VIII idus junii, anno dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno autem domni Heirici tercii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXVII, regni quidem XVI, imperii vero VIIII. Actum vero Florentiae. Accadde in quest'anno il ritorno in Italia di Federigo cardinale, cancelliere della Sede apostolica, già spedito a Costantinopoli dal santo papa Leone IX, dove con vigore apostolico sostenne la dottrina della Chiesa romana contra di Michele Cerulario, principale autore di un deplorabile scisma [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 89.]. Fama corse ch'egli portasse da quella corte un gran tesoro, ed avvertitone l'imperadore Arrigo, per sospetto che Federigo, siccome fratello di Gotifredo duca di Lorena, cioè di una persona odiata non poco da esso augusto, avesse tramata col greco imperadore qualche lega in pregiudizio dell'imperio germanico, scrisse al papa di prenderlo e cacciarlo in prigione. Ne fu segretamente avvertito Federigo, e, per sottrarsi alla persecuzione d'Arrigo, corse al monistero di Monte Casino, e quivi si fece monaco. Leone ostiense, autore di questo racconto, avea detto nel capitolo precedente che Federigo in passando pel territorio teatino o sia di Chieti, Trasmondo conte di quella città l'avea spogliato di quanto egli portava seco, lasciandolo poi in libertà, con grave scandalo ed ingiuria della sede apostolica. Aggiugne il suddetto Ostiense [Idem, ibid., lib. 2, cap. 92 et 94.], che essendo mancato di Vita Richerio abbate di Monte Casino, in suo luogo fu eletto dai monaci un di loro appellato Pietro. Se l'ebbe a male papa Vittore II, il quale per altro amava poco i monaci, e ne fece gran querela, perchè senza sua saputa avessero eletto un abbate. Mandò apposta colà Umberto vescovo e cardinale con ordine di adoperar le scomuniche; ita ad subjugandam sibi violenter abbatiam animum papa intenderat: quum numquam aliquis ante illum romanorum pontificum hoc attemptaverit; sed libera ab initio permanente, abbatis quidem electio monachis, papae vero sacratio tantummodo pertinuerit. Furono perciò in armi i sudditi della badia; ma non finì la faccenda, che Pietro eletto abbate rinunziò a quella dignità nell'anno 1057, siccome vedremo.
Se si ha a credere a Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], l'Augusto Arrigo aveva, almeno in apparenza, mostrato di accettar le scuse e proteste d'esso Goffredo, per timore specialmente ch'egli, unendosi coi Normanni, non isconvolgesse tutta l'Italia. Tuttavia essendosi ritirato Goffredo in Lorena, mal soddisfatto al vedere ritenuta dall'imperadore Beatrice sua moglie, concepì Arrigo dei sospetti ch'egli potesse tentar delle nuove ribellioni, ed in quest'anno appunto, secondo Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], Baldovino conte di Fiandra cum Godefrido avunculum suum Fridericum ducem intra Androverpum obsidet. Perciò Arrigo determinò di ritornare in Germania, dappoichè l'Italia restava in una buona calma. Era egli sul Ferrarese verso il fine d'agosto, siccome consta dal diploma da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. LXVIII.], in cui conferma al popolo di Ferrara i lor privilegii. Le note cronologiche son queste: VIII kalendas septembris, anno dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno autem domni Henrici tertii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXVII, regni quidem XVII, imperii vero VIIII. Actum ad Pontem: forse il Ponte oggidì appellato di Lagoscuro sul Po. Nel dì 15 d'ottobre si truova lo stesso Augusto in Mantova, dove spedisce un diploma in favore de' canonici di Cremona colle suddette note [Ibidem. Dissertat. IX et XIII.]. Parimente in Verona nel dì 11 di novembre ratificò i privilegii del monistero di san Zenone, posto allora fuori di quella città, con diploma da me pubblicato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 2.]. Leggonsi ancora tre placiti tenuti in questo anno da Guntero cancelliere e messo dell'imperadore, uno nel contado di Firenze presso il fiume Arno, in loco, qui nominatur Omiclo, nel dì 14 di giugno; il secondo in civitate Mantua in lobia soleriata, quae fuit marchionis Bonifacii, XV kalendas novembris; il terzo nella villa di Volarno del contado di Verona nel dì 15 di novembre. Per la Baviera passò l'Augusto Arrigo a Turgau negli Svizzeri, dove celebrò la festa del santo Natale [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.], ibique Othonis marchionis filiam (appellata Berta) aequivoco suo filio desponsavit, cioè ad Arrigo IV, allora fanciullo di pochi anni. Altri non è questo Ottone marchese che il marchese di Susa, cioè il marito di Adelaide celebre marchesana di quelle contrade. Oltre ad altri scrittori, Lamberto scafnaburgense [Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.] all'anno 1066 fa menzione delle nozze d'esso Arrigo IV et Berthae reginae filiae Ottonis marchionis Italorum. L'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.] la chiama filiam Ottonis marchionis de Italia, et Adeleidis, quae soror erat comitis, qui agnominatus est de monte Bardonis in Italia. Quest'ultimo è una favola. Appartiene ancora al presente anno un avvenimento di grande importanza per la nobilissima casa d'Este. Nel suddetto diploma dato ai monaci di san Zenone vien mentovato Welpho gloriosus dux, cioè duca della Carintia, e marchese della marca di Verona. L'autore della Cronica di Weingart [Chronic. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunsvicens.] e l'abbate urspergense [Conradus Abbas Urspergensis, in Chron.] raccontano che questo principe essendo ito ad aspettare ne' prati di Roncaglia l'imperadore, che vi si dovea trovare in un giorno determinato, dopo averlo aspettato indarno tre dì, impazientatosi, fece alzar le bandiere colle sue genti, e se ne tornò a casa. E tuttochè per via trovasse l'imperadore che veniva, nè per preghiere, nè per minacce vi fu maniera di farlo tornare indietro. Mise anche l'imperadore Arrigo una esorbitante contribuzion di danaro a' Veronesi, e la riscosse. Sopravvenne il duca Guelfo, e, saputo un sì pesante aggravio imposto a' suoi sudditi, fece tal fuoco presso del medesimo Augusto, che l'obbligò a rifondere quel danaro. Il Continuatore di Ermanno Contratto scrive che Gebeardo vescovo di Ratisbona, et Welphus dux licentiam repatriandi ab Italia impetraverunt, militesque eorum, illis (ut ajunt) ignorantibus, contra imperatorem conjuraverunt. Ma in questo medesimo anno lo stesso duca Guelfo III, giovane di spiriti eccelsi, suis, et omni populo flebili morte praeventus, apud altorfense coenobium sepultus est. In lui ebbe fine la famosa ed antichissima famiglia de' principi guelfi, se non che fors'anche era in vita Cunegonda sua sorella, moglie di Alberto Azzo II marchese, progenitore de' principi estensi. Da questo matrimonio era nato un figliuolo appellato Guelfo IV. E contuttochè i monaci di Weingart, ossia delle vigne, in Altorf, prevalendosi del momento felice della mortal malattia d'esso Guelfo IV, l'avessero indotto a lasciar tutti i suoi Stati e beni della Suevia, che erano di grande estensione, al lor monistero; pure Ermengarda madre di lui, tuttavia vivente, chiamò in Germania il nipote Guelfo IV figliuolo della figliuola e del marchese Azzo e, fatto probabilmente conoscere informe e nullo il testamento del figliuolo, fece passare in esso suo nipote tutta l'ampia eredità della casa de' Guelfi. Ecco le parole dell'Urspergense: Mater ejusdem (di Guelfo III duca) hanc distributionem fieri non permisit; sed potius de Italia revocavit filium praefati Azzonis nepotem suum Welphonem quartum, eumque heredem omnium possessionum ejusdem generis instituit. Altrettanto ha la Cronica di Weingart presso il Leibnizio. È punto importante alla storia dell'Italia e della Germania, perchè il sangue de' principi estensi per mezzo di questo principe si propagò e divenne, siccome diremo, gloriosissimo in Germania, discendendo per diritta linea da esso Guelfo IV la reale ed elettoral casa di Brunsvic, siccome da un altro figlio di esso marchese Azzo la linea de' marchesi d'Este. Quando mancasse di vita la suddetta Cunegonda, moglie del marchese Alberto Azzo, non l'ho potuto scoprire. Ben so che fu seppellita nella badia della Vangadizza presso all'Adigetto, posseduta per più secoli dai monaci camaldolesi; e il suo epitaffio, a me comunicato dal celebre letterato don Guido Grandi camaldolese, fu già da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. LI.]. Abbiamo dalla Cronica antica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], che quella città nel dì di san Lorenzo di quest'anno restò da un terribil incendio in gran parte consumata. Fu anche guerra fra i Pisani e Lucchesi; Pisani vero vicerunt illos, se crediamo agli antichi Annali di Pisa [Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]; e la battaglia succedette in un luogo detto Vaccoli presso di Lucca. Scrive ancora il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che riuscì a Domenico Contareno doge di Venezia di riportare (probabilmente in quest'anno) dall'imperadore Arrigo la conferma de' patti antichi col regno d'Italia.
MLVI
| Anno di | Cristo MLVI. Indizione IX. |
| Vittore II papa 2. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 1. |
Desiderò l'imperadore Arrigo che papa Vittore andasse a ritrovarlo in Germania, e questi vi andò, ricevuto con sommo onore in Goslaria [Continuator Hermanni Contracti, in Chron. Sigebertus, in Chronico. Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Marianus Scotus, in Chron.], dove insieme celebrarono la festa della Natività di santa Maria con pompa mirabile, perchè vi intervennero quasi tutti i principi tedeschi, sì ecclesiastici che secolari, e il patriarca d'Aquileia. Ma quest'anno riuscì ben funesto per varii disastri, cioè per la morte di molti di que' principi, per la carestia che afflisse non poco i popoli, per gli affari della guerra che andavano alla peggio, e per una dissensione col re di Francia. Ne concepì l'Augusto Arrigo non poca malinconia, dopo di che fu assalito da una febbre perniciosa, che in sette giorni il fece passare all'altra vita nel dì 5 di ottobre, assistito specialmente dalla presenza del romano pontefice. Era egli in età di trentanove anni, nè mancò prima di morire di perdonare ad ognuno, di restituire il maltolto, e di chiedere perdono a tutti. Dodechino scrive [Dodechinus, in Chron., ann. 1106.] che egli in jecore cervi mortem comederat. Forse allora corse il sospetto di veleno, facile a nascere nelle morti immature dei regnanti. Raccomandò egli a tutti i principi, ma principalmente al sommo pontefice Vittore, il piccolo suo figliuolo Arrigo IV di età d'anni sei, mettendolo sotto la protezione della Chiesa romana. In fatti contribuì non poco il papa, affinchè il re fanciullo fosse di nuovo eletto e confermato re di Germania. La cura e tutela di lui restò, col consiglio e consentimento de' primati, appoggiata all'imperadrice Agnese, principessa di molto senno e di non minore pietà, che si diede ad allevarlo con saggia e profittevol educazione. Ma convien pure dirlo per tempo: la morte troppo frettolosa di Arrigo III e la minorità del re suo figliuolo furono il principio d'immensi malanni sì in Italia che in Germania, e di un orribile sconvolgimento di cose, con essersi specialmente sciolto il freno alle ingiustizie, alle ribellioni, alle guerre civili. E qui comincia il periodo di avvenimenti, che fecero a poco a poco mutar faccia anche all'Italia, siccome andremo vedendo. Per allora la savia condotta dell'Augusta Agnese impedì che non seguisse tumulto o novità alcuna; ma non andò molto che, tolte a lei le redini del governo, si scatenarono i vizii, nè ci fu ritegno all'inondazion de' mali e allo sconcerto dei regni. Che Arrigo IV, per elezione o precedentemente procurata dal padre, o dopo la di lui morte ottenuta, cominciasse tosto, benchè non coronato, a dominare in Italia, si raccoglie da varii atti di giurisdizione da lui esercitati in queste contrade. Nell'anno presente [Antiquit. Ital., Dissert. XV.], imperante domnus Enricus filius quondam domni Chonradi imperatoris anno decimo, die quartodecimo mense genuarius, Indictione nona, Willa inclita contessa, relicta quondam domni Ugo gloriosissimo, qui fuit dux et marchio, manomette Clariza figliuola di Uberto da Castel Poderoso. Per quanto io credo, quest'Ugo duca e marchese già defunto era stato duca di Spoleti e marchese della marca di Camerino, siccome accennai all'anno 1028. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I in Episc. Asculan.] all'anno presente un diploma dato dal sopraddetto Arrigo imperadore in favor di Bernardo vescovo d'Ascoli, le cui note cronologiche affatto guaste son tali: Datum VI kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MLVI, Indictione IX, anno domni Henrici tertii, ordinationis ejus XXVIII, regni vero XVIII, imperii II (oppure XI). Actum Florentiae. Ma quel diploma sarà dato nell'anno precedente sul fine di maggio, allorchè Arrigo fu in Firenze, e a tenore di ciò si debbono acconciar quelle note.
MLVII
| Anno di | Cristo MLVII. Indizione X. |
| Stefano IX papa 1. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 2. |
Per tutto il verno si fermò il papa Vittore in Germania [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], ed insieme col fanciullo re Arrigo IV solennizzò la festa del santo Natale in Ratisbona. Opera sua fu, per testimonianza di Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], che nel presente anno Baldovino conte di Fiandra e Goffredo duca di Lorena comparissero ad una gran dieta tenuta in Colonia, e quivi fossero rimessi in grazia del re e dell'imperadrice lor madre. In tale occasione Goffredo [Albericus Monachus, in Chronico.] liberamente riebbe la duchessa Beatrice sua moglie, e con esso lei se ne tornò al governo della Toscana e degli altri Stati d'Italia. Anche il pontefice Vittore II, dopo avere colla sua prudenza messo qualche buon sesto alla quiete della Germania, sen venne in Italia. Da una lettera a lui scritta da san Pier Damiano [Petrus Damian., lib. 1, Epist. 5.] si raccoglie che esso papa portò seco un'ampia autorità e plenipotenza per regolar gli affari del regno italico, e mantenerlo alla divozione del piccolo re Arrigo. Introduce esso Pier Damiano Cristo Signor nostro a parlargli così: Ego te quasi patrem imperatoris esse constitui, ec. Ego claves totius universalis Ecclesiae meae tuis manibus tradidi, ec. Et si pauca sunt ista, etiam monarchias addidi. Immo sublato rege de medio, totius imperii vacantis tibi jura permisi. Prima ancora, cioè nell'anno precedente, e vivente l'Augusto Arrigo, era ad esso papa raccomandato e commesso il governo d'Italia. In pruova di ciò resta un atto pubblicato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 Append. Episcop. Ascol.], cioè un placito tenuto da esso papa Vittore II in comitatu aprutiensi ante castrum de la Vitice, ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi anni sunt millesimi quinquagesimi sexti, et dies istius (parola scorretta) et mensis julius per Indictione nona. Quivi egli è chiamato Victorius sedis apostolicae praesul urbis Romae Dei gratia Italiae egregius universali PP. regimine successus, marcam firmanam et ducatum spoletinum. Non furono copiate colla dovuta attenzione queste parole, ma assai trasparisce ch'esso papa avea il governo o di tutta l'Italia, o almeno della marca di Fermo e del ducato di Spoleti. Ed acciocchè si conosca chi fosse tuttavia il sovrano di quegli stati, si osservi che il papa fecit mittere bandum de parte regis Henrici, et de sua parte, ec., ut si qui rebellis aut contemptor extiterit, ec., sciat se compositurum ad partem camerae regis libras quinquaginta, et ad partem camerae suae alias quinquaginta libras, etc. Già si accennò che nell'anno 1055 Federigo fratello del duca Goffredo avea vestito l'abito monastico in Monte Casino. Era venuto papa Vittore a Firenze, colà invitato dal duca; e, per attestato di Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 94.], Federigo, che più non avea paura del defunto imperadore, si portò anche egli a Firenze, per far le sue doglianze contro di Trasmondo conte di Chieti, da cui era stato empiamente svaligiato nel suo ritorno da Costantinopoli. Trasmondo fu scomunicato dal papa, e, per ottener l'assoluzione, restituì non solo tutto il rapito, ma ancora il castello di Frisa, già lasciato al monistero casinese dalla di lui moglie. Quindi fu mossa lite contra di Pietro eletto abbate d'esso monistero, e spedito colà Umberto cardinale per esaminar l'elezione di lui. Avendo egli rinunziato, i voti dei monaci, probabilmente per insinuazione dello stesso cardinale, si unirono ad eleggere il suddetto Federigo, personaggio per altro degnissimo di quel ministero, perchè dotato di religiosa perfezione e di singolari virtù. Nè mancò il duca Goffredo di procacciargli anche dei più splendidi onori. In effetto il papa nelle quattro tempora di giugno creò esso Federigo cardinale del titolo di san Grisogono, confermando nello stesso tempo a lui il grado di abbate, e alla badia casinese tutti i suoi privilegii con bolla pubblicata dal padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin., tom. 4 in Append.].