Fra poco si partì alla volta di Roma il novello porporato per quivi prendere il possesso della sua chiesa titolare, quando eccoti, pochi giorni dopo il suo arrivo, colà giugnervi anche Bonifazio, cardinale e vescovo d'Albano, colla nuova che papa Vittore era mancato di vita in Firenze nel dì 28 di giugno. Cominciarono dunque i Romani a trattar dell'elezione del successore, e nel dì 2 d'agosto con voti unanimi del clero e popolo restò eletto il medesimo cardinal Federigo, che assunse il nome di Stefano IX, perchè correva in quel dì la festa di santo Stefano papa e martire. Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] notò come cosa considerabile l'unione ed allegria de' Romani in tal congiuntura, con dire: Nec quisquam sane multis retro annis laetioribus suffragiis, majore omnium exspectatione, ad regimen processerat romanae Ecclesiae. Applicossi tosto questo zelantissimo papa alla riforma della disciplina ecclesiastica con tenere più di un concilio, dove condannò i maritaggi de' preti latini, le nozze illecite, le simonie ed altri pubblici e comuni disordini di que' corrotti secoli. Per la festa di santo Andrea si portò a Monte Casino, dove con tutto vigore cercò di svellere l'abuso de' monaci proprietarii. Tornato a Roma, quum romana febre jamdudum langueret, s'aggravò talmente il suo male circa la festa del santo Natale, che credette d'essere giunto al fine de' suoi giorni. Allora fu che, col consiglio dei priori, elesse abbate di Monte Casino Desiderio, uomo incomparabile, ed uno dei più splendidi ornamenti di quel sacro luogo, con dichiararlo anche suo nunzio alla corte dell'imperadore d'Oriente, inviandolo colà insieme con Stefano cardinale e Mainardo, poscia vescovo di Selva Candida. Abbiamo da Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che in quest'anno terminò i suoi giorni Goffredo conte de' Normanni, lasciando per suo successore Bagelardo ossia Abailardo suo figliuolo, valoroso milite. Ma Roberto Guiscardo fratello di Goffredo, la cui ambizione non conobbe mai limiti, s'impadronì di tutti i di lui Stati, e ne cacciò il nipote. Questo Goffredo, il cui nome è alterato nel testo di Romoaldo, altro non è che Unfredo conte e capo dei Normanni in Puglia, del quale abbiam favellato più volte in addietro. La sua morte è riferita all'anno precedente da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.]. Guglielmo Pugliese aggiugne [Guilielmus Apulus, lib. 2 Poem.] che Roberto Guiscardo, dopo i funerali del fratello,
Ad Calabros rediit, Cariati protinus urbem
Obsidet, hac capta reliquas ut terreret urbes.
Quest'assedio appartiene all'anno seguente. Nel presente [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] cominciarono i baroni della Sassonia, siccome mal soddisfatti del defunto imperadore Arrigo, a macchinare delle novità contra del di lui figliuolo Arrigo. Accolsero con grande ansietà Ottone fratello di Guglielmo marchese, e trattarono infino di alzar lui al trono, e di levar di vita il re fanciullo. Diedesi principio alla sollevazione; ma, rimasto estinto in un incontro il suddetto Ottone, per allora si quetò il tumulto, e continuò nell'animo de' Sassoni la medesima avversione ad Arrigo IV. In quest'anno ancora il nuovo papa Stefano ben conoscente della rara virtù e letteratura di Pier Damiano, dall'eremo il chiamò a Roma, e l'alzò al grado di cardinale e di vescovo d'Ostia [Johann. Laudensis, in Vit. S. Petri Damian., cap. 6.]. Ripugnò forte ad accettar queste dignità il santo monaco, con resistere finchè potè alle preghiere d'esso papa e di molti vescovi; ma l'intimazione della scomunica, se non ubbidiva, quella fu che in fine l'espugnò. Provvide ancora esso pontefice la Chiesa vacante di Lucca di un vescovo, che poi divenne celebre, cioè di Anselmo da Badagio milanese, il qual poscia nella sedia di san Pietro fu chiamato Alessandro II. Circa quest'anno parimente ebbe cominciamento lo scisma del clero di Milano, di cui parleremo negli anni seguenti. Una bolla del suddetto pontefice, data non già nell'anno 1058, ma bensì nel presente 1057, fu da me pubblicata [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.], in cui determina che gli ecclesiastici non sieno tirati al foro secolare, nè sieno loro imposte gravezze dai laici. Le note son queste: Datum Romae per manum Humberti sanctae ecclesiae Silvae Candidae episcopi et bibliothecarii sanctae romanae et apostolicae Sedis, anno pontificatus domni Stephani noni papae primo, XV kalendas novembris, Indictione undecima, cominciata nel settembre. A quest'atto intervennero Anselmo vescovo di Lucca, Benedetto vescovo di Veletri, Bonifazio vescovo d'Albano, Umberto vescovo di Selva Candida, Pietro vescovo lavicano, ed Ildebrando cardinale suddiacono della santa romana Chiesa.
MLVIII
| Anno di | Cristo MLVIII. Indizione XI. |
| Benedetto IX papa 1. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 3. |
Se avesse Dio conceduta più lunga vita al pontefice Stefano IX, potevano aspettarsi da lui di grandi imprese non meno di pietà che di politica. Racconta Leone marsicano [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 99.] ch'egli mandò ordine a Monte Casino di portare con gran fretta e di nascosto a Roma tutto il tesoro di quel sacro luogo in oro ed argento, promettendo in breve di rifare il danno e con usura. Il motivo di tale novità era ignoto; ma fu creduto ch'egli fosse dietro a mettere nel capo del duca Goffredo suo fratello le corone del regno d'Italia e del romano imperio. Disponebat autem fratri suo duci Gotifredo apud Tusciam in colloquio jungi, eique, ut ferebatur, imperialem coronam largiri; demum vero ad Normannos Italia expellendos, qui maximo illi odio erant, una cum eo reverti. Ma l'uomo propone e Dio dispone. Non ebbe egli tempo da effettuar questo disegno, il quale, se pure è vero, avrebbe portato una gran taccia al nome suo presso la nazione germanica, ma sarebbe forse stato la salute dell'Italia, con risparmiarle tanti sconcerti che poscia avvennero per cagione di un re fanciullo allora e poi carico di vizii. Fu portato al papa il tesoro casinense, ma ben mal volentieri, dai monaci. Una visione raccontata al papa, e gli scrupoli insorti nella di lui delicata coscienza, furono cagione ch'egli ordinasse che tutto quell'oro ed argento fosse ricondotto al suo monistero. Maggiormente intanto si aggravava la di lui malattia; e però, unito il clero e popolo romano, l'obbligò a promettere che, in caso di sua morte, non passerebbono all'elezione del nuovo papa finchè non fosse tornato di Germania Ildebrando cardinale suddiacono della Chiesa romana, e abbate di san Paolo, chiamato da Lamberto [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] vir et eloquentia et sacrarum literarum eruditione valde admirandus. Era questi stato inviato per comun parere da Roma all'imperadrice Agnese per gli affari e bisogni occorrenti di questi pericolosi tempi. Andossene poi il pontefice Stefano a Firenze in Toscana a trovare il fratello, e vi trovò anche la morte, che il portò a miglior vita nel dì 29 di marzo, assistito nella malattia dal santo abbate di Clugnì Ugo. Dio onorò la sua sepoltura con varii miracoli. A questa nuova il popolo romano, che non s'era mai saputo accomodare ad aver pontefici tedeschi, e specialmente eletti dall'imperadore, tuttochè i cinque ultimi venuti di colà fossero stati personaggi santi, o almeno assai benemeriti della Chiesa romana, fece tosto un gran broglio per creare un papa romano. Gregorio figliuolo d'Alberico, conte tuscolano ossia di Frascati, unito con altri potenti di Roma [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 101.], e guadagnata con danari buona parte del clero e popolo, corse in tempo di notte con assai gente armata alla chiesa, e quivi tumultuariamente fece eleggere papa Giovanni vescovo di Veletri, soprannominato poi Mincio (parola forse tratta dal franzese mince, che significava leggiere e balordo, e potè dar l'origine alla parola oggidì usata di mincione, minchione), il quale assunse il nome di Benedetto X. Era uomo privo affatto di lettere, per attestato di san Pier Damiano. A questa sregolata elezione, contraria ai sacri canoni, e fatta anche senza il consentimento della corte germanica, cioè contra del giuramento intorno a ciò prestato al defunto imperadore Arrigo III, e contra del forte divieto fatto dall'ultimo defunto papa Stefano IX: a questa elezione, dissi, con tutto vigore si oppose il suddetto san Pier Damiano vescovo d'Ostia cogli altri cardinali. Protestarono, intimarono scomuniche; ma indarno tutto. Furono essi astretti a fuggirsene e a nascondersi per timor della vita; e il popolo, giacchè non si potea avere il vescovo ostiense, a cui apparteneva la consecrazione del nuovo pontefice, per forza obbligò l'arciprete d'Ostia, uomo ignorante, a consecrare questo illegittimo e simoniaco papa: cosa anche essa affatto ripugnante alla disciplina della Chiesa.
Giunto in Germania l'avviso della morte del papa, e nello stesso tempo quel della novità commessa in Roma, non tardò l'imperadrice Agnese a rimandare in Italia il cardinale Ildebrando con ordine di andar di concerto col duca Gotifredo per provvedere a questi disordini. Intanto arrivò a quella corte, per attestato di Lamberto, un'ambasceria di que' Romani che non aveano acconsentito all'intrusione di Mincio, rappresentandosi pronti ad osservare verso il re figliuolo quella fedeltà che aveano mantenuta verso l'Augusto suo padre, e pregando caldamente il re di mandar loro quel papa che gli piacesse, perchè ognuno abborriva l'intruso. Si trattò dunque di eleggere un pontefice legittimo, e s'accordarono insieme nella città di Siena, dove fu celebrato un concilio, i primati tanto romani che tedeschi [Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.], per alzare al trono pontifizio Gherardo vescovo di Firenze, di nascita borgognone, personaggio per senno e per ottimi costumi degno di sì sublime dignità. Si attese nel rimanente dell'anno a preparar la forza, e a far negoziati per atterrar l'usurpatore della cattedra di san Pietro: il che, ebbe compimento nell'anno seguente, siccome diremo. Nel presente, per testimonianza del Malaterra [Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1, cap. 30.], fu nella Calabria una terribil carestia e mortalità. Era già venuto in Italia Ruggieri, minor fratello di Roberto Guiscardo, giovane che per valore, per eloquenza, per accortezza non avea pari. Si diede anch'egli, col consenso del fratello, a far delle conquiste nella Calabria, la metà della qual provincia gli fu o promessa o conceduta da esso Roberto. In quest'anno ancora il medesimo Roberto, vedendosi salito in tanta potenza, sdegnò d'aver più per moglie Alberada, che gli avea partorito un figliuolo appellato Marco, e con altro nome Boamondo, principe che divenne col tempo assai celebre e glorioso. Trovate perciò ragioni o pretesti di parentela, la ripudiò; ed ansioso di nozze più illustri, prese per moglie Sigelgaita figliuola del defunto Guaimario IV principe di Salerno. Ma Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.] riferisce all'anno seguente queste nozze, alle quali a tutta prima Gisolfo II, allora principe regnante di Salerno, e fratello di Sigelgaita, si mostrò renitente; ma poi condiscese, per non tirarsi addosso la nimicizia di quella fiera nazione, e perchè guadagnò nel contratto alcune castella. In quest'anno V idus junii, Indictione XI, dimorando in Firenze il duca Gotifredo, accordò ai canonici di Arezzo la sua protezione [Antiquit. Italic., Dissert. XVII.]. Diedero unitamente tal privilegio Gottifredus divina favente clementia dux et marchio, et Beatrix ejus conjux. Parimente il medesimo duca XVI kalendas januarii, Indictione XII, cioè ai dì 17 di dicembre dell'anno presente, mentre risedeva in giudizio intus casa, quae est sala de palatio de civitate lucense, confermò ad Anselmo vescovo di Lucca, che fu poi papa Alessandro II, la chiesa di santo Alessandro, et misit bannum domni imperatoris (benchè non per anche Arrigo IV godesse questo titolo) super eodem Anselmo episcopus, per maggior sicurezza di lui.