Abbiamo dal Continuatore d'Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.] che in quest'anno, orto inter Mediolanenses et Ticinenses bello, multi ex utraque parte ceciderunt. Di questa guerra fece menzione Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 5 et 6.] de' correnti tempi, con dire che i Pavesi non vollero ricevere un vescovo dato loro dal fanciullo re Arrigo, tuttochè fosse stato anche consecrato dal papa. Altrettanto fecero poco appresso parimente gli Astigiani, con rifiutare un vescovo da loro non eletto. Per interessi ancora civili la discordia avea avvelenato il cuor de' Pavesi e Milanesi. Gran tempo era che fra quelle due città popolatissime e le maggiori del regno di Italia, bolliva una segreta gara ed invidia, ancorchè ognun sapesse che Milano andava innanzi a Pavia. Niuna d'esse volea cedere all'altra: e quindi per essere confinanti, nascevano bene spesso ammazzamenti d'uomini, saccheggi ed incendii. Si venne ad una palese rottura. I Pavesi, conoscendosi inferiori di forze, assoldarono delle truppe forestiere, e diedero il guasto a' confini del Milanese. Uscirono in campo anche i Milanesi, avendo tirati in loro lega i Lodigiani; ed ancorchè parte della loro armata sotto l'arcivescovo Guido guerreggiasse in altre parti, pure vennero ad un fatto d'arme, che riuscì sanguinosissimo per l'una e per l'altra parte, specialmente per la morte d'assaissima nobiltà. Restò il campo in potere de' Milanesi. Il luogo della battaglia si chiamava fin da' vecchi tempi Campo morto. Sicchè noi cominciamo a vedere le città di Lombardia far leghe e guerre, e mettersi in libertà: il che andò a poco a poco crescendo: tutti effetti della minorità, cioè dell'impotenza del re Arrigo IV. Era negli anni addietro nato in Milano un grave scisma, che ogni dì più andava prendendo fuoco; perciocchè principalmente nel clero di quella insigne città s'era introdotto l'abuso che i preti e diaconi assai notoriamente prendevano moglie: il che in buon linguaggio vuol dire che viveano nel concubinato. Questo morbo era familiare per l'Italia, ed aveva infestata anche la stessa città di Roma: colpa per lo più de' vescovi poco attenti alla lor greggia, e talvolta ancora tinti della medesima pece. L'esempio della Chiesa greca facea loro credere lecito l'ammogliarsi, senza volere far caso della disciplina costantemente osservata fin dai primi secoli della Chiesa latina, in cui fu sempre vietato ai preti e diaconi il prendere moglie, o, se prima le aveano, l'uso delle medesime. Contra di questi incontinenti e scandalosi ministri dell'altare, a' quali, benchè impropriamente, si attribuisce l'eresia de' Nicolaiti, alzò bandiera Arialdo diacono, uomo zelantissimo dell'onor di Dio e della sua Chiesa, ed egli fu che commosse il popolo contra di loro. Guido arcivescovo, fautore dei preti, nel concilio di Fontaneto proferì sentenza di scomunica contra di Arialdo e di Landolfo nobile laico suo collega. Ma questo non servì se non ad accrescere il tumulto e l'ira di una parte del popolo. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi [Arnulfus et Landulfus Senior, Hist. Mediolan., tom. 6 Rerum Italicar.], ed avvocati dell'incontinenza del clero ambrosiano di allora, diffusamente parlano di quella tragedia. Ora l'indefesso papa Niccolò, informato da più parti di così strepitoso disordine, spedì in quest'anno, se pure non fu nel fine del precedente, due suoi legati a Milano per cercarne i rimedii. Questi furono Pier Damiano, santo e celebratissimo cardinale e vescovo d'Ostia, ed Anselmo da Badagio milanese, già creato vescovo di Lucca. Andarono essi anche per isradicare il vizio della simonia, di cui era patentemente reo l'arcivescovo, giacchè egli a niuno conferiva gli ordini ecclesiastici senza farsi pagare. Trovarono essi delle opposizioni, e contra di loro si venne anche ad una sollevazione de' parziali degli ecclesiastici. Pure per la saviezza ed eloquenza del Damiano quetati i rumori, quell'arcivescovo confessò il suo fallo, ed accettò la penitenza impostagli. Così fecero anche gli altri, con restar proibita da lì innanzi la simonia e l'ammogliarsi dei sacri ministri dell'altare. Vien distesamente narrato questo fatto dal medesimo san Pier Damiano in una sua relazione [Petrus Damian., Opusc. 5.], e a lungo ne parlano il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast.] e il Puricelli [Puricellius, Vita S. Arialdi.]. Dopo questo l'arcivescovo Guido andò al concilio romano, dove ebbe buon trattamento dal papa, alla cui destra fu posto, e, giurata a lui ubbidienza, se ne tornò lieto a casa. Ma Pier Damiano in ricompensa delle sue fatiche fu spogliato dal papa de' suoi benefizii, e ricevette altri affronti, per li quali modestamente dimandò licenza di rinunziare al suo vescovato d'Ostia. Nell'anno presente, secondo Guglielmo Pugliese [Guillel. Apulus, lib. 2 Poem.], Roberto Guiscardo duca di Puglia s'impadronì delle città di Cariati, Rossano, Cosenza e Geraci nella Calabria. E Gotifredo duca di Lorena e Toscana, intitolato dux et marchio, con Arnaldo vescovo e conte, tenne due placiti nel contado di Arezzo, anno dominicae Incarnationis MLIX, regnante Genrico rege, mense junio, Indictione XIII [Antiquit. Ital., Dissertat. VI et XVII.]. Dal che si raccoglie che Gotifredo avea molto bene assunto il governo della Toscana, e il titolo di marchese di quella provincia, e che non ne fosse già semplice amministratore a nome della moglie e di Matilda sua figliuola, come ha creduto taluno. Inoltre ne ricaviamo, ch'egli riconosceva per re d'Italia Arrigo IV. In uno d'essi documenti comparisce Rainerius filius Ugicionis ducis et marchionis, cioè di quell'Uguccione che a' tempi di Corrado I Augusto era stato duca e marchese della Toscana.


MLX

Anno diCristo MLX. Indizione XIII.
Niccolò II papa 2.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 5.

Fece il pontefice Niccolò o sul fine del precedente, o sul principio di questo anno, una scappata a Firenze, quando sussista una sua bolla in favor delle monache di santa Felicita VI idus januarii, rapportata dall'Ughelli [Ughellius, Ital. Sacr., tom. 3.]. Portatosi poi al monistero di Monte Casino, quivi creò cardinal diacono Oderisio figliuolo di Odecrisio conte di Marsi. Depose Angelo vescovo d'Aquino, e in luogo suo ordinò Martino monaco cassinense di nazion fiorentino. Anche Pietro, altro monaco di quel monistero, di nazion ravennate, fu consecrato vescovo di Venafro e d'Isernia. Ed allora fu, secondo Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chronic., lib 3, cap. 15.] ch'egli creò duca di Puglia, Calabria e Sicilia Roberto Guiscardo. Nulla altro di rilevante, operato da questo valoroso pontefice nell'anno presente, è giunto a nostra notizia, se non che egli andò al monistero di Farfa, dove nel mese di luglio consecrò varii altari, e diede poi a quel sacro luogo la conferma de' privilegii [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.]. Intanto Stefano cardinale, da lui spedito in Francia, tenne un concilio nella città di Tours [Labbe, Concil., tom. 9.], dove alcuni canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica furono pubblicati. Per quanto s'ha da Guglielmo Pugliese [Guilliel. Apul., lib. 2 Poem.], si scoprì forse nell'anno presente una congiura di dodici conti contra del suddetto Roberto Guiscardo, ordita spezialmente da Goffredo, Gocelino e Abailardo, normanni nobili, tutti malcontenti di lui, perchè egli tutto volea per sè. Abailardo, fra gli altri, nipote d'esso Roberto, non potea sofferire di vedersi spogliato da esso suo zio degli Stati che erano di Unfredo conte suo padre. De' congiurati chi fu preso, chi si salvò colla fuga. Ma io non accerto che in quest'anno succedesse tale attentato, perchè Guglielmo narra i fatti senza assegnarne il tempo. Sotto l'anno presente bensì racconta il Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 1, cap. 3.] che i due fratelli Roberto Guiscardo e Ruggieri, ansanti dietro alla conquista di Reggio, capitale della Calabria, si portarono nel tempo di state all'assedio di quella città. Resisterono un pezzo i Greci padroni, ma in fine a patti di buona guerra si arrenderono, e quel presidio passò a Squillaci. Fu questo castello assediato anch'esso, ed obbligato alla resa da Ruggieri. Nella Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.] abbiamo di più: cioè che il Guiscardo ridusse in suo potere anche la città di Cosenza, con che tutta la Calabria venne sotto il dominio di lui, ed allora fu ch'egli, secondo il suddetto Malaterra, prese il titolo di duca. Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.] è del medesimo sentimento, siccome dicemmo, con aggiugnere che il Guiscardo, dopo la presa di Reggio, venne con tutte le sue forze in Puglia addosso la città di Troia, e se ne impadronì. La Cronichetta d'Amalfi mette prima alla presa di Troia, e poi della Calabria. Con questi sì prosperosi successi camminava a gran passi la fortuna e il valore del Guiscardo, e veniva mancando il dominio de' Greci in quelle parti. Giovanni Curopalata [Curopalata, in Histor.], autore per altro poco conoscente, onde scendesse Roberto Guiscardo confessa che dopo la perdita di Reggio altro non restava in mano de' Greci che Bari, Idro, Gallipoli, Taranto, Brindisi ed Hora, cioè, a mio credere, Oria, con altri castelletti. La gloria nondimeno di tante conquiste de' Normanni in Calabria è dovuta in parte a Ruggieri di lui fratello, altro eroe di quella nazione e famiglia. Due bolle di papa Niccolò II, date nel mese di maggio dell'anno presente, in conferma de' privilegii dell'insigne monistero delle monache di santa Giulia di Brescia, si leggono nel Bollario casinense [Bullarium Casinense, Constit. CII et CIII.]. Ho anch'io dato alla luce un documento [Antiquit. Ital., Dissert. LXXII.], scritto anno ab Incarnatione Domini MLX, ipso die kalendas decembris, Indictione XIII, da cui apparisce che nella città di Firenze ante praesentia domni Nicolai papa sede sancti Petri romanensis ecclesiae, et Ildibrandus abbas monisterio sancti Pauli, Guglielmo conte soprannominato Bulgarello restituisce alcune castella a Guido vescovo di Volterra. Ma è da vedere, se questa carta appartenesse piuttosto al primo dì di dicembre dell'anno precedente, in cui poteva e soleva anche più ordinariamente correre l'Indizione XIII. Al vedere che Ildebrando è chiamato solamente abbate di san Paolo, potrebbe far sospettare adoperato qui l'anno pisano.


MLXI

Anno diCristo MLXI. Indizione XIV.
Alessandro II papa 1.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 6.

In quest'anno ancora il pontefice Niccolò II volle visitar la chiesa di Firenze ch'egli aveva ritenuta e governata anche durante il suo pontificato; ma quivi venne a trovarlo la morte circa il dì 22 di luglio: pontefice benemerito della santa Sede, e degno di maggior vita. Tanto più fu deplorabile la perdita di lui, perchè le tennero dietro de' gravissimi sconcerti, che furono preludii anche d'altre maggiori calamità. Attesta Leone Ostiense [Leo Ostiensis., lib. 3, cap. 21.] che gran dissensione e tumulto insorse in Roma intorno all'elezione di un novello papa; ed è certo che restò vacante la sedia di san Pietro circa tre mesi. V'era un partito che tenea per l'osservanza delle prerogative o pretese accordate al re di Germania Arrigo; ed un altro che escludeva ogni dipendenza da lui. Di quest'ultimo probabilmente era capo l'intrepido cardinale Ildebrando, arcidiacono della santa romana Chiesa, a cui non piacque mai che gl'imperadori avessero ingerenza alcuna nell'approvazione, non che nell'elezione dei sommi pontefici. Capi dell'altro, per quanto ragionevolmente va congetturando il cardinal Baronio, erano i conti di Tuscolo, ossia di Frascati, mal soddisfatti di quanto avea operato contra di loro il defunto papa Niccolò. Se vogliamo ascoltare il Continuatore di Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.], dopo la morte d'esso papa, Romani coronam, et alia munera Enrico regi transmiserunt, eumque pro eligendo summo pontifice interpellaverunt. Tale spedizione dovette essere fatta dalla fazione de' suddetti conti Tuscolani. Non mancò il collegio dei cardinali di spedire anch'esso un'ambasciata alla real corte di Germania [Petrus Damianus, Opuscul. 4.], e fu scelto per tale incumbenza Stefano, uno dei più accreditati fra loro, in cui concorreva

Nobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen.