Andò questi, ma per la cabala e malvagità dei cortigiani sette giorni passeggiò l'anticamera del re senza poter vedere la di lui faccia, nè presentargli le lettere credenziali. Veduta ch'egli ebbe questa mala aria, sene tornò indietro a Roma, dove rappresentò l'incivil trattamento che gli era stato fatto. Allora fu che il cardinale Ildebrando, tenuto consiglio cogli altri cardinali e coi nobili romani del suo partito, propose di eleggere papa Anselmo da Badagio, di patria milanese, e vescovo allora di Lucca, uomo di gran bontà e zelo ecclesiastico, e che forse non s'aspettava questa promozione. Chiamato a Roma, venne immediatamente consecrato ed intronizzato col nome di Alessandro II, senza voler aspettare consenso alcuno dal re Arrigo. E qui appunto tornarono i Romani ad esercitare l'intera loro libertà nell'elezion de' sommi pontefici, con ricuperare eziandio l'altra di non aspettar l'assenso degli Augusti per la consecrazione: indipendenza mantenuta poi fino a' dì nostri, quando, per tanti secoli addietro, sotto gl'imperadori greci, franchi e tedeschi, era durato il costume, o diciamo, se così si vuole, l'abuso, che l'elezion bensì restasse libera al clero e popolo romano, ma che non si devenisse alla consecrazione senza il beneplacito e l'approvazione degli Augusti. Avea il solo predefunto Arrigo II fra gl'imperadori oltrepassato i confini de' suoi predecessori, con obbligare i Romani che neppur potessero eleggere il novello papa senza il consentimento suo. Da Niccolò II era stato ultimamente corretto questo eccesso, con tornar le cose al rito antico. Ma i Romani, offesi del poco conto che s'era fatto alla regal corte di Stefano cardinale loro ambasciatore, neppur vollero accomodarsi al decreto d'esso papa Niccolò, decoroso anche pel re Arrigo, perchè risoluti di rompere ogni catena, e di ricuperar la piena lor libertà in fare i papi, praticata sempre mai ne' primi quattro secoli della Chiesa. Nè già operarono senza aver ben preparati i mezzi umani per sostener la loro risoluzione. Era in lor favore Gotifredo duca di Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Faceano anche capitale del soccorso de' Normanni, che aveano giurata fedeltà alla Sede apostolica; e più ne faceano di Riccardo principe di Capoa, divenuto anch'esso vassallo della Chiesa romana. Sappiamo da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.] che Desiderio abbate di Monte Casino e cardinale se ne andò in tal congiuntura a Roma cum principe. Credette il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast.] che questo principe fosse Roberto Guiscardo. Ma si dee intendere di Riccardo, nel cui principato era Monte Casino. Roberto s'intitolava allora duca, e non principe.
Ora appena giunse alla corte germanica l'avviso dell'eletto ed intronizzato Alessandro II, che l'imperadrice Agnese ne restò amareggiata, e i suoi ministri diedero nelle smanie, esagerando l'affronto fatto al re col non aver voluto aspettare il suo assenso, e coll'essersi messo sotto i piedi il decreto di papa Niccolò, sul quale unicamente si potea fondare la pretension di Arrigo: giacchè solamente chi era imperadore coronato avea in addietro avuta mano nell'approvazion de' papi eletti, e non già chi era unicamente re d'Italia, come in questi tempi veniva riconosciuto Arrigo IV, benchè non per anche avesse ricevuta la corona di questo regno. Degno nondimeno di osservazione è, che in alcune lettere e diplomi Arrigo IV non per anche imperadore usa il titolo di Romanorum rex: il che vuol significar qualche cosa, nè si truova usato da' suoi predecessori. Accadde in questo mentre che i vescovi di Lombardia dopo la morte di papa Niccolò II fecero broglio fra loro per aver un papa di tempra men rigoroso dei precedenti zelantissimi papi, il quale sapesse un po' più compatire le lor simonie ed incontinenze, e con dire una ridicolosa proposizione, cioè che il papa non si dovea prendere, nisi ex paradiso Italiae, cioè della Lombardia [Cardinal. de Aragon., Vit. Alexandr. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Spedirono a tal fine in Germania alcuni dell'ordine loro, affinchè si maneggiassero per ottener questo intento. Ora trovandosi un gran caldo in quella corte, e soffiando in quel fuoco Ugo Bianco, già cardinale, e poi ribello della Chiesa romana, non fu loro difficile il proporre e far dichiarare papa, cioè antipapa, contra tutte le regole, nella festa de' santi Simeone e Giuda, Cadaloo, chiamato Cadalo, vescovo di Parma, uomo ricco di facoltà, ma più di vizii, che si dicea condannato in tre concilii a cagion della sua vita troppo contraria al carattere di sacro pastore. Ne fecero perciò gran festa tutti i simoniaci e concubinarii di Lombardia. Le scene occorse dipoi si veggono descritte dalla penna satirica di Benzone, il quale s'intitola vescovo d'Alba nel Monferrato, ma vescovo scismatico, che forse non dovette mai essere ricevuto da quel popolo, e perciò neppure fu conosciuto dall'Ughelli. Era costui gran partigiano dell'antipapa Cadaloo. Il panegirico da lui fatto ad Arrigo IV, che fu dato alla luce dal Menchenio [Menckenius, Rer. Germanicar., tom. 1.], e da me vien creduto la stessa opera che Gualvano Fiamma [Galvaneus Flamma, in Politia MSta.] circa l'anno 1335 citò sotto nome di Chronica Benzonis episcopi albensis, è una stomacosa satira contra di papa Alessandro II e d'Ildebrando cardinale, sostegno in questi tempi della Chiesa romana, da mettersi coll'altra infame e piena di bugie che abbiamo di Bennone falso cardinale, e ribello della Chiesa romana. Narra esso Benzone d'essere stato inviato per ambasciatore del re Arrigo a Roma, per intimare a papa Alessandro la ritirata dal trono pontificio, ma con trovar ivi chi non avea paura. In tale stato eran gli affari della Chiesa romana in questi tempi.
Intanto dopo la conquista della Calabria il valoroso conte Ruggieri mirava con occhio di cupidigia ed insieme di compassione la vicina misera Sicilia posta sotto il giogo degli empii Saraceni, e cominciò a meditarne la conquista [Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 1. Noweirius, in Hist. Arab. Siciliae apud Pagium.]. La buona fortuna portò che si rifuggì presso di lui in Reggio Benhumena, ammiraglio saraceno della Sicilia, maltrattato e perseguitato da Bennameto, uno de' principi di quell'isola. Questi gli fece conoscere assai facili i progressi in Sicilia, dacchè essa era divisa fra varii signorotti mori, ed offerì il suo aiuto per l'impresa. Ruggieri adunque sul fine del carnovale dell'anno presente con soli centosessanta cavalli passò il Faro per ispiar le forze de' Mori nell'isola, diede una rotta ai Messinesi, fece gran bottino verso Melazzo e Rameta; poi felicemente si ricondusse in Calabria, dove per tutto il mese di marzo e d'aprile attese a far preparamenti per portare la guerra in Sicilia. A questa danza invitato il duca Roberto Guiscardo suo fratello [Malaterra, lib. 2, cap. 8.], colà si portò con buon nerbo di cavalleria, ed anche con un'armata navale. Presentivano veramente i Mori la disposizione dei due fratelli normanni, e però accorsero da Palermo con una flotta assai più numerosa per impedire il loro passaggio. Ma l'ardito Ruggieri con cento cinquanta cavalli per altro sito passò lo Stretto, e trovata Messina con poca gente, perchè i più erano iti nelle navi moresche, se ne impadronì: il che fece ritirar le navi nemiche, e lasciò aperto il passaggio a quelle di Roberto Guiscardo, il quale colà sbarcò colle sue soldatesche. Nel testo di Gaufrido ossia Goffredo Malaterra questa sì gloriosa conquista per cui dopo 230 anni si rialberò la croce nella città di Messina, si vide riferita all'anno precedente 1060. Ma io credo fallato quell'anno, portando la serie del racconto che la presa di Messina accadesse nell'anno presente. Venne poi un grosso esercito di Mori e Siciliani, raunato da Bennameto, ad assalire il picciolo de' Normanni, ma restò da essi sbaragliato colla morte di diecimila di quegl'infedeli. Non è già vietato il credere assai meno. Diedero il sacco dipoi i due fratelli principi normanni a varie castella e contrade di quell'isola sino a Girgenti, colla presa di Traina, finchè, venuto il verno, si ritirarono a' quartieri. Se crediamo a Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'anno ancora Roberto Guiscardo s'insignorì d'Acerenza. Ma probabilmente ciò avvenne l'anno antecedente, al vedere che questo scrittore mette all'anno seguente l'innalzamento al pontificato di Alessandro II, che pure appartiene all'anno presente.
MLXII
| Anno di | Cristo MLXII. Indizione XV. |
| Alessandro II papa 2. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 7. |
Null'altro avea fatto nel verno di quest'anno l'antipapa Cadaloo che ammassar gente armata e danaro per passare a Roma con disegno di cacciarne il legittimo successor di san Pietro, e di farsi consecrare, se crediamo al continuator d'Ermanno Contratto [Continuator Hermanni Contracti, in Chron.]. Alcuni il pretendono già ordinato papa, perchè vescovo egli era, e che avesse assunto il nome di Onorio II, ma ne mancano le prove. E s'egli non mutò nome, segno è che neppur fu colle cerimonie ordinato pontefice. Con tali forze arrivò Cadaloo a Roma nel dì 14 di aprile (Benzone scrive che vi giunse VIII kalendas aprilis), e si accampò coll'esercito suo nei prati di Nerone. Nella Vita di papa Alessandro II, a noi conservata dal cardinal d'Aragona [Card. de Aragon., Vit. Alexandri II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], troviamo che molti capitani e nobili romani guadagnati coll'oro si dichiararono del partito di Cadaloo; ciò vien confermato da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.] e dall'autore di un'altra Vita di esso papa Alessandro [Vit. Alexandri II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], da cui impariamo che molti giorni dopo la esaltazion di esso papa, Romani, quorum mala consuetudo semper fuit, eum odio habere coeperunt, e furono essi gl'incitatori della venuta di Cadaloo. Uno de' principali, ma volpe vecchia, era Pietro di Leone, la cui famiglia fece anche dipoi gran figura in Roma. Da Benzone [Benzo, in Panegyric. Henrici IV, tom. 1 Rer. Germ., Menchenii.] è chiamato Giudeo: il che probabilmente vuol dire che era nato tale, ma poi fatto cristiano. Non mancavano in Roma a papa Alessandro degli aderenti ed affezionati, e verisimilmente aveva egli anche procurato degli aiuti da Riccardo principe di Capua. Si venne dunque ad una battaglia, che riuscì sanguinosa, e finì colla peggio della fazione del legittimo papa. Poco nondimeno durò l'allegrezza di Cadaloo, perchè chiamato a Roma Gotifredo duca di Toscana, comparve colà in aiuto del pontefice Alessandro con sì numerose squadre e forze tali, che restò come assediato l'antipapa; e se volle uscirne salvo, gli convenne adoperar preghiere e grossi regali col duca, il quale si contentò di lasciargli aperta la porta per tornarsene libero, ma spogliato e colla testa bassa, a Parma. Benzone descrive a lungo questi fatti, ma se con fedeltà, nol saprei dire. Certamente da san Pier Damiano vien sospettato che il duca Gotifredo non operasse con tutta lealtà ed onoratezza o in questa o nelle seguenti congiunture. All'incontro Benzone scrive che il medesimo duca fece venire i Normanni a Roma a difesa del papa; Camerinum et Spoletum invasit (il che è degno d'attenzione), plures Comitatus juxta mare tyrannice usurpavit. Per totam Italiam, quos voluit, ad regis inimicitias incitavit. Aggiugne inoltre, essere egli stato quegli che mosse Annone arcivescovo di Colonia a rapire il giovinetto re Arrigo. E Lamberto da Scafnaburgo [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.] osserva, come fosse scandaloso il vedere che laddove anticamente si fuggivano i vescovati, ora si faceano battaglie, e si spargeva il sangue cristiano per conseguirli: e vuol dire del papato. Ho detto che Annone rapì Arrigo IV. Intorno a che si ha da sapere che fin qui esso re era stato sotto il governo dell'imperadrice Agnese, la quale regolava gli affari unicamente coi consigli di Arrigo vescovo di Augusta, personaggio ben accorto, che, ad esclusion degli altri pretendenti, avea saputo introdursi nella grazia di lei. Era savia, era pia principessa Agnese: tuttavia non potè schivar la maldicenza degli altri principi invidiosi della fortuna del vescovo augustano, perchè sparsero voce d'illecita familiarità fra lei e quel prelato. Il perchè Annone arcivescovo di Colonia, col consenso di molti altri principi, tolse all'Augusta madre il giovinetto Arrigo, ed assunse colla di lui tutela il governo degli Stati. La maniera da lui tenuta per far questo colpo la sapremo fra poco, richiedendo ora la voce sparsa contro l'onor dell'imperadrice Agnese, che io premunisca i lettori con avvertirli della malvagità che allora più che mai era in voga. Facile è l'osservare che i tempi di guerra son tempi di bugie; ma non si può dire abbastanza, quanto larga briglia si lasciasse in queste e nelle seguenti discordie fra il sacerdozio e l'imperio, alla bugia, alla satira, alla calunnia. Le più nere iniquità s'inventarono e sparsero dei papi, de' cardinali, de' vescovi da chi era loro contrario; ed altre vicendevolmente si spacciarono dai mal affetti contra di Arrigo IV e di tutti i suoi aderenti. Però sta ai prudenti lettori il camminar qui con gran riguardo, prestando solamente fede a ciò che si trova patentemente avverato dalla misera costituzion d'allora.
Nè già si può fallare in credendo che Arrigo IV si scoprì col tempo principe d'indole cattiva, incostante e violento, e che tutti i vizii presero in lui gran piede per qualche difetto della madre, ma più per l'educazion seguente; e che la vendita de' vescovati, delle abbazie e dell'altre chiese, cioè la simonia, era un mercato ordinario di que' sì sconcertati tempi, per colpa specialmente della corte regale di Germania, in cui più potea l'amore dell'oro che della religione, e troppo regnava l'abuso, non però nato allora, di uguagliar lo spirituale al temporale. Ora, o sia che i maneggi segreti della corte di Roma, o quei del duca Gotifredo disponessero in Germania un ripiego per liberar la Chiesa dalla vessazione dell'indegno Cadaloo; oppure che il suddetto Annone arcivescovo, prelato tenuto in concetto di santa vita, con altri principi lo trovasse ed eseguisse, per mettere fine allo scisma: certo è, che in quest'anno, essendo ito esso arcivescovo pel Reno a visitare il re Arrigo, giovane allora di circa tredici anni, dopo il desinare l'invitò a veder la nave suntuosissima che l'avea condotto colà. Vi andò, di nulla sospettando il semplice giovanetto, ed entrato che fu, si diede tosto di mano ai remi. Sorpreso da quest'atto il picciolo re, temendo che il conducessero a morire, si gettò nel fiume; ma fu salvato dal conte Ecberto, che saltò anche esso nell'acqua. Su quella nave adunque pacificato con carezze fu condotto a Colonia, dove restò sotto il governo di quel saggio prelato, al quale dai principi ne fu accordata la tutela. L'imperadrice Agnese, trafitta da questo inaspettato colpo, e ravveduta de' falli commessi in patrocinar l'antipapa, determinò di dare un calcio al mondo, e passando dipoi a Roma, accettò la penitenza che le fu data da papa Alessandro II. Per testimonianza di san Pier Damiano [Petrus Damian., Opusc. 4 et in Opusc. 18.], non tardò l'arcivescovo di Colonia Annone a dare, per quanto era in sua mano, la pace alla Chiesa; perciocchè, raunato un concilio in Osbor, dove intervennero lo stesso re Arrigo e una gran copia di vescovi oltramontani ed italiani, nello stesso dì 28 di ottobre, in cui Cadaloo era stato nell'anno precedente eletto contro i canoni papa, fu egli anche deposto, o, per dir meglio, riprovato e condannato. Avea precedentemente il medesimo Pier Damiano scritta una lettera di fuoco al predetto Cadaloo, chiudendola con alcuni versi, e dicendo in fine [Petrus Damian., lib. 1, Epist. 20, et in Opusc. 18.]: Diligenter igitur intende, quod dico:
Fumea vita volat, mors improvisa propinquat,
Imminet expleti praepes tibi terminus aevi.