Non ego te fallo: caepto morieris in anno.
Visse anche dopo l'anno predetto Cadaloo. Pier Damiano, veggendo che non avea colto nella predizione, cercò uno scampo, con dire ch'egli s'era inteso della morte civile, cioè della di lui deposizione, e non già della morte naturale. Se i suoi versi ammettano tale scappata, non tocca a me il giudicarne. Certo confessa egli che per questo gli fecero le risa dietro i suoi avversarii. Levò ancora esso arcivescovo Annone il posto di cancelliere d'Italia a Guiberto, che parimente col tempo divenne arcivescovo di Ravenna ed antipapa, e lo diede a Gregorio vescovo di Vercelli, uomo nondimeno macchiato anch'esso di vizii: il che fa conoscere che il re Arrigo, benchè non per anche coronato in Italia, pur ci era riconosciuto per padrone.
Non so io già se in questi tempi sia ben regolata la cronologia di Lupo Protospata. Ben so aver egli scritto [Lupus Protospata, in Cronico.] che Roberto Guiscardo duca s'impadronì in quest'anno della città d'Oria, e di nuovo prese Brindisi, e lo stesso miriarca (forse il suo governatore). È da vedere ancora, se appartenga all'anno presente, come ha il testo di Gaufrido Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 21.] la discordia insorta fra esso duca Roberto e il conte Ruggieri. Benchè Roberto promesso avesse ad esso suo fratello di cedergli la metà della Calabria, pure non si veniva mai a questa sospirata cessione. A riserva di Melito, che era in man di Ruggieri, in tutto il resto delle conquiste l'ambizioso ed insaziabil Roberto la facea da signore. Però Ruggieri, presa occasione dal recente suo matrimonio, fece istanza a Roberto per l'esecuzion delle promesse, affine di poter dotare decentemente la nuova sua sposa Erimberga, chiamata da altri Delizia, o Giuditta. Ricavandone solo parole, e non fatti, si ritirò forte in collera da lui, e gli intimò la guerra, se in termine di quaranta giorni nol soddisfacea. La risposta che gli diede Roberto, fu di portarsi coll'armata ad assediarlo in Melito. Ma con tutte le prodezze fatte dall'una e dall'altra parte, nulla profittò Roberto. Anzi Ruggieri, uscito una notte di Melito, gli occupò la città di Gierace per trattato fatto con quei cittadini. Allora Roberto tutto fumante d'ira corse all'assedio di Gierace; e siccome personaggio d'incredibile ardire, una notte ben incappucciato (che già era in uso il cappuccio anche fra i secolari) segretamente fu introdotto nella città da uno di questi potenti cittadini per nome Basilio. Per sua disavventura restò scoperto, e preso a furia di popolo; vide poco di poi trucidato Basilio, impalata sua moglie, e si credeva anch'egli spedito. Con belle parole gli riuscì di fermar la furia del popolo, e fu cacciato in prigione. Ne andò la nuova all'esercito suo; ma non sapendo che si fare i suoi capitani per liberarlo, miglior consiglio non seppero trovare che di spedirne incontanente l'avviso al conte Ruggieri, scongiurandolo che accorresse per salvare il fratello. Non si fece pregare il magnanimo Ruggieri; corse tosto co' suoi a Gierace, e chiamati fuor della città i capi, tanto disse colle buone e colle minaccie, che fece rimettere in libertà il fratello. Questo accidente e la costanza di Ruggieri produsse buon effetto, perchè dopo qualche tempo Roberto gli accordò il dominio della metà della Calabria. Passò dipoi Ruggieri in Sicilia, dove essendosi ribellato da lui il popolo di Traina, fece delle maraviglie di patimenti e di bravure contra di quei cittadini e dei Saraceni accorsi in loro aiuto, tantochè ne riacquistò veramente la signoria. Crede Camillo Pellegrini [Camillus Peregrinius, Hist. Princip. Langobard.] che Riccardo I conte di Aversa, figliuolo di Ascilittino normanno, e non già fratello di Roberto Guiscardo duca, come immaginarono il Sigonio e il padre Pagi all'anno 1074, occupasse fin l'anno 1058 il principato di Capoa, citando sopra di ciò l'Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 16.]. A quell'anno ancora nella Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.] è scritto che Riccardo fu creato principe di Capoa insieme con suo figlio Giordano. Certo è bensì che Niccolò II papa nell'anno 1059, gli concedette l'investitura di quel principato, ma non apparisce che ne fosse allora totalmente in possesso. Imperciocchè è da sapere che, secondo il suddetto Ostiense, invogliatosi tempo fa Riccardo di quella bella contrada, messo l'assedio a Capoa, vi fabbricò tre bastie all'intorno. Ma Pandolfo V principe, che v'era dentro, collo sborso di settemila scudi d'oro l'indusse a ritirarsene. Mancato poi di vita esso Pandolfo (non so in qual anno), e succedutogli Landolfo V suo figliuolo, eccoti di nuovo Riccardo colle sue armi sotto Capoa. Tanto la strinse, che si venne nell'anno presente ad una capitolazione, per cui Landolfo se n'andò via ramingo, e i cittadini riceverono per loro principe Riccardo, ma con ritenere in lor potere le porte e le torri della città. Dissimulò per allora l'accorto Riccardo, e contentossi di questo. Poi rivolte le sue armi all'acquisto delle città e castella di quel principato, gli riuscì nello spazio di quasi tre mesi d'insignorirsi di tutto. Ciò fatto, intimò a' Capuani la consegna delle torri e porte, e perchè gliela negarono, strettamente assediò quella città. Spedirono bensì i Capuani al re Arrigo in Germania il loro arcivescovo per ottener soccorso; ma non avendo egli riportato se non parole, furono dalla fame astretti a far le voglie di Riccardo, anno dominicae Incarnationis MLXII quum jam per decem circiter annorum curricula Normannis viriliter repugnassent. Però, quantunque esistano più diplomi di questo principe, da' quali costa aver egli assunto fin dall'anno 1058, o 1059, il titolo di principe di Capoa, con associar ancora Giordano I suo figliuolo al dominio; nientedimeno solamente in quest'anno egli ottenne la piena e libera signoria di quel principato. Così cessò di regnare anche ivi la schiatta de' principi longobardi, e sempre più crebbe la potenza de' principi normanni. Da lì a poco, attaccatosi una notte il fuoco alla città di Tiano, probabilmente con premeditato consiglio, v'accorse nel mattino seguente Riccardo, e colla fuga di que' conti se ne impossessò. Parimente scrive Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che in quest'anno esso principe intravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et usque Soram devastando pervenit. Ci ha conservata l'autore della Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.] una notizia; cioè che, per ordine dell'imperadore, Gotifredo marchese e duca di Toscana col suo esercito venne contra di Riccardo, e che seguirono fra loro varii fatti d'armi presso di Aquino, in guisa tale che fu obbligato Gotifredo a tornarsene indietro con poco suo gusto e men guadagno.
MLXIII
| Anno di | Cristo MLXIII. Indizione I. |
| Alessandro II papa 3. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 8. |
Fioriva in questi tempi Giovanni Gualberto abbate, istitutore de' monaci di Vallombrosa [Andreas Parmensis, in Vit. S. Johann. Gualberti. Acta Sanctorum Bolland. ad diem 12 Julii.], personaggio di sommo credito per la santità de' suoi costumi, non meno entro che fuori della Toscana. Era stato creato vescovo di Firenze Pietro di nazione pavese; e perciocchè allora dappertutto faceva grande strepito il vizio della simonia, i monaci vallombrosani, sospettando ch'egli fosse entrato nella sedia episcopale mediante il danaro, cominciarono a diffamarlo per simoniaco, e mossero un gran tumulto nel popolo di quella città. Andrea monaco genovese [Andreas Januensis, in Vit. S. Johaan. Gualberti.] lasciò scritto, che portatosi da Roma a Firenze Teuzone Mezzabarba per visitare il vescovo suo figliuolo, i furbi Fiorentini con interrogazion suggestiva gli dimandarono, quanto avesse pagato per ottener la mitra a Pietro; e che il buon Lombardo confessasse di avere speso tremila libbre in regalo al re Arrigo IV per sortire il suo intento. Ma avendo questo monaco scritta quella vita nell'anno 1419, siccome osservò il padre Guglielmo Cupero della compagnia di Gesù, e nulla di questa importante particolarità parlando gli autori più antichi, si può ben sospenderne la credenza. Era dubbiosa la simonia di quel vescovo, e tale non sarebbe stata se si fosse potuto allegar la confession di suo padre. Certo è che i monaci suscitarono fieramente il popolo contra del vescovo, e andarono sì innanzi, che san Pier Damiano mosso dal suo zelo impugnò la penna contra di loro. Anche il duca Gotifredo sosteneva il vescovo e minacciava di far ammazzare e monaci e cherici che contrariassero a quel prelato, e gli levassero l'ubbidienza. Fu inviato appunto colà dal pontefice Alessandro esso santo Pier Damiano per procurar di estinguere un sì pericoloso incendio. In vece di pacificar gli animi di quella gente, diede ansa a que' monaci di sparlare anche di lui, quasichè fosse fautore de' simoniaci, e specialmente gli tagliò i panni addosso uno dei più arditi di loro per nome Teuzone, ubbriaco di uno zelo indiscreto. Ma qui non finì la faccenda, siccome vedremo. Benchè in Germania fosse stato riprovato l'antipapa Cadaloo, pure costui non si arrendeva in Italia. Anzi nell'anno presente, raunata nuova gente e dei buoni contanti, spalleggiato dai vescovi allora sregolati della Lombardia, si avviò di nuovo alla volta di Roma, sperando maggior fortuna che nell'anno precedente [Cardinal. de Aragon., in Vita Alexand. II, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 20.]. Ci fu sospetto che Gotifredo duca di Toscana segretamente il favorisse. Certo è che non gli mancarono assistenze in Roma stessa, perchè molti de' nobili romani si dichiararono per lui. Gli fu dunque aperto l'adito nella città leonina; anzi dicono che gli fu consegnata anche la fortezza di Castel Sant'Angelo. Tempore post alio quorumdam ex urbe ope et Consilio Romam, quam novam perhibent, ingressus, conscendit arcem Crescentii: così ancora Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediolanensis., lib. 3, c. 17.], che allora scriveva le storie sue. Ma ciò pare che succedesse in altra forma, siccome dirò. Sappiamo bensì ch'egli s'impadronì al suo arrivo della basilica vaticana, ma non già resta notizia ch'egli vi prendesse colle cerimonie il manto papale, secondo il costume; perchè appena s'udì in Roma come egli v'era entrato, che la mattina seguente diede alle armi il popolo romano, e corso colà in furia, tal terrore cacciò in corpo ai soldati di lui, che presero vilmente la fuga, e lasciarono il loro idolo solo soletto. Sarebbe caduto Cadaloo in mano de' Romani, se non fosse stato Cencio figliuolo del prefetto di Roma, uomo di perduta coscienza, che allora l'accolse nella fortezza di Crescenzio, cioè in Castello Sant'Angelo, e gli promise assistenza. Quivi restò l'antipapa assediato dai Romani per ben due anni, con sofferirvi stenti ed affanni incredibili: degno pagamento della smoderata ed empia sua ambizione. Un concilio di cento vescovi fu in quest'anno tenuto da papa Alessandro II, dove furono fatti varii decreti contra de' simoniaci e de' preti concubinarii. Ne esistono alcuni atti presso il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e nelle raccolte de' concilii.
Intanto in Germania crescevano gli abusi, profittando ogni prepotente dell'età immatura del re Arrigo IV [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. L'educazione di lui fu sul principio appoggiata agli arcivescovi di Colonia e Magonza, cioè ad Annone e Sigefredo. Ma loro tolse la mano Adelberto arcivescovo di Brema, che coll'arte dell'adulazione si rendè arbitro del giovanetto re, ed occupò in tal maniera due delle migliori abbazie di Germania. Per far poi tacere gli altri, due ancora ne diede all'arcivescovo di Colonia, che non si fece scrupolo di questo, ed una a quel di Magonza, ed altre ai duchi di Baviera e di Suevia, cioè ad Ottone e Ridolfo. Così mal allevato il re, non è maraviglia se andò crescendo in que' vizii che tanto diedero poi da sospirare ai buoni. Secondochè abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'anno Roberto Guiscardo duca di Puglia e Calabria tolse ai Greci la città di Taranto. Ma neppure stava in ozio il valoroso conte Ruggieri di lui fratello in Sicilia. Per attestato del Malaterra [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital., pag. 168.], in questo medesimo anno formarono i Musulmani mori e i Siciliani un potente esercito, e vennero ad accamparsi presso al fiume Ceramo. Erano circa trenta cinque mila, e il conte non avea che cento trenta sei cavalli, ossieno pedoni, da opporre a sì gran piena di gente. Contuttociò, implorato l'aiuto di Dio e spedito innanzi Serlone suo nipote, diede loro addosso, e in poco d'ora mise in iscompiglio e fuga quegl'infedeli. Fu detto che comparve un uomo di rilucenti armi guernito sopra bianco cavallo, con bandiera bianca sopra d'un'asta, che si cacciò dove erano più folte le schiere de' nemici, e fu creduto san Giorgio. Quindici mila di coloro rimasero estinti sul campo; nel dì seguente volarono i Cristiani alla caccia di venti mila pedoni, che s'erano salvati colla fuga nelle montagne e nelle rupi, e per la maggior parte gli uccisero. Si può ben temere che Gaufrido Malaterra monaco, il quale solamente per relazione altrui scrisse queste cose dopo molti anni, si lasciasse vendere delle favole popolari in formar questo racconto che ha troppo dell'incredibile, ed egli perciò se volle concepirlo, fu obbligato a ricorrere ai miracoli. La vittoria nondimeno è fuor di dubbio; le spoglie de' nemici furono senza misura; e il conte avendo trovato fra esse quattro cammelli, li mandò in dono a papa Alessandro, il quale si rallegrò assaissimo di così prosperosi avvenimenti contra de' nemici della croce, e spedì anch'egli a Ruggieri la bandiera di san Pietro, per maggiormente animarlo a proseguir quell'impresa. Trafficavano in questi tempi i mercatanti pisani in Sicilia, massimamente in Palermo, città capitale, piena allora di ricchezze. Avendo essi ricevute varie ingiurie da que' Mori, raunarono una possente flotta per farne vendetta, ed esibirono la loro alleanza al conte Ruggieri per assediar Palermo, essi per mare, ed egli per terra. Ma perciocchè non potè così presto Ruggieri accudire a quell'impresa, a vele gonfie andarono ed urtar nella catena che serrava il porto di Palermo, e la ruppero. Entrati nel porto, se crediamo agli Annali pisasi [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 33.], Civitatem ipsam ceperunt. Ma ciò non sussiste. Il Malaterra ci assicura essere accorsa tanta moltitudine di Musulmani e cittadini per difesa della città, che i Pisani, contenti di portar via, come in trionfo, la catena spezzata, se ne tornarono a casa. Egli è bensì fuor di dubbio ch'essi, trovate in quel porto sei navi di ricco carico, cinque ne diedero alle fiamme, e la più ricca seco menarono a Pisa, del cui immenso tesoro si servirono dipoi per dar principio alla magnifica fabbrica del loro duomo. Di questa gloriosa impresa resta tuttavia la memoria in versi, incisa in marmo nella facciata di quel maestoso tempio, che si legge stampata presso molti scrittori. Nè quivi si parla della presa della città di Palermo, ma sì ben delle navi bruciate, e della ricchissima menata via: con aggiugnere, che sbarcati dipoi i Pisani fuor di Palermo, vennero alle mani coll'armata de' Saraceni, e ne fecero un gran macello; dopo di che, alzate le ancore, se ne tornarono tutti festeggianti a Pisa. Andò poscia il conte Ruggieri con dugento soldati, ossieno cavalli, a bottinare verso la provincia di Grigenti: che questo era il suo mestiere, per poter pagare ed alimentar la sua gente. Parte dei suoi cadde in un'imboscata di settecento Mori, che loro tolse la preda, e li mise in fuga. Ma sopraggiunto Ruggieri, sbaragliò i nemici, e ricuperata la preda, allegramente la condusse a Traina. Dovette in quest'anno Riccardo, principe normanno di Capoa, insignorirsi ancora della città di Gaeta, perchè da lì innanzi egli e Giordano suo figliuolo nei diplomi si veggono intitolati duchi di Gaeta.