MLXXXII

Anno diCristo MLXXXII. Indizione V.
Gregorio VII papa 10.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 27.

Verso il principio della primavera di quest'anno tornò di nuovo il re Arrigo col suo antipapa a Roma, e strinse un'altra volta d'assedio, o piuttosto con un blocco, la città leonina, premendogli forte di poter mettere il piede nella basilica vaticana. Poco fastidio a lui recava in Germania il competitore Ermanno dichiarato re, perchè, per testimonianza dell'Annalista sassone [Annalista Saxo.] e del Cronografo sassone [Chronographus Saxo.], esso Ermanno tam suis, quam alienis coepit in brevi despectus haberi; nè si sa ch'egli facesse impresa alcuna nell'anno presente. Ma neppure Arrigo riportò frutto alcuno da questo nuovo tentativo [Bertholdus Constantiensis, in Chron.]. Fece ben egli da un traditore attaccar fuoco alla basilica vaticana, sperando che i Romani, accorrendo all'incendio, abbandonerebbono la guardia delle mura. Ma avvertitone papa Gregorio, ordinò tosto che maggiormente si armassero i posti; e, confidato nell'aiuto di Dio e nella protezion di san Pietro, fece il segno della croce sopra le fiamme, e queste cessarono. Abbiamo dalla Cronica di Farfa [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che nel dì 17 di marzo esso Arrigo andò a visitare il celebre monistero di essa Farfa, ricevuto ivi con tutto onore da que' monaci, i quali punto non badavano alle scomuniche pontificie, e tennero sempre con esso re, perchè quello era monistero regale ossia imperiale. Fu dai medesimi ammesso alla confraternita e alla participazion delle loro orazioni: rito antichissimo dell'ordine benedettino. Assediò egli il castello di Fara, e lo restituì all'abbate Berardo. Fece dipoi prigione Bonizone vescovo di Sutri, personaggio celebre non men per le sue disavventure che per la sua letteratura, restando tuttavia alcuni opuscoli suoi manuscritti, uno de' quali, cioè de Ecclesiasticis Sacramentis, è stato da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. V.]. Fu egli dipoi creato vescovo di Piacenza; ma dagli scismatici restò un giorno barbaramente trucidato. In quest'anno ancora il timore dell'aria malsana dei contorni di Roma fece dopo Pasqua tornare Arrigo con pochi verso la Lombardia [Card. de Aragon., in Vit. Greg. VII.]. Lasciò nondimeno l'antipapa Guiberto in Tivoli coll'esercito, acciocchè continuasse il blocco di Roma, con farlo divenire di falso papa vero generale d'armata. Ostinatamente intanto proseguì il duca Roberto Guiscardo anche nel verno l'assedio di Durazzo nell'Albania [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 28. Guilielm. Apulus, lib. 4.]. Accadde che un certo Domenico nobile veneziano ebbe dei disgusti in quella città, difesa allora dal valoroso stuolo de' Veneziani. Questi perciò cominciò una trama col Guiscardo per renderlo padrone della città, con farsi prima accordare in moglie una nipote del duca, ed altre vantaggiose condizioni. Andò sì felicemente innanzi il trattato [Anonymus Barensis, apud Peregrinum.], che nella notte del dì 8 di febbraio dell'anno presente, scalate le mura, i Normanni furono introdotti nella città. Restò prigione il figliuolo del doge di Venezia con altri molti veneti, e con assai loro navi, e tutto il circonvicino paese in potere di Roberto.

Ora Alessio Augusto, non sapendo più che argine mettere al torrente impetuoso di questo conquistatore [Anna Comnena, Alexiad., lib. 3.], spedì un'ambasceria con ricchi regali al re Arrigo, per impegnarlo a fare una diversione con portare la guerra in Puglia, rappresentandogli la facilità delle conquiste, mentre le forze di Roberto erano oltre mare, e promettendogli mari e monti per questo benefizio. Ossia che Arrigo accettasse la offerta, o che Alessio facesse spargerne la voce con politica finzione, ne fu ben tosto spedito l'avviso al duca Roberto. Egli allora, conoscendo necessaria la sua presenza in Italia, lasciato al figliuolo Boamondo il comando dell'esercito, tornossene in Puglia, ed attese a raunar gente per tutti i bisogni. Prima della sua venuta, pare che accadesse quanto vien narrato da Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 4.], cioè che il popolo di Troia, dove si trovava il principe Ruggieri figliuolo del duca, si ribellò, e costrinse il principe a rifuggirsi nella rocca, alla quale tosto fu messo l'assedio. In aiuto ancora de' Troiani accorse il popolo d'Ascoli, irritato forte per l'aspro trattamento fatto nel precedente anno da esso Ruggieri alla loro città. Ma venuto da più parti soccorso, il principe fece una sì vigorosa sortita dalla rocca, che gli riuscì di dispergere quella ribellione. Costò la vita ad assaissimi di quelle due città l'ardito ed infelice tentativo. Aveva intanto Ruggieri conte di Sicilia [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 30.] raccomandato il governo delle sue conquiste in quell'isola a Giordano suo figlio bastardo, perchè pressanti affari il richiamavano in Calabria. Lasciatosi l'ambizioso giovane pervertire dai consigli degli adulatori, si mise in possesso d'alcune castella, e tentò di occupar Traina, dove era il tesoro del padre; ma questo ultimo non gli riuscì. All'avviso di tal novità ritornò frettolosamente Ruggieri in Sicilia; invitò al perdono il mal consigliato figliuolo; e fatti abbacinare dodici de' più colpevoli, lasciò il governo della Sicilia a più fidata persona. Tornato che fu in Lombardia il re Arrigo, per testimonianza di Donizone [Donizo, Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.] e di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.], si diede a far guerra alla contessa Matilda, principale sostegno della parte pontificia in Italia. Aveva ella, per così dire, una selva di fortezze nelle montagne di Modena e Reggio, Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone, Montebello ed altri simili luoghi montuosi di sua ragione aveano rocche fortissime, delle quali resta tuttavia qualche vestigio

Insuperabilia loca sunt sibi plurima fixa:

così scrive Donizone. Con tale attenzione e valore accudiva a tutto l'eroina contessa che potè ben egli dare il guasto al paese, e formar degli assedii, ma senza che gli venisse fatto di conquistare alcuno de' suoi forti castelli. Soccorreva ella nel medesimo tempo con danari papa Gregorio, che troppo ne abbisognava, per sostenersi contro l'esercito dell'antipapa. E fu in questa occasione e nell'anno presente, che essa contessa con Anselmo vescovo di Lucca, scacciato dalla sua chiesa, e vicario del papa in Lombardia, richiesero al monistero di Canossa il suo tesoro per li bisogni della Chiesa romana [Rerum Italicar., tom. 5, pag. 385.]. Non ebbe difficoltà l'abbate Gherardo coi monaci a concederlo. Consistè esso in settecento libbre d'argento, e in nove libbre d'oro, che furono inviate a Roma. Ma la pia contessa non mancò di dar qualche compenso a quel monistero, con assegnargli alcune chiese, e fargli poscia altri benefizii. Facilmente i principi del secolo metteano le mani sopra i tesori delle chiese; ma pochi imitavano Matilda nell'indennizzarle in altra guisa.


MLXXXIII

Anno diCristo MLXXXIII. Indizione VI.
Gregorio VII papa 11.
Arrigo IV re di Germania e d'Italia 28.

In quest'anno ancora per la terza volta ritornò il re Arrigo sotto Roma con isperanza d'entrarvi un giorno colla forza, o almeno con intenzione di stancare i Romani e d'indurli a qualche capitolazione [Berthold. Constantiensis, in Chron.]. Fece alzare un castello in faccia alla città leonina, che infestava molto i Romani difensori d'essa città. Certamente s'ingannò Bertoldo da Costanza, autore per altro assai esatto di questi tempi, in credere che l'antipapa Guiberto fosse consecrato papa ed intronizzato nel presente anno. Ciò avvenne nell'anno seguente. Quand'anche Arrigo in questo anno si fosse impadronito del Vaticano, certamente non mise piede nella basilica lateranense, necessaria per intronizzare un papa. Vero è bensì ch'egli cominciò de' trattati segreti coi nobili romani, impiegando cogli uni l'oro, e l'ingorde promesse cogli altri, in maniera che, a riserva di Gisolfo principe di Salerno, essi convennero di far tenere al papa nel mese di novembre venturo un concilio, dove si dibattesse la causa del regno controverso, ed ognun si acquetasse alla determinazion di quella sacra assemblea. Promise Arrigo di lasciar libero a tutti il cammino per intervenirvi. Tornossene perciò egli in Lombardia, e fece venire a Ravenna il suo antipapa. Ma non mantenne poi la parola, perciocchè fece prigioni i legati de' principi tedeschi suoi nemici; trattenne inoltre Ottone vescovo di Ostia, legato della santa Sede, e molti altri; impedì ancora che Ugo arcivescovo di Lione, Anselmo vescovo di Lucca e Rinaldo vescovo di Como non potessero intervenire al concilio suddetto. Fu nondimeno celebrato esso concilio [Labbe, Concil., tom. 10.] nel dì 20 di novembre, e da tanti fu pregato il pontefice Gregorio, che s'astenne dallo scomunicar di nuovo Arrigo; ma con tal forza parlò della fede e morale cristiana, e della costanza necessaria nella persecuzione presente, che cavò le lagrime dagli occhi di tutti. Scomunicò soltanto chi aveva impedito quei che venivano a Roma [Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.]. Molte istanze fecero i Romani, acciocchè egli accogliesse Arrigo senza esigere soddisfazione. Ma egli saldissimo negò di farlo, quando Arrigo non soddisfacesse per le offese fatte a Dio e alla Chiesa. Si venne allora in cognizione che essi Romani aveano nella state precedente contratta obbligazione con giuramento di fare in maniera che il papa gli desse la corona; e non volendola dare, ch'essi eleggerebbono un altro che gliela desse, con discacciare lo stesso Gregorio papa. Nè egli, nè i suoi familiari aveano fin qui potuto discoprir quest'arcano. Si ricorse dunque ad un sottil ripiego: cioè, che non avendo i Romani promesso di dare ad Arrigo la corona con solennità, poteano rispondere di esser pronti a fargliela dare dal papa, qualora il re desse segni di vero pentimento; se no, il pontefice con una fune gliene manderebbe giù una da castello Sant'Angelo. Nè l'uno, nè l'altro piacque ad Arrigo; e però i Romani protestarono di essere assoluti dalla lor promessa, e dal giuramento a lui fatto, e si unirono di nuovo a sostener papa Gregorio. In questi infelici tempi restarono pochissimi vescovi uniti al partito d'esso pontefice, e questi ancora, per la maggior parte cacciati dalle lor chiese. Il rifugio di tutti era allora la contessa Matilda. Arrigo tornato dipoi sotto Roma, celebrò il santo Natale apud sanctum Petrum, come ha l'Urspergense [Urspergensis, in Chron.].