Per te ruit sacer ordo, a qua primum prodiit.

Non sufficit papa unus: binis gaudes infulis.

Fides tua solidatur sumptibus exhibitis.

Dum stat iste, pulsas illum; hoc cessante revocas;

Illo istum minitaris. Sic imples marsupias.

In questi medesimi tempi non istavano in ozio i partigiani d'Arrigo in Lombardia, paese dove pochi si contavano aderenti al papa. Sosteneva nondimeno questo altro partito vigorosamente la contessa Matilda, principessa nell'amor della religione a niuno seconda, e superiore al suo sesso nella politica e nella conoscenza dell'arte militare. Un fatto avvenne che recò a lei gran gloria, e rincorò chiunque manteneva buon cuore per la parte pontificia. Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 3.] pare che lo riferisca ad alcuno degli anni seguenti. Ma Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantiensis, in Chron.] e l'autore della Vita di santo Anselmo ne parlano all'anno presente. Cioè non fu sì tosto giunto in Lombardia Arrigo IV, che ordinò ai vescovi e marchesi di mettere insieme un buon esercito con voce (finta o vera, non so) di voler tornare alla volta di Roma. I fatti furono diversi. Mosse egli nuova guerra alla contessa Matilda, e spedì quell'esercito sul Modenese, da cui fu impreso l'assedio del castello di Sorbara. Benchè la contessa tanta gente non avesse da potersi cimentare con sì poderosa armata, tuttavia, avendo dalle spie inteso che quegli assedianti, senza curarsi di guardie, se ne stavano alla balorda nel loro campo sotto Sorbara, una notte, quando men se l'aspettavano, mandò le sue milizie ad assalirli. Ne riportò (forse nel mese di luglio) un'insigne vittoria, fece prigione Eberardo vescovo di Parma con cento dei migliori soldati, sei capitani, più di cinquecento cavalli, assaissime armature, e l'equipaggio del campo de' nemici. Il marchese Oberto generale di quell'armi con assai ferite si diede alla fuga; e Gandolfo vescovo di Reggio, scappato nudo, per tre dì stette nascoso in uno spinaio. In quest'anno ancora Guelfo duca di Baviera, presa la città d'Augusta, e cacciatone Sigefredo vescovo scismatico, pose in quella sedia Wigoldo pastore legittimo. Ma Arrigo, che era nel dì 19 di giugno in Verona, ed ivi confermò i privilegii a que' canonici [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.], ad avea nel dì 17 confermati i suoi beni al monistero di san Zenone [Antiquit. Italic., Dissert. XIII.], essendo passato sul principio d'agosto in Germania, ed avendo assediata la medesima città di Augusta, la costrinse anch'egli alla resa. Dacchè fu sbrigato dagli affari pontificii Roberto Guiscardo [Anna Comnena, Alexiad., lib. 5.], venne a trovarlo Boamondo suo figliuolo, per ottener soccorso di gente e di danaro, perchè l'esercito di lui lasciato in Albania, non correndo le paghe, minacciava di rivoltarsi, e l'imperadore Alessio segretamente avea fatto offerir loro di soddisfarli. Era in collera Roberto contra di Giordano principe di Capoa [Guillelmus Apulus, lib. 5.], perchè avesse ricevuta da Arrigo l'investitura degli Stati, e gli mosse guerra per questo, con dare a ferro e fuoco parte del di lui paese. Forse passò l'affare di concerto fra loro, acciocchè Giordano avesse un apparente motivo di rinunziare all'aderenza dell'imperadore, e di riunirsi con papa Gregorio, siccome in effetto seguì. Goffredo Malaterra scrive che questa mossa di Roberto contra di Giordano accadde molto prima ch'egli andasse a liberar il papa dall'assedio di Roma. Fece Roberto consecrare da esso pontefice la magnifica chiesa ch'egli avea fabbricata in Salerno; e ciò fatto, attese ad una strepitosa spedizione in Albania contra del greco Augusto. Sul principio dunque dell'autunno, seco conducendo anche Ruggieri altro suo figliuolo, con una poderosa armata navale di gente e di cavalli passò il mare [Idem, lib. 4.]. Nel mese di novembre venne a battaglia colla flotta de' Greci e Veneti con tanto vigore, che la sbaragliò; prese alcune delle loro navi; due cogli uomini ne affondò, da due mila n'ebbe prigionieri, ed alcuni migliaia d'uomini dalla parte d'essi Greci e Veneziani vi perirono. Anna Comnena scrive che due vittorie contro i Normanni aveano prima riportate in quest'anno i Veneziani: del che niuna menzione vien fatta dagli altri storici. Confessa dipoi essa istorica la terribil rotta suddetta, loro data dal Guiscardo, la qual fu cagione che si sciogliesse l'assedio di Corfù, già incominciato dai Greci. Svernò in quelle parti Roberto, macchinando sempre maggiori imprese contra del greco Augusto. Abbiamo dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Vitale Faledro, con prevalersi della disgrazia succeduta alla flotta veneta spedita in favore de' Greci, suscitò l'odio del popolo veneto contra di Domenico Silvio loro doge; ed aggiunti poi donativi e promesse, tanto fece che esso Domenico fu deposto. Dopo di che fu egli sostituito nella medesima dignità. Appresso scrive, avere Vitale inviati a Costantinopoli i suoi legati che gli ottenessero dall'Augusto Alessio il titolo di protosebasto: perlochè da lì innanzi il doge veneto cominciò ad intitolarsi dux Dalmatiae et Croatiae, et imperialis protosevastos. Confermò in quest'anno Arrigo imperadore tutti i suoi privilegii e beni al monistero di Farfa, come costa dal suo diploma inserito nella Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Que' monaci riconosceano allora per papa Guiberto, e tenevano saldo il partito d'Arrigo.


MLXXXV

Anno diCristo MLXXXV. Indizione VIII.
Gregorio VII papa 13.
Arrigo IV re 30, imperad. 2.

Dimorava tuttavia in Salerno papa Gregorio, quando volle Iddio liberarlo dalle tribulazioni del mondo cattivo, e chiamarlo a miglior vita [Paulus Benried., in Vit. Greg. VII.]. Cadde egli infermo nel mese di maggio; ed interrogato chi egli designasse per suo successore in tempi tanto turbati della Chiesa, tre ne nominò, cioè Desiderio cardinale ed abbate di Monte Casino, Ottone vescovo d'Ostia ed Ugo arcivescovo di Lione. Perchè i due ultimi erano fuori d'Italia, consigliò di eleggere Desiderio. Fattagli istanza di dar l'assoluzione e benedizione agli scomunicati, rispose che, a riserva di Arrigo e dell'antipapa Guiberto, e dei principali fomentatori di quello scisma, la concedeva agli altri tutti. Però vien creduto falso il dirsi da Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.] ch'egli rimettesse in sua grazia Arrigo. L'ultime sue parole furono: Dilexi justitiam, et odovi iniquitatem: propterea morior in exsilio. Nel dì 25 di maggio passò egli alla gloria de' beati: pontefice onorato da Dio in vita e dopo da morte varii miracoli, e perciò registrato nel catalogo dei santi. Innumerabili contradittori ebbe egli vivente, altri non pochi ne ha avuti anche a' dì nostri. Quel che è certo tante calunnie divolgate contra di lui sono patentemente smentite dalla vita incorrotta che egli sempre menò, e dal suo zelo per la purità della disciplina ecclesiastica. Se poi i mezzi da lui adoperati per ottenere questo lodevol fine sieno anch'essi tutti degni di lode, alla venerazion mia verso i capi della Chiesa non conviene esaminarlo, nè alla mia tenuità di volere decidere. Fu data sepoltura al sacro corpo del defunto pontefice nella chiesa di san Matteo di Salerno, e i cardinali, conoscendo il bisogno della Chiesa, tutti rivolsero gli occhi sopra il suddetto abbate casinese Desiderio [Petrus Diac., Chron. Casin., lib. 3, cap. 65.], uomo incomparabile per la sua saviezza e purità di costumi, ed amico di tutti i principi. Ma ritrovando in lui ripugnanza indicibile a questo peso, ancorchè avessero implorato l'aiuto di Giordano principe di Capoa e d'altri signori, passò il resto dell'anno senza che si desse un nuovo pastore alla Chiesa romana. Nello stesso dì 25 di maggio cessò ancora di vivere Tedaldo ossia Tebaldo arcivescovo di Milano, capo e colonna maestra degli scismatici di Lombardia [Berthold. Constantiensis, in Chron.], mentre era in Arona, terra della sua chiesa sul Verbano, cioè sul Lago Maggiore, e non già posta fra Como e Bergamo, come immaginarono i padri Papebrochio e Pagi. Ebbe per successore Anselmo da Rho. Nega esso padre Pagi [Pagius, Chrit. ad Annal. Baron.] che questo nuovo arcivescovo fosse eletto dall'imperadore Arrigo; o se pur fu eletto dal clero e popolo milanese, prendesse da Arrigo l'investitura, con allegare Bertoldo da Costanza laddove scrive che dopo la morte d'esso Tedaldo la chiesa di Milano erigere caput coepit, excussoque e cervicibus jugo schismaticorum, catholicum sibi delegit antistitem, Anselmum ejus nominis tertium. Ma queste son parole del cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], e non già di Bertoldo. All'incontro Landolfo juniore [Landulf. Junior, Hist. Mediolan., cap. 9, tom. 5 Rer. Ital.], siccome osservò il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Landulfum Junior.], chiaramente scrive che Anselmo fu investito da Arrigo. Vedremo ben poi lo stesso arcivescovo abbracciare fra qualche tempo il partito de' cattolici; ma questo non fa che egli sulle prime non ricevesse dalle mani dell'imperadore il baston pastorale. Mancarono ancora di vita i vescovi scismatici di Parma, di Reggio, di Modena e di Pistoia; e perchè in questi tempi la contessa Matilda ricuperò non poco della sua autorità, furono provvedute le tre ultime chiese di pastori cattolici.