Stava intanto Roberto Guiscardo duca di Puglia facendo maravigliosi preparamenti di navi e di gente colla vasta idea di portar la guerra nel cuore del greco imperio, e di mettere almeno in contribuzione i luoghi marittimi di quella monarchia; ma abortì ogni suo disegno, perchè passato in Cefalonia per prendere la città di quell'isola, infermatosi quivi terminò i suoi giorni nel dì 17 di luglio. Con che venne meno uno de' principi più memorabili della storia normannica ed italiana, che da picciolo gentiluomo era pervenuto ad essere come un re col suo infaticabil valore, colla sua accortezza e con altre eroiche doti, mischiate nondimeno con una smoderata ambizione, e cogli altri vizii de' conquistatori che passano per virtù negli occhi del mondo, ma non già in quelli di Dio. Post multorum pauperum et divitum oppressionem, cujus avaritiae nec Sicilia nec Calabria suffecit, finì egli di vivere, come scrisse Bertoldo da Costanza [Berthold. Constantiensis, in Chron.]. Secondo l'uso dei secoli barbari, non mancò chi attribuì la sua morte al veleno, fattogli dare o dall'imperadore Alessio, o da Sichelgaita duchessa sua moglie [Olderic. Vitalis, lib. 7 Hist. Alber. Monachus, in Chron.]. Resta questa voce distrutta da Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 5.], da Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] e da altri, che cel rappresentano mancato di morte comune. Trovaronsi alla morte di lui presenti la stessa duchessa con Ruggieri suo figliuolo, e Boamondo nato a Roberto dal primo matrimonio. Avea Sichelgaita già fatto dichiarar principe ed erede degli Stati il suo figlio Ruggieri, soprannominato Borsa: pure, temendo che i popoli, udita la morte del marito, tumultuassero, oppure che Boamondo disputasse la successione ad esso suo figlio, siccome infatti avvenne, frettolosamente ripassò in Italia sopra la miglior galea di quell'armata, con riportar seco il cadavero del defunto consorte. Prima nondimeno di partirsi dalla Cefalonia, esso principe Ruggieri parlò all'esercito, e trovò tutti disposti alla fedeltà verso di lui. Ma non fu sì tosto egli allontanato, che quasi fosse caduto il mondo nella persona di Roberto Guiscardo, tutta quell'armata sorpresa da panico spavento, lasciando armi e bagaglio, corse alle navi, e, come potè il meglio, se ne venne alla volta d'Otranto. Già toccavano i lidi della Puglia, quando insorta una fiera tempesta, ingoiò molte di quelle barche e gran quantità di gente. Ruppesi la stessa galea che portava il cadavero del Guiscardo; e questo andò in mare, da dove con fatica ricuperato, fu poi seppellito nella città di Venosa. Durazzo e l'altro paese già conquistato da Roberto non tardò a rimettersi sotto il dominio del greco Augusto. Fu proclamato duca Ruggieri in Puglia, Calabria e Salerno; ma Boamondo, suo fratello maggiore di età, non potendo sofferire di vedersi così escluso dall'eredità, benchè primogenito, appena fu anch'egli tornato in Italia, che si diede a far gente e movimenti contro del fratello. In Germania, dove si trovavano l'imperadore Arrigo e il re Ermanno, nulla seguì di memorabile nell'anno presente. Tenuto fu un concilio in Quintilineburgo dal già liberato vescovo di Ostia nella settimana di Pasqua [Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.], ed in esso proferita la scomunica contra di alcuni simoniaci, con altri ordini spettanti all'ecclesiastica disciplina. V'intervenne lo stesso re Ermanno co' principi suoi seguaci. Raunarono dipoi i partigiani di Arrigo anch'essi un conciliabolo in Magonza, e ritorsero le censure contro la parte contraria. Ebbe maniera in questo anno esso Arrigo di tirar dalla sua buona parte de' Sassoni: così belle furono le promesse che loro diede di un buon trattamento. Ma quello sconsigliato principe tardò poco a far conoscere che la volpe muta il pelo, e non il vezzo; e però fu in breve rigettato e cacciato da chi gli avea prestata ubbidienza. Era in Ratisbona esso Arrigo nel dì 9 di novembre dell'anno presente, se vogliam credere al diploma con cui egli confermò i privilegii delle monache di santa Giulia di Brescia [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. CXVII.], dato V idus novembris anno dominicae Incarnationis MLXXXV, Indictione VII, anno autem domni Henrici regis quarti, imperatoris tertii, ordinationis ejus XXXI, regnantis quidem XXIX, imperii vero III. Actum Ratisponae. Ma c'è battaglia fra queste cronologiche note, e l'ultime indicano l'anno seguente 1086. Bensì Liutaldo duca tenne un placito in Padova nel dì 3 di marzo [Antiquit. Italic. Dissertat. XXVIII.], in cui Milone vescovo di quella città ottenne sentenza favorevole per alcuni beni della sua chiesa. Fu, siccome vedremo, Liutaldo duca di Carintia, e che fosse ancora marchese della marca di Verona in questi tempi, può risultare dall'alto sopraddetto. Oltre a Bertoldo di Costanza, gli Annali pisani fanno menzione [Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] di una terribile carestia che, unita colla peste, nell'anno presente popolò di cadaveri le sepolture.
MLXXXVI
| Anno di | Cristo MLXXXVI. Indizione IX. |
| Vittore III papa 1. | |
| Arrigo IV re 31, imperad. 3. |
Conoscevasi molto pregiudiziale alla Chiesa cattolica, e più a Roma, la oramai troppo lunga vacanza della Sede apostolica. Però i vescovi e cardinali della santa Chiesa romana si unirono verso la festa di Pasqua [Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 66 et seq.], e fecero sapere a Desiderio abbate di Monte Casino e cardinale di venire a Roma unito agli altri cardinali che con esso lui dimoravano, e con Gisolfo già principe di Salerno. Credendo egli che più non si pensasse a lui, andò colà nella vigilia della Pentecoste. Sulla sera furono a trovarlo e vescovi e cardinali e laici fedeli di san Pietro, per indurlo ad accettare il papato; ma egli protestò di voler piuttosto andar pellegrinando, che di condiscendere ai loro voleri; e caso che gli facessero qualche violenza, se ne tornerebbe tosto a Monte Casino tal quale era, ed essi commetterebbono con ciò un'azione ridicola. Nel dì seguente si congregarono tutti, e diedero a Desiderio la facoltà di nominar chi dovesse empiere la sedia di san Pietro; ed egli, col parere di Cencio console dei Romani, nominò Ottone vescovo di Ostia. Erano tutti in procinto di proclamar papa esso vescovo, quando uno dei cardinali si ostinò a non volerlo, con allegare i canoni, da' quali si proibiva la traslazione da un vescovato all'altro, quantunque tali canoni fossero oramai troppo andati in disuso. Questo accidente fu cagione che i vescovi e cardinali col clero e popolo risolvessero in fine di crear papa per forza Desiderio. Presolo dunque, l'elessero, violentemente gli misero addosso la cappa rossa, ma non poterono già vestirlo colla bianca, tanta fu la di lui resistenza, e gl'imposero il nome di Vittore III. Il prefetto dell'imperadore, che, lasciato in libertà dal duca Ruggieri, era tornato a Roma, e in Campidoglio esercitava la sua autorità, adirato perchè i vescovi e cardinali, ad istanza di Gisolfo già principe di Salerno, non aveano voluto consecrare l'eletto arcivescovo salernitano, cominciò notte e dì a perseguitarli, acciocchè non seguisse la consecrazione dall'eletto papa. Dovendosi questa fare nella basilica vaticana, non poterono essi aver libertà per celebrarvi sì gran funzione. Però dopo quattro giorni esso Desiderio uscì di Roma, ed arrivato a Terracina, quivi depose la croce, il manto e l'altre insegne pontificali, risoluto di voler piuttosto andarsene pel mondo, che di sottomettere le sue spalle al peso del pontificato, e se ne tornò a Monte Casino. Per quante preghiere e lagrime i cardinali e i vescovi adoperassero, rappresentandogli il bisogno e il danno della Chiesa, nol poterono rimuovere. E tuttochè facessero venire al monistero Giordano principe di Capoa con un grande esercito, non riuscì ad alcuno d'indurre Desiderio a lasciarsi consecrare. In così fluttuante stato passò ancora l'anno presente.
Dominava tuttavia in Mantova la contessa Matilda, e seco si trovava l'illustre servo di Dio Anselmo, di nazione milanese, vescovo di Lucca, già dalla sua chiesa scacciato, e vicario del papa in Lombardia. Ammalatosi egli in essa città, passò a miglior vita nel dì 18 di marzo [Vita S. Anselmi Lucensis, in Act. Sanctor. Bulland. ad diem 18 martii.], e alla sua tomba succederono non poche miracolose guarigioni: per le quali, ma più per le sue insigni virtù, fu annoverato fra i santi. Scrisse molti libri, e ne restano due composti in difesa di papa Gregorio VII contra dell'antipapa Guiberto. Leggesi anche la sua Vita, scritta dal suo penitenziere, cioè da un autore contemporaneo. Eransi negli anni addietro ribellati i principali della Baviera a Guelfo IV loro duca, ed aveano abbracciato il partito dell'imperadore Arrigo [Berthold. Constantiensis, in Chron. Sigebertus, in Chron. Annalista Saxo et alii.]. Nella Pasqua dell'anno presente si riconciliarono con Guelfo, ed abbandonarono il partito imperiale. Unitisi poscia essi Baveresi coi Suevi e Sassoni, si portarono ad assediare la città di Virtzburg. Portossi colà Arrigo con un esercito di venti mila persone tra fanti e cavalli, per liberarla dall'assedio. Seguì dunque una fiera battaglia fra quelle due armate nel dì 11 d'agosto. Rotto Arrigo, si salvò colla fuga, e de' suoi rimasero sul campo più di quattro mila, e pochissimi dei cattolici, a' quali poi non fu difficile l'avere in lor balia quella città, e l'intronizzarvi il vescovo cattolico Adalberone. Ma non passò molto che Arrigo tornò sotto quella città, per quanto scrive l'Urspergense [Urspergensis, in Chron.], dove fu di nuovo posto in sedia il vescovo scismatico. Essendosi poi portato esso Augusto vicino alla festa del santo Natale all'assedio di un castello in Baviera, Guelfo duca di quelle contrade e Bertoldo duca di Suevia gli furono addosso, e talmente lo strinsero, che, se volle uscirne, gli convenne promettere di tenere una dieta, dove si terminasse la discordia del regno.
MLXXXVII
| Anno di | Cristo MLXXXVII. Indizione X. |
| Vittore III papa 2. | |
| Arrigo IV re 32, imperad. 4. |
Verso la metà di quaresima dell'anno presente si raunarono molti vescovi e cardinali nella città di Capoa, e vi tennero un concilio, al quale presedette Desiderio già eletto papa [Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 3, cap. 68.], ed intervennero Cencio console colla maggior parte della nobiltà romana, Giordano principe di quella città, e Ruggieri duca di Puglia. Vinto ivi Desiderio dalle tante loro preghiere, e, come io vo credendo, anche dalle promesse a lui fatte da que' principi e dai Romani di assisterlo con braccio forte contra dell'usurpatore antipapa, ripigliò la croce e la porpora; e tornato nel dì delle Palme a Monte Casino, quivi solennizzò la Pasqua. Poscia passò con essi principi e colla loro armata verso Roma; e benchè fosse sorpreso da una languidezza di forze, si accampò fuori della porta di san Pietro. Dianzi avea l'antipapa occupata la basilica vaticana, e la difendea con una mano d'armati. Fu essa in fine ricuperata dalle armi collegate; e però il novello papa Vittore III venne quivi consecrato nella domenica dopo l'Ascensione dai vescovi d'Ostia, di Tuscolo, di Porto e di Albano, con gran concorso del popolo romano. Dopo otto giorni se ne tornò egli coi suddetti principi a Monte Casino. Ma perchè la contessa Matilda col suo esercito era giunta a Roma, egli notificò l'ardente sua brama d'abboccarsi con lui, per mare si restituì colà, e si fermò in san Pietro per otto giorni, e nel dì di san Barnaba coll'aiuto di Matilda, passato il Tevere, entrò in Roma, accolto da gran folla del popolo e dalla maggior parte della nobiltà. Così tornò in suo potere tutta quella città con castello Sant'Angelo, San Pietro, e le due città di Porto e d'Ostia. Prese egli abitazione nell'isola del Tevere. Ma nella vigilia di san Pietro eccoti comparire un messo, che si finse spedito da Arrigo, il quale intimò ai consoli, senatori e popolo romano la disgrazia dell'imperadore, se non abbandonavano papa Vittore. Allora i volubili Romani congiunti colle soldatesche dell'antipapa cacciarono di Roma tutti i soldati del papa, che si ritirarono in castello Sant'Angelo. Presero anche tutti i contorni della basilica vaticana, ma non poterono già entrare in essa basilica, in maniera che l'antipapa, che sperava di celebrar ivi messa nella festa di san Pietro, fu costretto a celebrarla nella chiesa di santa Maria nelle torri contigue alla vaticana. Nella sera poi ne uscì la guarnigion pontificia, e Guiberto nel dì seguente vi celebrò; ma ritiratisi i suoi, nel giorno appresso ritornò quella basilica alle mani di papa Vittore. Era ben compassionevole lo stato di Roma in tempi di tanta turbolenza. Restituitosi a Monte Casino esso pontefice, passò poi nell'agosto a Benevento, dove tenne un concilio, condannò le investiture date agli ecclesiastici, rinnovò le scomuniche contra dell'antipapa Guiberto, e le medesime censure fulminò contra di Ugo arcivescovo di Lione e di Riccardo abbate di Marsiglia, perchè oppostisi all'esaltazion d'esso papa, s'erano dianzi separati dalla comunion della Chiesa romana. Non potè già accadere senza scandalo il vedere che questo arcivescovo, proposto dallo stesso papa Gregorio VII come persona degna di succedere a lui nel pontificato, mosso poi da ambizione e invidia, si rivoltasse contra d'esso papa Vittore, e ne sparlasse senza ritegno alcuno. Resta tuttavia una di lui lettera scritta alla contessa Matilda [Concilior. Labbe, tom. 10. Chronicon Virdunens., apud Labb.], dove tratta Desiderio per uomo dominato dall'ambizione, vanaglorioso, astuto, con chiamar nefande le di lui azioni; per le quali cagioni aveva esso arcivescovo impugnata la consecrazione del medesimo, con esigere ch'egli prima evacuasse alcuni reati. Tale nondimeno era stata in addietro la vita di Desiderio, tale la sua pietà e il suo zelo per la religione, che non si dee prestar fede alle dicerie di quell'arcivescovo, il quale ben si scopriva che moriva di voglia del pontificato romano, nè potea sofferire che altri l'avesse preoccupato. Mentre si celebrava il suddetto concilio, peggiorò di sanità papa Vittore, per cagione d'una gagliarda dissenteria, e però si affrettò di tornare a Monte Casino, dove presentò ai vescovi e cardinali Ottone vescovo di Ostia, consigliandoli di eleggerlo per suo successore. Dopo tre giorni, cioè nel dì 16 di settembre, passò a godere in cielo il premio delle sue fatiche, con lasciar fama di santità presso i buoni, non già presso gli scismatici, che scaricarono contra di lui non poche calunnie, come aveano fatto di Gregorio VII, le quali si leggono nella Cronica d'Augusta [Chron. Augustan., apud Freherum, tom. 1.]. Nè mancano scrittori che il dicono [Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital. Martinus Polonus, in Chron. et alii.] morto di veleno a lui dato nel sacro calice; ma questa probabilmente fu una di quelle immaginazioni che facilmente nasceano e si dilatavano in secoli di tante turbolenze. Papa Vittore III si acquistò credito anche fra i letterati con tre libri di dialoghi sacri, i quali sono alla luce. Fu in quest'anno sul principio d'agosto tenuta una gran dieta dai principi tedeschi delle due fazioni nella città di Spira [Berthold. Constant., in Chron.]. V'intervenne anche l'Augusto Arrigo. Quei del partito a lui contrario si esibirono di riconoscerlo per re, purchè egli impetrasse l'assoluzion dalle scomuniche. Ma persistendo egli in protestarsi non iscomunicato, andarono in fumo tutte le speranze di quell'assemblea, ed ognun dal suo canto si rivolse a preparar armi per la guerra. Arrigo colle sue armi tornò addosso ai Sassoni, ma gli convenne fuggire, inseguito sì da vicino dal re Ermanno, che se non era Egberto conte che per sua malizia il lasciò scampare, egli cadeva nelle mani de' Sassoni.