Fu poi mandato Corrado a Milano, dove per le mani d'Anselmo vescovo cattolico di quella città ricevette la corona del regno d'Italia tanto in Monza, quanto nella basilica milanese di santo Ambrosio. Ne fa menzione anche Landolfo iuniore [Landulf. Junior, Hist. Mediolan., cap. 1, tom. 5 Rer. Ital.], cognominato da san Paolo, storico milanese di questi tempi, della cui Storia cominceremo a valerci, con iscrivere: Cono quoque rex (Conone e Corrado, torno io qui a ripeterlo, è lo stesso nome) qui dum pater ejus Henricus viveret, per contractationem Mathildis comitissae, et officium hujus Anselmi de Rode fuit coronatus Modoetiae, et in ecclesia sancti Ambrosii regali more. Scrive ancora Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantiensis, in Chron.] che questa coronazione si fece annuente Welphone duce Italiae, et Mathilda ejus carissima conjuge. Appresso egli soggiugne che Guelfo IV duca di Baviera, padre d'esso Guelfo V, poco dappoi venne in Italia a visitar questo re novello, e ad offerirsi suo fedele aderente insieme col figliuolo. Per questo inaspettato accidente restò sì depresso e sbalordito l'imperadore Arrigo, che si ritirò in una fortezza, e quivi gran tempo si trattenne come persona privata e senza la dignità regale. Anzi fama corse, esser egli stato preso da tanta afflizione, che si volle dar la morte, e l'avrebbe fatto, se i suoi non l'avessero impedito. Ma in quest'anno terminò i suoi giorni il suddetto Anselmo III arcivescovo di Milano; e perciocchè in questi tempi le fazioni contrarie facilmente faceano gl'interpreti de' gabinetti del cielo, probabilmente gli scismatici dovettero attribuire ai giudizii di Dio la di lui morte, per aver sostenuto la ribellion d'un figliuolo contra del padre. Ma ricordar non occorre quanta sia, se non sempre, almen bene spesso, la nostra temerità, allorchè vogliam mettere mano ne' consigli dell'Altissimo, e immaginar cagioni soprannaturali degli avvenimenti naturali. Ebbe Anselmo per successore Arnolfo nobile milanese dalla Porta Orientale, il quale non pare credibile, come alcuni hanno scritto, che prendesse la investitura dall'Augusto Arrigo, perchè Milano allora seguitava la parte del romano pontefice e del re Corrado. Che egli nondimeno avesse delle opposizioni, si può dedurre dall'esser egli stato solamente nell'anno 1095 consecrato. Si dee anche avvertire per gloria dell'Italia che in quest'anno santo Anselmo, grande splendore del monachismo, fu creato arcivescovo di Cantorberì, e primate della Inghilterra. Nato nella città di Aosta, abbracciò nel monistero di Becco in Normandia la vita monastica, fu creato abbate, e poi contra sua volontà dal re Guglielmo II alzato al primo seggio della Chiesa inglese. Provò egli dipoi delle gravissime vessazioni che servirono ad accrescere la di lui gloria in terra, e più nel cielo. Ruggieri duca di Puglia, che avea preso per moglie Adelaide figliuola di Roberto conte di Fiandra, e nipote di Filippo re di Francia, s'infermò gravemente in quest'anno, talmente che si sparse nuova ch'era mancato di vita [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 15.]. Sollevaronsi dunque contra i di lui Stati e figliuoli, non solamente Boamondo suo fratello, ma ancora altri baroni vassalli suoi. Riavutosi egli da quella malattia, Boamondo si riconciliò tosto con lui; ma Guglielmo di Grantmaniol stando pertinace nella ribellione, obbligò il duca risanato a procedere coll'armi contra di lui. Colle milizie del nipote unì anche Ruggieri conte di Sicilia un buon nerbo di soldati, coi quali fu ridotto Guglielmo a fuggirsene a Costantinopoli colla perdita di tutti i suoi Stati. La maggior parte nondimeno ne riebbe egli dopo qualche tempo dalla clemenza del duca. Prosperò non poco in quest'anno la fede cattolica, non solamente in Italia, ma anche in Germania. Lo stesso papa Urbano potè celebrare in Roma (non so in qual chiesa) con solennità la festa del Natale, quantunque in quella città tuttavia dimorassero non pochi seguaci dell'antipapa. Il saggio pontefice, che abborriva di adoperare il rimedio dell'arme per cacciarli, piuttosto volle sofferirli, che inquietare il popolo; e tanto più perchè castello Sant'Angelo, oltre ad altri siti, restava tuttavia in potere di Guiberto, che vi teneva buona guarnigione. Intanto esso Guiberto dimorava con Arrigo in Verona, fingendosi prontissimo a rinunziare il preteso suo papato, se in altra maniera non si potea dar la pace alla Chiesa. Ho io prodotto, ma colle note cronologiche poco esatte, una donazione fatta in quest'anno da esso Arrigo [Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.], dimorante in Mantova, a Conone ossia Corrado vescovo di quella città.
MXCIV
| Anno di | Cristo MXCIV. Indizione II. |
| Urbano II papa 7. | |
| Arrigo IV re 39, imperad. 11. | |
| Corrado II re d'Italia 2. |
Il solo Sigeberto è quello [Sigebertus, in Chron.] che accenna una scorsa data in quest'anno dall'imperadore Arrigo nella Gallia, cioè nella Borgogna o Lorena. Servì il suo allontanamento dall'Italia a far crescere smisuratamente la parte pontificia in queste parti, di maniera che moltissime fortezze si ribellarono, e presero l'armi contra di lui. Profittonne anche papa Urbano. Da Bertoldo di Costanza [Berthold. Constantiensis, in Chron.] e da una lettera di Goffredo abbate vindocinense, cioè di Vandomo, ci vien confermato [Goffrid. Vindocinensis, lib. 1, Epist. 8.] che in questi tempi l'antipapa teneva tuttavia guarnigione nel palazzo del Laterano, ed era inoltre padrone di castello Sant'Angelo e della basilica vaticana. Abitava all'incontro quasi privatamente papa Urbano nella casa di Giovanni Frangipane, nobile romano, la quale dovea aver sembianza di fortezza. Quindici dì prima di Pasqua venne a trovarlo Ferruccio, lasciato dal suddetto Guiberto per custode d'esso palazzo lateranense, offerendo di dargli quel riguardevol edifizio, purchè gli fosse pagata una buona somma di danari. Era vota la borsa pontificia, e perciò Urbano si raccomandò ai vescovi e cardinali, che poco gli diedero, perchè poveri anche essi a cagion della persecuzione e de' malanni correnti. Trovossi per accidente in Roma il suddetto Goffredo abbate vindocinense, e questi ciò udito, vendè tosto i suoi muli e cavalli, e contribuì tutto quanto l'oro e l'argento che avea; e con ciò si ultimò il mercato con Ferruccio, ed Urbano entrò in possesso della torre e del palazzo lateranense. Col nome di questa torre pensa il padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annal. Baron.] disegnato castello Sant'Angelo. Io non ne son persuaso. Esso abbate Goffredo nella lettera seguente [Goffrid., lib. 1, Epist. 9.] si pregia di aver tolto a Guiberto lateranense palatium, senza parlar più della torre. Se gli avesse anche tolto castello Sant'Angelo, siccome fortezza di maggior conseguenza, non l'avrebbe egli taciuto. E Bertoldo Costanziense chiaramente asserisce che Guiberto ne era padrone, e che i suoi impedivano il passare per ponte Sant'Angelo. Ma che vo io cercando conghietture? Il suddetto Bertoldo attesta che anche nell'anno 1097 Guiberto tenea presidio in quel castello. Dimorava tuttavia in Roma il pontefice romano nel dì 29 di giugno, in cui confermò i privilegii della badia di Montebello sul Pavese, con bolla data [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 in Append.] Romae III kalendas julii, anno Domini millesimo nonagesimo quarto, Indictione secunda, pontificatus domni Urbani II septimo. Abbiamo da Donizone [Donizo, lib. 2, cap. 8.] che, per consiglio della contessa Matilda, esso pontefice determinò di venire in Lombardia, per maggiormente fortificare il partito dei cattolici, e sradicare la gramigna guibertina. Perciò verso il fine dell'anno, per attestato di Bertoldo [Berthold. Constantiensis, in Chron.], celebrò il santo Natale in Toscana, dove fu ad accoglierlo con tutta divozione la contessa Matilda. Se rimase Arrigo sommamente sconcertato per la fuga e ribellione del figliuolo Corrado nell'anno precedente, restò egli in questo anche oltremodo svergognato per la fuga della regina Adelaide, ossia Prassede, sua moglie. La teneva egli imprigionata in Verona [Donizo, lib. 2, cap. 8. Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.], ed avendo essa trovato modo di far sapere le sue miserie alla suddetta contessa Matilda, con raccomandarsi a lei, seppe la contessa così ben menare un segreto trattato, che nel verno di quest'anno la fece fuggir dalle carceri. Rifugiossi ella presso il duca Guelfo V, il quale colla consorte Matilda le fece un trattamento da pari sua; ed allora fu che essa regina diede fuoco a tutte le iniquità e crudeltà commesse contra di lei dal bestiale marito, il cui discredito certamente dovette andar crescendo alla pubblicazione di fatti sì enormi. Essendosi poi tenuto un gran concilio di cattolici tedeschi nella città di Costanza da Gebeardo vescovo, fece la regina suddetta esporre in quella sacra adunanza le sue querele, che mossero a sdegno e compassione chiunque la udì. Intanto in Germania Guelfo IV duca di Baviera conchiuse una pace e lega per tutta la Suevia, Francia teutonica, Alsazia e Baviera, sino ai confini dell'Ungheria: contrade tutte parziali al vero romano pontefice. Scrive sotto quest'anno il Dandolo [Dandul., in Chron, tom. 12 Rer. Ital.], che trovandosi l'imperadore Arrigo in Trivigi, Vitale Faledro doge di Venezia gli spedì tre suoi legati, che il trovarono molto favorevole agli interessi de' Veneziani. In segno di che non solamente egli rinnovò i patti antichi col popolo di Venezia, ma ancora alzò dal sacro fonte una figliuola del doge. Scoprissi ancora in Venezia il sacro corpo di San Marco evangelista, essendo gran tempo che s'era smarrita la memoria del sito in cui era seppellito; e di nuovo fu posto in luogo, oggidì affatto ignoto, nella di lui basilica: che così allora si costumava per timore de' ladri pii delle sacre reliquie, che per più secoli non lasciarono riposar le ossa sacre dei santi. Andò anche Arrigo Augusto per sua divozione a visitare in Venezia la basilica suddetta, e dopo aver girata la città, ne commendò molto il sito e il governo, e concedute esenzioni a varii monisteri, se ne tornò in terra ferma. Potrebbe nondimeno essere che prima di questo anno, e in tempo di maggior felicità, Arrigo visitasse Venezia. Abbiamo anche un privilegio fatto in questo medesimo anno dal soprallodato doge Vitale al popolo di Loreo, castello fabbricato e ben fortificato dallo stesso doge.
MXCV
| Anno di | Cristo MXCV. Indizione III. |
| Urbano II papa 8. | |
| Arrigo IV re 40, imperad. 12. | |
| Corrado II re d'Italia 3. |
Passò dalla Toscana nel febbraio dell'anno presente in Lombardia il buon papa Urbano, e circa il primo dì di marzo celebrò un insigne concilio nella città di Piacenza [Labbe, Concil., tom. 10.], dove intervennero dugento vescovi dell'Italia, Borgogna, Francia, Alemagna, Baviera, e d'altre provincie, e quasi quattro mila cherici, con più di trenta mila laici. Sì grande fu il concorso, che non essendovi basilica capace di tanta gente, bisognò tener quella sacra assemblea in piena campagna. Colà comparve la sfortunata regina Adelaide, e si lamentò delle infamie che le avea fatto sofferire l'indegno suo consorte Arrigo. Non avendo ella acconsentito a tali scelleratezze, fu disobbligata dal farne penitenza. Quivi ancora furono stabiliti varii decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, che avea patito di molto in questi sì burrascosi tempi; e solennemente fu rinnovata la scomunica contra dell'antipapa e de' suoi aderenti. Vi comparvero ancora i legati di Alessio Comneno imperadore dei Greci, con esporre le di lui calde preghiere ed istanze per ottener soccorso contra de' Turchi e d'altri infedeli, che già aveano occupata la maggior parte dell'imperio d'Oriente, e colle loro scorrerie si faceano vedere sotto le mura di Costantinopoli. Però papa Urbano ivi cominciò a predicar la crociata [Berthold. Constantiensis, in Chron.], e molti vi furono che con giuramento s'impegnarono al viaggio di oltremare, per militar contro degl'infedeli. Fu in tal congiuntura consecrato Arnolfo arcivescovo di Milano, alla cui elezione tanto tempo prima s'era opposto il legato apostolico. Nel dì 11 di aprile passò il papa a Cremona, e venutogli incontro il giovane re Corrado, umilmente tenne la staffa al pontefice e l'addestrò. Gli prestò inoltre giuramento di fedeltà, cioè di conservargli la vita, le membra e il pontificato romano. Urbano, all'incontro, il ricevette per figliuolo della santa romana Chiesa, con promettergli ogni aiuto e favore per fargli conseguire il regno e la corona imperiale, purchè anch'egli rinunziasse alla pretension delle investiture ecclesiastiche. Inviossi dipoi il papa per mare in Provenza, e venuto a Valenza, di là spedì le lettere circolari per invitare i prelati ad un concilio da tenersi in Chiaramonte nell'ottava di san Martino, oppur ne' giorni seguenti. Fu infatti celebrato quel concilio [Labbe, Concilior., tom. 10.] al tempo destinato, coll'intervento di tredici arcivescovi e dugento e cinque fra vescovi ed abbati, benchè altri ne contino fin quattrocento. Molti regolamenti si fecero ivi per la disciplina della Chiesa. L'atto nondimeno più famoso di quella insigne assemblea fu la proposizione fatta di nuovo con più fervore dallo zelantissimo papa per la crociata, cioè di un armamento per liberar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli. Così celebre è questo avvenimento, così ampiamente trattato da varii scrittori antichi e moderni, che a me basterà di solamente darne un lieve abbozzo per la concatenazione di questa istoria. A sì celebre movimento era già preceduta la predicazione di Pietro romito franzese [Guillelm. Tyr., Hist., lib. 1, cap. 11. Bernardus, Thesaur., cap. 6, tom. 7 Rer. Ital.], il quale, dopo essere stato a visitare i luoghi santi di Palestina, rapportò in Occidente la persecuzion fatta dai Musulmani a' poveri Cristiani in quelle contrade, e come restassero profanate le memorie della nostra redenzione. Portò egli lettere compassionevoli di quel patriarca Simeone al papa e a' principi dell'Occidente; poi per l'Italia, Francia e Germania andò predicando e movendo grandi e piccoli a portar la guerra in Oriente. Questo fu il precursore di papa Urbano, ma potè più di lunga mano l'esortazione infocata d'un capo visibile della Chiesa di Dio per commuovere e principi e popoli a quell'impresa. Adunque corse a gara gran moltitudine di gente dopo il concilio a prendere la croce e ad impegnarsi per la spedizione d'Oriente; nè altro si udiva dappertutto che questa voce: Dio lo vuole, Dio lo vuole. Nè tanta commozion di popoli nacque dalla sola lor divozione; v'intervenne anche un piissimo interesse. Erano allora tuttavia in uso i canoni penitenziali; ad ogni peccato era destinata la sua penitenza; e queste penitenze si stendevano bene spesso ad anni e a centinaia d'anni, a misura della quantità e qualità dei reati. Ora il pontefice, per animar tutti a prendere la croce, concedette indulgenza plenaria (cosa allora rarissima) di tutte le suddette pene canoniche a chiunque pentito e confessato imprendesse le fatiche di un sì lungo e scabroso viaggio a Gerusalemme. Però non è da stupire se allora sì grande fu il concorso di ecclesiastici e laici alla guerra sacra, e se anche tanti principi si infiammarono di zelo per condurre a fine così glorioso disegno. Più di cento mila persone presero allora la croce, e fra questi moltissimi monaci ancora, che con sì bella congiuntura si misero in libertà.
Succedette in quest'anno un grave sconcerto in Italia, a noi narrato da Bertoldo da Costanza con queste parole [Bertholdus Constantiensis, in Chron.]: Welpho filius Welphonis ducis Bajoariae, a conjugio dominae Mathildis se penitus sequestravit, asserens illam a se omnino immunem permansisse: quod ipsa in perpetuum reticuisset, si non ipse prior illud satis inconsiderate publicasset. Ho io cercato altrove [Antichità Estensi, P. I, cap. 4.] i motivi di tal separazione, e mi è sembrato di poter dire che non ispontaneamente nè per sua balordaggine si ritirò Guelfo V dalla contessa Matilda nell'anno presente, ma sì bene per disgusti a lui dati dalla contessa medesima. Finchè ella ebbe bisogno di lui nelle turbolenze passate, non gli fu scarsa di segni di vero amore e stima, tuttochè fra loro non passasse commercio carnale, o perchè ella nol voleva, o perchè con questo patto l'aveva egli sposata. Ma dacchè ella vide depresso in Italia Arrigo IV, cominciò a rincrescerle di aver un compagno nel comando, e però seppe indurre il marito a separarsi da lei. Forse anche si scoprì solamente allora che Matilda nell'anno 1077 avea fatta una donazione solenne di tutto il suo patrimonio alla Chiesa romana; laonde trovandosi Guelfo da tutte le parti burlato per aver presa una ch'era solamente moglie di nome, ed anche senza speranza di godere della di lei eredità, disgustatissimo da lei si congedò. E che nel contratto del di lui matrimonio colla contessa seguisse qualche patto di tal successione, si può raccogliere dal sapere che Guelfo IV duca di Baviera suo padre, udito questo divorzio, volò in Italia tutto ardente di sdegno, e per quanto facesse, non gli riuscì di riconciliar questi due coniugati; nè potendo egli digerir l'inganno fatto alla sua casa dalla contessa, dopo essere per tanti anni stato il principal sostegno della parte cattolica, si gettò nel partito allora fallito dell'imperadore Arrigo. Questa sua risoluzione e lo sdegno da lui mostrato fanno abbastanza intendere che un gran torto gli doveva aver fatto Matilda. Unde (soggiugne esso Bertoldo) pater ipsius (cioè Guelfo IV) in Longobardiam nimis irato animo pervenit, et frustra diu multumque pro hujusmodi reconciliatione laboravit. Ipsum etiam Henricum sibi in adjutorium adscivit contra dominam Macthildam, ut ipsam bona sua filio ejus dare compelleret, quamvis nondum illam in maritali opere cognosceret. È un sogno del Fiorentini il farsi a credere che il vecchio Guelfo prima del divorzio del figliuolo avesse abbracciata la fazione di Arrigo. L'abbracciò per dispetto, dopo essersi trovato sì solennemente beffato dalla contessa Matilda. Se si notassero tutti i vizii degli eroi, per lo più comparirebbono non minori di numero e peso che le loro virtù. Tornarono i due Guelfi, malcontenti della contessa, in Germania, per attestato di Bertoldo, e si affaticarono non poco in favore dell'Augusto Arrigo; tutto nondimeno indarno, perchè il di lui partito era oramai troppo scaduto. È da osservare che Donizone, troppo parziale della contessa, niuna menzione fa mai di Gotifredo, nè di Guelfo, che pur furono mariti di lei, ma da lei in fine rigettati e sprezzati. Fu in questi tempi consigliato Corrado re d'Italia ad ammogliarsi [Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 23.]. Papa Urbano e la contessa Matilda gli proposero Matilda figliuola di Ruggieri conte di Sicilia, principe che potea dare una buona dote, di cui abbisognava forte quel povero re, smunto affatto di danaro. Lo stesso papa ne scrisse al conte Ruggieri, e restò conchiuso il trattato. Spedì egli la figliuola con una flotta e con un ricco tesoro a Pisa, dove si trovò Corrado a riceverla; e quivi con tutta onorevolezza furono celebrate le nozze. Scrive bensì Bertoldo da Costanza che in questi medesimi tempi l'imperadore Arrigo dimorava in Lombardia, paene omni regia dignitate privatus, perchè tutto il nerbo delle sue milizie era passato sotto le bandiere del suddetto suo figliuolo Corrado e della contessa Matilda. Contuttociò io truovo che egli nel dì 31 di maggio tenne un placito nella città di Padova [Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.] coll'intervento di Burcardo e Warnerio marchesi, e in esso accordò la sua protezione per alcuni beni al monistero di santa Giustina di Padova. Similmente dimorando egli in Garda sul lago Benaco, nel dì 7 di ottobre confermò i suoi privilegii [Ibidem, Dissert. LXX.] al monistero della Pomposa, posto tra Ferrara e Comacchio, con un diploma, le cui note non son pervenute a noi assai esattamente copiate dall'originale. Tentò egli inoltre, secondochè abbiam da Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 9.], d'impadronirsi del forte castello di Nogara coll'aiuto dei Veronesi. L'assediò infatti, e l'aveva già ridotto alla estremità per la fame; ma, ciò udito la contessa Matilda,