Andossene dipoi papa Urbano alla città di Bari, dove nel mese di ottobre tenne un maestoso concilio di cento ottantacinque vescovi [Lupus Protospata, in Chron. Anonymus Barensis, apud Peregrinium.]. Comparvero in quella sacra raunanza molti Greci, e con esso loro seguì una calda disputa intorno alla Procession dello Spirito Santo dal Figliuolo. Vi si trovò presente l'arcivescovo santo Anselmo, personaggio il più letterato che si avesse allora la Chiesa latina. Confutò egli l'opinion de' Greci con tal forza di ragioni ed autorità delle divine Scritture, che avrebbono dovuto coloro ammutolirsi. In quest'anno probabilmente accadde ciò che narra Landolfo iuniore storico milanese [Landolfus junior, Hist. Mediolan., cap. 1, tom. 5 Rer. Italic.]. Per attestato di lui, il giovane re Corrado teneva la sua corte in Borgo San Donnino. Avvenne che passò per colà Liprando prete milanese, gran partigiano della parte pontificia, incamminato verso Roma, per presentarsi davanti papa Urbano. Era egli persona famosa, perchè nell'anno 1075 gli scismatici gli aveano tagliato il naso e gli orecchi. Avendo voluto il re vederlo, fra l'altre cose, gli disse: Essendo maestro tu de' Paterini (così erano allora appellati i fautori della parte pontifizia), che sentimento hai tu intorno ai vescovi e sacerdoti, che possedendo tanti beni loro conceduti dai re, nulla poi vogliono contribuire per gli alimenti del re? Probabilmente questo re, più di apparenza che di sostanza, si doveva trovar molto asciutto e bisognoso di moneta per vivere. Liprando con tutta modestia e buon garbo gli rispose, ma senza sapersi ciò che gli rispondesse. Passando egli poi pel Parmigiano, fu preso e spogliato dagli uomini di quel vescovo, e fu obbligato a tornarsene indietro. Corrado fece pagar buona somma di danaro in pena da que' masnadieri. Dopo un faticoso assedio di nove mesi [Chronograph. Malleac. Guillelm. Tyr. Bernardus Thesaurarius et alii.], e dopo aver disfatti varii corpi di Turchi che voleano portar soccorso all'assediata Antiochia, e dopo aver patito quella città una terribil fame e mortalità di gente, riuscì in fine all'esercito de' cristiani crocesignati di entrare per intelligenza di un ricco saraceno in quella vasta città, e di mettere a fil di spada chiunque non potè salvarsi colla fuga. Il principe Boamondo, che da Roberto suo padre, se non altra eredità, quella ebbe almeno dell'accortezza e del valore, quegli fu, che per trattato secreto con un uffiziale turco, cristiano rinnegato, introdusse le armi cristiane in Antiochia, e seppe così ben condurre i propri affari, che tutti gli altri principi accordarono a lui il dominio di quella nobilissima città, in cui egli fondò un illustre principato. Ma poco stette a presentarsi sotto Antiochia Corborano principe dei Turchi con trecento sessanta cinque mila armati (numero forse esagerato), che strettamente assediò i vincitori nella città medesima, e li ridusse, per mancanza di viveri, a cibarsi di carne di cavallo e di asini, e a morir non pochi di fame. Tutto era disperazione, quando eccoti un prete provenzale riferire che per una rivelazione di sant'Andrea si trovava in quella città la lancia, con cui fu aperto il costato al divino nostro Salvatore, e ne indicò il luogo. Fu poi dai più saggi creduta questa un'impostura. Verità nondimeno è, che ritrovata la pretesa lancia (che nulla più facile sarebbe stato, quanto che il porvene e seppellirne una a capriccio), tal compunzione, tal coraggio e risoluzione entrò in cuore dell'esercito cristiano, che fatta una sortita generale contro all'immensa armata nemica, la sbaragliarono e misero in fuga. Incredibil fu la quantità e ricchezza delle spoglie del campo. Sopraggiunse la peste, che fece non poca strage de' Cristiani; vennero anche dissensioni fra Boamondo e Raimondo conte di Tolosa; ma, ciò non ostante, la cotanto diminuita armata de' crociati continuò il suo cammino alla volta di Gerusalemme, con impossessarsi in andando di varie città. Che la contessa Matilda fosse in questi tempi governatrice o signora di Reggio di Lombardia, si può forse dedurre da un atto da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX, pag. 647.]. Bolliva lite fra i monaci benedettini di quella città e gli uomini delle valli per alcuni beni. Essendo ricorsi gli ultimi ad essa principessa, ordinò ella ad uno dei suoi giudici di ben ventilar quella causa, e d'intimare alle parti che fossero pronte alla pugna, cioè alla pazza maniera di decidere molte controversie che era allora in voga. Entrarono i campioni nello steccato, e gran dire vi fu, perchè quello degli uomini suddetti gittò sopra la testa del campione de' monaci un guanto donnesco ordinato di varii colori, dando con ciò sospetto di malefizio. Tralascio gli altri ridicolosi avvenimenti di quel duello, che non era in questi barbari tempi riconosciuto dai più per una chiarissima tentazione di Dio, e però peccaminosa nel tribunale d'esso Altissimo.


MXCIX

Anno diCristo MXCIX. Indizione VII.
Pasquale II papa 1.
Arrigo IV re 44, imperad. 16.
Corrado II re d'Italia 7.

Era tornato a Roma nel precedente anno il buon papa Urbano, e con gran pace avea quivi solennizzato la festa del santo Natale [Bertholdus Constantiensis, in Chron.], perchè gli era riuscito di rimettere in suo potere castello Sant'Angelo, fin qui occupato dal presidio dell'antipapa Guiberto. Niun'altra fortezza restava in quella città che non fosse dipendente dai di lui cenni; e coloro che quivi tuttavia si trovavano favorevoli alla fazione scismatica, o colle carezze o colla forza furono ridotti alla dovuta ubbidienza. Intimò egli un concilio da tenersi in Roma nella terza settimana dopo Pasqua, e infatti questo fu celebrato al tempo prefisso coll'intervento di cento cinquanta fra vescovi ed abbati, e col concorso d'innumerabili cherici. Vi fu presente anche il celebre arcivescovo santo Anselmo. Si rinnovò in esso la scomunica contro dell'antipapa e de' suoi parziali; si confermarono le censure contro de' preti concubinarii; e fu fatta gran premura dal pontefice per nuovi aiuti all'impresa di terra santa. Ma da lì a pochi mesi infermatosi Urbano II, passò in miglior paese a godere il frutto delle sue virtù dopo un pontificato insigne e glorioso d'undici anni e cinque mesi. Succedette la morte sua, per attestato di varii scrittori, nel dì 29 di luglio del presente anno. Non andò molto che dal clero e popolo fu sustituito nella cattedra di san Pietro Rinieri di nazione toscano, già monaco cluniacense, e poi prete cardinale del titolo di san Clemente, che assunto il nome di Pasquale II, fu ordinato papa nel dì 14 d'agosto, dopo aver egli fatto gran resistenza, per fuggire così eccelsa dignità. Secondo la combinazione de' tempi, non potè il buon pontefice Urbano prima di chiuder gli occhi aver la consolazione di veder il frutto delle sue apostoliche fatiche, coll'avviso d'essersi impadronita l'armata de' cristiani crocesegnati della santa città di Gerusalemme, dove fecero un gran macello di Saraceni. Cioè fu essa dopo pochi giorni d'assedio presa nel dì 15 di luglio di quest'anno [Guillelmus Tyr., lib. 8, cap. ult.]; ma non potè, dissi, così importante nuova, che riempì di giubilo tutta la cristianità, ritrovar vivo esso Urbano. Raunati nella conquistata città i principi cristiani, dopo otto giorni di comun parere elessero re di Gerusalemme Gotifredo di Buglione duca di Lorena, il più saggio, il più pio, ed anche il più valoroso fra essi. Diede egli nel dì 14 del seguente agosto una terribil rotta all'immenso esercito del soldano d'Egitto presso ad Ascalona, che veniva per soccorrere Gerusalemme: con che restò mirabilmente coronata quella campagna. Ma perciocchè moltissimi di que' Franchi, dopo aver compiuti i lor voti, se ne tornarono appresso in Occidente, restò il novello re appena con trecento cavalli e due mila fanti: il che fu cagione ch'egli implorasse i soccorsi del papa e degli altri principi cristiani. Nè mancò papa Pasquale, informato del felice successo dell'armi cristiane in Oriente, di sollecitare i popoli in aiuto de' Franchi conquistatori. Sembra a me verisimile che, prima della conquista di Gerusalemme, i Pisani, i Veneziani e i Genovesi, cadaun popolo colla sua flotta, si movesse verso quelle parti, quantunque forse vi arrivassero solamente dopo la presa d'essa città. Negli Annali Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] è scritto, che di quest'anno restò bruciata tutta Kinsica, cioè una parte della città di Pisa, dove, a mio credere, abitavano i mercatanti mori che venivano a trafficare in quella città. Et stolus pisanus in Hierusalem ivit cum navibus centum viginti. De quo stolo Daibertus ejusdem ecclesiae archiepiscopus fuit ductor et dominus, qui tunc temporis in Hierusalem patriarcha remansit. Poscia all'anno 1100 vien quivi raccontata la presa di Gerusalemme XVIII kalendas augusti. Anticipando i Pisani di nove mesi il principio dell'anno volgare, la presa di Gerusalemme cade molto acconciamente nel dì 15 di luglio dell'anno presente. Ma, secondo quegli Annali, si era molto prima incamminata a quella volta l'armata pisana.

Altri Annali poi attribuiscono principalmente ai Pisani la gloria del conquisto di Gerusalemme: il che non merita credenza, perchè niuno di tanti autori, o contemporanei o vicini a quella rinomata impresa, vi parla de' Pisani. Anzi Guglielmo Tirio [Guilelmus Tyr., lib. 3.] attesta che solamente verso il fine del presente anno arrivò con dei soccorsi Daimberto arcivescovo di Pisa, e legato della Sede apostolica, il quale fu anche eletto patriarca di Gerusalemme. Scrive il Dandolo [Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.] che i Veneziani misero insieme uno stuolo di circa dugento legni, dove, sotto il comando di Giovanni Michele figliuolo del doge, s'imbarcarono tutti i crociati, e s'inviarono alla volta della Dalmazia, e poscia svernarono a Rodi. Alessio imperador dei Greci, nemicissimo in segreto della crociata, si adoperò per farli tornare indietro; ma inutili in ciò riuscirono le cabale sue. Venne poscia avviso ai Veneziani che i Pisani con cinquanta galee navigavano contro di loro, gloriandosi di voler entrare in quel porto. Fra queste due flotte seguì una zuffa, e toccò ai Pisani di salvarsi colla fuga. Arrivarono poscia i Veneziani alla città di Mira nella Licia, dove, se loro vogliam credere, trovarono il corpo di san Niccolò vescovo, e l'inviarono a Venezia, quantunque il popolo di Bari pretenda che assai prima quel sacro deposito passasse alla loro città. Scrivono ancora gli storici genovesi, che capitata in questi tempi la flotta genovese alla stessa città di Mira, ne asportò le ceneri di san Giovanni Battista. Un grande emporio di sacre reliquie doveva essere quella città. Lascerò io disputar fra loro questi troppo pii masnadieri, e seguiterò a dire che la flotta veneta giunse nel porto di Joppe, città già conquistata insieme con Gerusalemme dai Franchi. Però è da credere che gli aiuti portati per mare dai popoli italiani giugnessero colà solamente dappoichè Gerusalemme era caduta in potere dei collegati oltramontani. Fece l'imperadore Arrigo IV scoppiare in quest'anno lo sdegno suo contra Corrado suo primogenito, che ribello al padre avea occupata la corona del regno d'Italia. Raunata in Aquisgrana una dieta di principi germanici, quivi propose e fece accettar per suo collega e successore nel regno Arrigo V, suo secondogenito. Ho io pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. XLI.] un placito tenuto dalla contessa Matilde in Firenze anno dominicae Incarnationis millesimo nonagesimo nono, VI nonas martii, Indictione VIII, in cui Guido Guerra, da cui si crede che discendesse la nobil casa de' conti Guidi, celebre nelle storie, concedette ai canonici della cattedrale di quella città alcune terre. Notai quel placito come tenuto nell'anno presente, senza esaminarne le note cronologiche. Ora mi avveggo appartener esso all'anno susseguente, indicandolo l'indizione VIII. Quivi s'è adoperato l'anno fiorentino; cioè tuttavia in quella città nel dì 5 di marzo continuava l'anno 1099, laddove, secondo l'era volgare, nel dì primo di gennaio avea avuto principio l'anno 1100. Similmente è stata da me prodotta [Antiquit. Ital., Dissert. VIII.] una donazione fatta da essa contessa al monistero di san Salvatore della Fontana di Taone, e scritta anno ab Incarnatione Domini millesimo nonagesimo nono, regnante imperatore Henricus, octavo idus septembris, Indictione sexta. Se così ha l'originale (il che io non posso affermare), quest'anno 1099 sarà l'anno pisano, e, secondo noi, l'anno 1098. Ma il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 2.], accennando questo documento, legge Indict. VIII, cominciata nel medesimo mese di settembre, e però quell'atto è da riferire all'anno presente. Non è certamente lieve imbroglio nella storia questa diversità degli anni e delle indizioni che comparisce nelle carte antiche, ed è facile il prendere degli abbagli, se non si ha molta attenzione ed altri lumi della storia.


MC

Anno diCristo MC. Indizione VIII.
Pasquale II papa 2.
Arrigo IV re 45, imperad. 17.
Corrado II re d'Italia 8.

Abbiamo da Pandolfo Pisano [Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.] che fu fatta calda istanza dal popolo romano a papa Pasquale perchè venisse cacciato da que' contorni l'antipapa Guiberto, il quale per tanti anni avea travagliata e tenuta in guerra la loro città, con esibire a questo effetto buone somme d'oro e d'argento. Giunsero nello stesso tempo ambasciatori di Ruggieri conte di Sicilia, che ammessi all'udienza del papa, posero ai di lui piedi mille oncie d'oro. Animato da questi impulsi ed aiuti il pontefice, spedì l'esercito contra di Guiberto. Dimorava costui nella città d'Alba, e sostenne per qualche tempo l'assedio d'essa. Veggendo poi disperato il caso, ebbe maniera di scampare, e di ritirarsi in un forte castello; ma quivi all'improvviso la morte il colse, e mancò di vita ostinato nel suo scisma, pentito più volte d'avere assunto il titolo di pontefice romano, senza però mai pentirsi daddovero per riconciliarsi col vero vicario di Cristo, e far penitenza de' suoi enormi eccessi. Colla morte sua restò liberata la Chiesa di Dio da una gran peste, da un terribil nemico. Non restò essa nondimeno immediatamente quieta; imperciocchè i seguaci di esso Guiberto in luogo di lui elessero papa un certo Alberto, che nello stesso giorno fu dispapato. Laonde passarono all'elezion di un certo Teodorico; e questi per più di tre mesi fece fra' suoi aderenti una ridicola figura di sommo pontefice. Ma i Romani, o pure i Normanni misero le mani addosso a que' mostri, e confinarono il primo in san Lorenzo d'Aversa, l'altro nel monistero della Cava presso Salerno. Saltò su col tempo anche il terzo, appellato Maginolfo, che nel dì 2 di novembre fu da' suoi parziali promosso al pontificato e prese il nome di Silvestro IV. Sigeberto nella Cronica sua [Sigebertus, in Chron. edit. Miraei.] secondo l'edizion del Mireo scrive, che essendosi costui ritirato in una fortezza, Berto caput et rector romanae militiae cum expeditione cleri et populi eum inde extraxit, et ad Warnerum principem Anconae in tiburtinam urbem adduxit, dove fu dagli scismatici creato papa, ma per attestato del medesimo scrittore, costui non multo post reprobatur a Romanis, et fama nominis ejus evanuit. Di ciò riparleremo all'anno 1106. Sicchè neppur dopo la morte di Guiberto pervenne ad una intera quiete papa Pasquale. Nè si dee tralasciar senza osservazione che in questi tempi la marca d'Ancona, non diversa da quella che tempo fa era denominata marca di Camerino o di Fermo, ubbidiva allora all'imperadore Arrigo IV. Ne era marchese Guarnieri, da cui probabilmente, o da' suoi discendenti che portarono lo stesso nome, fu quel paese poscia chiamato la marca di Guarnieri; e questi riconosceva per suo signore il suddetto Arrigo, come costa da un pezzo di lettera da lui scritta al medesimo Augusto presso di Sigeberto. Che se questo Guarnieri teneva, siccome abbiam veduto, Tivoli, anch'egli dovea recar delle molestie a Roma e al pontefice Pasquale.