Tale era allora la forma di queste nascenti repubbliche; e dico repubbliche, perchè nello stesso tempo altre città di Lombardia si misero in libertà, e presero forma di repubblica, come Pavia, Lodi, Cremona, Verona, Genova ed altre. Allorchè s'incontra nelle città d'allora il nome di consoli, subito s'intende che queste erano divenute città libere, le quali nondimeno protestavano di riconoscere per supremo lor padrone l'imperadore ossia il re d'Italia. Nelle Memorie antiche di Pisa e Lucca scorgiamo che circa questi tempi anche quelle città cominciarono a governarsi coi consoli, e s'è veduto che faceano guerra fra loro: il che indica la loro libertà, e l'acquistata o usurpata parte del dominio. Come poi succedessero ad essa altri marchesi di Toscana (cosa che in Lombardia più non si usava), non è sì facile ad intendere. Forse l'autorità dei conti, che più non s'incontra neppure nel governo delle città principali della Toscana, era passato nella comunità di quelle città, restando salva solamente l'autorità marchionale. Probabile è ancora che la contessa Matilda ne' tempi tempestosi delle guerre passate fosse obbligata a cedere per accordo alle città potenti di quella provincia parte delle sue regalie, e tutte quelle de' conti già governatori delle città. Abbiam già veduto che Lucca e Siena s'erano ribellate a lei, e tennero per un tempo il partito di Arrigo IV. Ma appena queste città libere si sentirono colle mani slegate e colla balìa di maneggiar l'armi, che lo spirito dell'ambizione, cioè la sete di accrescere il proprio Stato colla depression de' vicini, ristretto in addietro ne' principi del secolo, occupò ancora il cuore dei repubblichisti. Ed appunto in quest'anno i Milanesi, parte mossi da questo appetito innato negli uomini, ma più vigoroso ne' più potenti, e parte attizzati da antichi odii e gare, dichiararono la guerra alla confinante città di Lodi [Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 16.], e la strinsero con forte assedio. Nè mancava in Lodi stessa chi segretamente teneva la parte di essi Milanesi. Oltre a varii nobili, furono sospettati di dubbiosa fede in que' frangenti Arderico vescovo della medesima città, e Gaiardo suo fratello. Se vogliamo anche prestar fede a Galvano dalla Fiamma [Galv. Flamma, Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.], il popolo di Pavia mosse guerra contro di quel di Tortona. Conoscendosi i Tortonesi inferiori di forza a quella potente città, ricorsero per aiuto a' Milanesi, coi quali contrassero lega: il che fu cagione che anche i Pavesi si collegassero co' Lodigiani e Cremonesi. Entrati poi nel Tortonese essi Pavesi, diedero una rotta a quel popolo, misero a sacco il loro territorio, riportarono anche de' vantaggi contra de' Milanesi, e in fine impadronitisi di Tortona, la diedero alle fiamme. Prese tali notizie Galvano dalla Cronica di Sicardo vescovo di Cremona [Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], il quale nondimeno altro non iscrive, se non che incendiarono i borghi di Tortona. Errò parimente Galvano in credere che tuttavia continuasse Corrado figliuolo di Arrigo IV ad essere re d'Italia. Giunto intanto a Roma papa Pasquale II [Pandulfus Pisan., in Vit. Paschal. II, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.], trovò sconcertati non poco i suoi affari. Stefano Corso, di cui s'è parlato di sopra, avea ribellata tutta la Marittima, e s'era ben fortificato in Ponte Celle e in Montalto, terre della Chiesa romana. Spedì colà il papa il suo esercito, che ripigliò la prima d'esse terre; ma non potendo, a cagion del verno, fermarsi sotto l'altra, dopo di aver saccheggiato il territorio, si ritirò ai quartieri. Abbiamo da Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernitan., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che nell'anno presente Ruggieri duca di Puglia assediò la città di Luceria, oggidì Nocera, e la rimise sotto il suo dominio. Finalmente l'Anonimo Barense scrive [Anonymus Barens. apud Peregrinium.] che Boamondo principe d'Antiochia tornato in Italia co' crociati franzesi, e fatta adunanza d'altri Italiani nel suo principato di Taranto, con dugento navi, trenta galee, cinque mila cavalli e quaranta mila fanti, dal porto di Brindisi passò di là dall'Adriatico alla Vallona, e la prese. Se una tal flotta di navi fosse bastante a condur tanti uomini e cavalli, lascerò io considerarlo agl'intendenti. Forse passarono in più veleggiate. Assediò dipoi la città di Durazzo; ma ritrovandola ben provveduta di presidio e di viveri, non gli riuscì di mettervi il piede. Il motivo di far questa guerra ad un imperadore cristiano, in vece di portarla in Oriente contra de' Turchi ed altri infedeli, fu perchè esso imperadore Alessio Comneno facea segretamente la guerra a chiunque dei crociati voleva passare per le sue terre in Oriente, dimodochè era egli tenuto per nemico più pericoloso che gli stessi Turchi. Di questo fatto parlano anche Fulcherio nella Storia sacra [Fulch., Hist. Hierosolym., lib. 2.], e il suddetto Sicardo vescovo di Cremona nella sua Cronica.


MCVIII

Anno diCristo MCVIII. Indizione I.
Pasquale II papa 10.
Arrigo V re di Germania e d'Italia 3.

Non ostante che la presenza del pontefice Pasquale, ritornato a Roma, dovesse restituire la calma a quella tumultuante città, pure, per attestato di Pandolfo Pisano [Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II, Part. II, tom. 3 Rer. Ital.], tutto dì accadevano omicidii, latrocinii e sedizioni. I ribelli di fuori influivano a tenere inquieta la medesima città. Il papa, per non poter di meno, andava pazientando; nè questo il ritenne dall'intraprendere il viaggio di Benevento. Lasciata dunque al vescovo lavicano la cura dello spirituale di Roma, a Pietro di Leone ed a Leon Frangipane quella del politico, e il comando dell'armi a Gualfredo suo nipote, si portò a Benevento, dove nel mese d'ottobre tenne un concilio, i cui atti sono periti [Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 33.]. Visitò in tal occasione il monistero di san Vincenzo del Vulturno, ed era già in viaggio per tornarsene a Roma, quando gli giunse nuova, essere quella città sconvolta per varie sedizioni; formarsene dell'altre verso Anagni, Palestrina e Tuscolo; essersi ribellata la Sabina, e che Tolomeo, nobil romano, di cui dianzi il pontefice assaissimo si fidava, avea voltata casacca, e s'era unito con Pietro dalla Colonna, abbate di Farfa (ma si dee scrivere: e coll'abbate di Farfa, perchè Farfa allora avea per abbate Beraldo), di maniera che non era sicuro il passo per tornare a Roma. Il buon papa, senza punto sbigottirsi, chiamò in aiuto Riccardo dall'Aquila duca di Gaeta, il quale co' suoi uomini lo scortò fino alla città d'Alba, dove fu ricevuto con somma divozione. Di là passato a Roma, attese a ricuperare i beni della Chiesa romana. Continuava Boamondo principe di Taranto e di Antiochia le ostilità contra dell'imperadore Alessio [Fulcher., Hist. Hierosolym., lib. 2. Guillelmus Tyr., Hist., lib. 11, cap. 6.]. Questi non sapendo come levarsi di dosso questo feroce campione, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], chiamò in suo aiuto i Veneziani, i quali con una poderosissima flotta l'assisterono. Ma appigliatosi dipoi a miglior consiglio, trattò di pace, e in fatti la conchiuse, con promettere e giurare sopra le sacre reliquie di far buon trattamento e difesa a chiunque passasse per li suoi Stati alla volta di Terra Santa. Dopo di che Boamondo si quetò, e ritornossene colla sua armata ad Otranto [Anonymus Barensis, apud Peregrinium.], lasciando in pace le terre del greco Augusto. In questi tempi, se pur sussiste la cronologia di Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], mancò di vita Guido fratello di Ruggieri duca di Puglia, di cui non veggo menzione in altri autori. Morì parimente nell'agosto un figliuolo d'esso duca, appellato Guiscardo. Trovavasi nell'aprile di quest'anno la contessa Matilda in Governolo sul Mantovano, e quivi con pubblico strumento rimise Dodone vescovo di Modena [Sillingard., Catalog. Episcopor. Mutinens.] in possesso di Rocca Santa Maria, posta nelle montagne del Modenese. Non so io dire se all'anno presente oppure all'antecedente appartenga una sua donazione fatta al monistero di san Benedetto di Polirone, e rapportata dal padre Bacchini [Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.]. Lo strumento fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCVIII, sexto-decimo die mensis octobris, Indictione prima. Potrebbe essere anno pisano, convenendo più all'ottobre dell'anno antecedente l'indizione prima. Se vogliamo prestar fede a Galvano dalla Fiamma [Gualvan. Flamm., Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.], seguitando la discordia fra i Pavesi e Milanesi, accadde che in quest'anno il vescovo di Pavia con tutto il suo popolo armato marciò alla volta di Milano. Gli vennero incontro i Milanesi in campagna aperta, ed attaccarono battaglia con tal vigore, che, rotto l'esercito pavese, vi restò prigioniero il vescovo colla maggior parte de' suoi, condotti poscia nelle carceri di Milano. Furono di poi rimessi in libertà, ma con obbrobriosa maniera: perchè condotti tutti nella piazza, fu attaccato alla parte deretana d'essi un fascio di paglia, e datogli fuoco, furono così cacciati fuori della città. Torno nondimeno a dire che non ci possiamo assicurar della verità di questi fatti sull'asserzione del solo Galvano, autore non assai esatto, e troppo parziale in favore de' Milanesi. Egli mette in questo tempo arcivescovo di Milano Giordano, che pure solamente nell'anno 1112 ottenne quella sedia.


MCIX

Anno diCristo MCIX. Indizione II.
Pasquale II papa 11.
Arrigo V re di Germania e d'Italia 4.

Forse a quest'anno si dee riferire ciò che narra Pandolfo Pisano [Pandulfus Pisanus, P. I, tom. 3 Rer. Ital.] nella Vita di papa Pasquale: cioè ch'egli ricuperò molti beni della Chiesa romana, e fra questi la città di Tivoli, il quale acquisto nondimeno costò la vita ad assaissime persone. Ciò fatto, salì nel Campidoglio, e commosse il popolo romano contra di Stefano Corso, occupatore di Montalto e d'altri patrimonii di san Pietro. Assediò dipoi e prese a forza d'armi essa terra di Montalto, le cui torri furono spianate; e tal terrore mise in cuore di que' tirannetti, che tutti restituirono senza l'uso d'altra forza il mal tolto, e diedero ostaggi con promessa di non vendicarsi, e di non usurpare in avvenire i beni di san Pietro e dell'altre chiese. Per gloria dell'Italia non si dee tacere che nel dì 21 d'aprile dell'anno presente fu chiamato a miglior vita pieno di meriti santo Anselmo arcivescovo di Cantorberì e primate dell'Inghilterra, Italiano di nascita [Eadmer., in Vita S. Anselmi.]. Mancò in lui un gran lume della Chiesa di Dio, ed uno de' più illustri dotti vescovi di quell'età, ai cui libri di molto è tenuta la teologia scolastica, perchè principalmente da lui fu introdotta, e cominciò da lì innanzi ad essere coltivata con grande applicazione nelle scuole di Parigi e della Francia. Dimorò in questo anno la contessa Matilda in Lombardia, verisimilmente attendendo a premunirsi e a ben provvedere le sue fortezze, perchè già si presentiva che avesse da calare in Italia il re Arrigo V. Egli era giovane, gli bolliva il sangue nelle vene, e non era ignoto ch'egli, al pari del padre, stava forte nella pretension delle investiture ecclesiastiche. Dai documenti rapportati dal padre Bacchini [Bacchini, Istor. di Polirone nell'Append.] noi comprendiamo ch'essa si trovò ora in Gonzaga, ora al Ponte del Duca sui confini del Modenese e del Ferrarese, con far delle donazioni al monistero di san Benedetto di Polirone. Ho anch'io pubblicato uno strumento, scritto anno dominicae Nativitatis MCIX, Paschale in apostolatu anno X, regnante Henrico quinto quodam Henrici imperatoris filio, anno tertio, Indictione secunda, da cui apparisce che la medesima contessa [Antiquit. Italic., Dissert. XLI.], soggiornando sul Modenese in san Cesario, rilasciò molte terre a Landolfo vescovo di Ferrara. E in un altro atto [Ibidem, Dissert. XIX.] esentò dalle albergarie Giberto da Gonzaga. Menzionati si truovano in questi tempi i nobili di Gonzaga, da' quali si può credere che discendesse quella casa che nel 1328 cominciò a signoreggiare in Mantova. Aveano i Genovesi prestato non poco aiuto negli anni addietro alla guerra sacra d'Oriente [Fulcher., Hist. Hierosol., lib. 2. Guillelm. Tyr., lib. 11, cap. 9.]. Con una flotta di settanta legni assisterono essi con tal vigore nell'anno presente Baldovino re di Gerusalemme, che in mano sua pervenne la città di Tripoli. Altri mettono prima di quest'anno una tale conquista. Da varie carte prodotte dal Guichenon [Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 3.] vegniamo in cognizione che in questi tempi fioriva Amedeo conte di Morienna, progenitore della real casa di Savoia. Egli è appellato Amedeus filius Uberti comitis, e talvolta intitolato morianensis comes et marchio. Ma per mancanza d'antichi storici restano molto allo scuro le azioni di questo principe e de' suoi predecessori. Secondo il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 10.], in quest'anno succedette la guerra tra i Cremonesi e Bresciani. Io ne parlerò all'anno seguente. Vuole ancora il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, lib. 1.] che nel presente anno essi Bresciani uniti coi Milanesi s'impadronissero della città di Lodi. Accorsi con grandi forze i Cremonesi collegati de' Lodigiani, gli obbligarono ad abbandonarla. Ma ad assicurarci di tali fatti non basta l'autorità de' moderni scrittori. È solamente fuor di dubbio, asserendolo Landolfo da san Paolo [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 17.], che i Milanesi seguitarono a far guerra a Lodi, e che in aiuto di questa città furono i Pavesi e i Cremonesi. Aggiugne esso Landolfo che circa questi tempi tornato da Roma Grossolano arcivescovo di Milano, perchè non ricevuto dal popolo, andò a piantarsi in Arona, terra e fortezza della sua chiesa sopra il lago Maggiore. Ma fu consigliato di levarsene e di far piuttosto il viaggio di Terra Santa; ed egli l'intraprese con lasciare suo vicario in Milano Arderico vescovo di Lodi.