Dopo essere stato circa il mese di febbraio a Benevento il pontefice Pasquale II [Falco Benevent., in Chronico.], si mise in viaggio alla volta della Lombardia, ed intimò un concilio da tenersi nella nobil terra di Guastalla verso il fine d'ottobre. Un gran concorso di vescovi, abbati e cherici, massimamente di Germania e d'Italia, e l'ambasceria del novello re di Germania Arrigo V rendè celebre quella sacra assemblea, a cui diede principio nel dì 22 del suddetto mese [Labbe, Concilior., tom. 10.]. Fra gli altri decreti, per umiliare la Chiesa di Ravenna, furono sottratte dalla suggezione di quell'arcivescovo la chiese di Bologna, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, e non già di Mantova, come ha il testo del cardinal Baronio, in vece di Modena. Furono ivi riprovate di nuovo le investiture date da' principi secolari agli ecclesiastici; formati varii decreti intorno al riconciliare alla Chiesa gli scomunicati; e deposti alcuni vescovi simoniaci, oppure ordinati nello scisma. Colà si presentarono i legati de' Parmigiani, che già aveano rinunciato allo scisma, con chiedere per lor vescovo quel medesimo cardinale Bernardo, che due anni prima essi aveano così maltrattato. Aggiunsero preghiere, acciocchè il papa volesse portarsi a consecrare la lor cattedrale; al che egli acconsentì; ed ito colà con gran solennità, consolò quel popolo, e diede loro per vescovo il cardinale suddetto. Anche il popolo di Modena, concorde con Dodone vescovo zelantissimo di questa città, avea nell'anno precedente cominciata una nuova cattedrale, giacchè la vecchia minacciava rovina. Non era per anche terminata questa gran fabbrica, in cui fu impiegata una prodigiosa quantità di marmi [Transl. S. Geminiani, tom. 6 Rer. Ital.], quando l'impaziente popolo desiderò che si trasferisse colà il corpo del santo lor vescovo e protettore Geminiano. A tal funzione e festa, che seguì nel dì 30 d'aprile, intervennero tutti i vescovi circonvicini ed immenso popolo, accorso da varie città, colla stessa contessa Matilda. Nata poi disputa se si dovesse o no aprire l'arca del santo, fu rimessa la decisione alla medesima contessa, la quale consigliò che s'aspettasse la venuta in Lombardia del sommo pontefice, già disposto a far questo viaggio nell'anno presente. Infatti arrivò egli a Modena nel dì 8 di ottobre, predicò al popolo, diede indulgenze, fece aprir l'arca di san Geminiano; e trovato intero il sacro suo corpo, e mostrato al popolo, svegliò una mirabil divozione negl'innumerabili spettatori. Dopo avere papa Pasquale II consecrato l'altare nuovo del santo, accompagnato dalla contessa Matilda, e da una gran frotta di cardinali, vescovi, abbati e cherici, s'inviò alla volta di Guastalla, dove, siccome abbiam detto, tenne un riguardevol concilio. Da Parma passò dipoi il papa a Verona con disegno di continuare il viaggio verso la Germania, dove era inviato [Abbas Urspergensis, in Chron.]. Ma insorto in quella città un tumulto contra di lui, ed avvertito egli che il nuovo re Arrigo V, siccome giunto a non aver più bisogno del papa, parea poco disposto a rinunziare le investiture degli ecclesiastici, giudicò meglio di passare per la Savoia in Francia, dove in effetto celebrò il santo Natale nel monistero di Clugnì. Finì di vivere in quest'anno, senza lasciar dopo di sè figliuoli maschi, Riccardo II principe di Capoa, ed ebbe per suo successore Roberto I suo fratello minore. Truovasi poi la contessa Matilda sul principio di quest'anno in Quistello [Antiquit. Italic., Dissert. LXV.], oggidì villa del Mantovano di qua dal Po, dove fece giustizia a Giovanni abbate di san Salvatore di Pavia, che si querelò per le violenze usate dagli uomini di Revere, sudditi d'essa contessa, alla terra di Melara, sottoposta a quel monistero. Era già uscito dalle mani de' Turchi Boamondo principe d'Antiochia, dopo aver comperata la libertà con promesse di una gran somma di danaro. Non sapendo egli dove trovar tanto oro, venne in Italia [Suger., in Vit. Ludovic., cap. 6, apud Du-Chesne.], e passò in Francia nel marzo dell'anno presente, dove non solamente collo scorrere per varie città di quelle contrade commosse moltissimi a prendere la croce per accompagnarlo nel suo ritorno in Oriente, ma anche prese in moglie Costanza figliuola di Filippo re di Francia, e conchiuse le nozze di Cecilia figliuola naturale di esso re con Tancredi suo cugino, ch'egli avea lasciato governatore di Antiochia.

Di sopra abbiam veduto che in questi tempi Guarnieri governava la marca d'Ancona. Si vede nella Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] un ricorso a lui fatto probabilmente nell'anno presente dai monaci di Farfa contra di alcuni occupatori de' beni di quell'insigne monistero; siccome ancora la lettera da esso Guarnieri scritta in loro favore, comandando auctoritate domni imperatoris praesentis serenissimi Henrici, che fosse rispettato quel sacro luogo. Di qui, torno a dirlo, si ricava che Guarnieri reggea quella marca a nome dell'imperadore, benchè la Chiesa romana la pretendesse come Stato di sua ragione. E perciocchè egli s'intitola ed è intitolato Guarnerius Dei gratia dux et marchio, se ne può inferire che non la sola marca d'Ancona, ma anche il ducato di Spoleti fossero a lui sottoposti. Dicemmo di sopra, essere stato questo Guarnieri quegli che promosse al pontificato romano, cioè creò antipapa Maginolfo col nome di Silvestro III. Ciò succedette nell'anno presente, prima che il papa venisse in Lombardia, per attestato dell'Urspergense [Abbas Urspergensis, in Chron.], di cui sono le seguenti parole: Wernherus quidam ex ordine ministerialium regis, qui marchae, quae in partibus Aquinae (dee dire Anconae) praeerat, quasi haeresim eamdem resuscitaturus, collectis undecumque per Italiam copiis, corruptis quoque multa pecunia Romanis nonnullis, dum domnus apostolicus beneventanis immoratur finibus, quemdam pseudo abbatem de Farfara (vuol dire Farfa, ma senza che si sappia che in questi tempi vi fosse un tale abbate in quel monistero. Forse ne fu monaco) proh nefas! Cathedrae sancti Petri imposuit, et ipsum papam Caesaris sub vocabulo Sylvestri appellari voluit. Qui tamen post paululum turpiter, ut merebatur, a Catholicis eliminatus, vesaniae suae praemium male conquisiti, pejusque dispersi aeris retulit. Nella Cronica di Fossanova [Chron. Fossae Novae, apud Ughell.] si mette questo fatto sotto l'anno precedente. Marchion (dice quell'autore in vece di marchio, cioè Guarnieri) venit Romam consentientibus quibusdam Romanis, et elegit Adinulfum (tale probabilmente fu il suo nome) in Lapam (cioè in papam) Silvestrum ad sanctam Mariam Rotundam infra octava sancti Martini; sed sine effectu reversus est. Udalrico da Bamberga fra le lettere da lui raccolte, e date alla luce dall'Eccardo [Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 258.], ne porta una scritta in quest'anno da papa Pasquale II a tutti i fedeli della Francia coll'avviso, che mentre esso pontefice stava nel portico di san Pietro fuori di Roma in occasione della dedicazione della basilica vaticana, venit quidam Wernerius, regni teutonici famulus, in romanae urbis vicina; e che questi s'era unito con varii ribelli della Chiesa romana, abitanti fuori ed entro di Roma. Talibus sociis presbyter quidam romanae urbis advena se conjunxit, de quo vel ubi, vel hactenus ordinatus sit, ignoramus. Hanc personam egregiam, nigromanticis, ut dicitur, praestigiis plenam, quum fideles nostri, occasione treguae Dei ab armis omnino desisterent, in lateranensem ecclesiam induxerunt, et congregatis Wibertinae fecis reliquiis, et episcopi nomen perniciosissime indiderunt. Soggiugne: Quum vero intra urbem die altero rediissemus, monstrum illud turpiter ex urbe profugiens, quo transierit ignoramus. Adunque costui non era abbate di Farfa. Abbiamo ancora dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che in quest'anno in poco più di due mesi accaddero in Venezia due furiosissimi incendii che distrussero molte contrade di quella nobil città, perchè di materia combustibile era fabbricata la maggior parte di quelle case. Si aggiunse, che la città di Malamocco fu affatto ingoiata dal mare, laonde il suo vescovato venne dipoi trasportato a Chioggia.


MCVII

Anno diCristo MCVII. Indizione XV.
Pasquale II papa 9.
Arrigo V re di Germania e d'Italia 2.

Varii viaggi ed azioni di papa Pasquale in Francia in quest'anno si possono leggere nella Vita di Lodovico il Grosso scritta da Sugerio abbate [Sugerius, apud Du-Chesne, Script. Rer. Franc.]. Anche il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] ne fa menzione. Io tutto tralascio, bastandomi di accennare che il re Arrigo V spedì una solenne ambasciata in Francia per trattare con esso papa dell'affare delle investiture, perciocchè egli, al pari del padre, volea sostenerle contro i decreti di Roma. Il capo degli ambasciatori era Guelfo V duca di Baviera, uomo corpolento, e che usava un tuono alto di voce. Parevano essi andati più per intimidire il papa, che per trattare amichevolmente di concordia. E niuna concordia infatti ne seguì, ma solamente delle minaccie. Che il pontefice ritornasse in questo medesimo anno in Italia, si raccoglie da una sua bolla [Bacchini, di Polirone, Ist., nell'Append.] data Mutinae kalendis septembris, Indictione I Incarnationis dominicae anno MCVII, pontificatus autem domni Paschalis II papae nono. Era in Fiesole nel dì 18 di settembre. In quest'anno la contessa Matilda nel dì 10 di febbraio trovandosi nel contado di Volterra, tenne un placito, in cui fece un decreto in favore de' canonici di Volterra. Apparisce ancora da due memorie prodotte dal Fiorentini [Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.] che la medesima contessa nel mese di giugno mise l'assedio alla terra di Prato in Toscana, che s'era ribellata a lei, oppure a' Fiorentini. Arrivato in Toscana il suddetto papa Pasquale, ricevette dalla medesima contessa un trattamento convenevole alla dignità dell'uno, e alla somma venerazion dell'altra verso i vicarii di Gesù Cristo. Fecene menzione anche Donizone, ma senza dire ch'ella seco andasse a Roma, come alcuno ha supposto, in quei versi [Donizo, in Vit. Mathild.]:

Illic post annum rediit retro pastor amandus.

Ejus ad obsequium Mathildis mox reperitur

Promta, loquens secum. Romam rediit cito praesul.

Nell'anno presente ancora pare che venisse in Italia Arrigo il Nero, duca di Baviera e fratello del duca Guelfo [Antichità Estensi, P. I, cap. 39.]. Certamente è scritta come succeduta in quest'anno una donazione da lui fatta al monistero di santa Maria delle Carceri d'Este. Ma essendo discorde dall'anno suddetto l'indizione settima, non si può ben accertare il tempo. Quel che è sicuro, quivi esso principe è intitolato Henricus dux, filius quondam Guelfonis ducis, qui professus sum ex natione mea lege vivere Lombardorum, siccome per tanti altri documenti si scorge che costumarono di professare i principi estensi, dai quali egli discendeva. Fu stipulato quello strumento apud sanctam Theclam de Este: il che fa intendere che la linea estense dei duchi di Baviera riteneva la sua porzion di dominio nella nobil terra d'Este. In questi tempi scrive Landolfo da san Paolo ch'egli era in Milano [Landulphus Senior, Hist. Mediolan., cap. 15.] consulum epistolarum dictator. La menzione dei consoli già introdotti nel governo di quella città mi obbliga qui di dire, essere ciò una pruova chiara che i Milanesi s'erano già sgravati de' ministri imperiali o regii, ed aveano presa la forma di repubblica e la libertà, con governarsi da sè stessi, solamente riconoscendo la sovranità di chi era imperadore, oppure re d'Italia. S'è veduto di sopra che quel popolo tanti anni prima avea fatta guerra coi Pavesi, e poi s'era esercitato nelle interne fazioni e guerre civili, senza più mostrar ubbidienza e dipendenza dal re, ossia da alcun suo ministro. L'essersi poi sconvolta la Lombardia tutta per cagione d'Arrigo IV, aumentò l'animo di quel popolo a mettersi pienamente a libertà. Cercando essi in qual maniera si avesse a regolar la loro nuova repubblica, poco ci volle a mettersi davanti agli occhi il metodo tenuto dai Romani antichi nel governo di Roma. Perciò crearono due consoli che fossero capi principali della comunità, ed elessero altri ministri della giustizia, della guerra, della economia. Credo io che sui principii l'arcivescovo avesse gran parte nelle loro risoluzioni, e molto d'autorità per regolar le faccende. Formarono il consiglio generale, composto di nobili e di popolo, che ascendeva talvolta a più centinaia di persone, capi di famiglie. Eravi eziandio un consiglio particolare e segreto, ristretto a pochi scelti dal generale, il quale veniva appellato il consiglio di credenza; col qual nome si denotava chi giurava di custodire il segreto de' pubblici affari. Questo consiglio particolare aveva in mano l'ordinario governo politico; ma la risoluzion delle cose importanti, come il far guerra o pace, spedire ambasciatori, far leghe, eleggere i consoli ed altri ministri, era riserbato al consiglio generale.