Secondochè osservò il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.], abbiamo dalla Cronica di un anonimo di Treveri [Anonymus Trevirensis apud Dachery, in Spicileg.] che nel marzo del presente anno papa Pasquale II celebrò in Roma un gran concilio, di cui niun'altra menzione si trova presso gli antichi scrittori. Ma forse non è sicura quella notizia, e si dee riferire all'anno seguente. Solennizzò l'imperadore Arrigo la festa del santo Natale in Magonza [Abbas Urspergensis, in Chron.], ed allora fu che Arrigo V re, suo figliuolo all'improvviso si ritirò da lui e diede principio alla ribellione contra del padre, che uno o due anni prima lo avea promosso al grado di re. Dieboldo marchese, Berengario conte ed altri furono i consiglieri di tanta iniquità, sub specie religionis, come scrive Ottone da Frisinga [Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 8.]. Han preteso alcuni che egli fosse a ciò mosso da una lettera di papa Pasquale, accennata da un antico storico [Hermann. Tornac., apud Dachery, in Spicileg.], in cui era esortato a soccorrere la Chiesa di Dio. Ma non vuol già dir questo che il pontefice l'esortasse anche a ribellarsi contra del padre, e a prendere l'armi contra di lui. Senza questo nero attentato poteva egli cooperare alla retta intenzione del pontefice romano. Può nondimeno essere che di questo pretesto si valessero i nemici di Arrigo per rivoltare contra di lui il figliuolo. Scrive l'Annalista Sassone [Annalista Saxo.] che il giovane Arrigo spedì immantinente dopo il Natale a Roma i suoi legati ad abiurare lo scisma, e a chiedere consiglio al papa intorno al giuramento da lui prestato al padre di non mai invadere il regno senza licenza d'esso suo genitore. Il papa gli mandò la benedizione ed assoluzione, purchè egli volesse operare da re giusto, ed essere buon figliuolo della Chiesa; il che bastò all'ambizioso giovane per dare di piglio all'armi contra del padre. Tacendo nondimeno l'Urspergense e l'autore della Vita d'Arrigo IV presso l'Urstisio ed altri questa particolarità, si può dubitar della verità, benchè da essa neppur risulti l'approvazione di quel che succedette dipoi. Avvenne in quest'anno uno scandaloso sconcerto in Parma, riferito da Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 14.]. Portossi Bernardo cardinale e vicario del papa in Lombardia a quella città per la festa dell'Assunzione della Vergine, e cantò la messa nella cattedrale. Dopo il vangelo predicò al popolo; ma perchè volle entrare a parlar con grave disprezzo di Arrigo IV, come principe scomunicato, trovandosi in quella udienza moltissimi tuttavia ben affetti al medesimo Augusto, s'irritarono talmente, che dopo la predica, messa mano alle spade, corsero all'altare, e s'avventarono al cardinale, il condussero prigione, e svaligiarono tutta la di lui cappella, cioè tutti i di lui paramenti per la messa. Fu portata questa disgustosa nuova alla contessa Matilda, che si trovava allora nel territorio di Modena. Raunò ella incontanente quelle milizie che potè, e passati appena tre giorni dopo quella brutta scena, marciò alla volta di Parma. Non aspettarono que' cittadini intimoriti ch'essa arrivasse, e consegnarono ai vassalli nobili della medesima il cardinale, colla restituzione ancora di tutti i suoi sacri arredi. Altro male non fece la contessa ai Parmigiani, perchè il piissimo cardinale perorò in loro favore. In quest'anno, secondochè abbiamo da Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucensis, in Annalibus brevib.], cominciò nell'agosto la guerra fra i Pisani e Lucchesi, e ne seguì una battaglia, in cui i Pisani ebbero la peggio. Presero i Lucchesi il castello di Librafatta, e ne condussero prigioni i castellani alla loro città. Dalle carte riferite dal padre Bacchini [Bacchini, Istor. di Polirone, nell'Append.] si scorge che la soprallodata contessa Matilda sul fine d'aprile, trovandosi in Nogara sul Veronese, confermò ad Alberico abbate del monistero di san Benedetto di Polirone varii beni. Parimente la medesima, mentre era a Coscogno, villa delle montagne di Modena, nel dì 15 di settembre, donò allo stesso monistero la metà dell'isola di Gorgo con altri beni. A tali donazioni intervenne sempre il consenso del suddetto cardinale Bernardo vicario del papa, trattandosi di disporre di beni donati alla Chiesa romana. Vedesi sotto quest'anno la vendita della corte firminiana, fatta da Ottone eletto arcivescovo di Ravenna a Landolfo vescovo di Ferrara [Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.]. Per quanto s'ha dal Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn.], questi dopo la morte dell'antipapa Guiberto fu intruso nella sedia archiepiscopale di Ravenna, e da questo atto si raccoglie ch'egli non avea trovato per anche chi avesse voluto consecrarlo.
MCV
| Anno di | Cristo MCV. Indizione XIII. |
| Pasquale II papa 7. | |
| Arrigo IV re 50, imperad. 22. |
Fece il pontefice Pasquale atterrar le case della nobil famiglia de' Corsi in Roma, forse perchè ridotte dianzi in forma di fortezza [Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Stefano nobil romano, capo di quella casa, se l'ebbe tanto a male, che uscito di Roma, si fece forte nella basilica di san Paolo e nel castello che in questi tempi abbracciava essa basilica. Concorrevano a lui tutti gli sgherri e masnadieri, co' quali poi infestava non solo i contorni di Roma, ma la città medesima. Destramente procurò la corte pontificia intelligenza in esso castello, e di ricavare in cera la forma delle chiavi di quel forte luogo. Formatene poi delle nuove, coll'aiuto d'esse una notte furono introdotte le milizie pontificie, che dopo una vigorosa battaglia s'impadronirono della terra, con essere fuggito Stefano travestito da monaco. Siccome osserva il padre Pagi [Pagius, Crit. ad Annal. Baron.] coll'autorità di Eadmero [Eadmerus, in Vit. S. Anselmi lib. 4.], fu celebrato in quest'anno dal pontefice Pasquale II un concilio nella basilica lateranense. Fra le altre materie che vi si trattarono, abbiamo da Landolfo iuniore [Landulfus de S. Paulo, Hist. Mediolanens., tom. 5 Rer. Ital.] che fu quivi agitata la causa di Grossolano arcivescovo di Milano, il quale per la sua dottrina, spezialmente dimostrata in confutare lo scisma de' Greci s'era acquistato non poco onore alla corte pontificia. V'era in confronto di lui il prete Liprando, che non dovette poter provare l'imputazione a lui data di simoniaco. Però, dopo aver Grossolano giurato di non aver forzato Liprando alla pruova del fuoco, riprovata dai Padri di quel concilio, fu assolto e restituito nella sua dignità. Gli cadde in quella occasione di mano il pastorale: sul quale accidente la buona gente d'allora formò varii lunarii. Ma non per questo potè egli entrare in possesso della cattedra sua, nè di castello alcuno spettante al suo arcivescovato: tanta fu la possanza della parte contraria in Milano. Verso il fine dell'anno presente passò papa Pasquale in Toscana [Landulfus, de S. Paulo, Hist. Mediol., tom. 5 Rer. Ital.]; nè so io ben dire se fu allora, oppure nell'anno susseguente, ch'egli tenne un concilio in Firenze, a motivo che il vescovo di quella città, uomo visionario, sosteneva ch'era già nato l'anticristo. Probabilmente i tremuoti, le inondazioni ed altri sconcerti di questi tempi fecero cadere il buon prelato in questa immaginazione, la quale in varii altri tempi si truova insorta nelle menti delle persone pie e paurose. Si disputò non poco di questo; ma pel gran concorso della gente curiosa, che a cagione della novità fece un grave tumulto, convenne interrompere il concilio e lasciar la quistione indecisa. La decise poi il tempo, e fece conoscere la semplicità del prelato. Per le memorie accennate dal Fiorentini, si vede [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 2.] che la contessa Matilda si trovò in Toscana in questi medesimi tempi, senza fallo per fare buon trattamento al papa ito colà, il quale, stando in Lucca nel mese di dicembre, confermò i privilegii ai canonici regolari di san Frediano; ed innamoratosi della loro riforma, che era allora in gran credito, la volle introdotta nei canonici della basilica lateranense. Tornossene dipoi il pontefice a Roma. Tenne un placito la suddetta contessa in quest'anno nel dì 25 d'ottobre [Antiquit. Italic., Dissert. XVII.] in non so qual luogo di Toscana, dove accordò la sua protezione ai canonici di Volterra. Possedeva in Lombardia l'insigne monistero di Monte Casino alcuni beni ad esso lasciati da Giordano da Cuvriago; e trovandosi la soprallodata Matilda sul Modonese in san Cesario nel dì 22 di giugno, Giorgio prete e monaco di quel monistero impetrò da lei il possesso e dominio di quegli stabili.
Dappoichè il giovane Arrigo V re ebbe tirato nel suo partito Guelfo V ed Arrigo il Nero duca di Baviera, e i Sassoni ed altri principi, sentendosi assai forte, cominciò la guerra contra dell'imperadore Arrigo suo padre [Abbas Urspergensis. Otto Frisingensis, cap. 8. Annalista Saxo.]. Belle erano le sue proteste, cioè di non aver altra intenzione, se non d'indurre il padre a riconciliarsi colla Chiesa; ma sotto questo pretesto egli era dietro a promuovere gl'interessi proprii colla depressione di chi gli avea dato e vita e regno. Corrado suo fratello abbiam veduto che occupò il regno d'Italia; niuno nondimeno scrive ch'egli portasse l'armi contra del padre. Ma non così operò Arrigo V. Dopo varii fatti, ch'io tralascio, marciò egli colla sua armata sino al fiume Regen, che sbocca nel Danubio vicino a Ratisbona. Dall'altra parte d'esso fiume s'accampò coll'esercito suo l'Augusto Arrigo suo padre, ed erano per venire ad un fatto d'armi. Non si potè qui trattenere Ottone vescovo di Frisinga, storico gravissimo, dal prorompere in sensate esclamazioni contra di un figliuolo tale, la cui risoluzione non si può certo leggere senza orrore, perchè presa contro le leggi della natura, ed anche della religion cristiana: perciocchè fuor di dubbio è che la santa religione di Cristo non approvò mai nè approva cotale inumanità. Ebbe maniera il giovane Arrigo di tirar dalla sua con promesse e lusinghe il duca di Boemia ed altri signori, dimodochè il vecchio Arrigo IV fu forzato a fuggirsene segretamente. Seguì poscia un abboccamento in Elbinga il dì 15 di dicembre fra amendue, e fu determinato di tenere una dieta universale del regno a Magonza per la festa del santo Natale. Ciò che ne risultasse, lo accennerò all'anno venturo. Intorno a questi fatti si truova non lieve discrepanza fra gli antichi scrittori, parlandone cadauno secondo le proprie passioni e fazioni. All'anno presente, oppure allo antecedente appartiene un curioso placito, a noi conservato da Gregorio monaco, autore della Cronica di Farfa [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 637.]. Disputossi in Roma intorno ad un castello occupato ai monaci da alcuni nobili romani. Allegarono questi ultimi in lor favore il privilegio di Costantino Magno, per cui appariva che quel grande imperadore avea donato alla Chiesa romana tutta l'Italia e tutti i regni d'Occidente. Prese all'incontro l'avvocato dei monaci a mostrare che era falso, o non si doveva intendere così quel privilegio, facendo costare che anche dopo Costantino gli Augusti aveano signoreggiato in Roma e in tutta l'Italia. Però anche tanti secoli prima di Lorenzo Valla la donazion costantiniana si vede impugnata, con essere poi giunta in questi ultimi tempi ad essere anche negli stessi sette Colli riguardata qual solenne impostura de' secoli ignoranti oppur maliziosi. Secondo le memorie recate dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matild. lib. 2.], continuò ancora in quest'anno la guerra fra i Pisani e i Lucchesi, e i primi per due volte restarono sconfitti. Come queste guerre succedessero fra i popoli della Toscana, non si sa ben intendere, perchè era pur quella provincia sotto il dominio della contessa Matilda, e strano sembra ch'ella o permettesse tali sconcerti, o non avesse forza o maniera di calmar sifatte sanguinose gare.
MCVI
| Anno di | Cristo MCVI. Indizione XIV. |
| Pasquale II papa 8. | |
| Arrigo V re di Germania e d'Italia 1. |
Un'insigne raunanza di vescovi, abbati, principi, baroni e popoli del regno germanico s'era fatta in Magonza [Abbas Urspergensis, in Chron. Otto Frisingensis, Hist., lib. 7, cap. 11.] nel Natale dell'anno precedente, per trattare di concordia fra i due Arrighi padre e figliuolo, e fra gli scismatici e la Chiesa romana. Dovea, dico, intervenirvi il vecchio Arrigo, ma dal figliuolo era trattenuto come prigioniere in un castello. Fece egli istanza per la libertà; ma i principi temendo che il popolo, avvezzo a favorir più lui che il figliuolo, non tumultuasse, ed anche perchè Riccardo vescovo di Albano e Gebeardo vescovo di Costanza, legati apostolici, giunti a quella dieta, aveano confermata la scomunica contra di esso imperadore, non permisero ch'egli venisse a Magonza. Gli andarono essi incontro ad Ingheleim, e tanto gli dissero colle buone e colle brusche, che l'indussero a rinunziare al figliuolo la croce, la lancia, lo scettro e gli altri ornamenti imperiali, ma non già la spada e la corona. Non manca chi scrive essergli state tolte per forza queste divise della sua dignità; scrivono altri che spontaneamente le rassegnò. Si riconobbe Arrigo colpevole dello scisma, e de' mali avvenuti per tal cagione, e pentito ne dimandò l'assoluzione al legato apostolico, il quale giudicò di non aver facoltà bastante per rimetterlo in grazia della Chiesa. Gittossi anche a' piedi del figliuolo [Anonymus, in Vit. Henrici IV.], ricordandogli il diritto della natura; ma questi neppure voltò gli occhi verso di lui. Portate a Magonza le insegne regali, fu confermato re il giovane Arrigo V, e spedita una solenne ambasceria di alcuni vescovi e baroni a Roma per comporre tutte le vecchie differenze, ed invitare in Germania il romano pontefice. Ma questi ambasciatori, nel passare pel Trentino, furono assaliti da un certo Adalberto conte [Abbas Urspergens. Annalista Saxo.], svaligiati e cacciati in prigione, a riserva di Gebeardo vescovo di Costanza, che tenne altro cammino, e fatto scortare dalla contessa Matilda, felicemente arrivò a Roma. Di questa iniquità avvisato Guelfo V duca di Baviera, corse colle sue genti, e sforzate le chiuse, obbligò essi malandrini a rimettere in libertà que' prelati e signori. Intanto il deposto imperadore Arrigo si ritirò a Colonia e a Liegi, dove fu con qualche onore accolto, e di là scrisse lettere compassionevoli a tutti i re cristiani, lagnandosi de' trattamenti a lui fatti dal barbaro figliuolo, e della violenza usatagli per detronizzarlo. Una specialmente se ne vede al re di Francia, che non si può leggere senza ribrezzo. Trovati anche non pochi favorevoli al suo partito, e specialmente Arrigo duca di Lorena, ripigliò il pensiero di far guerra. Ma prevalendo le forze del figliuolo, e trovandosi egli ridotto in istato miserabile, pel crepacuore infermatosi in Liegi, quivi terminò i suoi giorni nel dì 7 d'agosto per comparire al tribunale di Dio a rendere conto di tanti suoi vizii, di sì lunga vessazione data alla Chiesa, e del tanto sangue cristiano sparso pe' suoi capricci e per la ostinazion nello scisma. A lui eziandio si dee attribuire una gran mutazione seguita per sua cagione non meno in Italia che in Germania. Certo è che il regno della Borgogna, unito dall'imperador Corrado I alla corona germanica, patì molte mutazioni duranti le soprarriferite turbolenze. E da questo parimente procedette l'essersi buona parte delle città di Lombardia messa in libertà con formar delle repubbliche, senza più voler ministri del re ossia dell'imperadore al loro governo: del che parleremo andando innanzi. Era stato portato a Ravenna il cadavero dell'antipapa Guiberto, e quivi seppellito. Dovette dipoi Ravenna rimettersi in grazia della Chiesa romana; e però in quest'anno andò ordine colà da papa Pasquale che fosse disotterrato il suo corpo, e gittate l'ossa nel fiume [Abbas Urspergensis, in Chron. Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.]. Non mancavano persone vane, oppur ben affette alla di lui memoria, che spacciavano come vedute al suo sepolcro delle risplendenti facelle in tempo di notte: il che aggiunto ad esser egli morto scomunicato, diede impulso alla suddetta risoluzione. Aggiungo, affinchè si conosca meglio la cabala e malignità, ed anche la ignoranza di questi tempi, che furono divolgati varii miracoli, come succeduti al sepolcro di questo sovvertitore della Chiesa di Dio. Fra le lettere a noi conservate da Udalrico di Bamberga, e pubblicate dall'Eccardo [Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, pag. 194.], una se ne legge, scritta dal vescovo di Poitiers all'imperadore Arrigo, dove tratta de plurimis miraculis, quae divina clementia per merita felicis memoriae domni nostri Clementis papae ad ejus sepulcrum est operata, a Johanne castellano episcopo transmissa. Ma probabilmente sarà venuta non da uno di quei vescovi, ma da qualche impostore quella serie di miracoli, per dar pascolo alla gente corriva. Fu anche data sepoltura in Liegi al corpo del morto imperadore Arrigo, ma da lì a poco per decreto de' vescovi cattolici tolto fu di chiesa, e deposto in luogo non sacro.