Anno diCristo MCII. Indizione X.
Pasquale II papa 4.
Arrigo IV re 47, imperad. 19.

Celebrò in quest'anno papa Pasquale un solenne concilio in Roma nella basilica lateranense [Labbe, Concil., tom. 10.], in cui rinnovò la scomunica contra dello scismatico imperadore Arrigo IV, e confermò i decreti de' precedenti sommi pontefici intorno alla disciplina ecclesiastica. In Germania esso Arrigo sul principio di quest'anno, o sul fine del precedente, raunati in una dieta i principi di quelle contrade, trattò con essi di levar lo scisma, e di restituir la pace alla Chiesa e ai popoli. Fu consigliato da tutti i saggi di riconoscere il romano pontefice Pasquale, ed egli anche promise di portarsi a Roma, dove in un concilio si esaminasse tanto la sua quanto la causa del papa, e ne seguisse concordia. Ma l'infelice principe non attenne dipoi la parola; anzi si seppe ch'egli andava tuttavia macchinando di creare un nuovo antipapa: il che non gli venne fatto per difetto non già di volontà, ma di potere. Aveva papa Pasquale inviato per suo nunzio e vicario residente presso la contessa Matilda Bernardo cardinale della santa romana Chiesa, ed abbate di Vallombrosa, uomo di rara probità e prudenza. Fra gli altri affari che egli trattò colla contessa, uno de' principali fu l'ottener da essa la rinnovazion della donazione di tutti i suoi beni alla Chiesa romana. Gli aveva essa donati alla medesima Chiesa fin sotto papa Gregorio VII, ma per le gravi turbolenze dipoi insorte s'era smarrito lo strumento della medesima donazione. Però stando essa Matilda nella rocca di Canossa nel dì 17 di novembre dell'anno presente confermò e rinnovò [In Append. ad Donizonem, in Vit. Mathildis.], per manum Bernardi cardinalis et legati ejusdem romanae Ecclesiae, la donazione di tutti i suoi beni, tanto posseduti quanto da possedersi, e tanto di qua quanto di là da' monti, in favore della Chiesa romana. Lo strumento tuttavia esistente si legge in fine del poema di Donizone. Era la medesima contessa in quest'anno nel dì 4 di giugno in loco, qui dicitur Mirandula, e quivi fece un aggiustamento [Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.] con Imelda badessa di san Sisto di Piacenza per conto del castello e della corte di Guastalla. Apparteneva quella nobil terra, oggidì città, al monistero suddetto di san Sisto fino dai tempi dell'imperadrice Angilberga fondatrice del medesimo. Dovea Matilda averlo occupato, e gliel restituì nell'anno presente.

Lasciò, come già di sopra accennammo, Anselmo arcivescovo di Milano, allorchè intraprese il viaggio di terra santa, per suo vicario in quella città e diocesi Crisolao, chiamato Grossolano dal popolo, a cui quel nome greco dovette parere alquanto straniero. Egli era vescovo di Savona [Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 4.], uomo assai dotto, sapea predicare al popolo, e nell'esteriore affettava grande mortificazione, sommo sprezzo del mondo, usando vesti grosse e plebee, e cibi vili dopo molta astinenza. Un dì quel prete Liprando, a cui gli scismatici aveano tagliato il naso e gli orecchi, persona di gran credito non meno nella sua patria che in Roma stessa, l'esortò a cavarsi di dosso quel sì orrido mantello, e a prenderne uno più conveniente al suo grado. Gli rispose Grossolano di non aver danaro. Esibitone a lui in prestito, replicò che egli sprezzava il mondo, nè volea mutare registro. Allora Liprando gli disse: In questa città ogni persona civile usa pelli di vaio, di griso, di martora, ed altri ornamenti e cibi preziosi. Con questi vostri grossolani abiti vedendovi i forestieri, ne vien disonore a noi altri: il che si dee osservare come una volta fosse in uso e credito in Italia il vestirsi di preziose pellicce; probabilmente Grossolano era qualche Calabrese che sapea bene il suo conto, ed anche fu intendente della greca favella. Intesasi poi la morte dell'arcivescovo Anselmo, si raunò il clero e popolo di Milano per eleggere il successore. Concorrevano molti in due Landolfi canonici ordinarii della metropolitana. Grossolano si oppose per motivo che fossero lontani, perchè erano iti in terra santa. Allora Arialdo abbate di s. Dionisio con una gran moltitudine della plebe e de' nobili proclamò arcivescovo il medesimo Grossolano, che con tutto il suo sprezzo del mondo corse subito a mettersi nella sedia archiepiscopale. Spedì la parte che non concorreva a tale elezione i suoi messi a Roma per impedire che non fosse accettato per varii motivi. Ma ricorsi i fautori di Grossolano a Bernardo cardinale e vicario del papa in Lombardia, questi ne trattò colla contessa, e fu risoluto di ammettere la persona di Grossolano, il quale alcuni van sospettando (non so se con valevole fondamento) che fosse prima, al pari di Bernardo cardinale, monaco vallombrosano. Però in fretta se n'andò esso Bernardo a Milano, e portò la stola (cioè il pallio), che fu ricevuto da Grossolano fra lo strepitoso plauso del popolo. Salito lo scaltro Grossolano dove egli mirava, allora cominciò ad usar cibi delicati e vesti preziose. Ma poco passò che Liprando cogli altri gli mosse guerra, trattandolo da simoniaco, e perciò da pastore illegittimo. Secondo che si ha dal Catalogo degli abbati di Nonantola [Catalogus Abbat. Nonantul. Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], e dal Sigonio, la suddetta contessa, mentre era nel castello di Panzano, allora del distretto di Modena, nel dì 15 di novembre, correndo l'indizione XI, donò al monistero di Nonantola sul Modonese, con licenza di Bernardo cardinale e vicario generale del papa in Lombardia, Castel Tealdo posto in Ferrara colla chiesa di san Giovanni Batista. E ciò in remissione de' suoi peccati, e in ricompensa del tesoro di quel monistero, di cui s'era essa servita ne' bisogni delle passate guerre. Fu questo l'ultimo anno della vita di Vitale Michele doge di Venezia [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Ebbe per successore Ordelafo Faledro.


MCIII

Anno diCristo MCIII. Indizione XI.
Pasquale II papa 5.
Arrigo IV re 48, imper. 20.

Avea celebrato Arrigo IV Augusto la festa del santo Natale in Magonza [Abbas Urspergens., in Chron. Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 8.], e pubblicamente fatto sapere ai principi e al popolo ch'egli avea intenzione di lasciare il governo del regno ad Arrigo V re suo figliuolo, e di voler in persona andare al santo Sepolcro. Questa voce gli guadagnò l'affetto universale de' Tedeschi sì ecclesiastici che laici, e moltissimi si disposero ad accompagnarlo in quel viaggio. Ma il tempo fece vedere ch'egli non dovea aver parlato di cuore, perchè nulla effettuò di quanto avea promesso. Certo è che all'anno presente si dee riferire uno strepitoso avvenimento della città di Milano, diffusamente narrato da Landolfo iuniore [Landulfus S. Paulo, Hist. Mediolan., cap. 9 et seq. tom. 5 Rer. Ital.], storico di quella città e di questi tempi. Era già stato creato arcivescovo Crisolao ossia Grossolano. Il soprammentovato prete Liprando continuò a sostenere ch'egli simoniacamente era entrato in quella chiesa, e si esibì di provarlo col giudizio del fuoco, che quantunque non mai approvato dalla Chiesa, pure in questi secoli sconcertati non mancava di fautori. Fece istanza Grossolano che Liprando desse le pruove di tale accusa; ma non apparisce che il prete ne producesse alcuna: il che fa conoscere l'irregolarità del suo procedere. Venne egli in fine alla pruova dal fuoco; ed alzata nella piazza di santo Ambrosio una gran catasta di legna, lunga dieci braccia, ed alta e larga quattro braccia più dell'ordinaria statura degli uomini, allorchè essa fu ben accesa, Liprando vi passò per mezzo, e ne uscì salvo, senza che nulla si bruciasse neppur delle vesti sacerdotali ch'egli portò in quella congiuntura, con acclamazione di tutti gli spettatori. Veggendosi Grossolano come vinto, giudicò bene di ritirarsi e di andarsene a Roma, dove fu graziosamente accolto da papa Pasquale. La risoluzion di Liprando era già stata disapprovata da alcuni vescovi suffraganei di Grossolano, che si trovavano allora in Milano; molto più dispiacque alla saggia corte di Roma, che sempre riprovò i giudizii di Dio non canonici, siccome invenzioni umane da tentar Dio. E perciocchè si trovò che essendo restato il prete Liprando leso in una mano e in un piede nella pruova suddetta, benchè si attribuisse ciò ad altre cagioni, pure fu messa in dubbio nella stessa città di Milano la pruova da lui fatta, e ne succedette del tumulto colla morte di molti. Trovossi nel dì 19 di novembre la contessa Matilda in palatio florentino [Mabill., Annal. Benedictin. ad hunc ann.], dove concedette un privilegio ai monaci di Vallombrosa. Circa questi tempi Adelaide vedova di Ruggieri conte di Sicilia, e tutrice di Simone suo figliuolo, veggendo sprezzato da' Siciliani il suo governo [Orderic. Vitalis, Hist. Eccles., lib. 13.], pensò a fortificarlo col chiamare colà dalla Borgogna Roberto, principe non men valoroso che prudente, a cui diede in moglie una sua figliuola. Il dichiarò poscia tutore del figliuolo e governatore dell'isola: il che servì a tenere in briglia le teste calde di quelle contrade.


MCIV

Anno diCristo MCIV. Indizione XII.
Pasquale II papa 6.
Arrigo IV re 49, imper. 21.