Che Matilda non solamente signoreggiasse in Toscana e in parte della Lombardia, ma stendesse anche la sua autorità in Milano, si può raccogliere da Landolfo di san Paolo [Landulfus junior, Hist. Mediolan. cap. 2.]. Quivi fu eletto arcivescovo Matildis comitissae favore Landolfo da Badagio; decaduto questo, restò eletto consecrato Anselmo IV da Baiso, il quale virgae pastorali per munus Matildis abhatissae (dovrebbe essere comitissae) adhaesit. Collo stendere così le fimbre della sua autorità, dovea Matilda annientar quella del re; forse anche non somministrava quanto occorreva pel decente suo trattamento. Però forte in collera il real giovane si ritirò a Firenze, dove sorpreso da maligna febbre, nel luglio di quest'anno diede fine alla sua vita. Per testimonianza dell'Urspergense corse qualche voce che così immatura morte fosse provenuta da veleno; e forse ne fu dai maligni incolpata la medesima contessa Matilda, scrivendo il soprammentovato Landolfo: Quum pervenisset Florentiam rex ipse prudens et sapiens, atque decorus facie (proh dolor!) adolescens, accepta potione ab Aviano medico Matildis comitissae, vitam finivit. Le virtù di Matilda tali furono, che non può cadere sopra di lei un sì nero sospetto. Per quel che riguarda Ruggieri conte di Sicilia [Romualdus Salernitanus, in Chron.], anch'egli nel medesimo mese fu rapito dalla morte; principe valoroso e glorioso al pari di Roberto Guiscardo suo fratello sopra la terra, ma più di lui religioso, clemente liberale, e specialmente memorabile per aver liberata la Sicilia dal giogo dei Saraceni, e restituito in essa il culto del vero Dio colla fondazione di tanti vescovadi, spedali e templi del Signore. Lasciò dopo di sè due piccioli figliuoli, Simone primogenito, che fu riconosciuto tosto conte di Sicilia e di Calabria, e Ruggieri nato nell'anno 1097, che divenne col tempo re di Sicilia: amendue sotto il governo della contessa Adelaide loro madre, donna che coll'alterigia univa una gran sete del danaro altrui, e però cagione che in que' principii della sua tutela succedessero non poche sedizioni fra i sudditi suoi. Non parlo di un terzo figliuolo appellato Goffredo, probabilmente bastardo, perchè forse era premorto al padre.

In quest'anno sul principio d'aprile Guelfo IV duca di Baviera, per redimer i suoi peccati, imprese il viaggio di terra santa, e si unì con Guglielmo duca d'Aquitania [Chron. Weingart. apud Leibnit. Abbas Urspergens., in Chron.]. Conducevano seco questi due principi un'armata di cento sessanta mila crociati. A questa precedeva l'altra de' Lombardi, che dicemmo incamminata con Anselmo arcivescovo di Milano, il cui disegno fatto sulle dita, per quanto ne correa la voce, era di voler conquistare Babilonia, come se quella fosse una bicocca. Ma tanti castelli in aria andarono ben presto a finire in nulla. Passata che fu sì gran moltitudine di gente nell'Asia [Radulphus Cadomensis, de gestis Tancredi.], per tradimento dell'imperadore Alessio, che passava d'intelligenza coi Turchi, parte per gli stenti e mancanze de' viveri, parte per le sciable e frecce nemiche, perì quasi tutta. Fra gli altri principi che lasciarono la vita in sì sfortunata spedizione [Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 2.], uno fu il suddetto arcivescovo di Milano, ossia che egli morisse in una zuffa co' Turchi, oppure che ferito fuggisse a Costantinopoli, dove Landolfo da san Paolo scrive che succedette la sua morte. Salvossi dopo la rovina del suo esercito il duca Guelfo, e per mezzo ad infiniti travagli ebbe almen la consolazione di arrivare a Gerusalemme. Soddisfatto ch'ebbe ivi alla sua divozione, se ne tornava questo principe per mare a casa; ma giunto all'isola di Pafo, oppure di Cipri, e colto da una mortale infermità, quivi finì di vivere, e trovò la sua sepoltura o nel presente o nel susseguente anno: principe glorioso per tante sue militari imprese, e massimamente per aver piantata in Germania e lasciata quivi in gran potenza una linea di principi estensi, la qual tuttavia più che mai fiorisce nella insigne casa di Brunswich, Wolfembuttel e Luneburgo, dominanti anche sul trono dell'Inghilterra. Restarono di lui due figliuoli maschi, cioè Guelfo V marito della gran contessa Matilda, ma da lei separato, ed Arrigo, appellato per soprannome il Nero. Succedette Guelfo V nel ducato della Baviera, e questi poi si segnalò colle doti della pietà, del valore e della liberalità, come s'ha dalla Cronica di Weingart. In qual anno egli terminasse i suoi giorni resta tuttavia allo scuro. Certo è, che vivente ancora esso Guelfo, Arrigo suo fratello portò il titolo di duca, e ne vedremo una pruova all'anno 1107. Truovasi nel maggio del presente anno la contessa Matilda in Governolo sul Mantovano [Bacchini, Stor. di Polirone, lib. 3.], dove restituisce al monistero di san Benedetto di Polirone l'isola di Revere con altri beni. Si accinse ella in questi medesimi tempi a ricuperar la città di Ferrara, che tanti anni prima le si era ribellata; e fatto un gran preparamento di soldatesche, chiamati anche in aiuto i Veneziani [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] e i Ravennati, che vi accorsero per Po con una squadra di navi, nell'autunno passò all'assedio di quella città.

Contra quam gentes numero sine duxit et enses,

Tuscos, Romanos, Longobardos galeatos,

Et Ravennates, quorum sunt maxime naves.

Circumstant equidem multae maris atque carinae

A duce praeclaro trasmissae venetiano.

Son versi di Donizone [Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 2, cap. 13.], che soggiugne, avere i Ferraresi alla vista di tanto sforzo presa la risoluzione di arrendersi: con che senza spargimento di sangue tornò quella città sotto il dominio della contessa.


MCII