MCXI
| Anno di | Cristo MCXI. Indizione IV. |
| Pasquale II papa 13. | |
| Arrigo V re 6, imperad. 1. |
Abbiamo dagli Annali Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] che il re Arrigo V o sul fine del precedente anno, o sul principio del presente, cum magno exercitu Pisas venit, et fecit pacem inter Pisanos et Lucenses; in qua guerra Pisani devicerunt Lucenses ter in campo, et Castellum de Ripafracta recuperaverunt, et Ripam, unde lis fuit, retinuerunt. Passò ad Arezzo, e trovò della discordia fra i cittadini e il clero [Otto Frisingens., Chron., lib. 7, cap. 14.]. La cattedrale di san Pietro era fuori della città. Il popolo la voleva dentro, secondo l'uso dell'altre città d'Italia, e però la distrussero. Essendo ricorsi i cherici ad Arrigo, prese la loro parte; e forse perchè il popolo non mostrò prontezza ad ubbidire, o perchè fece resistenza, il re barbaro quivi ancora lasciò lagrimevoli segni della sua fierezza, con far abbattere le mura e le torri altissime d'essa città, e spianar buona parte delle case cittadinesche. Con questi bei preparamenti arrivò ad Acquapendente [Abbas Urspergens., in Chron.], dove ricevette i suoi ambasciatori tornati da Roma con quei del papa, che portavano buone nuove di concordia. Continuato il viaggio fino a Sutri, giunsero altri legati del papa con regali e proposizioni di concordia, e promesse di dargli l'imperiale diadema. Ma non andò molto che questo bell'aspetto di cose si convertì in una luttuosa e scandalosa scena; nel racconto della quale gli scrittori romani ne attribuiscono la colpa ad Arrigo, e gli storici tedeschi ai medesimi Romani. Una lettera dello stesso Arrigo presso Dodechino [Dodechinus, in Append. ad Marian. Scotum.], l'Abbate Urspergense [Urspergensis, in Chron.], Ottone da Frisinga [Otto Frisingensis, in Chron.], Pietro Diacono [Petrus Diacon., in Chron. Casinens.], Pandolfo Pisano [Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.] e gli Atti rapportati dal cardinal Baronio [Baronius, in Annal. Eccles.] parlano di questa tragedia, ma non tutti con egual tenore. Quel che è certo, Arrigo si mostrò risoluto di non voler cedere al diritto da lui preteso di dar le investiture agli ecclesiastici, non volendo essere da meno di tanti suoi predecessori. All'incontro il papa, sapendo quanto discapito era provenuto alla Chiesa di Dio dall'uso di tali investiture per le frequenti simonie che si commettevano, non era men forte in volerle abolite. Non si sa intendere come esso pontefice non avesse meglio concertati gli affari, prima che gli arrivasse addosso Arrigo col nerbo di tanti armati. O fu egli mal servito da' suoi legati, o burlato dalle belle parole d'esso re. Comunque sia, veggendo egli sì forte Arrigo nelle sue pretensioni, piuttostochè consentire alle medesime, s'indusse egli ad una strana risoluzione, che, proposta al re, neppure gli parve credibile, e fu nondimeno da lui accettata. Cioè, che il papa con tutti i suoi rinunzierebbe al re tutti gli Stati e tutte le regalie che gli ecclesiastici aveano avuto e riconoscevano dall'imperio e dal regno fino da' tempi di Carlo Magno e di Lodovico Pio e di Arrigo I, con ispecificare le città, i ducati, i comitati, le zecche, le gabelle, i mercati, le avvocazie, le milizie, le corti e castella dell'imperio; giacchè a cagion di queste regalie il re pretendeva di continuar l'uso delle investiture. Ed esso re vicendevolmente rinunzierebbe all'uso d'investire i vescovi e gli abbati. L'accordo fu fatto, dati dall'una e dall'altra parte gli ostaggi. Anche oggidì si ha pena a credere che un pontefice arrivasse a promettere una sì smisurata cessione. Nella domenica adunque della quinquagesima, cioè nel dì 12 di febbraio, si mosse il re Arrigo alla volta della città Leonina, per trovare il papa che l'aspettava coi cardinali fuori della basilica vaticana [Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 36.]. Furono mandati ad incontrarlo sino a Monte Mario gli uffiziali della corte e della milizia colle loro insegne, e un'infinita moltitudine di popolo portante corone di fiori, palme e rami d'albero. Avanti alla porta comparvero i Giudei, e nella porta i Greci che cantavano nel loro linguaggio, e faceano plauso al futuro imperadore. V'intervennero ancora i monaci [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.], e cento monache con lampade o doppieri accesi, e tutto il clero in pianete e dalmatiche. Con questa maestosa processione, spargendo intanto gli uffiziali del re gran copia di danaro alla plebe, arrivò Arrigo alla basilica vaticana [Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.]; ma non volle entrare, se prima non fu consegnata alle sue guardie ogni porta e luogo forte della medesima. Prestò Arrigo al papa gli atti di riverenza dovuti; il papa l'abbracciò e baciò; ed amendue entrati per la porta d'argento, arrivati che furono alla ruota del porfido, si misero a sedere nelle sedie preparate.
Allora fu che il pontefice fece istanza ad Arrigo di eseguir le promesse della rinunzia alle investiture. Il re si ritirò coi suoi vescovi e principi nella sagrestia per consultar con essi; ed allora succedette un gran tumulto, reclamando tutti i vescovi che era un'empietà ed eresia il volere spogliar di tanti beni tutte le chiese. Arrigo, nella sua lettera presso Dodechino, pretende che l'esibizione di levar le immense regalie ai pastori delle chiese venisse dal papa, e fosse un tiro politico per ricavare dal re la rinunzia delle investiture, e nello stesso tempo concitare contra di lui l'amplissimo ordine degli ecclesiastici. Pandolfo Pisano ed altri, per lo contrario, scrivono che la proposizione fosse fatta dal re, il quale con questo tiro pensasse a carpir la corona imperiale, ottenuta la quale, era poi facile il continuar le investiture, perchè la repubblica ecclesiastica non vorrebbe mai abbracciare il partito di rilasciar tanti Stati e beni all'imperadore. Ottone da Frisinga scrive, avere Arrigo fatta istanza per l'esecuzion del trattato, alla quale era dispostissimo dal canto suo il papa; ma che non potè quegli eseguirlo per li troppi richiami de' vescovi. Comunque sia, certo è che un grande bisbiglio e furore si sollevò in tutti i vescovi sì italiani che oltramontani all'intendere una cotanto insopportabil condizione di rinunziare gli Stati; laonde fra il pontefice e il re insorse discordia, non volendo il primo coronar l'altro senza la rinunzia delle investiture, nè volendo il re rinunziare, se non gli si manteneva la parola data di restituir tutti i beni regali. Non si sa intendere come niuno allora proponesse, o se fu proposto, come non fosse accettato il ripiego poscia usato, e tuttavia osservato in Germania, cioè di lasciar libere le elezioni de' vescovi e degli abbati, con che restava salva la libertà della Chiesa, obbligando poi gli eietti a prendere l'investitura degli Stati, ma non delle chiese, dall'imperadore, ossia dal re d'Italia. Ora il re Arrigo, veggendo a terra il trattato, e saldo il papa in negargli la corona, andò nelle furie. Nè gli mancarono empii consiglieri, il primo de' quali fu Alberto allora cancelliere, poscia arcivescovo di Magonza, uomo scellerato, che lo spinsero a far prigione il papa contro il giuramento fatto di nulla intentare contra la di lui persona e dignità: il che venne con incredibil tumulto eseguito. Fu consegnato il pontefice ad Ulrico patriarca d'Aquileia, che il custodisse sotto buona guardia. Questa violenza non solamente fu riprovata da tutti i buoni, e massimamente dall'arcivescovo di Salisburgo, con rischio anche della sua vita, ma eziandio irritò sì fattamente il popolo romano, il quale in tal congiuntura si fece conoscere fedelissimo al papa suo signore, che corse a svenare quanti Tedeschi si trovarono nella città. E dopo aver tenuto tutta la notte un gran consiglio, la mattina seguente uscirono essi Romani arditamente coll'armi addosso all'esercito tedesco, alloggiato entro e fuori della città Leonina, che non s'aspettava una visita sì scortese. Quanti ne trovarono, tutti li misero a fil di spada. Assalirono dipoi il quartiere dello stesso re, il quale uscito di letto, e scalzo tuttavia, salito a cavallo, fece di molte prodezze, ma corse gran pericolo della vita, perchè gli ammazzarono il cavallo sotto, e il ferirono anche in faccia. Salvollo Ottone conte di Milano, o, per dir meglio, vicecomes, come Landolfo da san Paolo, più informato di questo, lasciò scritto, con dargli il proprio cavallo; ma fatto egli prigione, e condotto in città, fu quivi messo in brani dall'infuriata plebe. Armatisi intanto i Tedeschi, s'opposero all'empito de' Romani; seguì gran battaglia, grande strage dall'una e dall'altra parte, rinculando ora gli uni, ora gli altri. Penetrarono i Romani fino nel portico di san Pietro; ma perchè si perderono a spogliare i forzieri de' Tedeschi, ebbero da ben pentirsene: perchè raccolti i Tedeschi e Lombardi, li misero in fuga, con restarne assaissimi vittima delle spade, o annegati nel Tevere. L'attesta Donizone, con dire che i Romani quasi furono vincitori dei Tedeschi:
Sed flagrant erga nimis horum quippe zabernas;
Insimul ex armis et denariis onerati
Plus adamant nummum, quam bellum vincere sumtum.
Venuta la notte, e tenuto consiglio in Roma, fu risoluto di procedere di nuovo nel dì seguente contra de' Tedeschi. Ne venne sentore al re Arrigo, il quale credette meglio fatto di ritirarsi colla sua gente lungi da Roma nella Sabina, ed anche con fretta, lasciando in dietro parte dell'equipaggio della sua armata. Seco condusse l'innocente papa Pasquale prigione, con cui essendo stati presi Bernardo cardinale e vescovo di Parma, e Bonsignore vescovo di Reggio, in lor favore parlò con vigore Ardoino da Palude nobile reggiano, e messo della contessa Matilda, con ricordare ad Arrigo i patti fatti con essa. E non parlò indarno, perchè il re, per amore della medesima contessa, li rimise in libertà. L'Urspergense ci vuol far credere che Arrigo Apostolicum secum duxit, et eo, quo potuit, honore tenuit. Ma Pandolfo Pisano ed altri narrano, ch'egli, custodito sotto stretta guardia, fece non pochi patimenti per sessanta e un giorno, detenuto nel castello di Tribucco con sei cardinali, e che gli altri cardinali furono imprigionati in un altro castello. Ossia, come vuol Pietro Diacono, che Arrigo intimidisse il papa col minacciare a lui e a tutti i prigioni la morte; ovvero, come altri ha voluto [Annalista Saxo.], che Arrigo si gittasse a' piedi del papa, e il supplicasse di perdono e di pace; oppure che non veggendo nè il papa, nè i cardinali che seco si trovavano, maniera di acconciar questa esecrabil rottura, finalmente esso papa piegasse l'orecchio ad un aggiustamento: certo è che questo succedette, e quale il volle Arrigo.
Condiscese dunque il pontefice Pasquale II, ma con protesta di farlo violentato, e per liberar tanti prigioni e i Romani da ulteriori vessazioni, che liberamente e senza simonia si dovessero eleggere da lì innanzi i vescovi ed abbati coll'assenso dell'imperadore; e che gli eletti prendessero il pastorale e l'anello, cioè l'investitura da lui, senza la quale non potessero essere consecrati; e che il papa giurasse di non fare vendetta alcuna, nè di adoperar censure per l'ingiuria fatta a lui ed ai suoi; e l'imperadore scambievolmente promettesse di lasciare in libertà tutti i prigioni, e di conservare o restituire tutti i beni occupati alla Chiesa romana, fra' quali, per testimonianza di Pietro Diacono [Petrus Diaconus, Chron. Casinens.], furono nominatamente espresse la Puglia, la Calabria, la Sicilia e il principato di Capoa. Ottenne inoltre Arrigo che si potesse dar sepoltura in chiesa al corpo di Arrigo IV suo padre, giacchè si fecero venire in campo persone attestanti esser egli morto con atti di vero pentimento. Così seguì la pace, dopo la quale il papa solennemente coronò imperadore Arrigo nella basilica vaticana, con istare intanto serrate le porte di Roma, acciocchè niun de' Romani venisse a disturbare la funzione. Il giorno preciso in cui seguì questa coronazione, fin qui è stato controverso. Donizone, autore di questi tempi, scrive di papa Pasquale [Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2, cap. 18.]:
Dum festum Paschae venite tribuit sibi pacem,