Urbem romuleam sibi subdens, et diadema
Ipsius capiti ponens, unguit, benedixit.
Ultima lux mensis primi tunc Pascha revexit,
Numinis undecimo centum post mille sub anno.
Ci fa vedere qui Donizone tuttavia conservata la sovranità imperiale in Roma; ma, siccome già accennai nelle annotazioni al di lui poema, è da stupire come egli dica caduta in quest'anno la Pasqua nel dì ultimo di marzo, quando è fuor di dubbio ch'essa s'incontrò nel di 2 d'aprile. Per altro anche Rogerio Hovedeno [Hovedenus, Annal., P. I.] e Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] scrivono che nel giorno di Pasqua fu conferita la corona ad Arrigo V. All'incontro, il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] pretende ciò fatto nella domenica in Albis, cioè a dì 9 d'aprile, ma senza recarne alcuna soda pruova, e col correggere a suo piacimento gli antichi scrittori. A me sembra, non dirò solo probabile, ma certo, che la funzione suddetta seguisse nel giovedì dopo l'ottava di Pasqua, cioè nel dì 13 d'aprile, giorno delle idi. Chiaramente lo attesta l'autore della Vita di Pasquale II, storico contemporaneo, a noi conservato dal cardinal d'Aragona, il quale scrive [Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]: Haec, quae passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus, mera veritate conscripsimus. Ora questo scrittore attesta che fu consecrato e coronato idibus aprilis, quinta feria post octavam Paschae. Queste note van d'accordo, nè patiscono eccezione. Vien confermata la stessa verità dall'Annalista Sassone, di cui son queste parole [Annalista Saxo.]: Rex Heinricus Pascha, non longe ab urbe in castris suis celebravit, et post octavas Paschae, die scilicet idus aprilis, in ecclesia sancti Petri in imperatorem consecratur. Altrettanto s'ha dal Cronografo Sassone, citato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedictin.] e dagli Annali d'Ildeseim [Annal. Hildesheim.]. L'Abbate Urspergense [Abbas Urspergensis, in Chron.], con iscrivere che Arrigo ricevette la corona post octavas Paschae, esclude le due precedenti opinioni, e viene ad accordarsi con questa. Nella messa solenne, e alla comunione, il papa col corpo del Signore in mano ratificò la pace e le promesse. Egli se ne andò libero a Roma, e il re Arrigo, dopo aver fatti suntuosi regali al papa e ai cardinali ch'erano con lui, si mise in viaggio alla volta della Toscana per ritornarsene in Lombardia, e poscia in Germania. Appena fu in Roma il buon papa, che trovò alienati da sè gli animi de' cardinali rimasti ivi, perchè avesse consentito ad una tale concordia, di modo che quasi nacque uno scisma. L'ingiuriarono specialmente i più dotti, e quasi il trattarono da eretico, sostenendo che dovea piuttosto lasciarsi levare la vita, che consentire alle investiture. È un bel fare il bravo lungi dalle battaglie. Se que' zelanti cardinali si fossero trovati per due mesi nelle angustie del papa, e col coltello alla gola, come egli fu, e nel pericolo di veder sacrificati al furore tedesco i porporati prigioni e tanti altri Romani non so se avessero praticato eglino ciò che ora esigevano dal papa. Non potendo reggere a sì fatti insulti il buon pontefice, uscì di Roma e si ritirò a Terracina: nel qual tempo i cardinali con solenne decreto condannarono l'accordo da lui fatto, e diedero un grande esercizio alla pazienza ed umiltà di lui, quasichè qui si trattasse di un punto di fede, e non già di disciplina ecclesiastica, la quale benchè certo patisse nella maniera tenuta allora di dar tali investiture, pure, dacchè se ne voleva esclusa la simonia, si potea in qualche guisa tollerare, Goffredo da Viterbo [Goffrid. Viterbiensis, in Chron.], Sugerio abbate [Suger., in Vit. Lodovici Gross.] ed Idelberto [Hildelb., in Epistol.] ci fan conoscere che il buon pontefice depose il manto, si ritirò in una solitudine, e volea rinunziare il papato; ma fu richiamato a Roma da tutti i buoni e saggi.
Per la Toscana calò in Lombardia Arrigo quinto fra i re, quarto fra gl'imperadori, e gran voglia nutrendo di conoscere di vista la celebre contessa Matilda sua parente [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2.], giacchè ella non si sentiva voglia d'ire a trovar lui, determinò egli di andare a lei. Dimorava allora la contessa Matilda nella fortezza di Bibianello, ossia Bianello, sul Reggiano. Colà nel dì 6 di maggio fu a visitarla, magnificamente accolto, e per tre dì seco si fermò. Sapeva Matilda fra molte altre lingue anche la tedesca, e però sempre senza interprete teneva i suoi ragionamenti con lui. Talmente restò Arrigo invaghito della prudenza ed onoratezza di questa insigne eroina, che non solamente le confermò i precedenti patti, ma la dichiarò ancora sua vicegerente, ossia viceregina in Lombardia:
Cui liguris regni regimen dedit in vice regis,
Nomine quam matris verbis claris vocitavit.
Passò dipoi Arrigo a Verona, dove si riposò per qualche tempo, e ne resta anche una memoria nel diploma da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. XI.], con cui conferma ai canonici di Cremona i lor privilegii. Esso è dato XIV kalendas junii, Indictione IV, anno dominicae Incarnationis MCXI, regnante Henrico V rege Romanorum anno V, imperante primo, ordinationis ejus XI. Actum Veronae. Un altro parimente ne diede egli XII kalendas junii in quella città in favore di Alberico abbate del monistero di Polirone [Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.]. In questa occasione può essere che succedesse ciò che narra il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Bolliva da gran tempo discordia fra i Veneziani e Padovani a cagion de' confini. Collegati i Padovani co' popoli di Trivigi e Ravenna, vennero nel dì 4 di ottobre dell'anno precedente alle mani coll'esercito veneto, e rimasero sconfitti, con restarvi cinquecento e sette d'essi prigioni. Ora giunto che fu a Verona l'imperadore, portarono a lui i Padovani le loro doglianze, siccome al sovrano del regno d'Italia. Ad istanza di esso Augusto, comparvero in quella città gli ambasciatori veneti, e si mise fine alla discordia, coll'essersi aggiustati i confini, liberati i prigioni, e rinnovati i patti d'amicizia fra Venezia dall'un canto, e i Padovani e gli altri sudditi dell'italico regno dall'altro. Ito poscia l'imperadore in Germania, quivi fece dar solenne sepoltura alle ossa del padre. Terminò i suoi giorni nel febbraio di questo anno [Romualdus Salern., in Chron. Falco Benevent., in Chron. Anonymus Barens., apud Peregrin.] Ruggieri duca di Puglia, con lasciare suo successore e duca Guglielmo suo figliuolo. Per questa cagione i Normanni della Puglia niun soccorso poterono prestare al romano pontefice ne' di lui bisogni, ed attesero unicamente a premunirsi in casa, per timore che il nuovo imperadore potesse far qualche tentativo contra di quegli Stati. Preparavasi in Italia Boamondo fratello di esso Ruggieri, e principe di Antiochia e di Taranto, per ripassare in Oriente [Albert. Aquens., lib. 11, cap. 48. Petrus Diaconus, Chron. Casinens. et alii.], quando venne a trovare anche lui la morte nel marzo seguente. Fu seppellito in Canossa. Restò gran fama e un piccolo figliuolo di lui, per nome anche esso Boamondo, erede de' suoi Stati. Appena fu fuori d'Italia, seppur ne era anche uscito l'imperadore [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 18.], che i Milanesi, dopo avere per quattro anni o con assedio, o con blocco, o con devastar le campagne, stretta e malmenata la città di Lodi, finalmente nel giugno dell'anno presente per forza se ne impadronirono; e lasciata in tal occasione la briglia all'odio e sdegno loro, la spogliarono delle mura, incendiarono le case, ed imposero leggi severe di servitù a quel popolo, dianzi troppo vicino a sì potente città. Ne restano appena le vestigia nel luogo appellato Lodi vecchio, e diverso dal sito in cui ora è Lodi nuovo [Gualv. Flamma, Manipul. Flor., cap. 163.]. Fu quel popolo compartito in sei borghi, e in tale stato durò il suo abbassamento sino ai tempi di Federigo I imperadore.