Nel dì 6 di marzo di quest'anno tenne papa Pasquale un concilio nella basilica lateranense [Abbas Urspergensis, in Chron. Labbe, Concilior., tom. 10.], in cui di nuovo riprovò e condannò il privilegio delle investiture da lui contra sua voglia accordato all'imperadore Arrigo. Ma ebbe in tal occasione bisogno della sua pazienza; perchè Brunone vescovo di Segna, tenuto dopo la morte per santo, ebbe ardire di trattar da eretico lo stesso papa, per avere accordato quell'indulto. Gli convenne ancora sofferire che que' vescovi riguardassero come scomunicato esso imperadore senza che egli nondimeno volesse lasciar uscire decreto contra della di lui persona. Fu anche agitata in quel concilio la lite dell'arcivescovato di Milano, pendente fra Grossolano e Giordano, amendue presenti al suddetto concilio. Perchè il primo era passato dalla chiesa di Savona a quella di Milano, e si trovava che tal traslazione, siccome cagion di tumulti e guerre, tornava in danno dell'anime e dei corpi; perciò fu essa riprovata e giudicato in favor di Giordano. Dianzi era stato assoluto Grossolano dalle accuse di simonia, e tenuto fu in Roma per legittimo arcivescovo. Gran concetto si avea della di lui dottrina, avendolo lo stesso papa adoperato per confutare lo scisma de' Greci. Come egli ora cadesse, non se ne sa la vera cagione, perchè il passare da una chiesa all'altra da gran tempo era in uso, nè più si badava agli antichi canoni che lo proibivano. Forse la caduta sua è da attribuire all'essere stato conosciuto uomo intrigante, capriccioso e predominato dall'ambizione, e però poco prudente e molto inquieto. Landolfo da san Paolo [Landulfus junior, Hist. Med., cap. 29.], storico contemporaneo, parla di questo concilio, e della deposizion di Grossolano, con aggiugnere che egli non volle tornare a Savona, ma per un anno e quattro mesi seguitò a dimorare in Roma in san Sabba, monistero de' Greci, dove terminò i suoi giorni nell'anno seguente. Tornò a Milano il vittorioso arcivescovo Giordano, e un dì raunato il clero e popolo, salito con Giovanni da Crema cardinale romano sul pulpito della metropolitana, pubblicamente scomunicò l'imperadore Arrigo, a cagion, senza dubbio, dell'aver fatto prigione il papa, ed estorto il privilegio delle investiture. Con questo segreto patto dovea egli aver conseguita la vittoria suddetta. Non volea già il pontefice fulminar le censure contra di esso Augusto, ma non ostava che gli altri le fulminassero, e il sacro collegio lo esigeva. Abbiamo dall'Abbate Urspergense che il suddetto imperadore verso il fine di febbraio [Abbas Urspergensis, in Chron.] in Italiam se una cum regina, totaque domo sua contulit, ac circa Padum negotiis insistens regni, legatos ad Apostolicum pro componendis caussis, quae iterum regnum et sacerdotium disturbare coeperunt, suppliciter destinavit. Ponzio abbate di Clugnì, come parente del papa, fu principalmente adoperato in questo maneggio. Portossi in tal congiuntura esso Arrigo a visitar la maravigliosa città di Venezia. Ciò chiaramente apparisce da un suo proclama, da me dato alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 29.], con cui egli IV idus marcii in regno Veneciarum (si noti questa espressione gloriosa per la repubblica veneta) in palatio ducis, anno ab Incarnatione Domini MCXVI, Indictione VIIII, diede varii ordini in favor delle monache di san Zacheria di Venezia, essendovi presenti Ordelaffus Dei gratia Venetiae dux, et Henricus Welphonis ducis frater, con alcuni vescovi e nobili. Vien confermata la stessa verità dall'accuratissimo Andrea Dandolo, che così scrive [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]: Mense marcii MCXVI Henricus V imperator Venetias accedens, in ducali palatio hospitatus est, liminaque beati Marci, et alia sanctorum loca cum devotione maxima visitat, et urbis situm, aedificiorumque decorem, et regiminis aequitatem multipliciter commendavit. Curiam etiam suorum principum tenens, pluribus monasteriis immunitatum privilegia de suis possessionibus italici regni concessit, in quibus ducalem provinciam regnum appellat. Per un documento da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. XI.] si conosce che il medesimo Augusto nel dì 12 di maggio si trovava in Governolo sul Mantovano, dove come persona privata fece donazione di beni al monistero di Polirone, e alla chiesa di Gonzaga pro mercede et remedio animae meae et comitissae Mathildis. Segno è questo che Arrigo s'era messo in possesso della vasta eredità della contessa Matilda. A quell'atto intervenne anche Guarnieri giudice, che noi diciamo ora dottor di legge. In un placito tenuto a dì 6 del suddetto mese di maggio [Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.] da esso Augusto nel medesimo luogo di Governolo, e in un altro [Ibidem, Dissert. XXXI.] spettante a' canonici regolari di Melara, si vede nominato Warnerius bononiensis. Con tali documenti ho io confermato [Ibidem, Dissert. XLIV.] quanto scrive l'Abbate Urspergense all'anno 1126; cioè [Abbas Urspergensis, in Chron.]: Eisdem temporibus dominus Wernerius libros legum, qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat, ad petitionem Mathildis comitissae renovavit, ec. Credette il Sigonio che s'ingannasse l'Urspergense nell'attribuir questa gloria alla contessa Matilda, che era già defunta. Ma l'Urspergense, che aveva all'anno 1115 riferita la morte d'essa contessa, ben sapea ch'essa nell'anno 1126 non era in vita. Però volle dire che Guarnieri fioriva in questi tempi, ma che molto prima, ad istanza di Matilda, aveva intrapreso di spiegare i Digesti e l'altre leggi di Giustiniano trascurate ne' secoli addietro, e certamente conosciute prima che i Pisani portassero (se è pur vero) da Amalfi le Pandette appellate pisane, ed oggidì fiorentine. Ora certo è, confessandolo anche gli stessi dotti bolognesi, che questo Warnieri, ossia Guarnieri, chiamato da altri Irnerio, il primo fu che aprisse in Bologna scuola di giurisprudenza romana; e di qui ebbe il suo primo principio, siccome ho altrove osservato [Antiquit. Italic., Dissert. XLIV.], lo studio di Bologna, consistente a tutta prima in un solo lettor di leggi, ma di mano in mano accresciuto di lettori dell'altre scienze ed arti: per la qual diligenza si formò un'università, che portò poi il vanto di primaria fra tutte le italiane: giacchè oggidì si sa anche in Bologna essere un'impostura del secolo susseguente il diploma di Teodosio minore, da cui si dice fondata fin dall'anno di Cristo 431 l'università bolognese.
Benchè patisca qualche difficoltà un altro documento da me prodotto [Antiq. Ital., Dissert. XI.], appartenente ad essa città di Bologna; pure vo io credendo sussistente notizia che quel popolo nel dì 7 di maggio del presente anno, mentre l'imperadore Arrigo dimorava in Governolo, ottenesse da lui la remission delle offese, e una conferma de' privilegii e delle consuetudini di quella città, la quale in questi tempi non men della Romagna riconosceva per suo sovrano l'imperadore ossia il re d'Italia. Dopo aver tenuto il concilio lateranense, papa Pasquale II nello stesso mese di marzo ebbe non poche inquietudini e travagli: se pure questo avvenimento non si dee riferire all'anno precedente [Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II. Falco Beneventanus, in Chron.]. Mancò di vita il prefetto di Roma. Pietro di Leone faceva una gran figura allora in essa città, e da Benzone vescovo scismatico d'Alba vien chiamato Giudeo, perchè Ebreo fatto Cristiano. Orderico Vitale [Orderic. Vital., Hist. Eccles., lib. 12.] all'anno 1119 scrive che un figliuolo d'esso Pietro fu sprezzato da tutti propter odium patris ipsius, quem iniquissimum foeneratorem noverunt. Ora costui attese a far succedere in quella illustre carica un suo figliuolo coll'appoggio del papa. Ciò saputosi dai Romani, non perderono tempo ad eleggere prefetto un figliuolo del prefetto defunto, tuttochè di età non per anche atta ad un tal ministero, perchè fanciullo. Indi il presentarono al papa, acciocchè il confermasse: cosa che egli ricusò di fare, e si dee ben avvertire per conoscere intorno a questo l'autorità del sommo pontefice. Quindi si venne alle minaccie, e poscia alla guerra ne' giorni della settimana santa e di Pasqua fra le genti armate del papa ed esso popolo romano. Tolomeo, uno de' principali Romani, e zio del giovinetto prefetto, benchè sulle prime prendesse la protezion del papa, e ne ottenesse perciò la Riccia, pure non istette molto a rivoltarsi contra di lui. E perchè dalle soldatesche pontificie fu fatto prigione esso nipote di Tolomeo fuori di Roma, lo stesso Tolomeo con un corpo d'armati andò a liberarlo dalle loro mani. Un tal fatto tirò dietro la ribellion di molte terre in quei contorni e della Marittima, e di quasi tutta Roma. Il buon papa, a cui non piaceva il comperarsi la quiete collo spargimento del sangue, amò meglio di ritirarsi fuor di Roma a Sezza. Durante questo contrasto, i Romani scaricarono il lor furore contro le case di Pietro Leone e de' suoi aderenti. Andò poscia a poco a poco calando questo fuoco, in guisa che, secondo Falcone Beneventano, il papa rientrò in Roma e nel palazzo del Laterano. I Romani ribelli a poco a poco tornarono alla di lui divozione ed ubbidienza.
MCXVII
| Anno di | Cristo MCXVII. Indizione X. |
| Pasquale II papa 19. | |
| Arrigo V re 12, imperad. 7. |
Funestissimo riuscì quest'anno all'Italia e Germania [Abbas Urspergensis, in Chron.]. Era tutta sossopra la Germania per le guerre civili che la laceravano, sostenendo alcuni principi il partito dell'imperadore, ed altri usando l'armi, e tutto dì fabbricando congiure contra di lui. Vi si fece anche sentire un terribil tremuoto, di cui simile non restava memoria. Ma questo vieppiù micidiale si provò in Italia. Per attestato dell'Annalista Sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], Verona civitas Italiae nobilissima aedificiis concussis, multis quoque mortalibus obrutis corruit. Similiter in Parma, et Venetia, aliisque urbibus, oppidis, et castellis non pauca hominum millia interierunt. In Cremona, per attestato di Sicardo [Sicard., in Chron.], cadde, fra gli altri edifizii, la cattedrale. Cominciò questo flagello sul principio dell'anno, e per quaranta giorni si andarono sentendo varie altre funestissime scosse per universam fere Italiam, come lasciò scritto Pietro Diacono [Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 62.]. Landolfo da san Paolo [Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.] anch'egli parla di questo spaventevole tremuoto, qui regnum Longobardorum penitus commovit et quassavit, et me nimirum (ovvero nimium) vigilare fecit. Vidersi ancora nuvoli di color di fuoco e sangue vicini alla terra, e corse anche voce d'altri molti prodigii, prodotti forse piuttosto dall'apprensione, che realmente accaduti, i quali però sparsero il terrore dappertutto. Nel qual tempo Giordano arcivescovo di Milano tenne un concilio, al quale intervennero i suoi suffraganei coi consoli e magistrati di quella città. Ora il rumore di tante calamità e dei divolgati strani prodigii s'accrebbe non poco in quei creduli tempi, con fama ancora di sangue piovuto dal cielo; e servirono tutti questi successi a far più che mai desiderare all'Augusto Arrigo la pace colla Chiesa. Però spedì varii ambasciatori a trattarne col papa, ma senza frutto. Perciocchè confessava bensì il pontefice di non averlo scomunicato, ma che la scomunica fulminata contra di lui dai concilii, vescovi e cardinali, principali membri della Chiesa, non si potea levare se non coll'assenso e consiglio d'essi. Arrigo, mal soddisfatto di tali risposte, credette meglio di passare a Roma stessa per trattar più da vicino i suoi affari col sommo pontefice. E tanto più l'animava a questo viaggio la buona corrispondenza che passava fra lui e la nobiltà romana. Allorchè egli intese nell'anno precedente la discordia insorta fra esso papa e i Romani a cagion di Pietro di Leone, per attestato di Pietro Diacono [Petrus Diaconus, Chron. lib. 4, cap. 60.], xenia imperialia urbis praefecto et Romanis transmisit, adventum suum illis praenuntians affuturum. Infatti, venuta la primavera, l'Augusto Arrigo coll'esercito suo si portò a Roma. Scrive Pandolfo Pisano [Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II.], che i suoi aderenti e consiglieri furono l'abbate di Farfa, già due o tre volte condannato ad avere la testa recisa dal busto a cagione de' sacrilegii e delle sedizioni sue contra del papa, e Giovanni e Tolomeo nobili romani. Fece egli guerra ad alcune terre e castella fedeli al pontefice: cose bensì di poco momento, ma che nondimeno mossero il popolo e la plebe di Roma ad accoglierlo con plauso e con una specie di trionfo, ma senza che gli venisse incontro niuno de' cardinali, vescovi e clero romano. Poscia cercò di far pace col papa, il quale, al primo sentore della venuta di lui, subito uscì fuori di Roma, e andossene a Monte Casino [Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 60.], ed indi per Capoa a Benevento. Erano i maneggi d'esso pontefice di formare una lega del principe di Capua, del duca di Puglia, e degli altri baroni normanni, per opporsi al vicino Arrigo. Poca disposizione dovette egli trovare in quei principi. Intanto Arrigo, parte con regali, parte con promesse, si guadagnò gli animi de' consoli, senatori e magnati romani. Diede per moglie Berta sua figliuola a Tolomeo console, figliuolo di un altro Tolomeo già console; il quale, se si vuol riposare sull'attestato di Pietro Diacono suo parente, ex Octavia stirpe progenitus erat. Si sarebbe trovato quello storico in uno non lieve imbroglio, se avesse preso a recar pruove di questa gloriosa genealogia. Ma neppure in quei barbari tempi vi era scarsezza di adulatori, e di chi adulava sè stesso. Confermò Arrigo al medesimo Tolomeo tutti i beni e stati a lui provenuti da Gregorio suo avolo.
Saltò poscia in testa ad esso Augusto di farsi coronare di nuovo nella basilica vaticana, e in una magnifica congregazion de' Romani fece di grandi sparate, con esporre la sua ardente inclinazione alla pace; ma gli fu risposto a tuono dagli ecclesiastici, che rovesciarono sopra di lui la colpa delle discordie e dei disordini, senza che in lui apparisse ombra di pentimento. In somma, giacchè in Roma non v'era, nè vi voleva essere papa Pasquale, nel dì di Pasqua fecesi coronare in san Pietro da Burdino, altrimenti appellato Maurizio arcivescovo di Braga, che due anni prima, uscito di Spagna, con grande sfarzo era venuto a Roma a cagion di alcune differenze coll'arcivescovo di Toledo. Costui era allora sì caro a papa Pasquale, che, in occasion della venuta a Roma dell'imperadore Arrigo, lo spedì a lui per trattare della sospirata concordia. Ma lo ambizioso prelato lasciossi talmente guadagnare dalle carezze e promesse d'Arrigo, che s'indusse a dargli la corona: azione procurata con tutto studio dall'imperadore, acciocchè apparisse, che se non la potea avere dal papa, la riceveva almen dalle mani di chi facea la figura di legato apostolico. Ma ciò appena s'intese alla corte pontificia, residente allora in Benevento, che il papa, intimato un concilio nel mese di aprile [Falco Beneventan., in Chron.], scomunicò esso Burdino, anzi il depose, come costa da alcune antiche memorie. Venuta poi la state, e temendo l'Augusto Arrigo l'aria e i caldi di Roma, se no tornò in Lombardia a soggiornare in luoghi di miglior aria e fresco. Verisimilmente Arrigo il Nero duca di Baviera, della linea estense di Germania, dovette in queste congiunture far la sua corte ad esso imperadore [Antichità Estensi P. I, cap. 29.]. Noi il troviamo non solamente in Italia, ma anche nella nobil terra d'Este, dove nel dì 4 d'ottobre del presente anno tenne un placito, ed accordò la sua protezione al monistero di santa Maria delle Carceri, coll'imporre la pena di due mila mancosi d'oro ai contravvenienti. Dal che siam condotti a conoscere che anche la linea estense dei duchi di Baviera riteneva almeno la sua parte nel dominio d'Este, e nell'eredità del marchese Azzo II. Dalla Cronica del monistero di Weingart [Chron. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunswic. Leibnitii.] siamo avvertiti che fra la sua linea e quella de' marchesi estensi durò un pezzo discordia e guerra a cagion di tale eredità. Forse il duca Arrigo, prevalendosi in quest'anno del buon tempo, mentre l'imperadore colla sua armata si trovava in quelle parti, si mise in possesso d'Este. Come poi si componessero queste liti, lo vedremo all'anno 1154. Infestarono nell'anno presente gli Ungheri la Dalmazia, siccome vogliosi di ritorre ai Veneziani la città di Zara [Dandul. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Con una poderosa flotta di navi, carica di cavalleria e fanteria, passò a quella volta Ordelafo Faledro doge di Venezia. Attaccò battaglia con que' Barbari, ma ebbe la disgrazia di lasciarvi la vita. Fu riportato a Venezia il di lui cadavero, ed eletto doge in sua vece Domenico Michele, benchè vecchio, pieno nondimeno di spiriti guerrieri, di prudenza e di religione. Da un documento, ch'io ho dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 173.], si raccoglie che in questi tempi Guarnieri era tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Da lui o da un altro dello stesso nome prese poi quella che oggidì si appella marca d'Ancona, la denominazione di Marca di Guarnieri, come ho provato altrove [Antichità Estensi, P. I.]. Apparisce da un altro documento [Antiquit. Italic., Dissert. VI, pag. 315.] che in questi medesimi tempi era marchese di Toscana Rabodo, messo a quel governo dall'imperadore.
MCXVIII
| Anno di | Cristo MCXVIII. Indizione XI. |
| Gelasio II papa 1. | |
| Arrigo V re 15, imperad. 8. |