Abbiamo da Pandolfo Pisano [Pandulfus Pisanus, P. 1, tom. 3 Rer. Ital.], scrittore contemporaneo della vita di Pasquale II, che questo pontefice nello autunno dell'anno precedente era venuto ad Anagni. Quivi per la vecchiaia e per li patimenti fatti cadde infermo, e si ridusse a tale, che i medici il davano per ispedito. Tuttavia si rimise alquanto in forze, di maniera che potè venire a Palestrina, dove celebrò il santo Natale ed anche l'Epifania, e congedò gli ambasciatori di Alessio Comneno imperadore d'Oriente, il quale finì appunto i suoi giorni in quest'anno, con aver per successore Giovanni suo figliuolo. Ciò fatto, coraggiosamente venne il buon papa con un corpo d'armati alla volta di Roma, et liberaturus beati Petri basilicam, incautis hostibus Romam in porticum venit. Legge il padre Papebrochio in portica, e spiega tal parola in lectica. Ma è da sapere che il portico di san Pietro contiguo alla basilica vaticana, e spesse volte menzionato nelle antiche storie, volgarmente veniva chiamato la portica. Però in portica altro non è ivi che porticum, come ha il testo della biblioteca estense, di cui mi son servito io nell'edizion delle Vite di Pandolfo Pisano. Tal timore arrecò la venuta del pontefice in quel luogo al prefetto di Roma e a Tolomeo, capi de' sediziosi romani, che già pensavano a nascondersi. Ma aggravatasi l'infermità del pontefice, mentre stava preparando le macchine militari per cacciar colla forza da san Pietro i nemici, questa il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 21 di gennaio come pruova il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.]. Piissimo, saggio ed ottimo pontefice, che in tempi sommamente torbidi si seppe regolare con prudenza, carità e mansuetudine; e merita scusa se nella sua prigionia non fece di meglio. Vero è che il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles. ad ann. 1112.] non gli sa perdonare, perchè mai non si volesse indurre dipoi a scomunicar Arrigo V, dopo gli strapazzi ricevuti da lui, con dire ch'egli visus est languescere et hebescere, e che per non avere aderito ai cardinali, i quali proferirono essa scomunica, magnam ipse sibi notam inussit, summam vero laudem sibi pepererunt cardinales. Questo papa nondimeno non già biasimo, ma lode riporterà di aver così operato presso chiunque rifletterà che in tal maniera diede egli a conoscere la delicatezza della sua coscienza. Rivocò egli la concession dell'investiture, perchè era obbligato a non approvar quel disordine. Per conto poi di Arrigo, niun ostacolo riteneva i cardinali dallo scomunicarlo; ma il buon papa non conobbe dall'un canto necessarie le censure, e dall'altro gli stava davanti agli occhi l'avere col giuramento chiamato Dio in testimonio della sua promessa di non fulminare contra dell'imperador la scomunica. Secondo il Baronio, non teneva quel giuramento; ma meglio fia il credere ad un papa, ch'esso teneva in quella congiuntura. Almeno poteva esserci dubbio, e il buon pontefice volle eleggere la parte più sicura, con osservar la parola e il giuramento fatto, e lasciar correre intanto la scomunica de' cardinali e d'altri contra d'Arrigo: il che era bastante al bisogno. Fu poi portato nel dì seguente il corpo imbalsamato d'esso Pasquale II alla sepoltura nella basilica lateranense in un mausoleo: al che niuno de' Romani fece opposizione, giacchè si trattava di ammetterlo morto. Tre giorni dopo la morte del papa si raunarono i vescovi e cardinali con alquanti senatori e consoli romani per trattare dell'elezion del successore [Pandulfus Pisanus, in Vita Gelas. II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]. Cadde questa sopra la persona di Giovanni Gaetano, già monaco casinense, poscia cardinale e cancelliere della santa romana Chiesa, vecchio venerando per l'età e più per le sue virtù e per gl'illibati costumi. Abbiamo la sua Vita elegantemente scritta da Pandolfo Pisano, autore contemporaneo, ed illustrata da Costantino Gaetano abbate benedettino. Prese poscia il nome di Gelasio II.
Ma appena si sparse la voce del papa eletto, che Cencio Frangipane, uno dei fazionarii dell'imperadore, con una mano di masnadieri ruppe le porte della chiesa, prese il pontefice eletto per la gola, con pugni e calci il percosse, e a guisa di un ladrone il trasse alla sua casa, e quivi l'imprigionò. All'avviso di questo esecrabil attentato, furono in armi Pietro prefetto di Roma, Pietro di Leone con altri nobili, e dodici rioni della città coi Trasteverini; e saliti in Campidoglio, spedirono tosto istanze e minacce ai Frangipani, perchè rimettessero in libertà il papa. Fu egli in fatti rilasciato, e trionfalmente condotto al palazzo del Laterano, quivi con tutta pace cominciò a dar udienza alla nobiltà romana, che in copia concorreva ad onorarlo. Si andava intanto divisando di aspettar le quattro tempora, nelle quali l'eletto pontefice, che solamente era diacono, si potesse promuovere al presbiterio e consecrar papa: quando eccoti nuova una notte che l'imperadore Arrigo era segretamente arrivato con gente armata nel portico di san Pietro [Falco Beneventanus, in Chron.]. Trovavasi egli sul Padovano, o, per dir meglio, ne' contorni del Po verso Torino, come ha Landolfo da san Paolo; e udita appena la morte di papa Pasquale, frettolosamente si mise in viaggio coll'esercito alla volta di Roma, e colà all'improvviso arrivò nel dì 2 di marzo, quando egli avea dianzi fatto sapere a Roma che solamente per Pasqua volea venirvi. Ora all'avviso di così impensato arrivo, spaventato il papa, con tutta la sua corte si ritirò per quella notte in una casa privata, e la seguente mane imbarcatosi con tutti i suoi in due galee, pel Tevere discese al mare. Ma si trovò terribilmente gonfio esso mare con pioggia e tuoni; lo stesso Tevere era in tempesta; però convenne prendere terra. Ugo cardinale d'Alatri, col benefizio della notte, prese il papa sulle sue spalle, e miselo in salvo nel castello d'Ardea, perciocchè già i Tedeschi battevano le rive di quel fiume. Essendo ritornati costoro la mattina a Porto, giurarono i cortigiani del papa che il papa era fuggito; ed essi perciò si ritirarono. Fu ricondotto il pontefice in nave, e dopo varii pericoli nel mare tuttavia grosso, arrivò a Terracina, e di là a Gaeta, patria del medesimo papa, dove con gran solennità si vide accolto. Colà concorsero varii arcivescovi, vescovi ed abbati per onorarlo. Vi spedì anche l'imperadore i suoi messi per pregarlo di ritornare a Roma, a farsi consecrare, e mostrando gran premura di assistere ad una tal funzione, e che questa sarebbe la maniera più facile per ristabilir l'unione. E non facendolo, aggiunse minaccie. Non parve al saggio pontefice sano consiglio il fidarsi di un principe che avea sì sonoramente perduto il rispetto al suo predecessore, con cui anch'egli fu fatto prigione. E per conto del trattato di pace [Gelas. II, Epist. apud Wilhelm. Malmesburiensem.], fece sapergli che vi darebbe volentieri mano in luogo e tempo proprio, cioè in Milano o in Cremona, per la festa di san Luca. Scelse il pontefice queste due potenti città, perchè già divenute libere e divotissime de' sommi pontefici; giacchè egli non si potea fidar de' Romani, gente venale in que' tempi, e tante volte provati da' suoi predecessori e da lui stesso per poco fedeli. Fu egli poscia ordinato prete e vescovo nelle quattro tempora di marzo, alla qual funzione, oltre ad una gran copia di prelati e d'innumerabil popolo, intervennero ancora Guglielmo duca di Puglia e Calabria, Roberto principe di Capoa, e Riccardo dall'Aquila duca di Gaeta, principi che in quella occasione giurarono fedeltà ed omaggio ad esso papa Gelasio, siccome a sovrano temporale de' loro Stati. Accorgendosi intanto l'imperadore Arrigo che non vi restava apparenza di poter condurre a' suoi voleri il papa, passò ad un eccesso troppo indegno di principe cristiano, e di chi voleva essere nominato e creduto difensore della Chiesa romana. Cioè unito con que' pochi o molti nobili romani che stavano attaccati al suo partito, fece dichiarar papa, voglio dire antipapa, Maurizio Burdino (che già vedemmo arcivescovo di Braga, e scomunicato dal medesimo papa Pasquale II), die quadragesimo quarto post electionem nostram, dice papa Gelasio nella lettera scritta ai vescovi e principi della Francia. Per conseguente la promozione di questo mostro dovette succedere circa il dì 9 di marzo: il che vien confermato da Landolfo da san Paolo [Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 32, tom. 5 Rer. Ital.], che la scrive avvenuta septimo idus martii. Aggiugne questo istorico che Arrigo fece valere presso i Romani la risposta data da Gelasio di discutere la controversia del papato in Milano o in Cremona, e che essi clamaverunt: numquid honorem Romae volunt illi transferre Cremonae? Absit. Però si animarono ad eleggere un altro papa. Oltre a ciò, magister Guarnerius de Bononia, et plures legis periti populum romanum convenerunt, per fargli credere che si potea passare a quella sacrilega elezione e consecrazione. Questo è il medesimo Guarnieri di cui s'è parlato di sopra all'anno 1116. Veggasi che gran sapere e che buona coscienza avesse questo sì decantato restitutore della giurisprudenza romana. Prese l'empio ed ambizioso Burdino il nome di Gregorio VIII, e fu condotto al palazzo del Laterano, dove fece da papa per tre mesi, predicò al popolo, ed anche nel dì 2 di giugno coronò Arrigo nella basilica vaticana.
Da Gaeta passò papa Gelasio a Capoa. S'era avuto qualche sentore in Gaeta della promozione dell'antipapa, in Capoa se n'ebbe la certezza [Pandulfus Pisanus, in Vit. Gelasii II.]; e però, secondo Pietro Diacono [Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 64.], il papa insieme coi vescovi e cardinali pubblicamente scomunicò l'imperadore e l'occupatore indegno della sedia di san Pietro con tutti i loro complici. Ciò dovette seguire prima del fine di marzo, quando sussista che Burdino fosse promosso circa il di 9 di quel mese. Celebrò dipoi con solennità magnifica in essa città la santa Pasqua, che in quest'anno cadde nel dì 14 d'aprile. E perciocchè s'intese che l'imperadore aveva assediata la Torricella, castello pontificio, il papa ordinò a Guglielmo duca di Puglia, a Roberto principe di Capoa e agli altri baroni di metter insieme l'armata per procedere contra di Arrigo. Si trasferì dipoi a Monte Casino, dove con sommo onore fu ricevuto da que' monaci; e dopo essersi fermato quivi, vennero a trovarlo i messi dell'imperadore, ma senza sapersi con qual commessione, nè se dessero loro udienza. Se ne tornò dipoi a Capoa; e udito che l'Augusto Arrigo era incamminato alla volta di Lombardia, con lasciare il suo idolo a Roma, determinò di tornarsene anch'egli alla sua residenza. Infatti segretamente entrò coi suoi in Roma, e prese alloggio in una picciola chiesa, posta entro le case di Stefano normanno, di Pandolfo suo fratello e Pietro Latrone nobili romani, dove trattò dipoi con tutti i suoi parziali del clero e della nobiltà intorno al rimedio. Alle istanze di Desiderio cardinale, si arrischiò egli nel dì 21 di luglio di cantar messa nella chiesa di santa Prassede, titolare di esso cardinale: risoluzione che gli costò ben cara. Imperocchè, mentre era dietro a celebrare i divini uffizii, eccoti che i Frangipani con un copioso stuolo d'armati vengono per isforzar quelle case. Loro si opposero i suddetti nobili con Crescenzio nipote del medesimo papa, e si diede principio ad una fiera battaglia, offendendo gli uni, e difendendo gli altri. Intanto il papa sbigottito ebbe maniera di mettersi in salvo: del che accertato Stefano normanno, facilmente indusse i Frangipani a depor le armi e a ritirarsi. Trovossi il papa nella campagna di san Paolo, e quivi, raunati i suoi, pubblicò il suo pensiero di andarsene lungi da Roma, chiamata da lui nuova Babilonia, non già per conto della Chiesa, ma perchè nel temporale tutti vi facevano i padroni, nè pace nè fedeltà vi si potea trovare; laonde egli diceva: Io vorrei piuttosto, se mai fosse possibile, avere un solo imperadore, che tanti in Roma. Decretò pertanto vicario suo in essa città Pietro vescovo di Porto, e governatore di Benevento Ugo cardinale, che seppe dipoi difendere quella città contro de' Normanni, confermò prefetto di Roma Pietro, e dichiarò confaloniere Stefano normanno. Quindi congregate assai navi, ed imbarcatosi con sei cardinali, e molti nobili e cherici, felicemente navigando pervenne a Pisa, dove con immenso onore ed allegrezza accolto nel dì 2 di settembre spedì varii privilegii, rapportati da Costantino Gaetano, e consecrò la chiesa primaziale di quella città. Sul principio d'ottobre passò il pontefice a Genova, dove fece la consecrazione di quella cattedrale; e continuato il viaggio per mare, sbarcò finalmente al monistero di santo Egidio, una lega lungi dal Rodano, e passò alla città di Magalona, e poscia ad Avignone e ad altre città della Francia. Nè si dee tacere, come cosa di rilievo, che Gualtieri arcivescovo di Ravenna, seguendo, non l'esempio di alcuni suoi antecessori scismatici, ma il dovere del suo ministero, fece in questi tempi risplendere la sua divozione verso il vero papa Gelasio II, e con questo meritò ch'esso pontefice rimettesse sotto la metropoli di Ravenna le chiese di Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Bologna, a lei tolte da Pasquale II, come costa da sua bolla, rapportata da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn, lib. 5.], data Romae VII idus augusti, Indictione XI, anno dominicae Incarnationis MCXIX, oppure, come ha il testo del cardinal Baronio [Baron., in Append. tom. 12 Annal. Eccl.], kalendis septembris, Indictione XII, anno MCXIX. Comunque sia, spetta all'anno presente quella bolla, essendo ivi adoperato l'anno pisano, incominciato nel dì 23 di marzo. Nell'anno seguente 1119, del mese d'agosto, Gelasio, lungi dall'essere in Roma, neppur era tra i vivi. Fra quegli ecclesiastici che tennero il partito dell'imperadore Arrigo V in queste turbolenze, si contò anche Beraldo abbate dell'insigne monistero di Farfa co' suoi monaci. Però nell'anno presente egli ottenne un magnifico privilegio da esso Augusto, da me dato alla luce [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] nella Cronica di Farfa, in cui contro il dovere fu sottoposto a quel monistero l'altro al pari riguardevole di san Vincenzo del Volturno: cosa che non ebbe poi effetto veruno. Intanto l'imperadore Arrigo se ne tornò in Lorena, dove attese con carezze e minacce a ricondurre nel suo partito que' popoli che s'erano a lui ribellati. Non mancarono in Germania ed Inghilterra persone che aderirono all'antipapa; ma i più di que' regni e tutta la Francia e quasi l'Italia tennero per legittimo papa Gelasio.
Secondo gli storici pisani, fin dall'anno 1092 [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.] era stata eretta in arcivescovato la chiesa di Pisa. Ma forse perchè non ebbe effetto l'autorità di quegli arcivescovi sopra i vescovati della Corsica, noi abbiamo da Pietro Diacono che papa Gelasio II, allorchè fu in Pisa, in ricompensa de' servigi a lui prestati colle lor galee dai Pisani [Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 64.], primus in eadem urbe archiepiscopatum instituit. Alcuni Annali pisani dicono [Annal. Pisani, apud Ughell., Ital. Sacr.] ch'egli pisanam ecclesiam tam privilegio quam ore proprio in metropolitanam confirmavit sublimitatem. Altri Annali da me pubblicati [Rer. Ital., tom. 5.] hanno: Et dedit archiepiscopum pisanae civitati, quia usque tunc tantum episcopus erat, excepto Daiberto, qui quamvis declaratus, non potuit residere, quia eodem tempore fuit creatus patriarcha civitatis sanctae Hierusalem. Ma secondo gli Atti dell'archivio pisano da me dati alla luce [Antiquit. Italic., tom. 3.], certa cosa è che Daiberto nell'anno 1094 e nel 1098 s'intitola pisanae civitatis archiepiscopus. Per conseguente, è da credere che sotto Urbano II fosse alzata al grado archiepiscopale la chiesa pisana; ma perciocchè i vescovi della Corsica non vollero dipoi riconoscere per loro arcivescovo il pisano, papa Gelasio in quest'anno con bolla nuova di maggiore efficacia confermò quel diritto alla chiesa di Pisa; e che ciò sortisse il suo effetto, lo vedremo all'anno seguente. La maledetta discordia nel presente svegliò una arrabbiata guerra fra i popoli di Milano e di Como [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 34.]. Vescovo cattolico di Como era Guido in questi tempi. Landolfo da Carcano nobile milanese, ed uno dei canonici ordinarii di quella metropolitana, per quanto pretende il padre Tatti [Tatti, Annal. Com.], era già stato investito di quella chiesa da Arrigo IV fra i re e III fra gl'imperadori. Landolfo da san Paolo aggiunge che questi era anche stato consecrato dal patriarca d'Aquileia suo metropolitano. Ma perchè fu scomunicato da papa Urbano II, non potè entrar allora in possesso di quella chiesa. Ora, dacchè fu creato l'antipapa Burdino, ed Arrigo V venne verso la Lombardia, Landolfo dovette alzar la testa, e tentare il possesso di quel vescovato. Ma riuscì alle genti del vescovo Guido e a' Comaschi di farlo prigione; nella quale occasione venne morto Ottone nipote del medesimo Landolfo, ed egregio capitano de' Milanesi. Se ne fece gran rumore in Milano; e nobili e plebei nel consiglio della città gridavano ad alta voce vendetta contra de' Comaschi. Sopraggiunto l'arcivescovo Giordano, maggiormente accese il fuoco, con far querela per danni recati dal popolo di Como ai beni e agli uomini del suo arcivescovato. Fece di peggio questo arcivescovo, che ben dovea dar poco guasto alla Scrittura; perciocchè, fatte serrar le porte delle chiese, vi negava l'ingresso al popolo di Milano, se non andava coll'armi a spargere il sangue de' Comaschi, e a vendicarsi della lor malignità. Insomma i Milanesi gridarono all'armi, e a bandiere spiegate marciarono contra di Como. Diedero battaglia presso a Monte Baradello al popolo comasco, che, colto all'improvviso e sentendosi inferiore di forze, la notte seguente si fuggì al suddetto monte, e lasciò libera la città al furor dei Milanesi, i quali con saccheggiarla, e poi darla alle fiamme, sfogarono la lor collera, e liberarono il falso vescovo Landolfo dalla prigione. Ma i Comaschi guatando dall'alto del monte l'eccidio della patria, portati dalla disperazione, ecco che all'improvviso arrivano addosso ai nemici, e trovandoli sbandati e intenti solo alla preda, molti ne uccidono, molti ne fan prigioni, e il resto mettono in fuga, con ritornar padroni della propria città. Questo fatto servì a maggiormente inasprire il potente popolo di Milano, il quale continuò dipoi per più anni la guerra contro di Como, tirata in sua lega l'isola ed altri popoli di quel lago; e giunse in fine, siccome vedremo, a dar l'ultimo crollo a quell'infelice città. Vedesi pienamente descritta questa guerra da un poeta comasco contemporaneo [Cuman. Poeta, tom. 5 Rer. Ital.]. In questi medesimi tempi si tenne in Milano un'adunanza dal suddetto Giordano [Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 34.] e da' vescovi suffraganei, alla quale concorsero ancora i marchesi e conti di Lombardia, per discolpare l'imperadore Arrigo ed amicarlo con que' prelati. Si sa che molti parvero inclinare alla concordia; ma l'arcivescovo cogli altri prelati sostennero il partito della Chiesa, senza poi sapersi comprendere come i Milanesi cotanto sostenessero contra i Comaschi il suddetto scismatico Landolfo, riprovato dai sommi pontefici. E qui comincia a trasparire qualche principio delle fazioni de' Guelfi e Ghibellini. I marchesi, conti ed altri vassalli dell'imperio tenevano per l'imperadore, i prelati di molte città col popolo gli erano contrarii.
MCXIX
| Anno di | Cristo MCXIX. Indizione XII. |
| Callisto II papa 1. | |
| Arrigo V re 14, imperad. 9. |
Lasciò scritto Corrado abbate Urspergense [Abbas Ursperg., in Chron.] che papa Gelasio II tenne in quest'anno un concilio in Vienna del Delfinato; ma non parlandone Pandolfo Pisano, nè altri contemporanei scrittori, il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] dedusse l'insussistenza di un tal concilio, buonamente ammesso dal Baronio, Labbe, Costantino Gaetano, ed altri. Avea bensì il pontefice eletta la città di Rems per celebrarvi il concilio, e trattar ivi dell'importante affare delle investiture; ma Dio non gli concedè tanto di vita da poter eseguire il suo pio disegno. Visitò egli intanto alcune città e chiese; vennero in gran numero prelati ed ambasciatori a venerarlo; e notano gli scrittori, che intesa la di lui povertà, una immensa copia di regali e danari, o spontanei, o comandati, da ogni banda concorse per sollevare i di lui bisogni. Orderico Vitale [Ordericus Vital., Hist. Eccles., lib. 12.] nondimeno sparla per questo di lui. Si trasferì il buon pontefice, secondo il cardinale d'Aragona, a Mompellieri, e a Tolosa e nell'Auvergne; per attestato d'altri, a Vienna, poscia a Lione, e di là a Mascone, dove si aggiunse alla gotta, di cui egli pativa, anche un principio di pleuritide. Era egli incamminato alla volta del celebre monistero di Clugnì, e però, benchè infermo, fece affrettare il viaggio, tanto che giunse a quel sospirato sacro luogo. Quivi aggravatosi sempre più il suo male, rendè l'anima al Creatore nel dì 29 di gennaio. In questo preciso giorno concorrono le autorità dei migliori storici, nè merita fede chi il fa morto alcuni giorni prima. Fu data sepoltura nella chiesa del suddetto insigne monistero a questo pontefice, compianto da tutti, siccome personaggio atto a recar gran bene alla Chiesa cattolica, se Dio non l'avesse tolto sì presto. Prima di morire, chiamò egli a sè que' pochi cardinali che erano seco [Falco Beneventanus, in Chron.], e volle disegnar suo successore Ottone vescovo di Palestrina; ma questi se ne scusò con allegare la propria debolezza, e il bisogno di spalle migliori per sostenere l'afflitta Chiesa, e consigliò piuttosto di far cadere questa elezione sopra Guido arcivescovo di Vienna. Fu egli infatti chiamato a Clugnì, o, per dir meglio, l'avea lo stesso papa Gelasio, in partendo da Vienna, incaricato di andarlo a trovar colà; ma questi in cammino intese la di lui morte, e, ciò non ostante, continuò il suo viaggio sino al monistero suddetto. Era il suddetto arcivescovo Guido (chiamato non so come Milone dall'Urspergense) figliuolo di Guglielmo Testardita conte di Borgogna, parente degl'imperadori e dei re di Francia ed Inghilterra. Una sua sorella per nome Guilla fu moglie di Umberto II conte di Morienna, progenitore della real casa di Savoia, e da questo matrimonio nacque Adelaide maritata con Lodovico il Grosso re di Francia. Orderico Vitale, scrittore del presente secolo, parlando di esso Lodovico re, ci assicura di questo fatto con dire [Ordericus Vital., Hist. Eccles., lib. ii.]: Hic Adelaidem filiam Humberti principis intermontium duxit uxorem. E Sugerio abbate [Suger., in Vit. Ludovici Gross.] fa menzione nobilis Adelaide reginae neptis del mentovato arcivescovo: il che sempre più ci fa intender l'alta riputazione in cui era anche allora la nobilissima casa di Savoia. Raunati dunque i sei cardinali coi Romani che erano venuti accompagnando il defunto pontefice, concordemente elessero papa il suddetto arcivescovo Guido, quantunque egli facesse molta resistenza, sì per non credersi degno di sì eccelsa dignità, e sì per timore, come molti si figuravano, che una tale elezione non fosse approvata dal collegio de' cardinali esistenti in Roma. Seguì essa nel dì primo di febbraio, secondo i conti del padre Pagi. Venne il novello pontefice alla volta di Lione, ed Umbaldo arcivescovo di quella città, acconsentendo alla fatta elezione, il riconobbe ed onorò qual papa legittimo. Passò dipoi a Vienna, dove nel giorno della domenica di quinquagesima, cioè nel dì 9 di febbraio, fu consecrato, se vogliam riposare sulla testimonianza della Storia Vezeliacense [Historia Vezeliacensis, in Spicileg. Dachery.], e prese il nome di Callisto II. Però dovrebbe essere scorretto il testo di Pandolfo Pisano, allorchè scrive: cessavit episcopatus diebus XV, e si avrà da scrivere diebus XII; trovandosi non di rado il numero II cambiato in V per poca attenzione de' copisti. Ma è da avvertire che non tardarono i cardinali dopo l'elezione a spedirne l'avviso al sacro collegio rimasto in Roma. Avendola Pietro vescovo di Porto vicario quivi, tosto notificata agli altri cardinali e al clero e alla nobiltà romana, tutti, per opera specialmente di Pietro di Leone, il cui figliuolo Pietro cardinale si trovava in Francia, consentirono ed accettarono per papa il suddetto Callisto II. Dalla di lui Vita, scritta dal poco fa mentovato Pandolfo, scrittore sopra gli altri degno qui di fede, siamo assicurati che questo pontefice fu solamente consecrato papa, allorchè [Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.] nuncii redeuntes a Roma, viva voce ac literis electionem ipsam canonice, jureque confirmarunt. Tunc papa solemniter a Lamberto ostiensi episcopo et aliis quamplurimis in Dei nomine consecratus fuit. Perciò non può, a mio credere, sussistere l'opinione del padre Pagi, che il vuole consecrato nel dì 9 di febbraio. Di più tempo fu d'uopo perchè i messi andassero e tornassero da Roma colla approvazione del sacro collegio romano.
Leggonsi nel codice di Uldarico da Bamberga, pubblicato dall'Eccardo [Eccard., Corp. Hist., tom. 2.], e presso i padri Martene e Durand [Martene, Veter. Scriptor. tom. I.] le lettere scritte da' cardinali residenti in Roma ai cardinali oltramontani, nelle quali confermano l'elezion di Callisto II fatta per necessità oltra monti, senza dissimulare che questa si dovea fare ex romanae Ecclesiae filiis presbyteris, et diaconibus, ed anche infra urbem, si possibile fuerit, vel extra in locis finitimis. Confessano nondimeno di confermar la suddetta elezione, quum ex romano more electionem facere impediamur. Per le quali parole si vede allora assai confuso lo stato di Roma, senza che ben s'intenda come essi cardinali romani non avessero libertà di eleggere un papa nuovo. Forse si dirà, perchè Burdino antipapa e i suoi parziali l'impedivano. E pur si vede che potevano adunarsi per confermare l'eletto, e in Roma comandava il vicario pontificio, cioè il vescovo di Porto, e quivi quietamente soggiornava tanti cardinali opposti al medesimo Burdino. In una d'esse epistole presso l'Eccardo è scritto che i cardinali suddetti in Roma col clero e popolo s'erano congregati in kalendis martii, ed aveano dato il loro assenso per l'esaltazione di Callisto al pontificato romano: il che se è vero, fino al marzo convien differire la di lui consecrazione in papa. Trasferitosi dipoi il nuovo pontefice a Tolosa, tenne ivi un concilio VIII idus junii, secondochè si ha da Bernardo di Guidone [Bernardus Guidonis, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Ma questo nel codice di Uldarico da Bamberga si dice tenuto VII idus julii; e questo si conferma per altre memorie. Che se alcuni lo mettono nell'anno MCXX, questo avvenne perchè si servirono dell'anno pisano, cominciato nel dì 23 di marzo dell'anno presente volgare. Furono ivi fatti alcuni decreti intorno alla disciplina della Chiesa. Nel dì 20 d'ottobre celebrò egli un altro più insigne e numeroso concilio nella città di Rems [Labbe, Concilior., tom. 10.], dove intervennero quindici arcivescovi più di ducento vescovi, nel quale scomunicò, bensì con dispiacere, l'imperadore Arrigo e il suo antipapa Burdino. Quando sussista il racconto dell'Abbate Urspergense [Abbas Urspergensis, in Chron.], esso Arrigo dovea essere tornato in Italia, giacchè egli scrive, che avendo esso Augusto inteso come in un concilio di Colonia era stata proferita la scomunica contra di lui, e intimatone un altro in Virtzburg, con fama di volerlo deporre, efferatus animo, Italiae suis copiis cum regina relictis, germanicis se regionibus nimis insperatus exhibuit. Passò la sua rabbia a desolar varii paesi con saccheggi ed incendii. Ma fioccarono tante lettere e messaggi de' vescovi e principi della Germania, che consentì ad un concilio in Triburia, in cui fu dato sesto a molti de' correnti disordini. Il consigliarono ancora molti d'intervenire al concilio di Rems, per trattar ivi la concordia col sacerdozio: se ne trattò fra lui e i legati del papa; ma egli dopo aver promesso e ripromesso, infine sotto varii pretesti sfuggi ogni accordo e deluse chiunque credea già fatta la pace [Hesso apud Labbe, Concilior., tom. 10.]. Abbiamo da Falcone Beneventano [Falco Beneventanus, in Chron.] che anche Landolfo arcivescovo di Benevento tenne in quest'anno un concilio co' vescovi suoi suffraganei, e coll'intervento di alcuni cardinali romani. Continuò intanto la guerra dei Milanesi contra di Como, descritta dall'anonimo poeta comasco. Degno è di osservazioni il numero delle città che inviarono soldatesche in aiuto di Milano, conoscendosi da ciò che erano divenute libere e si reggeano a repubblica. Dice egli dunque dei Milanesi [Anonymus Comensis, Poem., tom. 5 Rer. Italic.]:
Mittunt ad cunctas legatos agmina partes