| Anno di | Cristo MCXXV. Indizione III. |
| Onorio II papa 2. | |
| Lottario III re di Germania e d'Italia 1. |
Fu l'anno presente l'ultimo della vita di Arrigo fra i re quinto e quarto fra gli imperadori [Abbas Urspergens., in Chron. Otto Frisingensis, in Chron. Robertus de Monte et alii.]. Concordano in questo fatto troppi storici: laonde non è da ascoltare chi parla di sua morte o nel precedente o nel susseguente anno. Accadde questa nel dì 23, oppure nel 22 del mese di maggio, senza ch'egli lasciasse prole dopo di sè. Trattossi dunque nella dieta de' principi dell'elezion del successore, e fra i candidati si contavano [Otto Frisingens., lib. 7, cap. 17. Dodechin., in Chron.] Lottario duca di Sassonia, Federigo duca di Suevia, Leopoldo marchese d'Austria e Carlo conte di Fiandra. Concorsero i voti della maggior parte in Lottario, terzo fra i re d'Italia, e poi secondo fra gl'imperadori, il quale contro sua voglia eletto nel dì 30 d'agosto, fu coronato re di Germania nel dì 13 di settembre. Erano passate fra questo principe e l'ultimo Arrigo Augusto molte dissensioni e guerre, per le quali Lottario, uomo per altro valorosissimo, era stato una volta assai umiliato, e però conservava egli un mal talento contra tutti i di lui parenti. Tali erano fra gli altri il suddetto Federigo duca di Suevia, e Corrado suo fratello, che l'Urspergense chiama duca di Franconia, perchè figliuoli di Agnese sorella del suddetto Arrigo V ed eredi del medesimo Augusto. Avea lo stesso Federigo condotte seco alla dieta circa trenta migliaia di combattenti, sperando o col terrore o col favore di poter conseguir la corona. Escluso, rivolse l'armi contra del nuovo re; ma per interposizione dei vescovi si quietò per allora, e gli fece poi più guerra ne' seguenti anni per mezzo ancora del suddetto Corrado suo fratello, dopo averlo, coll'aiuto di alcuni principi suoi parziali, creato re di Germania, siccome vedremo andando innanzi. Non so io dire se in questo, oppure nel seguente anno, come vuole il signor Sassi, desse fine a' suoi giorni Olrico arcivescovo di Milano. Ben so che a lui succedette Anselmo da Pusterla [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 37.]. E perciocchè, oltre ad uno strumento recato dal Puricelli [Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.], da cui apparisce che questo Anselmo anche nell'anno 1123 s'intitolava arcivescovo di Milano, s'ha la medesima notizia chiaramente confermata dall'anonimo contemporaneo poeta della guerra di Como [Anonymus Comensis, in Poem., tom. 5 Rer. Ital.]: come ciò possa essere l'hanno cercato eruditi scrittori. Continuo io a credere, siccome conghietturai nella prefazione al suddetto anonimo poeta, che vivente il suddetto Olrico, prima dell'anno 1123 fosse eletto suo coadiutore il medesimo Anselmo, e che in questi tempi colla coadiutoria andasse unito anche il titolo di arcivescovo: del che ho recato un altro esempio di questo secolo nella chiesa milanese. Essendo poi mancato di vita Olrico o nel presente o nel seguente anno, allora Anselmo restò solo ed attuale arcivescovo di Milano.
Non pochi fatti di guerra succederono ancora in questo anno fra i Milanesi e Comaschi con varietà di fortuna. Tornarono i primi all'assedio di Como, ma ne furono valorosamente respinti. Varie battaglie ancora si fecero nel lago Lario, ossia di Como, e senza mai perdersi d'animo tennero forte i Comaschi contro la potenza de' nemici. Ma essendo passato a miglior vita Guido loro vescovo, cominciarono da lì innanzi ad andare i loro affari di male in peggio. Tornò nell'anno presente a Venezia [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] la vittoriosa flotta del doge di Venezia Domenico Michele. Prima nondimeno essendo seguita rottura coll'imperador di Costantinopoli Giovanni Comneno, gli fecero guerra col prendere e dare a sacco le isole di Samo, Mitilene ed Andro. Venuti parimente in Dalmazia, ricuperarono dalle mani degli Ungheri le città di Spalatro e di Traù. Cacciarono anche dalla marittima terra di Belgrado, diversa da quella che sta al Danubio, gli Ungheri; e quindi ricevuti con grande onore dal popolo di Zara, dove si fece la distribuzion della preda, felicemente e con trionfo si restituirono alla lieta lor patria. Nella state dell'anno presente i Genovesi con dieci galee scorsero il mare di Corsica e Sardegna sino a Porto Pisano [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.], con prender molti Pisani, merci e legni de' medesimi. Trovata ancora una lor cocca, che portava quattrocento uomini e un ricco carico, la perseguitarono per quattro giorni. Per fortuna di mare fu d'uopo lasciarla; ma questa andò poi a rompersi all'imboccatura dell'Arno. Presero dipoi e saccheggiarono Piombino nel mese di settembre, conducendo prigioni a Genova tutti quegli abitanti grandi e piccioli.
MCXXVI
| Anno di | Cristo MCXXVI. Indizione IV. |
| Onorio II papa 3. | |
| Lottario III re di Germania e d'Italia 2. |
Un insigne accrescimento di potenza si fece in questi tempi, per attestato di Dodechino [Dodechinus, in Chron.], alla linea germanica degli estensi duchi di Baviera. Cioè in questo, oppure nell'anno precedente, mancò di vita Arrigo il Nero duca di Baviera, il quale s'era ritirato nel monistero di Weingart [Chron. Monaster. Weingart.], con lasciare gli Stati ad Arrigo IV e Guelfo VI suoi figliuoli. Restarono di lui ancora Corrado, che, sprezzato il mondo, morì poi in concetto di santità, e quattro figliuole: fra le quali Giuditta, maritata con Federigo duca di Suevia, fu madre del famoso imperadore Federigo I soprannominato Barbarossa. Ora il suddetto Arrigo IV, che poi venne da alcuni moderni scrittori appellato il Superbo per distinguerlo dagli altri di questo nome, fu considerato dal re Lottario per quel principe che meritasse più degli altri la confidenza ed amore suo, stante la sua potenza, e insieme l'antica nimistà che passava tra la casa de' Guelfi, il cui sangue e la cui eredità era passata in lui, e la casa ghibellina, da cui discesero i tre ultimi Arrighi imperatori, con lasciar eredi anche delle loro gare i due fratelli Federico duca di Suevia e Corrado. Perciò Lottario, affine di maggiormente accrescere la possanza di Arrigo IV duca di Baviera, gli conferì in quest'anno anche il ducato della Sassonia: con che egli potea paragonarsi ai re, se non nel titolo, certamente nell'ampiezza del dominio, perchè allora i nobilissimi ducati della Baviera e Sassonia erano di maggior estensione che oggidì. Un altro riflesso ebbe in ciò il re Lottario, perchè già meditava di dare in moglie ad esso Arrigo l'unica sua figliuola Geltruda. Anzi non mancano scrittori [Helmoldus, Chron. Slav., lib. 1, cap. 55.] che credono contemporanee tali nozze, celebrate nell'anno susseguente, coll'investitura del ducato della Sassonia: e forse questo può sembrar più probabile. L'anno presente verisimilmente quel fu in cui Anselmo da Pusterla, novello arcivescovo di Milano, contro la volontà del suo clero e popolo si portò a Roma per trattare del pallio che il papa ricusava di inviargli a Milano [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap 38.]. A questa sua risoluzione si opponevano i Milanesi, pretendendo una novità pregiudiziale alla dignità del loro arcivescovo il dover andare a prendere in Roma quel pallio che i precedenti pontefici per li loro legati aveano inviato in addietro a Milano. Colà giunto Anselmo, ebbe un bell'allegare privilegii e consuetudini favorevoli al suo diritto. Papa Onorio II stette saldo in volere che ricevesse il pallio o dalle sue mani, o sull'altare di san Pietro. Anselmo, chiesto parere a Roberto vescovo d'Alba, che il dissuase dal sottoporsi a questo aggravio e discredito, se ne tornò senza pallio a Milano. Ma non fu ammesso nel palazzo archiepiscopale, se non dopo avere Uberto da Marignano suo cancelliere e il vescovo d'Alba giurato ch'egli non avea acconsentito a pregiudizio alcuno della chiesa milanese. In quest'anno ancora, per attestato di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.], i Genovesi colla lor flotta arrivarono alla bocca d'Arno. Sbarcati, furono alle mani colla fanteria e cavalleria de' Pisani. Passati poscia a Vado, distrussero quasi tutto quel castello, e di nuovo per battaglia s'impadronirono del castello di Piombino, che già si cominciava a rifabbricare. Portatisi di poi in Corsica, presero il castello di san Giovanni, con far prigioni trecento Pisani. Parimente in quest'anno [Anonymus Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Ital.] tornò l'esercito de' Milanesi contra della città di Como, con bloccarla ed occupare le colline d'intorno e la valle di san Martino. Erano coi Milanesi anche i Lodigiani e Cremaschi, coll'aiuto dei quali si renderono padroni della valle di Lugano. Sempre più perciò peggioravano gli affari del popolo comasco.
MCXXVII
| Anno di | Cristo MCXXVII. Indizione V. |
| Onorio II papa 4. | |
| Lottario III re di Germania e d'Italia 3. |