Diede fine in quest'anno alla sua vita in Salerno, capitale allora dei duchi di Puglia, nel dì 20 di luglio [Falco Beneventanus, in Chron.] Guglielmo duca di Puglia, compiuto di poco l'anno trentesimo di sua vita. Non aveva egli ricavata prole alcuna da sua moglie, figliuola del principe di Capoa, la quale vinta dal dolore, tagliatisi i suoi bei capegli, fra le lagrime e gli urli andò a gittarli sopra il petto del defunto consorte. Concorse ancora tutto il popolo di Salerno a deplorar la morte di questo buon principe, il cui cadavero con reale magnificenza fu seppellito in quella metropolitana. Appena arrivò questa nuova a Ruggieri conte di Sicilia, che non perdè tempo a passar con sette galee presso a Salerno, e di là si studiò d'indurre quel popolo a prenderlo per loro signore, allegando la stretta parentela e la promessa fattagli dallo stesso duca Guglielmo di dichiararlo suo erede in mancanza di figliuoli. Hanno anche scritto alcuni che veramente Guglielmo col suo testamento gli mantenne la parola; ma di ciò non resta alcun buon fondamento. Se creder vogliamo a Falcone Beneventano, per dieci giorni si fermò il conte Ruggieri in nave, cercando pur di trarre alle sue voglie i Salernitani, che trovò molto alieni del darsi a lui, forse perchè riputavano erede più legittimo e prossimo ab intestato Boamondo II principe d'Antiochia, nipote di Roberto Guiscardo, oppure per altri motivi. Ma finalmente chiamati a parlamento quei cittadini col loro arcivescovo Romoaldo, diverso dallo storico, con sì belle parole e promesse di buon trattamento loro parlò, che fatto dipoi generale consiglio, l'accettarono per loro signore. Alessandro, chiamato da altri abbate Celesino, ma che senza dubbio si dee appellar Telesino, perchè abbate di Telesa, scrittore di questi tempi, aggiugne una particolarità cioè: [Alexander Telesinus, de Gest. Rogerii lib. 1, cap. 5.] che i Salernitani, parlando con Sarolo ossia Saroto, messo del conte, esagerarono gli aggravii loro fatti dal duca Guglielmo e da' suoi antecessori, e che, temendo altrettanto dal conte Ruggieri, non gli si voleano sottomettere. E perchè Sarolo rispose loro con qualche villania, se gli avventarono addosso e il privarono di vita. Non ostante sì grave offesa, stette fermo il conte; e dissimulando il suo sdegno, seguitò a trattare, finchè indusse quel popolo a riceverlo per principe, a condizione nondimeno che restasse in lor mano la guardia della torre maggiore, ossia della rocca. Ruggieri, uomo che ben sapea il suo conto, accordò loro tutto, purchè si mettesse in possesso di Salerno. Altrettanto fece con Rainolfo conte di Alife, a cui concedette esorbitanti dimande, per averlo dalla sua nella già incominciata conquista della Puglia. L'esempio di Salerno si tirò dietro gli Amalfitani, che, nel darsi al conte Ruggieri, ottennero anch'essi di ritenere in lor potere le fortezze di quella città. Aggiugne Falcone che il conte Ruggieri ridusse dipoi alla sua ubbidienza anche le città di Troia e di Melfi, ed altre parti della Puglia, e se gli suggellarono alcuni baroni di quelle contrade. Ma giunto a Roma l'avviso di questi progressi del conte Ruggieri, se ne alterò forte papa Onorio II con tutta la sua corte, tra perchè dovea pretendere devoluto il feudo della Puglia alla santa Sede, e perchè non gli dovea piacere l'ingrandimento d'un principe signore della Sicilia, il quale, se diveniva padrone anche della Puglia e Calabria, avrebbe potuto dar la legge a Roma stessa. Però cominciò a far pratiche per impedire gli avanzamenti del conte Ruggieri.

Passò esso papa a tal fine a Benevento, indi alla città di Troia, che gli prestò ubbidienza. Gli avea già il conte Ruggieri spediti ambasciatori con ricchi regali, per impetrar l'investitura del ducato di Puglia e Calabria; e tuttochè esibisse di rilasciare al papa la città di Troia e Montefosco, niun partito si volle ascoltare, essendo insperanzito il pontefice di metter sotto l'immediato suo dominio tutto quel ducato, oppure disegnando d'investirne il giovane Boamondo II principe d'Antiochia, a cui con più ragione appartenevano quegli Stati. Ora veggendo il conte Ruggieri sì mal disposto verso di lui l'animo del papa, comandò a' suoi uffiziali di cominciar le ostilità contro la città di Benevento: il che fu cagione ancora ch'esso papa Onorio si trasferisse colà. Quivi egli fulminò la scomunica contra d'esso conte, e di chiunque gli prestasse aiuto: il che servì a Rainolfo conte d'Alife per abbandonar Ruggieri, e seguitar la parte del romano pontefice. Dimorava tuttavia in Salerno il conte Ruggieri, e di là spedì altri ambasciatori a Benevento, pregando il papa di concedergli il ducato; ma furono ancor questi rimandati con sole dure risposte. Il perchè Ruggieri perduta la pazienza, e conoscendo volerci altro che preghiere e parole per piegare l'animo indurito del pontefice, se ne tornò in Sicilia, risoluto di cercar colla forza ciò che non poteva ottener colle maniere amichevoli di pace; e senza licenza del papa assunse il titolo di duca. Intanto i Milanesi, più che mai ansanti di sottomettere la città di Como [Anonymus Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Italic.], fecero venir da Genova e da Pisa buona copia d'artefici, atti a fabbricar navi, castelli di legno, grosse baliste ed altri ordigni di guerra. Ottennero gagliardi soccorsi da Pavia, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Albenga, Piacenza, Parma, Mantova, Ferrara, Bologna, Modena e Vicenza, siccome ancora dal conte di Biandrate, dalla Garfagnana e da altre parti. Dal che vegniamo a conoscere che tutte le suddette città si governavano a repubblica, nè più erano governate dai ministri imperiali. Con questo possente esercito si portarono i Milanesi all'assedio di Como, che fu con vigore sostenuto da' cittadini, finchè ebbero forze. Ma in fine, veggendo vicina la rovina loro, presero la risoluzione d'imbarcar una notte tutte le loro donne e figliuoli col meglio delle sostanze; e fatto nello stesso tempo un grande strepito nella città, e una sortita sopra i nemici, affinchè non inquietassero le preparate navi, anch'essi dipoi imbarcatisi sul lago, navigarono al castello di Vico, con animo di quivi vendere caro la lor libertà e la vita. Entrati la seguente mattina i Milanesi nella città, si avvidero della fuga degli abitatori. Di là passarono al suddetto castello di Vico; ma trovandolo inespugnabile, e necessario gran tempo e spesa per vincere la costanza de' Comaschi, diedero finalmente orecchio alle proposizioni di pace. Fu questa infatti stabilita, conservati i beni ai cittadini, ma condannata la città a perdere le mura ed ogni altra fortezza, e a prestare ubbidienza e tributo da lì innanzi a Milano. Pretesero il Puricelli e il padre Pagi che l'eccidio di Como seguisse nell'anno susseguente 1128, e il signor Sassi [Saxius, in Not. ad Landulfum junior., cap. 37.] riferisce altri autori del medesimo parere. Ma essendo concordi gli storici milanesi e comaschi e Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Ital.] in riferir questo fatto all'anno presente, non credo che s'abbia da dipartire dalla loro opinione. E massimamente perchè nell'antico Calendario milanese, da me pubblicato [Rer. Italic. Par. II, tom. 2.], è notato anno Domini MCXXVII capta est civitas Comensium. Forse i primi autori parlano della pace probabilmente conchiusa nell'anno seguente, e gli altri della presa della città accaduta nel presente. Ed ecco come, liberate le città lombarde dal giogo straniero, cominciarono a volgere l'armi l'una contra l'altra; male che mireremo andar crescendo per la matta ambizione da cui chi più può, più degli altri ancora si lascia sovvertire. Celebrò il re Lottario la festa di Pentecoste in Merseburg [Annalista Saxo.], ubi decentissimo multorum principum habito conventu unicam et dilectam filiam suam Gertrudem glorioso Bavariae duci Henrico, ducis Heinrici, et Vulfidae, magni ducis natae, filio, cum multa honorificentia in matrimonii honore sociavit. L'Urspergense narra [Urspergens., in Chronic.] che in Augusta ne furono celebrate le nozze con rara magnificenza. Io ne fo menzione, perchè fatto spettante alla linea estense di Germania.


MCXXVIII

Anno diCristo MCXXVIII. Indizione VI.
Onorio II papa 5.
Lottario III re di Germania e d'Italia 4.

Nel dì 19 di dicembre dell'anno precedente era mancato di vita Giordano II principe di Capoa [Falco Beneventanus, in Chron.], a cui succedette Roberto II suo figliuolo. Per questa cagione, cioè per sostenere i diritti della sua sovranità, si portò papa Onorio nel dì 30 di dicembre a Capoa, quivi accolto con varie finezze da Roberto. Invitati poscia i vescovi ed abbati sul principio di quest'anno con gran pompa ed allegria alla presenza del sommo pontefice, Roberto fu unto principe e prese l'investitura da esso papa. In tal congiuntura papa Onorio nella copiosa assemblea de' prelati e baroni espose le sue doglianze contra di Ruggieri conte di Sicilia per la guerra mossa ai Beneventani, e per l'usurpazione di vari luoghi della Puglia, invitando tutti alla difesa di quegli Stati, siccome dipendenti dalla Chiesa romana, e dando indulgenza plenaria a chiunque morisse in quella spedizione: ripiego strano, che tuttavia comincia a diventare alla moda, con far servire la religione agl'interessi temporali. Roberto principe di Capoa, Rainolfo conte d'Alife, Grimoaldo principe, o, per dir meglio, signore di Bari, Tancredi di Conversano conte di Brindisi, Ruggieri conte d'Oria, ed altri conti e baroni, tutti con promesse magnifiche assunsero la difesa dei diritti pontificii, e si prepararono a sostener la guerra contra del conte Ruggieri. Confermò di nuovo il papa tanto ivi, quanto dipoi in Troia, la scomunica contra d'esso Ruggieri, ed inviò il principe di Capoa col conte Rainolfo all'assedio del castello della Pillosa nel dì 29 di gennaio, e con esso loro più di due mila Beneventani. Ma ossia che l'osso fosse duro, oppure, come fu allora creduto, che quei comandanti non operassero con buona fede, nulla di rilevante fu fatto per impadronirsene; del che concepì tale sdegno il pontefice, dimorante allora in Monte Sarchio, che se ne tornò nel distretto del ducato romano [Abbas Telesinus, lib. 1, cap. 12.]. Intanto venuta la primavera, il valoroso conte Ruggieri con un poderoso esercito di Siciliani passò lo Stretto; prese e spianò le terre d'Unfredo; se gli renderono Taranto ed Otranto, città di Boamondo iuniore principe d'Antiochia, il quale miseramente poi nell'anno 1130 restò ucciso in Oriente dai Turchi. S'inoltrò il vittorioso Ruggieri, e stretta con vigoroso assedio la città di Brindisi, talmente la battagliò, che la costrinse alla resa. Colla stessa felicità s'impadronì della città di Oria e di molte altre castella. A questi dispiacevoli avvisi tornò papa Onorio II a Benevento, seco conducendo circa trecento soldati a cavallo romani; e ordinato a Roberto principe di Capoa, a Rainolfo conte e agli altri baroni di prendere l'armi, andò con grandi forze per opporsi alle vittoriose schiere del conte Ruggieri. Ma questi unita la sua gente, venne a postarsi al fiume Bradano, e quivi si accampò. Dall'altra parte anche l'esercito pontificio mise le tende, senza osare nè l'una nè l'altra parte di guadare il fiume per cercare il nemico. Alessandro abbate Telesino scrive, essersi trattenuto Ruggieri per riverenza al sommo pontefice. All'incontro Falcone [Falco Beneventanus, in Chron.], favorevole ad esso pontefice, scrive che Ruggieri, sentiens Apostolicum cum exercitu valido militum et peditum, et baronibus suis adversus se venientem, in montana secessit, devitans Apostolici virtutem, ne aliquo modo aliquid ei sinistrum contingeret; et sic per quadraginta dies Apostolicus ille ardenti sole mensis julii fatigatus comitem illum obsedit. Tanta inazione, e l'essersi cominciato a scarseggiar di viveri e di paghe nel campo pontificio, cagione fu che disertavano a furia i soldati, e lo stesso principe di Capoa, siccome persona di delicata complessione, non potendo reggere alla sferza del caldo estivo e agli altri disagi, spiantò il suo padiglione per andarsene. Falcone, l'autor della Vita di questo papa [Cardinal. de Aragon., in Vit. Honorii II.], ed altri scrittori incolpano d'infedeltà que' baroni, quasichè cercassero senza ragione motivi di ritirarsi. Comunque sia, il saggio papa, veggendosi esposto a pericolo di disonore e di perdite gravi, segretamente mandò Cencio Frangipane ad offerire al conte Ruggieri l'investitura del ducato, promettendo di dargliela in Benevento. Altro che questo non cercava Ruggieri, e però furono d'accordo. Andossene il papa a Benevento; gli tenne dietro Ruggieri con un buon corpo di sua gente, e andò a postarsi nel monte di san Felice fuori di Benevento. Pretendeva il pontefice che Ruggieri entrasse nella città a ricever quivi l'investitura; ma Ruggieri, principe cauto ed accorto, persiste sempre in dire che fuori e non entro di Benevento avrebbe ricevuto le grazie pontificie. Convenne pertanto che il papa uscisse, e fatto l'abboccamento al ponte maggiore presso il fiume, nell'ottava dell'Assunzion della Vergine, quivi papa Onorio II investì il conte Ruggieri del ducato di Puglia e Calabria nella stessa forma che s'era praticata con Roberto Guiscardo e col suo figliuolo e nipote.

Si lagnarono forte del papa per questo segreto accordo, fatto senza lor participazione, e, senza parola in lor difesa, i baroni e le città che tenevano la parte d'esso pontefice, perchè restavano alla discrezione del nuovo duca Ruggieri. Ma ebbero un bel gridare. Dopo avere il papa in questa maniera assicurato il suo diritto, se ne tornò da lì a non so quanti giorni a Roma. Non v'era ancor giunto, quando una parte de' Beneventani crudelmente uccise Guglielmo governatore pontificio di quella città. Adirato il papa proruppe in molte minaccie, e spedì il cardinale Gherardo a quel governo, che trovò avere i Beneventani formata una specie di comunità, senza però dipartirsi dall'ubbidienza del romano pontefice. Intanto il duca Ruggieri si portò all'assedio di Troia [Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 17.]; ma ritrovandola ben munita, e i cittadini risoluti di difendersi, si ritirò, attendendo poscia ad entrare in possesso di Melfi e d'altre città che gli aveano mandati ambasciatori. Dopo di che, avvicinandosi il verno, andò a Salerno, e di là in Sicilia. In Lombardia parimente fu gran novità in quest'anno. Federigo duca di Suevia e Corrado suo fratello, siccome figliuoli di Agnese sorella dell'ultimo Arrigo Augusto, pretendeano al regno e all'imperio, e perciò dicemmo nata guerra fra loro e il re Lottario in Germania. Pensò Federigo di fare un bel colpo coll'inviare il fratello Corrado in Italia, acciocchè si procacciasse questo regno [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 39.]. Doveva essere preceduto qualche segreto trattato coi Milanesi, perciocchè appena comparve in Milano, che quella nobiltà col popolo tutto si dichiarò in suo favore. Soggiornava in questi tempi l'arcivescovo Anselmo fuori di città nelle sue castella; fu chiamato per parte del clero e popolo a far la coronazione di Corrado, la quale infatti si eseguì nella festa di san Pietro di giugno in Monza, con dargli l'arcivescovo la corona ferrea nella basilica di san Giovanni Batista, e dichiararlo re d'Italia. Fu da lì a qualche giorno rinnovata questa funzione nella basilica di santo Ambrosio di Milano. Alla prima coronazione si trovò presente lo storico Landolfo da san Paolo, ma per suoi affari mancò alla seconda. Scrive egli dipoi d'esso Corrado: Hunc namque gradientem per comitatus et marchias Lombardiae et Tusciae, comites et marchiones cujuscumque nobilitatis, viri potentes et humiles, cum gaudio susceperunt et amaverunt. Ma coloro che gli fecero resistenza, nè il vollero per loro re, ejus acutissimi gladii fortitudinem senserunt, atque mortem et confusionem, ceu Anselmus marchio del Busco, et illustris... comes, susceperunt. Uno scrittore tedesco s'immaginò che questo conte, di cui s'è perduto il nome, fosse Alberto, o Ingelberto, dichiarato, per quanto egli crede, da papa Onorio marchese della Toscana, con citare un documento da me prodotto [Antichità Estensi, P. I, cap. 30.], in cui s'incontra Albertus Dei gratia marchio et dux, lege vivens salica, cooperante gratia et beati Petri, et domini papae Honorii ejus vicarii munere, ec. Ma questo non vuol dire ch'egli fosse marchese veramente di Toscana. In questi tempi si truova Corrado, marchese veramente di Toscana, siccome ho osservato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. VI.], e si truovano documenti che parlano di lui agli anni 1121 e 1129. Quell'Alberto, di cui è fatta menzione nelle Antichità estensi, si vede creato da papa Onorio II marchese e duca dopo la morte dell'ultimo imperadore Arrigo, con dargli l'investitura de' beni e Stati della contessa Matilda; ma senza ch'egli esercitasse dominio alcuno nè in Toscana, nè in Mantova, Ferrara, Modena ed altre città sottoposte una volta a Matilda. A noi dunque basterà di sapere che Corrado incoronato re, per tale fu riconosciuto, non dirò da tutti, bensì da moltissimi in Lombardia e Toscana. Ma che? Il pontefice, che avea approvata per mezzo de' suoi legati l'elezione del re Lottario, mosso da lui, pubblicò contra di Corrado una terribile scomunica [Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 17.], per cui cominciò tosto a scemare il suo credito, e fu in fine annientata in Italia la di lui potenza.


MCXXIX

Anno diCristo MCXXIX. Indizione VII.
Onorio II papa 6.
Lottario III re di Germania e d'Italia 5.