Nella Vita di papa Onorio II è scritto che egli [Cardinal. de Arag., in Vit. Honorii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.] delegavit Petrum presbyterum cardinalem tituli sanctae Anastasiae ad partes Ravennae, qui deposuit aquilejensem et venetum patriarchas. Il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.] non seppe il perchè. Ma Bernardo di Guidone [Bernardus Guidon., in Vit. Honori II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.] ne adduce il reato, quia invenit eos schismaticis favorabiles exstitisse. Il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] scrive, quia schismaticis fuerant fautores. Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Histor. Eccl.] vi aggiugne un forte. Non si può intendere questo dall'antecedente scisma, perchè la pace avea abolito tutti i delitti e processi. Adunque, siccome subodorò il Sigonio [Sigon., de Regno Ital.], potè piuttosto procedere la loro condanna per aver promosso o abbracciato il partito di Corrado usurpatore della corona d'Italia contro il giuramento prestato al re Lottario, cioè ad un principe approvato dalla santa Sede. Da una lettera scritta in questi tempi dall'arcivescovo di Salisburgo al vescovo di Bamberga, che si legge fra le raccolte da Udalrico [Udalricus Bambergensis, Corp. Hist. Eccardi, tom. 2, pag. 353.], impariamo che fu eletto in luogo di Gherardo, stirpe inutile e piena di vizii, un altro patriarca, che era decano di Bamberga, uomo dabbene, e perciò eliminatam fuisse veterum spurcitiarum, quae longo illic tempore dominata fuerat, foeditatem, quum abjecta indigna satis omni ecclesiastico regimini persona, clerum et populum vidimus tam honeste tamque canonice de alterius substitutione cogitare. Qui nulla si parla di scisma; solamente è accusato quel Gherardo, chiamato Riccardo dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5.], di inabilità e di vizii. E però le lodi a lui date dal Candido, da esso Ughelli e da altri, si debbono cancellare. Ma eletto che fu il decano suddetto, quel clero il perseguitò in maniera che fu obbligato a fuggire, e noi non sappiamo se quel Pellegrino che gli succedette, sia lo stesso decano. È nondimeno da stupire come tali scrittori parlino della deposizione di que' due patriarchi, e nulla dicano di quanto avvenne ad Anselmo arcivescovo di Milano. Noi certo abbiamo da Landolfo da san Paolo [Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 39.] che Giovanni da Crema cardinale romano, venuto a Pavia, qui raunò un concilio de' vescovi suffraganei della chiesa di Milano per iscomunicare il suddetto arcivescovo, perchè egli avesse coronato ed alzato Corrado al regno contro il legittimo re Lottario. Anselmo, udito questo rumore, spedì colà molti de' suoi per pregarli di non procedere avanti senza ascoltarlo; ma il cardinale e i vescovi, incitati da alcune città che aderivano ad esso re Lottario, niuna dilazione vollero accordargli, e fulminarono contro di lui la scomunica. Dico la scomunica, perchè non parla quello storico di deposizione. Anzi aggiunge che la maggior parte de' Milanesi, finchè visse papa Onorio II, tennero per loro pastore il soprammentovato Anselmo. Quali poi fossero le città costanti nell'ubbidienza al re Lottario, lo spiega il medesimo storico con dire: At papienses, cremonenses, novarienses quoque, et eorum episcopi, et aliarum civitatum, praedicantes hoc regium opus Anselmi contrarium Deo, et magno regi Lothario, nequaquam illius pontificis (cioè di Anselmo) legationem susceperunt, sed ipsum praestante cardinali illo Johanne excommunicaverunt.

Si aggiunse ai motivi di nimicizia fra le suddette città e Milano l'altro della nobil terra di Crema, oggidì città. Era questa sottoposta nello spirituale e temporale a Cremona, e ribellatasi, implorò la protezione de' Milanesi, che volentieri ne convennero, siccome popolo potente e rivolto ad ampliare il dominio e a sottomettere i vicini. Però i Cremonesi collegati con quei di Pavia, di Novara e d'altre città che di mal occhio miravano il soverchio ingrandimento de' Milanesi, loro mossero guerra: guerra che costò poi tanto sangue, e parecchi anni durò. Ma che divenne del suddetto Corrado re? Lo stesso Landolfo narra che fortis manus Honorii papae ipsum resupinavit, atque ad Germaniam, quasi ad sua propria loca redire fecit. V'ha chi crede che la di lui ritirata seguisse nell'anno presente o nel seguente, ma non ne appariscono le pruove; e che ciò avvenisse solamente nell'anno 1132, lo vedremo fra poco. È stato creduto che esso re Corrado soggiornasse tuttavia in Lucca nel dì 4 di settembre, perchè, secondo l'attestato di Francesco Maria Fiorentini [Fiorent., Memor. di Matil., lib. 2, pag. 346.], in quel giorno e luogo concedette un privilegio al monistero di san Ponziano. Ma da abbracciar sì fatta opinione dee ritenere ognuno il vedere che egli in detto privilegio è intitolato Conradus divina gratta Ravennatum dux, et Thusciae praeses et marchio. Se si trattasse del già menzionato Corrado, coronato re in Milano, avrebbe egli adoperato il titolo di re. Però marchese di Toscana era in questi tempi un Corrado, diverso da Corrado, fratello di Federigo duca di Suevia; e questo ultimo, se crediamo all'Urspergense [Abbas Urspergensis, in Chron.], era duca di Franconia. Per conseguente, neppur sussiste che Corrado marchese di Toscana fosse nipote di Arrigo V Augusto, come immaginò il suddetto Fiorentini. Di questo Corrado marchese di Toscana ho io pubblicalo due diplomi [Antiq. Italic., Dissert. XVII, pag. 959 et seq.], spettanti all'anno 1120 e 1121, i quali ci fan conoscere ch'egli, vivente ancora Arrigo, quarto fra gl'imperadori, governava la Toscana. Ci ha conservato Udalrico da Bamberga [Udalricus Bamberg., apud Eccard., tom. 2, pag. 361, Corp. Hist.] un'altra lettera, scritta da Litifredo vescovo di Novara Lothario Dei gratia Romanorum regi Augusto, in cui leggiamo le seguenti parole: Excellentia vestra pro certo cognoscat, quod Novaria, Papia, Placentia, Cremona, et Brixia, civitates Italiae, firmiter fidelitatem vestram custodiunt, et adventum vestrum unanimiter cupiunt. Cunradus autem Mediolanensium idolum, ab eis tamen relictum, arrepta fuga solum Parmae habet refugium, ubi tam pauper, tamque paucis stipatus viliter moratur, quod ab uno loco ad alium vix fama ejus extenditur. Veggiamo qui che i Milanesi aveano già abbandonato Corrado, e ch'egli poveramente dimorava in Parma. Ciò sembra indicare che anche nell'anno seguente egli si trattenesse in Italia, ma caduto di credito. Nè certamente egli dovea essere Corrado duca di Toscana.

Giunta che fu la primavera [Abbas Talesinus, lib. 1, cap. 16 et seq.], tornato Ruggieri duca di Puglia e conte di Sicilia di qua dallo stretto con un possente esercito, trovò che Tancredi di Conversano si era rimesso in possesso di Brindisi e di altre terre a lui dinanzi tolte. Intraprese l'assedio di quella città; ma trovatala più forte ed ostinata, si ritirò ed attese ad impadronirsi di Montalto, di Rossano e di altre terre, la conquista delle quali cagionò che per timore di tanta potenza molti baroni venissero a prestargli omaggio, e ad onorarlo qual loro sovrano. Fra gli altri non tardò a pacificar seco Rainolfo conte di Alife, marito di una sua sorella, coll'aiuto del quale ridusse dopo pochi giorni d'assedio la città di Troia a sottomettersi ai di lui voleri. Tenuto poscia un parlamento nella città di Melfi, dove chiamò tutti i baroni di Puglia, intimò la pace e concordia fra loro, il mantenimento della giustizia, e il rispetto alle chiese e alle persone sacre. Gli stava poi sul cuore la permissione da lui mal volentieri accordata ai Salernitani di tener essi la guardia della torre maggiore, ossia della fortezza di quella città, parendogli di non essere padrone, se la lasciava in lor mano. Perciò con tutte le sue forze passò sotto Salerno, ed attorniatala da tutte le parti, richiese la cession d'essa torre; e fu d'uopo ubbidirlo. Da quanto poi soggiugne Alessandro abbate telesino, pare che [Abbas Telesinus, lib. 2, cap. 1 et 12.] anche Sergio duca di Napoli fosse allora costretto a giurar suggezione e fedeltà ad esso Ruggieri, se non volle far pruova delle forze di lui. Ma il medesimo storico parla dipoi all'anno seguente della suggezion de' Napolitani. Perciò poco o nulla restò nel paese che ora appelliamo Regno di Napoli e di Sicilia, su cui o immediatamente o mediatamente non signoreggiasse il duca e conte Ruggieri. Avvenne ancora in quest'anno che sedici galee di Genovesi, andando in traccia de' Pisani loro nemici, li trovarono a Messina già scesi in terra [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.]. Attaccarono una zuffa con loro, e tuttochè i Messinesi accorressero in aiuto de' Pisani, furono tutti respinti fino al palazzo del duca dal valore de' Genovesi, i quali occuparono in tal congiuntura una buona somma di danaro, benchè poi, ad istanza del medesimo Ruggieri, la restituissero. Portossi papa Onorio II nell'anno presente a Benevento nel mese d'agosto, e vi consecrò abbate di santa Sofia Francone [Falco Beneventanus, in Chron.]. Avendo poi pregato i Beneventani di voler rimettere nella città alcuni nobili da loro esiliati, nol potè ottenere. Di questa loro durezza sdegnato, uscì della città, ed abboccatosi col duca Ruggieri, si fece promettere che nell'anno seguente verrebbe coll'armata a gastigare l'orgoglio di quel popolo. Fece ancora dare il sacco a varii luoghi del loro territorio, e così in collera se ne tornò a Roma.


MCXXX

Anno diCristo MCXXX. Indizione VIII.
Innocenzo II papa 1.
Lottario III re di Germania e d'Italia 6.

Nel dì 14 di febbraio dell'anno presente il sommo pontefice Onorio II diede fine ai suoi giorni, e fu seppellito nella basilica lateranense. La morte sua produsse un fiero sconvolgimento nella Chiesa romana. I più buoni e saggi de' cardinali ben conoscevano i maneggi che facea Pietro cardinale di santa Maria in Trastevere, uomo screditato pe' suoi perversi costumi, figliuolo di Pietro, figliuolo di Leone, cioè di un Ebreo fatto cristiano. Anche san Bernardo [Bernardus, Epist. 139. Sugerius, in Vit. Ludovici Gross.] dà il titolo di judaica soboles ad esso Pietro cardinale, uomo sommamente ambizioso, e potentissimo in Roma per le aderenze e parentele sue, e per le ricchezze tanto di sua casa, che ammassate colla sua rapacità in varie legazioni. Perciò essi buoni, prima che si pubblicasse la morte di papa Onorio [Arnulf. Sagiens., de Schismat.], segretamente elessero papa Gregorio cardinale di sant'Angelo, di nazione romano, personaggio in cui concorrevano le virtù meritevoli di sì alto grado, per confessione d'ognuno, e massimamente di san Bernardo, allora celebre abbate di Chiaravalle. Fece egli quanta resistenza potè, ma in fine accettata l'elezione, assunse il nome d'Innocenzo II. Non istettero molto dopo questa elezione gli altri cardinali della fazion contraria ad eleggere pubblicamente papa e consecrare il suddetto Pietro cardinale, che prese il nome di Anacleto II. Falcone scrive [Falco Benevent., in Chron.], essere succedute sì fatte elezioni nel giorno stesso che morì il papa. Altri vogliono che Innocenzo restasse eletto nel dì 15 di febbraio, ed Anacleto nel dì seguente. Certo è che precedette quella di Innocenzo, e pare che non fosse per anche seppellito il papa morto: il che tenuto fu per cosa contraria ai sacri canoni. Ma da una lettera scritta dal vescovo di Lucca all'arcivescovo di Mariemburgo [Udalricus Bamberg., tom. 2 Corp. Hist. apud Eccardum.] si raccoglie, che celebratis exsequiis, si procedette all'elezione. Certo è altresì, che sebbene si contarono più cardinali dalla parte di Anacleto, pure in maggior riputazione furono i favorevoli ad Innocenzo. Dichiarossi in tale occasione Leon Frangipane con tutta la sua casa in favor d'esso Innocenzo, il quale, non potendosi sostenere nel Laterano, si ritirò nelle forti case de' medesimi; ma Anacleto impadronitosi della basilica vaticana, e spogliatala de' suoi più preziosi arredi, si servì di quel tesoro e dello spoglio d'altre chiese, siccome ancora del ricco erario proprio e di suo fratello, per tirare nel suo partito la maggior parte dei grandi e piccioli di Roma. Assalì poscia di nuovo le case de' Frangipani, che fecero gran resistenza. Ma conoscendo papa Innocenzo che non potea a lungo mantenersi quivi, prese la risoluzione di cedere alla potenza dell'avversario. Imbarcatosi dunque nel Tevere coi cardinali del suo partito [Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 54.], a riserva del vescovo sabinense, che lasciato per suo vicario in Roma, poche faccende ebbe per molto tempo, felicemente navigò fino a Pisa, dove fu con sommo onore ricevuto. Di là ito a Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.], dispiacendogli forte la guerra di quel popolo, tanto operò, che conchiuse fra loro una tregua, da osservarsi finchè egli ritornasse di Francia. Aggiugne Caffaro, scrittore genovese di questi tempi, che il papa suddetto, per maggiormente cattivarsi l'affetto di quel popolo, promise di levare il vescovo Siro di sotto all'arcivescovo di Milano, e di conferirgli la dignità archiepiscopale. Consecrollo anche vescovo, allorchè fu giunto a Sant'Egidio vicino al Rodano. Andossene dunque papa Innocenzo II in Francia, accolto dappertutto come vero papa. Pochi furono in quelle parti coloro che facessero conto delle lettere scritte loro dall'antipapa Anacleto; a cui nondimeno altri popoli e dentro e fuori d'Italia aderirono con somma confusione della Chiesa di Dio.

Fra gli altri procurò Anacleto di guadagnare al suo partito Anselmo arcivescovo di Milano [Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 40.], che già dicemmo scomunicato sotto il predefunto papa Onorio II. Gli mandò dunque il pallio; e perciò il popolo di Milano seguitò quasi tutto la parte di Anacleto e di Corrado re, che furono di accordo in questa congiuntura fra loro. Non potè già Anacleto far lo stesso con Gualtieri arcivescovo di Ravenna, il quale, per la testimonianza del Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn.], e molto più d'una sua lettera scritta all'arcivescovo di Mariemburgo [Udalric. Bamberg., tom. 2 Corp. Hist. apud Eccardum.], si sa che fu costante in favorir papa Innocenzo. Ma principalmente ebbe cura Anacleto di assodarsi colla buona corrispondenza di Ruggieri duca di Puglia e Sicilia, del principe di Capoa, e degli altri baroni di quelle contrade. Nè gli fu difficile. Appena ebbe il suddetto Ruggieri slargate cotanto l'ali, che gli nacque o gli fu fatto nascere il pensiero di deporre il titolo ducale, e di assumere quello di re, giacchè tali erano divenute le sue forze, ed ampliato cotanto il suo dominio, che ben si conveniva a lui un titolo più luminoso. Ne trattò coll'antipapa Anacleto [Idem, ibidem.], il quale non vi fece difficoltà per timore di non disgustarlo, e decretò Conte cardinale, ossia il cardinale della famiglia de' Conti, per assistere a questa coronazione. Siccome osservò il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], han creduto gli storici napoletani che Ruggieri di sua propria autorità, e senza saputa e consenso di Roma, assumesse il titolo e la corona regale; e che poscia, per convenzione seguita con Anacleto, di nuovo si facesse coronare. Ma questa doppia coronazione è priva di buon fondamento. Falcone Beneventano [Falco Beneventanus, in Chron.] parla d'una sola, fatta coll'approvazione di Anacleto. Alessandro abbate di Telesa [Abbas Telesinus, lib. 2, cap. 1 et seq.] una sola anch'egli ne riferisce, nè parla punto dell'assenso e della cooperazione dell'antipapa, perchè giudicò meglio di tacere una particolarità che a' suoi dì non facea bel sentire, nè molto onore al re Ruggieri. Ma Pietro diacono scrive che Petrus cardinalis (cioè Anacleto) Rogerio duci Apuliae coronam tribuens, et per privilegium capuanum principatum, et ducatum neapolitanum cum Apulia, Calabria, et Sicilia illi confirmans regemque constituens, ad suam partem attraxit, con eziandio concedergli altri privilegii, che Ruggieri con questo buon vento seppe accortamente chiedere e facilmente ottenere: laonde san Bernardo in una delle sue lettere [Bernardus, Epist. 137.] ebbe a dire che Anacleto habet ducem Apuliae, sed solum ex principibus, ipsumque usurpatae coronae mercede ridicula comparatum. Tutto ciò fu conchiuso verso il fine di settembre, in cui Anacleto si portò ad Avellino e a Benevento. E perciocchè si credette che Palermo capitale della Sicilia fosse il luogo più proprio per la coronazione di Ruggieri, quivi nel sacro giorno del Natale dell'anno presente si fece questa funzione con quella magnificenza che vien descritta dal suddetto abbate di Telesa: rito che si è dipoi conservato e ravvivato pochi anni sono; cioè che in quella città si piglia la corona anche del regno di Napoli. Vi assistè come legato pontificio il cardinale sopraccennato; e Roberto II principe di Capoa, siccome il più nobile riguardevole de' suoi vassalli, gli mise la corona in capo. Il vedremo ben presto mal ricompensato per questa sua attenzione da Ruggieri. Intanto papa Innocenzo giunto in Francia, vi fu accolto con gran venerazione. Presso di Orleans fu a visitarlo il re Lodovico, che già nel concilio di Estampes l'avea riconosciuto per vero papa. Andò a Sciartres, a Clugnì e ad altri luoghi. Nel novembre tenne un concilio numeroso nella città di Chiaramonte. Per cura massimamente di san Bernardo, non solamente i Francesi, ma anche il re Lottario in Germania e il re Arrigo d'Inghilterra nell'anno seguente prestarono ubbidienza a papa Innocenzo, quantunque non mancassero alcuni in quelle parti, che si dichiararono in favore dell'antipapa Anacleto. In quest'anno restò trucidato dai Turchi in Soria Boamondo II principe d'Antiochia, sicchè in lui finì d'estinguersi la prosapia di Roberto Guiscardo, e il re Ruggieri più francamente potè tenere gli Stati a lui occupati in Italia. Terminò ancora i suoi giorni Domenico Michele [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] doge di Venezia, e fu alzato a quel trono Pietro Polano. Parimente all'anno presente vengono riferiti i privilegii e le esenzioni accordate da Baldovino re di Gerusalemme, dai patriarchi e dal principe di Antiochia alla nazione veneta in Acon e in altri luoghi d'Oriente.


MCXXXI