Addolcito alquanto il verno, passò in Toscana il re Lottario, e a Calcinaia nel territorio di Pisa si abboccò di nuovo con papa Innocenzo [Cardinal. de Aragonia, in Vita Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Marciò dipoi per la strada regale fino a Viterbo, dove arrivato ancora per la Marittima il pontefice, s'inviarono poscia unitamente per Orta, e pel territorio della Sabina e di Farfa sino a Roma. Dacchè furono vicini a Roma, si accamparono presso a Santa Agnese, e in quel luogo ebbero una visita da Teobaldo prefetto di Roma, da Pietro Latrone (e non Leone, come ha il testo del Baronio) e da altri nobili romani del loro partito. Entrati finalmente in Roma sul fine d'aprile, papa Innocenzo II liberamente prese alloggio nel palazzo lateranense, e Lottario colle sue genti sul Monte Aventino. Buona parte allora de' Romani si dichiarò in favore del legittimo pontefice; ma non lasciò per questo l'antipapa Anacleto coi suoi aderenti di tener saldo castello Sant'Angelo colla basilica vaticana, ed altri siti forti di quella città, coll'andare intanto inviando ambasciatori al re Lottario, pregandolo di voler dar luogo senza guerra ad un esame canonico delle sue ragioni e di quelle d'Innocenzo, con esibire ancora ostaggi e fortezze in deposito. Ma i fatti non corrispondevano alle parole. Nè Lottario avea condotto tali forze da poter metter costui a dovere. Non più di due mila cavalli, scrivono alcuni ch'egli avesse di seguito [Falco Beneventanus, in Chron.]. Vennero bensì in aiuto del papa con otto galee i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.]; con altre ancora vi accorsero i Pisani, e presero Cività Vecchia con altri piccioli luoghi, ma neppur questo bastava a snidar l'antipapa ben fortificato ed assistito da molti nobili romani suoi aderenti. Veggendosi adunque mal disposte le cose [Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 18. Annalista Saxo.], fu risoluto di dar come si potea la corona imperiale al re Lottario: al qual fine fu scelta la basilica lateranense, giacchè non si potea far la funzione nella vaticana. Pertanto nel dì 4 di giugno, giorno di domenica, dalla mano di papa Innocenzo II ricevette Lottario la corona e il titolo d'imperadore. Ora egli si truova chiamato Lottario III in quanto era re d'Italia, e Lottario II come imperadore. Da lì a pochi giorni si compose la differenza durata fin qui fra la santa Sede ed Arrigo V imperadore e Lottario suo successore [Baronius, in Annal. Eccles. ad hunc annum.], per l'eredità dei beni allodiali della contessa Matilda. Fu preso questo mezzo termine, che il pontefice ne investisse esso Lottario, e dopo lui Arrigo IV duca di Baviera e Sassonia, genero dello stesso imperadore, con che egli giurasse omaggio e fedeltà per esse terre al pontefice romano. Ne rapporta il cardinal Baronio la bolla pontificia. Abbiam veduto di sopra che la linea estense di Germania, ossia dei duchi di Baviera, per le nozze del duca Guelfo V colla suddetta contessa Matilda, pretese la di lei eredità. Restarono esaudite in quest'anno le sue pretensioni, di modo che il duca Arrigo, il più potente de' principi della Germania, e che riteneva in Italia la porzione sua negli antichi Stati della casa d'Este, maggiormente stese la sua possanza ancora in queste parti colla giunta di quelli della contessa Matilda. Vennero a Roma in tal congiuntura Roberto principe di Capoa e Rainolfo conte di Alife con circa trecento cavalli [Falco Beneventanus, in Chron.], sperando di concertar le maniere di difendersi da Ruggieri re di Sicilia; ma gittarono i passi; perchè troppo smilze erano le forze dell'Augusto Lottario, e meno poteva papa Innocenzo, perchè in mano dell'antipapa restavano quasi tutte le torri e fortezze di Roma.
Approssimandosi intanto i caldi perniciosi della state, l'imperador Lottario, con rimettere a tempo più propizio il totale ristabilimento di papa Innocenzo, sen venne alla volta di Lombardia. Era egli nel campo di san Leonardo sul Mantovano nel dì 30 di luglio [Antiquit. Italic., Dissert. XIII.], quando confermò al popolo di Mantova tutti i suoi privilegii, con facoltà di trasferire il palazzo imperiale dal borgo di San Giovanni al monistero di là dal fiume Mincio. Abbiamo dagli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim. Annalista Saxo.], che giunto l'Augusto Lottario alla chiusa sull'Adige, nell'andare da Verona a Roveredo, essendogli negato il passaggio dagli abitanti di quel paese, egli mirabilmente s'impadronì della città situata in cima al monte (ben difficile è a credere che ivi fosse una città), fece prigione il padron d'essa, e felicemente passò in Germania, con celebrar la Natività della Vergine in Virtzburg, dove fu gran concorso di principi ecclesiastici e secolari. Dimorò per qualche tempo ancora papa Innocenzo in Roma nel palazzo lateranense; ma trovandosi continuamente infestato dall'antipapa e mal sicuro, ne uscì, e nel mese di settembre andò a ricoverarsi in Pisa, dove con grande onore ed amore accolto, trovò quel popolo costantissimo nel suo servigio. Mentre era in Roma l'imperador Lottario, certificato il re Ruggieri che nulla v'era da temere di lui, con un'armata più poderosa delle passate venne dalla Sicilia in Puglia [Alexander Telesinus, lib. 2, cap. 36.], pieno di veleno contra de' baroni ribelli e mancatori del giuramento a lui prestato. Ciò udito da Roberto principe di Capoa, veggendo egli fallite le sue speranze di ottener soccorso dai Tedeschi, d'ordine del papa, nel dì 24 di giugno se ne andò per mare a Pisa, dove gli riuscì d'impetrar allora alquanto di gente, con cui se ne ritornò a casa, portando seco la promessa d'un aiuto di cento legni nel marzo prossimo venturo. Fece anche un trattato co' Genovesi, senza de' quali non si vollero impegnare i Pisani. Intanto il re Ruggieri, come un folgore, piombò sopra le terre de' baroni ribelli a lui contrarii [Falco Beneventan., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.]. Prese Venosa, Nardò, Baroli, Binerbino ed altre città, commettendo tali crudeltà sopra d'esse e sopra gli abitanti, che peggio non avrebbono fatto i Turchi e Saraceni nemici di Cristo. Tentò indarno coll'assedio Brindisi, che fu bravamente difeso. Ma con felicità occupò le terre di Alessandro conte di Matera, il quale si salvò colla fuga in Dalmazia. Goffredo conte di Andria fatto prigione, fu inviato in Sicilia a far penitenza di sua fellonia. Non fu più propizia la sorte a Tancredi di Conversano, che si accinse alla difesa di Montepiloso. Assediata quella terra da Ruggieri, benchè forte di sito e guernita di coraggiosi difensori, pure dovette cedere alla forza ed industria d'esso Ruggieri, che condannò alle prigioni di Sicilia il conte caduto nelle sue mani. Con barbarie inaudita fece Ruggieri tagliare a pezzi tutti gli abitanti di quella terra, senza riguardo alcuno nè a donne nè a fanciulli. Si credette il popolo della città di Troia, allorchè intese incamminato il re alla lor volta, di placarlo; e però gli uscirono incontro con una divota processione e colle reliquie de' santi. Ma l'inumano re con occhi torvi guatata la misera genie, non volle ascoltarla, di maniera che chi qua e chi là presero la fuga. Fece egli mettere ne' ferri molti di quei cittadini, e dare il fuoco alle lor case e beni. Un egual trattamento provò poscia la città di Melfi. Con questo rapido corso di vittorie e di crudeltà s'impadronì egli di Bisseglia, di Trani, d'Ascoli, di Santa Agata e di altre terre. Intanto il conte Rainolfo, temendo che il temporale andasse a scaricarsi sopra le sue contrade, ricorse a Sergio duca di Napoli, il quale avea parimente cangiato mantello; e da lui e dal popolo d'Aversa ottenne promessa di un gagliardo aiuto. Ma per allora cessò il bisogno, perchè il re Ruggieri nell'ottobre passò in Sicilia con molti navigli carichi d'oro e d'argento e d'altre spoglie delle misere terre ch'egli avea non conquistate, ma ridotte all'ultima rovina. Altro da soggiogare non gli restava, se non Roberto principe di Capoa, Rainolfo suo cognato conte d'Alife, e Sergio duca di Napoli. Secondo il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], passò nel dì 3 di dicembre dell'anno presente a miglior vita san Bernardo vescovo di Parma, la cui Vita, scritta da un autore contemporaneo, è passata fino a' nostri tempi. Sappiamo di certo ch'egli avea accompagnato a Roma nell'anno presente l'Augusto Lottario.
MCXXXIV
| Anno di | Cristo MCXXXIV. Indizione XII. |
| Innocenzo II papa 5. | |
| Lottario III re 10, imper. 2. |
Tenne in quest'anno nel dì 30 di maggio papa Innocenzo II un concilio [Labbe, Concil., tom. 10.] generale nella città di Pisa, eletta da lui per suo domicilio, finchè Dio provvedesse allo scisma di Anacleto. Sono periti gli atti di quell'insigne sacra adunanza, a cui concorsero i vescovi ed abbati, non solamente dell'Italia, ma anche della Francia e Germania. Fra gli altri v'intervenne san Bernardo abbate di Chiaravalle, gran luminare allora della Chiesa di Dio. Sappiamo che in esso concilio fu confermata la scomunica contro il suddetto antipapa e contro tutti i suoi aderenti e protettori [Cardinal. de Aragon., in Vit. Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Furono ivi deposti Pietro vescovo di Tortona, Uberto vescovo di Lucca, e i vescovi di Bergamo, Boiano ed Arezzo, forse perchè fautori dell'antipapa Anacleto. Osservò il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast.], che nel ritornare da questo concilio varii vescovi ed abbati franzesi, furono essi presi ed incarcerati nella Lunigiana e in Pontremoli. Ne parla Pietro abbate di Clugnì in una lettera a papa Innocenzo [Petrus Cluniacens., lib. 3, Epist. 27.]; ma senza specificare chi fosse l'autore di tale iniquità, cioè se i partigiani dell'antipapa, oppure alcun padrone di quelle terre. Dalle memorie accennate dal Fiorentini [Fiorent., Memor. di Matil., lib. 2, pag. 347.] abbiamo che nel 26 di novembre dell'anno 1131 si trovava nel distretto di Volterra Ramprettus divino munere Thusciae praeses et marchio. Questo suo diploma l'ho io divolgato altrove [Antiq. Italic., Dissert. XVII.]. Leggesi poi negli Annali pisani, all'anno 1135 pisano, cioè nel 1134 nostro volgare, che [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] III kalendas junii Pisis est celebratum concilium per papam Innocentium, et alios praelatos. In quo concilio Ingilbertus de marchia Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis, et a Lucensibus ubique offensus, et victus apud Ficecchium in campo, Pisas cum lacrymis fugiens, a Pisanis vindicatus est. Chi desse l'investitura della Toscana a questo Ingelberto, non apparisce. Potrebbe credersi che il papa colle pretensioni dell'eredità della contessa Matilda, la desse. Ma questi non potea conferire ad altrui le provincie dell'imperio escluse dall'eredità d'essa Matilda. E se egli le avesse pretese come allodio, già abbiamo veduto che ne aveva investito Arrigo duca di Baviera. All'anno 1137 si scorgerà che l'imperadore mandò soccorso allo stesso Ingelberto; e però dovea questi essere suo vassallo per la Toscana. Ma non volendo i Lucchesi che loro comandasse, quindi nacque la guerra contra di questo marchese. Non è facile a me il determinare se in questo, oppure nel precedente anno fosse dai Milanesi rigettato e deposto Anselmo arcivescovo di Milano, dianzi scomunicato, per aver coronato re d'Italia Corrado. Ne era anche provenuto gran danno alla chiesa di Milano, come attesta san Bernardo in una sua lettera ai Milanesi [Bernardus, Epist. 131.]; perchè papa Innocenzo II l'avea spogliata della dignità di metropoli ecclesiastica, e a lei sottratti i suoi suffraganei, e fra gli altri costituito arcivescovo il già vescovo di Genova sottoposto a Milano. Nega il padre Pagi questo fatto; ma paiono assai chiare le parole di san Bernardo al popolo milanese, dove dice: Quid contulit tibi vetus tua rebellio? Agnosce potius, in qua potestate, gloria, et honore suffraganeorum tuorum tamdiu privata exstitisti, con quel che segue. Non era forestiera in questi tempi una tal pena, e l'abbiam anche veduta usata contro la chiesa di Ravenna. Racconta Landolfo da San Paolo [Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 41.] che i Milanesi, clero e popolo, si sollevarono contra d'esso Anselmo, oramai pentiti d'aver favorito l'antipapa Anacleto e lo spurio re Corrado. Però si arrogarono l'autorità di dichiararlo decaduto, in guisa che egli fu costretto a ritirarsi nelle castella della chiesa milanese. Fu poi confermata, ossia autenticata nel concilio di Pisa la deposizione d'Anselmo dal pontefice Innocenzo. Ma prima d'esso concilio aveano i Milanesi invitato alla loro città san Bernardo, la cui santità ed autorità facea in questi tempi gran rumore dappertutto, acciocchè colla sua presenza e destrezza mettesse fine allo scisma della loro città, e li riconciliasse con papa Innocenzo II e coll'imperadore Lottario. Se ne scusò il santo abbate allora, perchè chiamato a Pisa. Ma appena terminato quel concilio, il pontefice l'inviò colà con Guido, non già arcivescovo di Pisa, ma bensì cardinale di nascita Pisano, col vescovo d'Albano Matteo, personaggio di rare virtù, e con Goffredo vescovo di Sciartres [In Vit. S. Bernardi, lib. 2, cap. 2.]. La divozione con cui il popolo di Milano venne all'incontro di quel celebre abbate, fu incredibile. Il riceverono come angelo di Dio, baciandogli i piedi, e pelandogli il mantello, con dispiacere nondimeno della sua profonda umiltà. Colla mediazione di questi legati apostolici e di san Bernardo abiurò tutto quel popolo non meno l'antipapa che il re Corrado, sottomettendosi al vero papa e all'Augusto Lottario. E perciocchè era vacante per le addotte cagioni la chiesa ambrosiana, universale fu il desiderio di quel popolo per ottenere in loro arcivescovo il santo abbate di Chiaravalle, per la cui intercessione succederono allora molte miracolose guarigioni in Milano. Corsero in folla alla chiesa di san Lorenzo, nella cui canonica era egli alloggiato, richiedendolo per loro pastore; ma il buon santo, che teneva sotto i piedi tutte le grandezze umane, nel dì seguente colla fuga deluse tutte le loro speranze. Altrettanto avea fatto a Genova. Allora fu che alcuni suoi discepoli restati in Milano si accinsero colla raccolta delle limosine a fondare il monistero de' Cisterciensi di Chiaravalle fuori di Milano. Andò poscia san Bernardo a Pavia, e quindi a Cremona, per troncare il corso alla guerra, che quei popoli tuttavia manteneano contra di Milano. Pare che i Pavesi si quetassero alle vigorose insinuazioni di lui, ma non già i Cremonesi, tuttochè vedessero ritornata all'ubbidienza de' varii suoi superiori la città di Milano, come si raccoglie da una lettera d'esso san Bernardo a papa Innocenzo [Bernardus, Epist. 314.].
Tornò sul principio di quest'anno Roberto II principe di Capoa a Pisa, per sollecitare i soccorsi a lui promessi [Falco Beneventanus, in Chron.], e sul fine di febbraio comparve in Capoa, menando seco due de' consoli pisani, e circa mille soldati levati da quella città. Sergio duca di Napoli e Rainolfo conte di Alife approvarono il trattato da lui fatto in Pisa [Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 54.], e somministrarono il danaro occorrente per accelerar la venuta della flotta pisana. Intanto eccoti arrivare a Salerno il re Ruggieri con circa sessanta galee, ch'egli immediatamente spedì contra di Napoli. Ma ritrovarono quel popolo che non dormiva, ed accorse valorosamente alla difesa. Però, dopo aver dato il sacco ad alcune castella di que' contorni, se ne ritornarono a Salerno. Quivi raunata una poderosa armata di Siciliani e Pugliesi, e spintala addosso al castello di Prata, tuttochè fosse luogo forte, quasi in un momento se ne impadronì, e lo diede alle fiamme. Nello stesso primo giorno sottomise Altacoda, la Grotta e Summonte: il che sparse il terrore fra i Beneventani, Capoani e Napoletani suoi avversarii. Inoltratosi poi verso il principato di Capoa, prese Palma e Sarno. Intanto il conte Rainolfo animò tutti i suoi aderenti, ed uscì in campagna collo esercito suo per fermare i progressi di Ruggieri. Ma questi, dopo aver munite le rive del fiume Sarno di cavalieri e d'arcieri, per impedire al conte il passaggio, andò a mettere l'assedio a Nocera, città forte del principato di Capoa. V'era dentro Ruggieri da Surriento con buona guarnigione, animoso guerriero, e risoluto di ben difenderla; ma per tradimento d'alcuni gli convenne depor l'armi e rendersi. Passò di là il re Ruggieri contra le terre del conte Rainolfo, e ne conquistò alcune: il che veduto dal conte, per consiglio de' suoi, mandò a trattar di pace. Ruggieri diede allora luogo alla collera contra del cognato, e purchè egli si sottomettesse, accettò la proposizione di restituirgli la moglie e il figliuolo. Presentossi dunque il conte al re, e inginocchiatosi volle baciargli i piedi. Nol consentì Ruggieri, e baciatolo in volto, pacificossi con lui, e ne ricevette il giuramento di fedeltà. Trattò in tale occasione Rainolfo anche della pace con Roberto principe di Capoa; e il re s'indusse a concederla, purchè Roberto prima della metà del mese d'agosto si riconoscesse suo vassallo, e cedesse le terre perdute. Era in questo mentre ito a Pisa Roberto, per implorare il promesso soccorso da papa Innocenzo e dai Pisani. Passato quel termine, il re, veggendo non essere accettata l'esibita pace, s'impossessò di Castello a Mare, e di altre terre d'Ugo conte di Boiano. Andò al monistero di Telesa [Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 65.], dove fu ben accolto da Alessandro abbate, scrittore poi dei fatti del re medesimo; e di là s'inviò alla volta della nobilissima città di Capoa. Niuna difesa volle far quel popolo, con attendere solo a placarlo; e però uscito in processione, con grande onore l'accolse, e con inni e lodi il condusse alla chiesa maggiore e gli giurò fedeltà. Si accigneva appresso il re Ruggieri, dopo essersi impadronito di Aversa e del resto del principato capoano, a passar contra di Napoli; ma Sergio duca di quell'inclita città, giudicando meglio di non aspettar la tempesta, venne in persona a rendersi, cioè a sottoporsi come vassallo alla di lui sovranità. Altrettanto fecero quei della casa di Borello. Presentossi anche Ruggieri sotto Benevento, con obbligar quel popolo a prestargli giuramento di fedeltà, salvo nondimeno l'omaggio dovuto al papa. Però non fu pigro l'antipapa Anacleto a volar colà, e a ripigliarne il possesso, con far poscia demolir le case d'alcuni di que' cittadini che non erano in sua grazia. Così in breve tempo ridusse il re Ruggieri sotto il suo dominio quel vasto e fioritissimo paese. Dopo di che pieno di gloria se ne tornò a Salerno, e di là in Sicilia. Roberto principe di Capoa restò in Pisa presso papa Innocenzo, aspettando amendue con pazienza migliori venti dal settentrione, cioè dall'imperadore Lottario. Scrive Landolfo da san Paolo [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 42.] che in quest'anno il principe Corrado, cioè lo stesso che dai Milanesi avea conseguita la corona del regno d'Italia, altiori consilio potitus, imperatoris Lotharii vexillifer est factus, cioè si era riconciliato coll'imperadore. Ma raccontando altri scrittori, che questa pace solamente seguì nell'anno prossimo venturo, o Landolfo anticipò il tempo, oppure s'incominciò in quest'anno il trattato della concordia, e poi si compiè nel seguente. Fino a questi tempi menò i suoi giorni Folco marchese d'Este, figliuolo del celebre marchese Azzo II, e progenitore della linea de' marchesi di Este, che fiorisce tuttavia nei duchi di Modena. Ciò apparisce da uno strumento di cession di beni da lui fatta al monistero di san Salvatore della Fratta [Antichità Estensi, P. I, cap. 32.]. Quanto di vita gli restasse dipoi, non so dire. Ben so, ch'egli giunto al fine dei suoi giorni, lasciò dopo sè quattro figliuoli, cioè Bonifazio, Folco II, Alberto ed Obizo, e fors'anche il quinto, chiamato Azzo. Portarono tutti il titolo di marchesi, siccome costa dai loro strumenti, e signoreggiarono in Este, Rovigo e nelle altre antiche terre della casa di Este.
MCXXXV
| Anno di | Cristo MCXXXV. Indizione XIII. |
| Innocenzo II papa 6. | |
| Lottario III re 11, imper. 3. |