Quanto le conquiste e vittorie rendeano più orgoglioso il re Ruggieri, altrettanto affliggevano il buon pontefice Innocenzo II, dimorante in Pisa, che sempre più mirava allontanarsi la speranza di rientrare in possesso della città di Roma. Seco ancora si trovava Roberto principe di Capoa dopo la perdita del suo principato [Annalista Saxo.]. Però frequenti lettere esso papa andava scrivendo all'imperador Lottario, per muoverlo a soccorrere la Chiesa di Dio, e a reprimere il re Ruggieri nemico dell'imperio. Assicurò in quest'anno l'Augusto suddetto i suoi propri interessi in Germania col dare la pace a varii suoi nemici e ribelli. I più potenti ed ostinati erano finora stati Federigo duca di Suevia e Corrado suo fratello. Fin l'anno precedente Arrigo duca di Baviera e Sassonia, genero dell'imperadore, dopo aver sostenuta con vigore negli anni addietro la guerra contro i due suddetti fratelli, avea tolta loro la città d'Ulma: colpo che sbalordì forte il duca Federigo, di modo che, mentre la imperadrice Richenza si trovava nella badia di Fulda, egli co' piedi nudi comparve alla di lei presenza, per implorar la grazia dell'Augusto suo consorte. Fu accettata la di lui umiliazione, e l'imperadrice dopo averlo fatto assolvere dalla scomunica per mezzo del legato apostolico che si trovava presso di lei [Abbas Urspergensis, in Chron.], trattò dipoi una piena concordia, a cui ebbe parte anche san Bernardo, che in questi tempi, mercè della sua santità ed eloquenza, era il mediatore di tutti i grandi affari. In quest'anno adunque nel dì 17 di marzo tenne l'Augusto Lottario una solenne dieta di quasi tutti i principi della Germania in Bamberga. Colà arrivò anche il duca Federigo, e gittandosi ai piedi dell'imperadore, umilmente il supplicò della sua grazia, che non gli fu negata, con impegnarsi di accompagnare l'imperadore nella spedizion d'Italia, già risoluta per l'anno seguente. Oltre ai legati del papa, che il sollecitavano a venire, mandò ancora Giovanni Comneno imperador de' Greci i suoi al medesimo Lottario con ricchi presenti, per confermar la pace ed amicizia fra l'uno e l'altro imperio, ed anche per muoverlo contra del re Ruggieri, il cui ingrandimento recava già non lieve gelosia ai Greci stessi. Diede udienza Lottario a questi ambasciatori nella festa dell'Assunzione della Vergine in Mersburg, e li rimandò ben regalati e contenti. Poscia dopo la festa di san Michele di settembre, trovandosi esso imperadore in Mulausen, colà venne Corrado fratello del suddetto duca Federigo, tutto umiliato, ed avendo ottenuta l'assoluzion della scomunica da Corrado arcivescovo di Maddeburgo, fu ammesso all'udienza dell'imperadore, a' cui piedi espresse il suo pentimento per la già usurpata corona d'Italia, ed implorò il perdono di tutti i suoi falli, che l'ottimo Augusto buona volontà gli concedette. Nella festa poi del Natale chiamò Lottario alla città di Spira tutti i principi, e con essi concertò la spedizion d'Italia, tanto sospirata dal romano pontefice. Altre novità succederono in quest'anno in Italia. Dopo il suo ritorno in Sicilia gravemente infermatosi il re Ruggieri, fece temer di sua vita [Alexander Telesinus, lib. 3, cap. 1.]. Non s'era egli per anche ben riavuto dal male, che la regina Alberia sua moglie fu sorpresa da più gagliarda malattia, che la portò all'altra vita; principessa per la sua religione e per le sue tante limosine di memoria benedetta fra i Siciliani. Tal malinconia ed afflizione per questa perdita assalì il re consorte, che serratosi in camera, come inconsolabile, per più giorni non si lasciò vedere se non da' suoi più intimi familiari. Come suol accadere in simili casi, cominciò a prendere piede, e a volar dappertutto la fama che Ruggieri più non fosse vivo, e che per politica si occultasse la morte sua.
Pertanto pervenuta questa voce a Pisa, Roberto principe di Capoa affrettò il soccorso promesso a lui da' Pisani, e con circa otto mila combattenti e con venti navi di quel popolo [Falco Beneventanus, in Chron.] si portò nell'aprile di quest'anno a Napoli, dove sì egli che il duca Sergio alzarono bandiera contra del creduto defunto Ruggieri. Altrettanto fece ancora il conte Rainolfo, figurandosi anch'egli di poter così operare a mano salva, perchè persuaso della morte del sovrano a cui aveva giurata fedeltà. Allora fu che il popolo di Aversa, tuttochè non mancasse chi asseriva molto ben vivo il re, ribellatosi, richiamò l'antico suo principe Roberto. Volevano i Pisani marciare di là addosso a Capoa, sperandone la conquista; ma furono ritenuti da chi sapea esservi un buon presidio, comandato da Guarino, consiglier di Ruggieri, uomo accorto, il quale mandò legata a Salerno la gente più sospetta di quella città, ed uscì ancora in campagna contra dei nemici, portandosi al fiume Chiano. Il non veder comparire alcuno dalla Sicilia, accresceva ogni dì più la credenza della morte del re: quand'ecco arrivare esso re a Salerno nel dì 5 di giugno, e dar subito gli ordini per unir tutte le sue forze. La prima sua impresa fu contro la città di Aversa, da cui essendo fuggita buona parte di que' cittadini per paura a Napoli, non credendosi ivi sicuro il conte Rainolfo, anche egli tenne la medesima via. Restò la dianzi opulenta città alla discrezion di Ruggieri, che, dopo averla abbandonata al sacco, la fece dare alle fiamme. Devastò poscia tutti i contorni di Napoli; e Guarino suo cancelliere inviato contro le terre del suddetto conte, s'impadronì dell'amena città di Alife e di sant'Angelo. Perchè Caiazzo e Sant'Agata fecero resistenza, passò lo stesso Ruggieri all'assedio di esse, e le costrinse alla resa. Di là tornò ad infestar Napoli; ma conoscendo troppo difficile la conquista di quella forte città, se ne ritirò, comandando solamente che si rifabbricasse Cucolo ed Aversa, per ristrignere ed infestare coi loro presidii i Napoletani. Alle calde istanze di Roberto principe di Capoa, e, come si può credere, anche di papa Innocenzo, spedirono i Pisani in questo anno altre venti navi con gente guerriera a Napoli per opporsi agli attentati del re Ruggieri. Trovavasi allora la città di Amalfi senza milizia, perchè impegnati gli abili all'armi dal re parte per mare e parte in terra contra de' suoi nemici. Animaronsi perciò i Pisani ad assalire una mattina quella città, e l'assalirla e il prenderla fu lo stesso. Andò tutta a sacco quella ricchissima città; innumerabile e prezioso fu il bottino che vi fecero e ne asportarono alle lor navi i Pisani. In questa congiuntura, vecchia tradizione fra i Pisani è stata che i lor maggiori, trovato in Amalfi l'antichissimo e rinomato codice delle Pandette pisane, lo portassero colle altre spoglie a Pisa, da dove poi per le disgrazie di quella repubblica passò a Firenze. V'ha uno scrittore del secolo quartodecimo, da me dato alla luce, che lo accenna. Se possa l'asserzion sua bastare, s'è disputato fra due valenti letterati in questi ultimi tempi: intorno a che nulla io oserei di decidere. Ben so che nell'anno presente 1135, chiamato da' Pisani secondo il loro stile 1136, toccò ad Amalfi la disavventura suddetta. Poscia i Pisani fecero lo stesso giuoco [Alexander Telesinus, lib. 3, cap. 20.] alla Scala, a Revello e ad altri piccioli luoghi. Ma saputosi dal re Ruggieri il guasto dato dall'armi pisane, da Aversa accorse colà colla sua armata, e trovati i Pisani all'assedio della Fratta, diede loro una considerabile spelazzata con ucciderne o farne prigioni circa mille e cinquecento. Fra i prigioni si contarono due de' consoli pisani, e il terzo vi lasciò la vita. Se ne tornarono i restanti alla lor patria colle navi cariche di spoglie, e con esso loro andò ancora il principe Roberto. Ruggieri, dopo essere tornato ai danni dei Napoletani, e fatto tagliar loro gli alberi portanti le viti, andò a Benevento, dove colla bandiera investì del principato di Capoa Anfuso suo terzogenito (nome che è lo stesso che Alfonso), e dichiarò conte di Matera Adamo suo genero. Disposti poi gli affari della Puglia, e creati nel dì del santo Natale cavalieri Ruggieri duca suo primogenito, e Tancredi principe di Bari suo secondogenito, se ne andò dipoi in Sicilia. Per quanto crede il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Hist. Landulfi junior.], nel dì 29 di luglio dell'anno presente eletto fu arcivescovo di Milano Robaldo ossia Roboaldo vescovo d'Alba, il quale fu detto che accettasse l'elezione con patto di ritener il primiero suo vescovato [Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 42.]. E circa questi tempi uscirono i Milanesi in campagna contra de' Cremonesi, ma con poca fortuna, perchè furono fatti prigioni cento trenta de' loro soldati a cavallo. Apparisce ancora da una lettera di san Bernardo [S. Bernard., Epist. 131.] che anche i Piacentini ebbero nelle lor prigioni altri Milanesi. Accadde circa questi tempi che il deposto arcivescovo Anselmo, colla speranza di aver soccorso dall'antipapa Anacleto, si mosse per Po alla volta di Roma. Nelle vicinanze di Ferrara fu preso da Goizo de Martinengo, e inviato prigione a Roma nel mese d'agosto. Quivi l'infelice consegnato a Pietro Latrone ministro del papa, nello stesso mese finì i suoi giorni, senza sapersi se di morte naturale. Come poi si arrischiasse il papa a trasmettere un prigione di tanta conseguenza a Roma, dove comandava l'antipapa, non si può intendere, se non supponendo che anche il partito d'esso pontefice ritenesse tuttavia assai vigore e delle fortezze in quella città.
MCXXXVI
| Anno di | Cristo MCXXXVI. Indizione XIV. |
| Innocenzo II papa 7. | |
| Lottario III re 12, imper. 4. |
Puossi ben credere che se non era amareggiato, era almeno bisognoso di molta pazienza il cuore del pontefice Innocenzo II, al veder crescere ogni dì più le prosperità del re nemico Ruggieri, e non mai muoversi dai suoi paesi l'imperadore Lottario per venire al soccorso d'esso papa e dei suoi alleati. Però sul principio del presente anno spedì allo stesso Augusto per suo legato Gherardo cardinale [Falco Beneventanus, in Chron.] con Roberto principe di Capoa e Riccardo fratello del conte Rainolfo, a ricordargli vivamente il bisogno e le promesse di lui. Lottario benignamente gli accolse, li regalò, e li rimandò in Italia con sicurezza che in questo anno egli sarebbe calato con formidabile esercito in Italia. Anche Sergio duca di Napoli passò per mare a Pisa, affine d'implorare al suo pericoloso stato gagliardi soccorsi dal papa e dal popolo pisano. Quante buone parole e promesse egli volle, facilmente ottenne, ma nulla di fatti. Qualche segreto emissario dovea avere il re Ruggieri in quella città, che con regali distornò l'affare: laonde convenne al duca tornarsene, ma assai mal contento, a Napoli, città che già penuriava di viveri, non potendone ricevere nè per terra nè per mare, perchè tutti i contorni e il mare stesso erano infestati dalle genti e dalle galee di Ruggieri. Tuttavia Sergio ebbe maniera di arrivare colà con cinque navi cariche di vettovaglia: il che fu di gran conforto a quel popolo. Ma più si animarono essi coll'avere il duca portata la sicurezza che in quest'anno comparirebbe in Italia l'imperadore Lottario con gran potenza, e verrebbe a liberarli dal tiranno Ruggieri. Quali imprese facesse in quest'anno esso Ruggieri, non è giunto a nostra notizia, perchè la storia di Alessandro abbate di Telesa termina col fine dell'anno precedente; e Falcone altro non scrive, se non che crebbe a tal segno la fame nella città di Napoli, che molti fanciulli, giovani e vecchi cadeano morti per le piazze. Contuttociò era disposto quel popolo a soccombere piuttosto alla morte che di andar sotto il dominio dell'odiatissimo re Ruggieri. Nè Sergio duca mancava dal suo canto di rinvigorirli con far loro conoscere imminente l'arrivo dell'imperadore, colle cui forze si sarebbono liberati da quelle angustie. Tuttavia Falcone non dice una parola, che Ruggieri fosse in persona al blocco di Napoli. Tenne in quest'anno l'Augusto Lottario nella festa dell'Assunzione della Vergine una dieta generale in Wirtzburg [Annal. Saxo. Annal. Hildesh. Abbas Ursperg., in Chron.], terminata la quale, si mise in marcia con un potente esercito alla volta dell'Italia. Seco erano gli arcivescovi di Colonia, Treveri e Maddeburgo, con assai altri vescovi ed abbati, Arrigo duca di Baviera e Sassonia, e genero di esso Augusto Corrado duca, dianzi efimero re d'Italia, ed altri non pochi principi e baroni. Presso alla città di Trento ritrovò i ponti rotti, e chi s'opponeva al suo passaggio. Presto se ne sbrigò; ed arrivato alla Chiesa dell'Adige, quivi ancora gli fu contrastato il passo; ma colla morte degli abitanti e del loro signore si fece largo, ed arrivò a Verona, dove fu con grande onore accolto. Andò poscia ad accamparsi presso il fiume Mincio, ed essendo comparsi colà in folla i Lombardi, tenne ivi una magnifica corte nella festa di san Maurizio, cioè nel dì 22 di settembre; e però non è da credere, come si figurò il padre Pagi, ch'egli nell'agosto fosse giunto al castello di san Bassano: e molto meno ch'egli fosse nell'aprile dell'anno precedente in Piacenza, come ha un privilegio pubblicato dal Campi [Campi, Istor. di Piac., tom. 1 nell'Append.], dato alla famiglia de' Bracciforti: documento anche per altre ragioni apocrifo ed insussistente. In tal congiuntura il vescovo di Mantova, che in addietro non s'era voluto sottomettere all'imperadore, fu necessitato ad umiliarsi e ad implorar la sua grazia. Guastalla, chiamata dall'Annalista Sassone oppidum munitissimum Warstal, d'ordine d'esso Augusto (non ne sappiamo il perchè), fu assalita e presa, e posto dipoi l'assedio all'alta sua rocca. Tale era anche allora il costume degl'italiani, e specialmente del re Ruggieri, di fabbricare simili rocche, fortezze, castelli e gironi nelle città, per tenere in freno i cittadini, ed aver un luogo sicuro contra de' nemici. Dubbio nondimeno mi è rimasto, se ivi veramente si parli di Guastalla, perchè sembra parlarsi di luogo posto alla collina, e non al piano, come Guastalla. Nella stessa maniera fu anche presa la città di Garda nel lago Benaco, ossia di Verona: de' quali due luoghi l'imperadore infeudò il suo genero, cioè il duca Arrigo. Ho io dato alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 29.] uno strumento difettoso nelle note cronologiche, e che appartiene, forse con errore, all'anno presente, in cui si vede fatta donazione del castello di Cavallilo, posto nel Veronese, al monistero delle Carceri di Este da esso Arrigo duca di Sassonia. Lo strumento è fatto in Este, e il duca dice: Cum ad nostrum dominium spectent multa oppida, castra, atque rura sita in marchia trivisana, et ea, quae in districtu veronensi habemus, ec. Può essere che ad un altro anno, e forse al duca Arrigo Leone appartenga quel documento. Ma comunque sia, di qui ancora risulta il dominio che la linea estense di Germania, cioè dei duchi di Sassonia e Baviera, tuttavia riteneva in Italia sopra la sua parte dell'eredità del marchese Alberto Azzo II progenitore anche dell'altra linea de' marchesi di Este.
Si trovò Cremona ribellante all'imperadore; e pure i Cremonesi erano stati fin qui nemici di Corrado innalzato dai Milanesi, e contrarii all'antipapa. Si sa, che avendo loro ordinato l'imperadore di rilasciar i prigioni milanesi, nol vollero ubbidire, nè consentirono alle proposizioni di pace. Ottone Frisingense scrive [Otto Frisingensis, lib. 7, cap. 19.], che dibattuta la controversia de' Milanesi coi Cremonesi, fu data ragione ai primi, e messi gli altri al bando dell'imperio. La disputa era per Crema. Perchè Lottario, in passando pel territorio loro, permise il sacco dei loro poderi e il taglio alle loro vigne. Casalam, item Cincellam oppugnavit, cepit, et destruxit, interfectis, et captis pluribus. Qui si parla di Casal Maggiore; ma qual luogo sia Cincella nol so dire. Arrivato poscia l'imperadore a Roncaglia sul Piacentino, bellissima e larga pianura, quivi per molti giorni si riposò, ed alzò tribunale con rendere a tutti giustizia. Vennero colà ben quaranta mila Milanesi ad inchinarlo con somma allegrezza, e in ubbidienza di lui, castrum munitissimum Samassan oppugnantes, ejus tamdem adjutorio ceperunt. Sono scorretti presso l'Annalista Sassone varii nomi di luoghi e di persone italiane. In vece di Samassan credo io che s'abbia a leggere Soncinum, che veramente fu preso con san Bassano, come si ha da Landolfo da san Paolo [Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 45.]. Andò poscia Lottario a mettere il campo nei borghi di Pavia, città che al pari della collegata Cremona nol volle ricevere, anzi gli mandò alcune risposte ingiuriose. Male per quel popolo, perchè prevalendosi dell'occasione i Milanesi, acerbi loro nemici, talmente si diedero all'ingegno, che misero il piede in quella città. Già s'era dato principio agli incendii e alle stragi; ma usciti in processione i cherici e monaci, corsero, chiedendo misericordia, ai piedi dell'imperadore, il quale siccome principe clementissimo loro perdonò, e fece desistere i Milanesi dalle offese. Ma perciocchè nel dì seguente restò ucciso un conte tedesco che insolentemente volea rompere una porta dalla città: fu in armi tutto il campo contra de' Pavesi, minacciando la morte a tutti; ma questi, mostrata la loro innocenza, ottennero il perdono, con restar nondimeno condannati a pagar venti mila talenti. Così dall'Annalista Sassone [Annalista Saxo.] narrati ci vengono questi fatti. Ma Landolfo da san Paolo, scrittore di maggior credito in questo, racconta [Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 45.] che Lottario venne a Lardirago sul fiume Olona in vicinanza di Pavia. Usciti in armi i Pavesi, furono rispinti fin sotto le mura dal principe Corrado, e molti ne restarono prigioni. Allora i Pavesi vennero a' piedi dell'imperadore, e dopo aver liberati i prigioni milanesi, ottennero anch'essi la libertà de' suoi. Trovaronsi ancora ribelli all'Augusto Lottario Vercelli, Torino e Gamondo (non so se nome sicuro), e però coll'esercito passò egli colà, e colla forza mise al dovere quelle città, e lo stesso fece con Castello Pandolfo. Post haec ingressus est terram Hamadan principis suae majestati contradicentis, quem destructis innumeris urbibus et locis munitis subjici sibi compulit. Questo principe Hamadan ha gran ciera d'essere Amedeo conte di Morienna, progenitore della real casa di Savoia, che possedeva molti Stati in Italia, ed è chiamato zio del re di Francia da Pietro Cluniacense. Dagli scrittori del Piemonte non è stata conosciuta questa particolarità.
Venne poscia Lottario a Piacenza, anche essa collegata co' Cremonesi e Pavesi, e la espugnò. Da' Parmigiani fu accolto con grande onore, e loro in ricompensa concedette un castello e presidio contra de' Cremonesi loro nemici. Nè si dee lasciar sotto silenzio, che mentre questo imperadore sul principio di novembre tenne la sua magnifica dieta in Roncaglia, pubblicò una legge intorno ai feudi, che si truova fra le longobardiche [Leg. Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] e nel Codice de Feudis. Abbiamo ancora dal Dandolo [Dandul, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], che trovandosi egli in Correggio Verde sul Parmigiano, confermò i patti e privilegii a Pietro Polano doge di Venezia. Se vogliamo riposar sulla fede di Buonincontro Morigia [Morigia, Annal. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.] e di Galvano Fiamma [Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Ital.], scrittori del quartodecimo secolo, l'Augusto Lottario in quest'anno Mediolanum venit, ubi ab Anselmo de Pusterla archiepiscopo mediolanensi primo in Modoetia, secundo in Mediolano coronatus fuit. Postea per Innocentium secundum in Roma coronatus fuit in ecclesia lateranensi. Zoppica di troppo questo racconto. Non era più arcivescovo, anzi neppur vivo in questi tempi Anselmo. E già vedemmo Lottario coronato imperadore in Roma nell'anno 1133. Che se quegli storici si sono intesi dell'anno stesso 1133, allora passava discordia fra esso imperadore e i Milanesi, ed Anselmo arcivescovo era legato dalla scomunica. Verisimil cosa nondimeno sarebbe, che trovandosi Lottario sì vicino a Milano, e così ben ristabilita l'armonia fra lui e quel popolo, si facesse coronare colla corona ferrea del regno d'Italia. Ma nulla dicendo di così importante funzione Landolfo da san Paolo, scrittore presente ai fatti d'allora, non si può far fondamento sull'asserzione de' suddetti storici posteriori, siccome lontani dal medesimo Landolfo [Landulfus junior., Hist. Mediol., cap. 45.], che probabilmente in quest'anno, e prima che calasse in Italia Lottario, seguì un fatto d'armi fra i Milanesi e Pavesi colla sconfitta de' primi. Vexilla Mediolanensium, et eorum agmina capta aut fugata a Papiensibus velut mitissima ovium pecora. Portossi dipoi l'arcivescovo Robaldo a Pisa, dove giurò fedeltà a papa Innocenzo: risoluzione che dispiacque non poco al popolo milanese, quasichè cotale umiliazione sminuisse la dignità e libertà della lor chiesa. Pare nondimeno, secondo l'opinione del Puricelli [Paricellius, Monument. Basil. Ambrosian., num. 376.], che Robaldo sostenesse il suo punto in non volere ricever dalla mano del papa il pallio archiepiscopale, con esigere che gli fosse inviato a Milano, come per tanti secoli s'era praticato in addietro. A questa opinione dà qualche fondamento san Bernardo nella lettera CXXXI; se non che si crede essa scritta nel precedente anno 1135, e però converrebbe rapportare anche l'andata a Pisa di Robaldo a quell'anno. Certo è che questo arcivescovo, allorchè l'imperador Lottario fu in Roncaglia, si portò co' suoi suffraganei a fargli la corte; e che per ordine d'esso Augusto fulminò la scomunica contra de' Cremonesi, ostinati in non voler rendere i prigioni milanesi: scomunica nondimeno non approvata da papa Innocenzo II, il quale in quest'anno, oppure nel seguente, ne mandò l'assoluzione a quel popolo.