E i ragazzi l'andavano cantando per le strade. Il papa, in vece di sprezzare, come fanno i principi di animo grande, questi latrati plebei, o di cercarne provvedimento proprio, talmente se ne indispettì, che fin d'allora determinò di mutare stanza; e per quanto gli fosse poi detto, non si potè tenere. Adunque nel dì 9 di settembre [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.] si partì di Firenze con grande onore, e nel dì 20 fu in Siena. Di là passò a Viterbo, e giunse nel dì 28 a Roma, dove nel dì 30 fece magnificamente la sua entrata con plauso di tutto il popolo romano.
MCCCCXXI
| Anno di | Cristo mccccxxi. Indiz. XIV. |
| Martino V papa 5. | |
| Sigismondo re de' Romani 12. |
Gran copia di aderenti avea Lodovico III duca d'Angiò nel regno di Napoli [Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.]. Spezialmente prevaleva la sua autorità nella Calabria, dove pendevano dai suoi cenni le città di Cosenza, Bisignano, Rossano, Santa Severina, San Marco, Crotone, Policastro ed altre terre, al governo delle quali inviò Francesco figliuolo di Sforza. Non erano molte le forze della regina Giovanna e del re Alfonso per resistere a questo avversario, sostenuto dal papa e dall'invitto Sforza. E quand'anche avessero potuto resistere, ne mancavano loro per cacciarlo fuori del regno. Durante dunque il verno fra le maniere di fortificare la lor fazione, fu creduta la migliore e più spedita di chiamare in loro aiuto Braccio, la cui riputazion nel mestier delle armi era celebre in questi tempi per tutta l'Italia. Pertanto gli spedirono l'invito con ingorde promesse di ricompensa [Campanus, Vit. Brachii, tom. 18 Rer. Ital.]. Braccio, dopo aver fatto il ritroso per maggiormente avvantaggiar le sue cose, finalmente condiscese a condizione che la regina lo investisse e metesse in possesso della città di Capoa e del suo principato, boccone da principe; e che il creasse contestabile del regno [Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Tutto gli fu accordato; e dacchè egli ebbe spedita gente a prendere il possesso di Capoa, (benchè il Campano sembri credere ciò seguito più tardi) tutto allegro cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue genti, colle quali in fine si inviò in persona alla volta del regno di Napoli, avendo prima voluto sicurezza dalla regina di ducento mila fiorini d'oro per pagare le truppe. Essa parte ne fece sborsare, parte diede per mallevadori i mercatanti fiorentini [Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]. Mentre queste cose si trattavano, il re Alfonso, nel mese di febbraio diede una scorsa al suo regno di Sicilia, ch'egli non avea peranche veduto. Sbarcò a Palermo, e poscia andò visitando Messina e le altre città di quel fiorito regno: il che fatto, se ne tornò a Napoli per assistere alla regina contro gli sforzi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Entrò ancora nel regno colle sue forze il prode Braccio, e sulle prime s'impadronì di Solmona, di Sangro e d'altre terre. Poscia speditamente marciò ad Aversa per sorprender ivi, se potea, l'Angioino, sapendo che Sforza col meglio dei suoi era lungi di là. Ma non gli andò fatta. Sforza corse ad Aversa, ed, assicurata con buon presidio la città, rendè inutili i disegni dell'avversario. In questi tempi Jacopo Caldora, uno di quei baroni che avea prese l'armi contro la regina Giovanna, ed abbondava di coraggio e di soldatesche, allorchè Sforza si credeva di avere in lui il più fedel collegato, venne a scoprirsi di fede instabile, guadagnato da Braccio, con cui unì in fine le forze sue: colpo che sconcertò non poco gl'interessi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Braccio intanto col Caldora se n'andò a Napoli, e vi giunse nel punto che anche il re Alfonso con bella flotta e buon rinforzo d'armati nel dì 26 di giugno sbarcò in quel porto. Incredibile fu in Napoli l'allegrezza per la venuta di questi campioni, e favoritissimo fu l'accoglimento fatto a Braccio dalla regina e dal re.
Attendeva in questi tempi papa Martino V, già restituito a Roma, a dar sesto a quella città. Ma non sapeva egli digerire, che la regina Giovanna, senza farne consapevole il romano pontefice suo sovrano, non che senza chiederne il consenso, avesse adottato in figliuolo il re Alfonso, la cui mente e potenza già gli facea paura. Molto più si accese di sdegno allorchè vide Braccio suo vassallo impugnar le armi contra del duca d'Angiò da sè favorito, e cominciar la fabbrica di maggiore ingrandimento, che potea essere un dì troppo pregiudiziale agli Stati della Chiesa. In questi tempi venne il duca di Angiò a Roma, per rappresentare al papa lo stato assai dubbioso, se non anche pericoloso, de' suoi affari, e per chiedere aiuto. Gli diede il pontefice quel rinforzo che potè di denaro; ed ordinò a Tartaglia, che era al suo soldo, di andarsi ad unire a Sforza con cinquecento cavalli e qualche fanteria di sua condotta. Scrisse ancora un breve nel dì 29 di giugno [Raynaldus, Annal. Eccles.] ai signori sì ecclesiastici che secolari del regno di Napoli, comandando loro di non pagare alla regina i tributi, e di non ubbidire ai di lei ministri; ma non tralasciò intanto di procurare aggiustamento fra le parti [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. A questo fine inviò a Napoli nel settembre i cardinali di Sant'Angelo e del Fiesco, che trovarono l'osso troppo duro; e pare che se ne andassero senza aver nulla fatto. Il bello era che ne' medesimi tempi cominciò la regina a pentirsi di aver chiamato ed adottato il re Alfonso [Bonincontrus, Annal., tom. eod.], e per via di Bernardo Arcamone cominciò a trattar segretamente con Lodovico d'Angiò e Sforza: il che penetrato dal re Alfonso, gli diede un'incredibil gelosia. Per questa dubbietà di animi nulla di riguardevole succedette nel resto dell'anno fra le due nemiche armate, le quali, dopo varii movimenti, saccheggi e scaramuccie, si ridussero ai quartieri d'inverno. Si credeva ognuno di goder ivi la quiete [Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.], quando all'improvviso il re Alfonso e Braccio, per levarsi l'impaccio della Cerra, luogo già occupato da Sforza, otto miglia lungi da Napoli, vi andarono a mettere l'assedio, e cominciarono colle bombarde ed altre macchine a bersagliar quella terra. Accorsovi Sforza con cinquecento cavalli, vi spinse dentro Santoparente ed altri dei suoi bravi parenti Cotignolesi con ottanta cavalli, i quali fecero tal difesa, che, disperando il re di vincere la pugna, ascoltò volentieri proposizioni d'accordo. Per onor suo fu ritrovato il ripiego che gli assediati esponessero la bandiera del papa, per la cui riverenza il re mostrò di ritirarsi. Scrive bensì il Campano [Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.] che Cerra gli si rendè, ma verisimilmente in ciò egli prese abbaglio. Soggiornando intanto il duca d'Angiò e Sforza in Aversa, e trovandosi con esso loro Tartaglia, antico nemico, e poco fa divenuto amico di Sforza, insorsero sospetti di mala fede contro di lui, e che egli avesse tenuto intelligenza di un tradimento con Braccio. Se fossero veri o falsi cotali sospetti, nol saprei dire. Sappiamo di certo ch'egli fu preso, e posto ai tormenti, nei quali dicono che confessò il delitto; laonde gli fu tagliata la testa. Confessa il Campano che Braccio trattava male qualunque dei soldati di Sforza che restasse prigioniere; regalava all'incontro e rimandava quei di Tartaglia: stratagemma forse usato da lui per metterlo in diffidenza col duca d'Angiò e con Sforza, siccome infatti avvenne. Ma costò caro al duca, perchè la maggior parte de' soldati di Tartaglia, credendo ucciso a torto il lor condottiere, a poco a poco desertando, si andarono ad arrolare nel campo di Braccio.
Così andavano gli affari di Napoli; nel qual tempo Filippo Maria duca di Milano andava stendendo le ali. La prima sua impresa nell'anno presente fu contra di Pandolfo Malatesta signore di Brescia. Già molte castella di quel distretto erano in mano del duca, e il conte Carmagnola con oste poderosa si preparava a fare del resto. Però, trovandosi troppo inferiore di forze il Malatesta, e stando come bloccato e privo di vettovaglie, capitolò col duca la cessione di quella potente città [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.] per trentaquattro mila fiorini d'oro, che gli furono sborsati. Entrò in Brescia il vittorioso Carmagnola nel dì 16 di marzo, e Pandolfo colla testa bassa se ne tornò a casa sua. Aveano i maggiori del Visconte signoreggiata la città di Genova. A Filippo Maria premeva di non essere da meno; e però in quest'anno si diede più che mai a far pratiche per mettervi il piede; e soprattutto l'animavano all'impresa i fuorusciti che erano ricorsi a lui. Tra le speranze dategli da questi, e il trovarsi non pochi degli stessi abitanti in Genova o per malevolenza o per invidia contrarii al governo di Tommaso da Campofregoso, buona disposizione apparve per ottenere l'intento. Ordinato dunque un convenevol esercito sotto il comando del Carmagnola, venuta la state [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], lo spedì nel Genovesato, premessa la sfida contra del Campofregoso. Non tardò Albenga con altre terre a rendersi. Passò dipoi l'armata sotto Genova, e ne formò da ogni parte l'assedio; ed affinchè non le venisse soccorso per mare, condusse il duca al suo soldo sette galee di Catalani [Ammirato, Istoria Fiorentina, lib. 18.]. Il Campofregoso, che per l'imminente bisogno nel dì 27 di giugno, col consenso de' Genovesi, avea venduto Livorno ai Fiorentini per cento mila fiorini d'oro, non omise diligenza per difendere il suo Stato. Armate ancora sette galee, comandate da Batista suo fratello, le spedì incontro ai Catalani. Ma venuti a battaglia questi legni, ne rimasero sconfitti i Genovesi, e prigione lo stesso Batista: colpo che mise la falce alla radice, e condusse Tommaso a trattar di composizione col Carmagnola, e per mezzo suo col duca. Non ebbe difficoltà il duca di lasciare al Campofregoso il dominio di Sarzana, purchè consegnasse Genova alle sue mani, perchè col tempo non mancano ragioni o pretesti ai conquistatori di ritorsi quello che per misericordia han lasciato sul principio. Promise ancora il duca a Tommaso trenta mila fiorini d'oro, e quindici mila a Spineta Campofregoso altro di lui fratello, acciocchè rendesse la città di Savona, di cui era in possesso. Così nel dì 2 di novembre il Campofregoso non senza lagrime uscì di Genova, e vi fece la sua entrata il conte Carmagnola, che ne prese il possesso a nome del duca, e rimise in casa tutti i fuorusciti e banditi. Di questo passo camminava la fortuna del duca di Milano. Men prosperosa non era quella de' Veneziani [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Essi in quest'anno ricuperarono Drivasto, Antivari, Dulcigno, e quasi tutto il resto dell'Albania. Presero ancora nel Friuli alcune poche castella che avevano resistito fin ora: nella qual congiuntura Filippo degli Arcelli Piacentino, valente lor generale, restò colpito da un verrettone, per cui diede fine ai suoi giorni. E perciocchè il papa fece nuove istanze in favore del patriarca d'Aquileia per la restituzione del Friuli, quel saggio senato rispose che lo renderebbe ogni qual volta fosse rimborsato delle spese della guerra, a cui erano stati forzati dall'inquieto patriarca. Ascendevano queste spese a milioni. Però si venne ad un accordo, per cui fu solamente lasciata allo stesso patriarca la città di Aquileia colle castella di San Daniello e di San Vito. Tutto il rimanente fu, ed è tuttavia, della repubblica veneta, con essere cessata tutta la potenza temporale del patriarca d'Aquileia, il quale in addietro, dopo il romano pontefice, era il più ricco prelato d'Italia.
MCCCCXXII
| Anno di | Cristo mccccxxii. Indiz. XV. |
| Martino V papa 6. | |
| Sigismondo re de' Romani 13. |