Anno di pace per l'Italia fu questo, e però niuno importante avvenimento viene somministrato alla storia. Veggendo il pontefice in gran declinazione gli affari del re Lodovico d'Angiò, e rincrescendogli ormai di gittar tanto danaro per voler sostenere un edifizio che da troppe parti minacciava rovina, prese il partito di trattare un accordo [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Pertanto di nuovo spedì a Napoli i due cardinali legati, se pure n'erano essi partiti, con istruzioni nuove, affinchè trovassero temperamento all'emulazione e guerra dei due re. Alfonso, oltre alla sua naturale accortezza, avea in mano di che far guerra al papa: cioè minacciava tuttodì di far risorgere il tuttavia vivente Pietro di Luna, già Benedetto XIII, condannato dal concilio di Costanza, e di farlo riconoscere di bel nuovo per papa nell'Aragona, Sardegna, Sicilia e regno di Napoli. Perciò fu d'uopo che papa Martino facesse il latino come volle Alfonso. Indusse dunque Lodovico d'Angiò nel mese di marzo a rimettere in mano de' legati Aversa e Castello-a-mare: luoghi che poi da lì a qualche tempo furono da essi cardinali consegnati alla regina Giovanna. Se ne tornò Lodovico a Roma senza danari, senza credito, a vivere, come potè, di ciò che il papa gli diede. Venuto l'aprile, il re Alfonso andò sotto Sorrento e Massa, e gli ebbe a patti, volendo che si rendessero a lui, e non alla regina: azione che alla medesima dispiacque non poco, cominciandosi a conoscere che il figliuolo adottivo s'istradava a far da padrone e ad occupar la signoria. Ma più se ne alterò il suo favorito, cioè Ser Gianni Caracciolo gran senescalco, il quale già mirava in aria il precipizio dalla sua autorità, qualora il re Alfonso crescesse nella potenza e nel comando. Il perchè tanto egli quanto la regina si diedero sotto mano a tirare nel loro partito Sforza Attendolo [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]; anzi persuasero al medesimo re che util cosa sarebbe il guadagnare questo insigne capitano, perchè tuttavia molti conti e baroni del regno tenevano la fazione angioina, alla quale, con levarle Sforza, si sarebbono tagliate le penne maestre [Cribell., Vita Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Vita Brachii, tom. eod.]. Braccio fu quegli che ebbe l'incombenza di trattarne, proponendo un colloquio con esso Sforza. In fatti, confidato Sforza nell'onoratezza di Braccio, animosamente l'andò nella state a trovar nel suo campo. Rinnovarono allora questi due valorosi emuli l'interrotta amicizia, e per due ore ebbero insieme una conferenza, in cui dicono che Braccio sinceramente rivelò all'altro le trame da lui fatte col conte Niccolò Orsino e con Tartaglia contra di lui. Quivi ancora fu conchiuso che Sforza fosse rimesso in grazia di Giovanni e d'Alfonso, cedendo loro l'importante luogo della Cerra. Ciò fatto, si restituì Braccio sollecitamente a Perugia, invogliato di sottoporre al suo impero Città di Castello, dove era invitato dai fuorusciti. Comparve d'avanti a quella città colle sue milizie, e giacchè i Fiorentini, suoi singolari amici, chiudevano gli occhi alle di lui conquiste, ne imprese l'assedio. Si sostennero que' cittadini finchè videro tutto preparato per un generale assalto, ed allora esposero bandiera bianca; e così Braccio n'entrò senza maggiore sforzo in possesso. Scrive il Buonincontro, ed è seco Leodrisio Crivello, che in tal congiuntura Braccio fece un'irruzione in quel di Norcia, e poi del Lucchese, ricavandone grandi somme d'oro. Ma, per conto del tempo, può essere che s'ingannino. Abbiamo già veduto appartenere agli anni addietro il danno da lui recato a que' due territorii. Intanto perchè la peste era entrata in Napoli, e la regina col re Alfonso ritiratasi a Gaeta, quivi soggiornava colla sua corte, Sforza si portò colà, e fu ben ricevuto sì da lei, come dal gran senescalco Caracciolo. Non così dal re Alfonso, che in questo prode uomo trovava un impedimento ai disegni della sua ambizione. Le apparenze dell'accoglimento fattogli da esso re furono belle, ma si stette poco a scoprire ch'egli il mirava di mal occhio; e però tanto più la regina e il Caracciolo si strinsero collo stesso Sforza. Andavano pertanto ogni giorno più crescendo le loro gelosie, ed erano da amendue le parti gli animi turbati; laonde fu di mestieri venire ad una composizione, per cui si dichiarò che Sforza servisse di difensore del regno non meno alla regina, che al re, ed egli fosse tenuto a prendere le armi pel primo d'essi che il chiamasse in suo aiuto. Dopo di che Sforza colle sue genti andò a passare il verno a Villafranca presso Benevento, e poscia alla città di Troia.

Altro non si sa che facesse in questo anno Filippo Maria duca di Milano, se non empiere di sospetti i rettori di Firenze [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 18.] sì per l'acquisto fatto di Genova, come per gli altri patti stabiliti con Tommaso da Campofregoso, che non potesse vendere se non ai Genovesi Sarzana. Teneva inoltre al suo soldo Angelo dalla Pergola, rinomato condottier di armi, che stanziava in questi tempi col suo corpo di gente su quel di Bologna. Crebbero perciò le gelosie de' Fiorentini, gente che sapea adoperare il microscopio negli affari del mondo. Venuto in oltre a morte nel dì 25 di gennaio [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirat., ubi supra. Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.] Giorgio Ordelaffi signore di Forlì, con lasciar successore nel dominio Tebaldo suo figliuolo in età d'anni nove, la cui tutela fu assunta da Lucrezia sua madre, figliuola di Lodovico Alidosio signore d'Imola; corse a mischiarsi negli interessi di quella città il duca di Milano. Di più non ci volle per accrescere sempre più le gelosie de' Fiorentini; e però, quantunque il duca spedisse a Firenze ambasciatori per dissipare queste ombre, e proporre una lega, nulla ne seguì. Rincrebbe ancora ai Fiorentini l'aver esso duca trattata e conchiusa lega col cardinale legato di Bologna. Nel dicembre di quest'anno inviò il medesimo duca per governatore di Genova [Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] il valoroso suo generale conte Carmagnola, ed intanto attendeva a far gente: lo che mise in sospetto anche i Veneziani. Scrive il Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] che Asti, non so come, venne in quest'anno in potere di esso duca. Merita eziandio di esser fatta menzione che nell'anno presente si cominciarono per la prima volta a vedere in Italia i cingani o cingari, gente sporca ed orrida di aspetto, che contava di molte favole della sua origine, fingeva di andare a Roma a trovare il papa, e che intanto viveva di ladronecci. Capitarono costoro a Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] nel dì 18 di luglio, e poscia a Forlì [Chronic. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.] col loro capo, a cui davano il titolo di duca. Motivo oggidì potrà essere di ridere, se dirò che costoro diceano d'avere per patria l'Egitto, che il re d'Ungheria, dopo aver presa la lor terra, volle che andassero nello spazio di sette anni pellegrinando pel mondo. Spacciavano le lor donne l'arte d'indovinare; e chiunque si dimesticava di farsi strologar da esse, vi lasciava il pelo. Sappiamo altronde che questa canaglia si sparse per la Germania, e andò fino in Inghilterra, e tuttavia ne dura la semenza in Italia. Furono in quest'anno travagliate dalla peste molte città d'Italia. Niuna buona guardia, come ho detto altrove, si faceva allora dai disattenti Italiani per impedire l'ingresso o tagliare il corso a questo morbo micidiale; e però, entrato in un luogo, agevolmente si dilatava per gli altri.


MCCCCXXIII

Anno diCristo mccccxxiii. Indiz. I.
Martino V papa 7.
Sigismondo re de' Romani 14.

Se crediamo al Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], terminò i suoi giorni in quest'anno Pietro di Luna, già antipapa Benedetto XIII, ostinato nello scisma, e sprezzatore dei decreti e delle censure della Chiesa universale raunata nel concilio di Costanza. Morì nella fortezza di Paniscola nel regno di Valenza; e l'avviso di sua morte avrebbe recata somma allegrezza a papa Martino e alla corte romana, se non fosse soppraggiunta un'altra nuova, che i due soli restanti cardinali di lui aveano osato di eleggere un nuovo antipapa, cioè Egidio Mugnos o Mugnone, canonico di Barcellona, a cui diedero il nome di Clemente VIII. Ma il Rinaldi anticipò di un anno la morte di costui, e però dirò il resto all'anno seguente. Basterà per ora sapere che Alfonso re d'Aragona quegli fu che per suoi politici motivi tenne sempre vivo l'antipapato di Pietro di Luna per avere uno spauracchio da valersene contra di papa Martino, a cui non cessava di chiedere esenzioni e grazie. Anche nell'anno presente fece egli istanza per l'investitura del regno di Napoli, giacchè la regina Giovanna l'avea adottato per figliuolo. Ma non mancò fermezza al pontefice per negargliela, asserendo egli di non poter far questo torto a Lodovico d'Angiò, a cui competevano giusti titoli sopra quel regno. Avea esso pontefice, per adempiere i decreti del concilio di Costanza, intimato il concilio generale da tenersi in questo anno a Pavia. E in effetto si diede principio a quella sacra assemblea in essa città, ma con meschino concorso di prelati. Entrata colà la peste, fu il concilio trasferito a Siena. Neppur quivi andò innanzi, siccome diremo, perchè il suddetto re volea mettere in campo le pretensioni di Pietro di Luna per far dispetto al papa: lo che obbligò papa Martino a differire a miglior tempo la tenuta del destinato concilio. Di questa sua perversa politica s'ebbe ben presto a pentire Alfonso. Quanto più in questo principe cresceva l'avidità d'impadronirsi del regno di Napoli, tanto più egli scorgeva crescere la diffidenza della regina, ed essergli contrario il gran senescalco Caracciolo. Ora, giacchè buona parte del regno per valore di Braccio era venuta alla di lui divozione, determinò di fare il resto col mezzo della violenza, e di ridurre la regina Giovanna nello stato in cui già la vedemmo sotto Jacopo conte della Marca. Gli storici a lui parziali attribuiscono la risoluzione alle insolenze e ai maligni consigli del suddetto gran senescalco Caracciolo, che ruppe ogni buona armonia fra lui e la regina [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribell. Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.]. Fatto dunque chiamare a sè il medesimo Caracciolo, benchè vi andasse armato di salvocondotto, pure il trattenne prigione nel dì 22 di maggio, ed immediatamente cavalcò al castello di Capuana per far lo stesso giuoco alla regina, che ivi dimorava. Per buona fortuna prevenuta essa da un segreto avviso di un suo familiare dell'imminente pericolo, ebbe tempo di far chiudere la porta del castello in faccia ad Alfonso, e non tardò a spedir più messi l'un dietro all'altro, a Sforza, allora dimorante fuor di Napoli a Mirabello, implorando il suo aiuto. Diede alle armi Sforza, e, raunati quanti potè de' suoi, si mise in viaggio alla volta di Napoli, e, giunto al Formello, trovò circa quattro mila tra cavalli e fanti del re Alfonso, inviati per impedirgli il passo. Erano gli Aragonesi tutti ben a cavallo, tutti superbamente vestiti, e superiori troppo di numero, perchè quei di Sforza si trovavano mal vestiti, e con cavalli magrissimi, e poco più di mille tra fanti e cavalli. Pure egli animosamente si spinse innanzi, ed attaccò la zuffa nel dì 30 di maggio. Fu atroce, fu lungo il combattimento; ma finalmente essendo sbaragliati gli Aragonesi, circa cento venti dei più nobili, oltre a moltissimi ordinarii soldati, rimasero prigionieri; di modo che quei di Sforza si rimisero bene in arnese sì di abiti che di cavalli e d'armi.

Dopo sì lieto successo Sforza si presentò alla regina, che l'accolse come suo angelo tutelare, e nel castello rassegnò tutti i prigioni. Poscia, senza perdere tempo, marciò colle sue genti alla volta d'Aversa, dove trovò quel vice-castellano catalano [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], il quale, sbigottito per la nuova della rotta data al re suo padrone, oppure guadagnato con quattro mila fiorini, da lì a non molto capitolò la resa di quella città. Ora, mentre Sforza stava a quell'assedio, giunsero nel dì 11 di giugno a Napoli otto navi grosse e ventidue galee di Alfonso, nelle quali destinava il re di mandar la regina Giovanna prigioniera in Catalogna [Cronica di Sicilia, tom. 24 Rer. Ital.]. Ne fu avvertito Sforza, e spedì tosto Foschino Attendolo con cinquecento cavalli a fin d'impedire lo sbarco; ma non bastò la resistenza di così piccolo numero di gente a sostener la forza troppo superiore dei Catalani, i quali entrarono nella città. Neppur lo stesso Sforza, che colà arrivò il giorno seguente, contuttochè bravamente combattesse più ore, potò respignerli; anzi toccò a lui d'abbandonar Napoli, e di ritirarsi nei borghi, dove si accampò. In questa occasione il re Alfonso, per intimorire ed occupare i Napoletani, temendo che si sollevassero, bruciò quella parte della città che è contigua al Castello Nuovo. Allora Sforza, veggendo in istato sì pericoloso gli affari, tratta fuori del castello di Capuana la regina, la condusse alla Cerra, e di là ad Aversa. Col cambio poi di varii dei suoi prigionieri riscattò Ser-Gianni Caracciolo, il quale non lasciò per questo il suo mal animo verso del benefattore Sforza; al contrario della regina, la quale per ricompensa donò a Sforza Trani e Barletta, due città della Puglia. Tornato che fu il gran senescalco alla corte in Aversa, la regina Giovanna, preso consiglio da lui, da Sforza e da varii giurisconsulti, dichiarò il re Alfonso decaduto dal diritto della figliuolanza per colpa della sua ingratitudine, ed elesse per suo figliuolo Lodovico duca d'Angiò, il quale usava anche il titolo di re, allora abitante in Roma. Venne il duca ad Aversa a trovar la regina, che l'accolse con buon cuore; ma intanto il castello di Capuana si rendè al re Alfonso; con che egli restò interamente padrone di Napoli. Con tutto ciò, perchè l'adozione del suo avversario, pubblicata per tutta l'Europa, facea gran rumore, e chiaro appariva che vi avea avuta mano papa Martino, Alfonso, diffidando del popolo di Napoli, pensò di tornarsene in Catalogna; e tanto più, perchè era minacciato di guerra in quelle parti per la nemicizia dei Castigliani, e in oltre s'udiva allestirsi in Genova un gagliardo stuolo di legni contra di lui per ordine di Filippo Maria duca di Milano, che dianzi s'era collegato colla regina Giovanna e con papa Martino. Pertanto mandò lettere a Braccio, ch'era allora all'assedio dell'Aquila, pregandolo di venir colle sue forze a Napoli; ma Braccio, che avea altri disegni, sperando di far sua la ricca città dell'Aquila, muovere non si volle, e solamente gl'inviò Jacopo Caldora con un corpo di gente che parve bastante unito coi Catalani a tenere in freno i Napoletani [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Cribellus, Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Ora il re Alfonso nel dì 15 d'ottobre, avendo lasciato per governatore di Napoli l'infante don Pietro suo fratello, con dieciotto galee si mise in mare, e nel viaggio prese e saccheggiò l'isola d'Ischia. Fece ancora di peggio. Nel passare avanti a Marsilia, città allora del duca d'Angiò nemico suo, per vendicarsi di lui, all'improvviso tentò un'impresa che parve temeraria, eppure gli riuscì: tanto era egli ardito e sprezzator de' pericoli. Se ne stavano i Marsiliesi senza guardia, perchè senza apprension di nemici all'intorno, quando ecco Alfonso sopravvenir colla sua flotta, rompere la catena del porto, sorprendere quanti legni ivi si trovarono, ed attaccato il fuoco a parte della città, mettere tal terrore in essa, che il popolo corso all'armi non potè durarla contro di lui. Per tre giorni andò tutta a sacco quella ricca città; immensa fu la preda, e fra le altre cose tutti i vasi preziosi delle chiese, e tutte le reliquie del corpo di san Lodovico vescovo furono asportate a Barcellona e Valenza, verso dove Alfonso continuò il suo viaggio, perchè conobbe di non poter tenere quella città.

Vegniamo ora a Braccio da Montone [Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.]. Dacchè egli si vide in pieno possesso della nobil città di Capoa e del suo riguardevol principato, siccome uomo pien di grandi idee, e che, appena salito un gradino, pensava a montare più allo, rivolse gli occhi, siccome dicemmo, alla ricca città dell'Aquila; e perchè questa si dichiarò del partito della regina contra del re Alfonso, bella occasione parve a lui questa d'impadronirsene, con isperanza, avuta che l'avesse, di non dimetterla sì presto, anzi di aggiugnerla al suo principato. Ne imprese dunque l'assedio, ma con trovare quel popolo risoluto di difendersi. E perchè egli per soggiogare una terra si ritirò di là per alquanti dì, lasciò campo a quei cittadini di premunirsi ben di viveri, e di rimettere in buono stato le fortificazioni della loro città. Però, tornatovi sotto, con più ardore la strinse; e trovando inutili, anzi dannosi, gli assalti, si preparò in fine a vincerla colla fame. Intanto gli Aquilani con varie lettere e messi imploravano aiuto dalla regina Giovanna. La commiserazione di quel popolo fedele, e più la conservazione di sì importante città per proprio interesse, furono pungenti sproni alla regina per accudir con vigore a preparare il soccorso. Fu mosso Sforza a questa impresa non meno dalle di lei premure, che dalla antica sua emulazione verso di Braccio. Però, quantunque il verno imminente invitasse le milizie al riposo, egli chiamò il figliuol Francesco dalla Calabria, Foschino, Michele e gli altri suoi fidi Cotignolesi colle loro truppe, e si mise in marcia alla volta dell'Aquila con quel successo che si vedrà all'anno seguente. Scrive il Crivelli [Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.] avere Filippo Maria duca di Milano già fatto negozio per tirare lo stesso Sforza al suo servigio, e sostituirlo nel generalato al conte Carmagnola, il quale già vacillava nella grazia del duca; e che Sforza avea accettato l'impiego di consenso del papa e della regina, pensando di portarsi a Milano, dacchè avesse liberata l'Aquila. Non so io immaginare ch'egli volesse abbandonare il servigio della regina per altra cagione che per vedersi tuttavia malvoluto e perseguitato dal gran senescalco Caracciolo. Erasi, come già dissi, collegato esso duca di Milano col papa e colla regina Giovanna [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Alle istanze loro fece egli allestire in Genova una poderosa flotta di tredici galee, e di altrettante navi con altri legni, non senza querele de' Genovesi, perchè questo armamento costò a quella comunità ducento mila genovine. Con questa flotta, nel dì 14 di novembre, si unirono sei galee e una galeotta del re Lodovico di Angiò, armate di Provenzali, e due altre alle di lui spese si armarono in Genova. Quando si credeva che ammiraglio di essa flotta avesse da essere l'invitto conte Francesco Carmagnola governatore allora di Genova, arrivò colà, spedito dal duca per comandarla il conte Guido Torello: del che ognuno si stupì e dolse non poco. A noi sono ignoti i motivi per li quali s'era raffreddato l'amore del duca verso del Carmagnola, mirabile condottier d'armi, a cui principalmente dovea esso duca l'esaltazione sua. Certo è che di questa diffidenza e di tal trattamento si dolse e sdegnò oltre misura il Carmagnola, nè tarderemo molto a vederne gli effetti. Non si dee tacere che prima di questi tempi lo stesso duca, siccome principe che macinava sempre pensieri di maggiore ingrandimento, cominciò ad imbrogliar la quiete della Romagna. Già vedemmo dopo la morte di Giorgio Ordelaffo signore di Forlì preso il comando di quella città da Lugrezia figliuola del signor d'Imola a nome di Tebaldo suo picciolo figliuolo [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.]. S'aveano a male i Forlivesi che gl'Imolesi concorsi colà in folla facessero addosso a loro i padroni. S'ebbe anche a male il duca di Milano, che Lugrezia non si volesse dipartire dall'amicizia de' Fiorentini, e passar nella sua lega. Laonde, nel dì 14 di maggio, il popolo di Forlì si mosse a rumore, prese le porte e le fortezze della città, e mise sotto buona guardia la suddetta Lugrezia, la qual poi ebbe la maniera di ritirarsi a Forlimpopoli, con aver fatto credere di voler consegnare quella terra alle genti del duca di Milano. Allora i Forlivesi chiamarono in aiuto le genti d'esso duca, comandate da Angelo dalla Pergola, le quali, entrate in quella città, fecero finta d'andarvi a nome del papa, oppure di Niccolò marchese di Ferrara, e di guardarla pel fanciullo Tebaldo. Certo è che allora il papa e il duca passavano di buona intelligenza fra loro. Diedero perciò all'armi i Fiorentini [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]; e preso per loro generale, nel dì 23 d'agosto, Pandolfo Malatesta signore di Rimini, lo spedirono in Romagna con assai forze per sostenere il partito di Lucrezia. Tacque l'Ammirati, ma non tacquero già gli Annali di Forlì, nè Andrea Biglia [Billius, Hist., pag. 63, tom. 19 Rer. Ital.], che nel dì 6 di settembre il popolo di Forlì con presidio duchesco mise in rotta le genti dei Fiorentini, con farne prigioniera la metà d'esse: lo che fece maggiormente divampar la guerra tra il duca e i Fiorentini, i quali cercarono allora di collegarsi coi Veneziani [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Spedirono per questo ambasciatori a Venezia; ma non trovarono favorevole alle lor dimande Tommaso Mocenigo doge, uomo vecchio ed amante della pace. Curiosissime sono le aringhe di questo doge, rapportate dal Sanuto, perchè ci fan tra le altre cose vedere qual fosse allora l'opulenza dell'inclita città di Venezia, e quali le forze di cadauno dei principi che allora signoreggiavano in Italia. Ma poco stette a terminare la gloriosa sua vita il doge suddetto, essendo venuto a morte nell'aprile di quest'anno, e in suo luogo fu eletto Francesco Foscaro, personaggio inclinato alla guerra.


MCCCCXXIV