MCCCCXXVI

Anno diCristo mccccxxvi. Indiz. IV.
Martino V papa 10.
Sigismondo re de' Romani 17.

Siamo ora ad un gran fuoco, fuoco acceso nel presente anno in Lombardia contra di Filippo Maria duca di Milano dai Veneziani e Fiorentini collegati ai di lui danni. Dimorava in Venezia Francesco Carmagnola, dimentico affatto delle liberalità a lui usate da esso duca, e del cognome di Visconte a lui conferito, solamente pensando alle maniere di vendicarsi dei torti a lui fatti [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. La fama del suo valore e della sua maestria nell'arte della guerra perorava in suo favore. Si aggiunsero i progetti vantaggiosi ch'egli fece a quell'illustre senato, di modo che nel dì 11 di febbraio fu presa la risoluzione di crearlo capitan generale dell'armata di terra con provvigione di mille ducati d'oro al mese per la sua persona. Era egli assai pratico di Brescia, siccome città da lui già conquistata; dentro anche vi avea non pochi nobili amici e dei più potenti Guelfi, fra' quali spezialmente si distinsero gli Avogadri. Dispose egli tutto per involar questa città al duca di Milano, e gliene fu anche facilitata l'impresa dai ministri, che malamente servivano il duca, perchè si lasciava quella città, benchè frontiera, con iscarsa guarnigione, e poco provveduta di vettovaglie, e fin mancando di strame per soli trecento cavalli. All'improvviso dunque con otto mila persone si presentò il Carmagnola davanti a Brescia nel dì 17 di marzo dell'anno presente [Corio, Istor. di Milano.], ed, essendogli aperta una porta, v'entrò con tre mila e cinquecento cavalli. Ritirossi nella cittadella la gente del duca. Grande fu la letizia del popolo bresciano, perchè era mal soddisfatto del governo e delle gravezze del duca di Milano. Maggior festa di tale acquisto fu fatta in Venezia: nel qual tempo anche Gian-Francesco da Gonzaga marchese di Mantova si dichiarò collegato co' Veneziani, e con circa tre mila cavalli entrò anch'egli nel Bresciano per sottomettere quelle castella. Non andò molto che la maggior parte del territorio di Brescia o spontaneamente inalberò le bandiere di Venezia, o per forza le ricevè. Oltre a ciò, sul fine di marzo spinsero i Veneziani un'armata navale per Po fino a Cremona, dove bruciarono il ponte, e recarono altri danni, per impegnare in quelle parti le milizie duchesche, alle quali ancora diedero una rotta presso la suddetta città di Cremona.

Per l'importante ed impensata perdita della città di Brescia restò sbalordito il duca Filippo Maria, accorgendosi allora, ma troppo tardi, dello sconcio errore commesso in dar occasione al Carmagnola di diventargli nemico. Tuttavia, giacchè in mano de' suoi restava la cittadella nuova e la vecchia di Brescia coi borghi e con altri luoghi forti, si diede al riparo. Vuole il Sanuto che Francesco Sforza si trovasse in Brescia allorchè essa fu presa. Il Corio ed altri fanno in questi tempi lui in Milano, e le sue genti a Monte Chiaro e in altri luoghi del Bresciano. Quel che è certo, egli corse coi suoi e con Niccolò Piccinino a sostenere le preservate cittadelle, e fece quanta guerra potè all'armata veneta, che ogni giorno più andò crescendo nella città, la quale dalla parte del monte restò in potere dei Milanesi, e il resto di essa in mano de' Veneziani, laonde furono fatte di molte barricate e tagliate. Allora fu che il duca richiamò dalla Romagna Angelo dalla Pergola colle sue milizie, e consegnò nel dì 12 di maggio [Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.] al legato pontificio le città di Forlì, d'Imola e di Forlimpopoli. Secondo il concerto fatto dai Veneziani col marchese Niccolò di Ferrara, dovea questi impedire il passaggio delle soldatesche ducali, siccome unito in lega coi Fiorentini e Veneziani; e fece in fatti non poca opposizione alle medesime al fiume Panaro. Ma perchè esse in fine trovarono maniera di passare a Vignola, fu creduto ch'egli tenesse segreta intelligenza col duca di Milano. Per lo contrario, liberati i Fiorentini dalla guerra in Toscana, non tardarono ad inviare Niccolò da Tolentino con quattro mila cavalli e tre mila fanti a Brescia [Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 19. Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.]; con che s'ingrossò forte l'esercito del Carmagnola. Credesi che fosse parere d'esso Niccolò che si facesse un profondo fosso intorno alle cittadelle di Brescia, affinchè non vi potessero penetrare altri aiuti del duca di Milano; e il pensiero fu eseguito. Però andò bensì, sul fine di maggio, Guido Torello, spedito dal duca con quattro mila cavalli, tre mila e cinquecento pedoni, ed assaissimi balestrieri genovesi, menando gran copia di vettovaglie per provvedere al bisogno delle cittadelle. Ma se gli fecero incontro il Carmagnola e il marchese di Mantova con isforzo non inferiore di gente, talmentechè egli, non osando di tentare il passo, si ridusse a Monte Chiaro. Crebbero intanto le forze de' Veneziani, perchè in loro aiuto marciò il signor di Faenza con mille e ducento cavalli, Lorenzo da Cotignola con novecento cavalli, e Giorgio Benzone signor di Crema con quattrocento lance e trecento fanti. In oltre condussero i Veneziani nella lor lega, sul principio di luglio, Amedeo duca di Savoia, al quale, secondo il Guichenone [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.], accordarono tutte le conquiste ch'egli facesse dalla parte sua dello Stato di Milano. Che anche Gian-Giacomo marchese di Monferrato si collegasse contra del duca, l'abbiamo dal Corio e da Benvenuto da San Giorgio. Sicchè da tutte le parti restò assediato e battuto dai nemici il duca di Milano. Chi vuol vedere l'Italia provveduta d'insigni capitani e condottieri d'armi, non ha che da fissar l'occhio nel secolo di cui ora trattiamo.

Intanto ogni di più andavano guadagnando in Brescia le armi venete. Nell'agosto ebbero la porta delle Pile [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]; nel settembre quella della Garzetta con altri serragli e borghi. Dopo di che si diedero a bersagliar colle bombarde le cittadelle. Nel dì 21 d'esso settembre comparvero circa otto mila combattenti del duca per tentare il soccorso, ma furono con loro non lieve perdita respinti. Si rendè poi la cittadella nuova di Brescia; ed essendosi sostenuta la vecchia sino al dì 10 di novembre, capitolò anch'essa la resa, qualora per tutto il dì 20 d'esso mese non fosse soccorsa. Però, venuto quel giorno, entrarono in possesso d'essa l'armi venete, dopo una espugnazione delle più memorande che succedessero in Italia, minutamente descritta da Andrea Biglia e dal Redusio [Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Era in pena il pontefice Martino [Poggius, Hist., tom. 20 Rer. Ital.] per questa rabbiosa guerra, non tanto pel suo paterno amore per tutti i cristiani, quanto per benevolenza particolare che egli professava al duca, da cui riconosceva molti benefizii, e massimamente la liberazione di Napoli. Il perchè, secondo il Sanuto, mandò per suo legato a Venezia Giordano Orsino cardinale e vescovo d'Albano, con ordine di maneggiar pace fra i potenti nemici. Ma il Sanuto falla. Niccolò Albergati cardinale di Santa Croce, e vescovo di Bologna, quegli fu che, spedito dal papa, vi andò [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Trattossi per più mesi di questa pace [Billius, Histor., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.], e finalmente fu essa conchiusa nel dì 30 di dicembre dell'anno presente con varii capitoli favorevoli ad ognuno de' principi collegati; e spezialmente fu accordato che Brescia con tutto il suo territorio restasse in potere e dominio della repubblica veneta. Abbiamo da Giovanni Stella [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] che nel dì 9 d'aprile dell'anno presente il duca di Milano stabilì pace con Alfonso re d'Aragona, e gli diede in deposito, ossia pegno per sicurezza di sua parola, le castella di Porto Venere e di Lerice; il che dispiacque non poco al popolo di Genova nemicissimo de' Catalani. Ebbero ancora essi Genovesi guerra in mare coi Fiorentini; ed, essendo entrati nel mese di settembre in quella città i fuorusciti coll'eccitare una sedizione, furono valorosamente respinti e ricacciati fuori da quei cittadini. Quiete si godè in quest'anno nel regno di Napoli [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. eod.]; se non che la regina Giovanna con dei pretesti mandò il campo addosso al conte di Sarno, e gli tolse Sarno, Palma ed altri luoghi: tutto ciò per compiacere al papa, che desiderava di accomodar di quelle terre Alberto conte di Nola di casa Orsina, acciocchè egli rilasciasse Nettuno ed Astura ad Antonio Colonna suo nipote, principe di Salerno, siccome avvenne. Procurò in oltre esso pontefice una maggior fortuna ad esso suo nipote, accasandolo con Polissena Ruffa, la quale doveva ereditare il marchesato di Crotone e la contea di Catanzaro, con assai altre terre. Fece il medesimo papa in quest'anno, a dì 24 di maggio, una promozione di dodici cardinali [Raynaldus, Annal. Eccles.], persone tutte degne della sacra porpora.


MCCCCXXVII

Anno diCristo mccccxxvii. Indiz. V.
Martino V papa 11.
Sigismondo re de' Romani 18.

Nudriva ben Filippo Maria Visconte duca di Milano le stesse idee d'ingrandimento che ebbe Gian-Galeazzo suo padre; ma non accoppiava egli co' desiderii quella prudenza ed accortezza che in suo padre si osservò. Tenea appresso di sè cattivi ministri, [Billius, Hist., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.] che non gli permetteano di dar udienze, e gli faceano sapere solamente quel tanto che lor piacea. Il peggio era, che, senza sapersi accomodare ai rovesci della fortuna, andava continuamente macinando pensieri di vendetta, cioè cercando le vie di rovinarsi sempre. Ancorchè egli sul principio di quest'anno avesse confermati gli articoli della pace, pure pien di sdegno ad altro non pensava che alla guerra. Ad assodarlo in questo proponimento servì non poco la nobiltà di Milano, la quale, mal sofferendo una pace sì svantaggiosa, fece delle esibizioni per continuar la pugna, purchè il duca desse lor la balia di operare. Accettò egli l'offerta, e volle che questa gli fosse mantenuta; ma non mantenne già egli la condizione proposta: del che mormorò e si lagnò forte quel popolo aggravato oltre misura dal duca, e disgustato dal mal governo. Pertanto allorchè le potenze, collegate contra di lui, in vigor della pace stabilita furono per ricevere la tenuta delle terre ch'egli dovea dimettere nel Bresciano e nel Piemonte, si scoprì che l'incostante duca avea mutato pensiero, nè volea mantenere i patti. Per questa mancanza di fede i Veneziani e Fiorentini, tuttavia ben armati, determinarono di ricominciar la guerra, nè il cardinale Albergati legato della santa Sede, mediator d'essa pace, e personaggio di molta santità, potè impedirlo; anzi, stomacato della leggerezza del duca, si congedò da Venezia, e tornossene al suo vescovato di Bologna. Ricominciossi dunque la guerra per Po, dove il senato veneto inviò un'armata di ventisette galeoni e molti rediguardi [Sanuto, Istor. Ven., tom. 23 Rer. Ital.], incontro alla quale anche il duca ne spedì un'altra di venti galeoni, tre ganzare grandi incastellate e dodici rediguardi. Avendo questa flotta duchesca ripigliate le Torricelle, s'accostò a Casal Maggiore, che allora era in mano dei Veneziani; e venuto colà per terra Angelo dalla Pergola insieme con Niccolò Piccinino conducendo seco sette mila cavalli ed otto mila fanti, nel dì 28 di marzo assediò la stessa terra di Casal Maggiore. Se grandi furono le offese, non minor fu la difesa. Tuttavia fu costretta la terra a rendersi. Passarono i ducheschi sotto Brescello, occupato già dai Veneziani. Ma eccoti, nel dì 21 di maggio, la flotta veneta comparire, ed attaccare colla nemica una battaglia che fu ben aspra. Andò in fine rotta la flotta e gente del duca [Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Dopo questa vittoria trovandosi le armate di terra sul Bresciano [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], nel dì dell'Ascensione succedette un altro fiero fatto d'armi presso Gottolengo con isvantaggio dei Veneziani, perchè vi restarono prigionieri circa mille e cinquecento persone. Nel mese poi di luglio marciò il Carmagnola sul Cremonese, minacciando d'assedio quella città, di modo che lo stesso duca di Milano si portò colà per animare i suoi ad ogni maggior resistenza. Secondo i conti d'Andrea Biglia [Billius, Hist., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.] storico milanese di questi tempi, circa settanta mila combattenti fra l'una parte e l'altra si videro allora sul Cremonese, fra i quali più di venti mila cavalli: il che fa conoscere come gagliarde fossero allora le forze dell'Italia, benchè a queste armate non concorressero tanti altri principi italiani. Ora nel dì 12 di luglio, benchè l'esercito duchesco fosse sempre inferiore all'altro, pur venne di nuovo alle mani, ma non generalmente coi nemici. Incerto ne fu l'esito, essendovi restati tanto dall'una che dall'altra parte assaissimi prigionieri, e scavalcato nella zuffa lo stesso Carmagnola, il quale dopo il fatto si spinse addosso a Casal Maggiore, e fece così ben giocare le artiglierie, che lo ricuperò con far prigione il presidio.