Gran diversità intanto passava fra i due contrarii eserciti. In quello del duca tutto era discordia, non volendo i capitani cedere l'uno all'altro; e questi erano Angelo dalla Pergola, Guido Torello, il conte Francesco Sforza e Niccolò Piccinino. All'incontro nell'armata veneta il Carmagnola comandava a tutti, e sapea farsi ubbidire non meno dal signor di Faenza, da Giovanni da Varano signor di Camerino, da Micheletto e Lorenzo da Cotignola parenti di Francesco Sforza, e da altri capitani, annoverati da Andrea Redusio [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.], che dallo stesso Gian-Francesco marchese di Mantova: cosa di grande importanza nel mestier della guerra. Il perchè venne il duca in determinazion di creare un capitan generale persona di credito, sotto cui non isdegnassero di stare gli altri suoi condottieri d'armi. Fu scelto per questo grado Carlo Malatesta, esperto, ma poco fortunato, maestro di guerra. Venuto questi al campo, nulla fece di riguardevole per più settimane, finchè, aggirato dagli stratagemmi del Carmagnola, a Macalò nel dì 11 dì ottobre inaspettatamente fu assalito, e trovato coll'esercito mal ordinato, e in parte disarmato (se è vero ciò che hanno il Simonetta e il Corio, ma diversamente è narrato dal Biglia e dal Redusio), fu astretto ad una giornata campale. Interamente disfatti in essa rimasero i ducheschi colla prigionia di cinque mila cavalli e d'attrettanti fanti, e colla perdita di tutto il bagaglio. Lo stesso Carlo Malalesta si contò fra i prigionieri, ma ben trattato dai nemici, perchè cognato del marchese di Mantova; perlochè non andò esente da sospetti di perfidia. Ora questa terribil disgrazia, e l'avere il duca nei medesimi tempi addosso verso il Vercellese Amedeo duca di Savoia, e verso Alessandria Gian Giacomo marchese di Monferrato, e nel Genovesato i fuorusciti, e nel Parmigiano Orlando Pallavicino, tutti confederati ai danni di lui co' Veneziani e Fiorentini, gli mise il cervello a partito, in guisa che ricorse supplichevolmente per aiuto a Sigismondo re de' Romani, e al papa per la pace. Trovavasi allora la potente città di Milano sì ben provveduta d'armaruoli, che, per attestato del Biglia [Billius, Histor., lib. 6, tom. 19 Rer. Ital.], due soli d'essi presero a fornire in pochi giorni d'usbergo, celata e del resto delle armi quattro mila cavalieri e due mila pedoni. E perciocchè era allora in uso che, a riserva degli uomini di taglia, si mettevano in libertà i prigionieri, dappoichè loro s'erano tolte armi e cavalli (benchè l'aver ciò fatto il Carmagnola, gli pregiudicò non poco dipoi nell'animo dei Veneziani); perciò il duca raunò tosto quanto bastava per impedire il precipizio dei proprii affari. Seppe ben profittare intanto il Carmagnola del calore della vittoria con prendere Monte Chiaro, gli Orci, Pontoglio ed altre terre sino al numero di ottanta nel Bresciano e Bergamasco.

In questi giorni il duca di Milano, per liberarsi dalle forze di Amedeo duca di Savoia collegato co' suoi nemici, comprò la pace da lui con un trattato conchiuso in Torino nel dì 2 di dicembre dell'anno corrente [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], per cui il duca di Milano cedette all'altro la città di Vercelli, e prese per moglie Maria di Savoia figliuola del medesimo duca. Non piaceva al pontefice Martino, molto meno a Niccolò marchese d'Este signor di Ferrara, che il duca di Milano precipitasse; e però amendue si scaldarono per trattare di pace. Scelta fu per luogo del congresso la città di Ferrara, dove, giunto il piissimo cardinale di Santa Croce Niccolò degli Albergati, legato spedito dal papa, e gli ambasciatori di tutte le potenze interessate in questa guerra, si cominciò a trattare e si trattò per tutto il verno di pace. Nel mese di settembre dell'anno presente, secondo gli Annali di Forlì [Annal. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], oppure nel dì 4 d'ottobre, secondo la Cronica di Rimini [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], giunse al fine di sua vita Pandolfo Malatesta signore di Rimini, personaggio rinomato per le sue imprese guerriere, e per essere stato padrone di Brescia e Bergamo, per quanto abbiamo veduto di sopra. Non lasciò figliuoli legittimi dopo di sè. Fecero guerra in questo anno i Fiorentini al duca di Milano anche nel Genovesato per mezzo di Tommaso da Campofregoso signore di Sarzana, e dianzi doge di Genova [Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Nel mese di agosto condusse questi la sua gente e i fuorusciti fin sotto le mura di Genova; ma non andò molto che fu ributtato da' cittadini, colla perdita delle scale e prigionia di molti. Nel dì 14 di dicembre vi tornò egli con altro sforzo di gente; ma nel dì 28, uscito il popolo di Genova, rimasero prigioniere quasi tutte le di lui schiere, ed egli durò fatica a ritirarsi in salvo.


MCCCCXXVIII

Anno diCristo mccccxxviii. Indiz. VI.
Martino V papa 12.
Sigismondo re de' Romani 19.

Non so se nel principio di questo anno, come pare che il Simonetta abbia creduto [Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.], oppure sul fine del precedente, fosse inviato il conte Francesco Sforza da Filippo Maria duca di Milano alla volta di Genova con alcune schiere d'uomini d'armi per li bisogni di quella città, infestata da Tommaso da Campofregoso e dagli altri fuorusciti. Appena ebbe egli passato il giogo dell'Apennino, che si trovò in certi siti stretti assalito dai contadini di quel paese; fors'anche vi era con loro qualche gente d'essi fuorusciti. Fioccavano i verettoni in maniera, che molti de' suoi vi furono morti o feriti, ed egli costretto a retrocedere, finchè arrivato al castello di Ronco, ed, accolto da Eliana Spinola, potè salvarsi. Si servirono di questa sua disgrazia gli emuli alla corte del duca per iscreditarlo, e far nascere sospetti nella sua fede; sicchè, secondo alcuni, fu messo in castello. Almeno è certo [Corio, Istoria di Milano.] che fu come relegato a Mortara, dove quasi per due anni soggiornò con gravissimo patimento, perchè non correano le paghe, nè gli mancavano altri aggravii, senza ch'egli potesse mai persuadere al duca la sua innocenza. Dicono che se non era il conte Guido Torello, da cui venne protetto sempre, due volte la vita corse pericolo. La sua pazienza vinse poi tutto, perchè fece conoscere non aver egli mai avuto animo di passare al servigio de' Veneziani o Fiorentini. Continuò la guerra anche nei primi mesi di quest'anno, con avere il vittorioso conte Carmagnola prese non poche castella nel Bergamasco, e portato il terrore sino a quella città. Intanto in Ferrara il marchese Niccolò unito col buon cardinale Albergati vescovo di Bologna, si studiava a tutto potere di condurre alla pace le potenze guerreggianti. Erano alte le pretensioni del senato veneto, siccome quello che avea favorevole il vento; e mostrandosi inesorabile, esigeva che il duca cedesse, oltre alla già perduta città di Brescia, ancor quelle di Bergamo e Cremona. Sì caldamente e fortunatamente il cardinale e il marchese maneggiarono l'affare, che finalmente nel dì 18 d'aprile (l'Ammirati [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.] dice nel dì 16) si conchiuse la pace. Il principale articolo d'essa fu la cessione della città di Bergamo col suo distretto, e di alcune terre e castella del Cremonese alla repubblica veneta. I Fiorentini, che tanto aveano speso in questa guerra, non guadagnarono un palmo di terra. Fu anche accordata la restituzione di tutti i beni tolti dal duca al Carmagnola, con altri articoli e patti, distesamente riferiti da Marino Sanuto nella sua Storia [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. E tale fu il guadagno che ricavò in questa seconda guerra lo sconsigliato duca di Milano. Egli ratificò ed eseguì puntualmente così fatto accordo, e ritornò per un poco la quiete in Lombardia.

Ebbe in quest'anno papa Martino V delle inquietudini [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod.]. Nella notte precedente al dì 2 di agosto gl'instabili Bolognesi, che s'erano ingrossati forte in occasion della vicina guerra, sotto pretesto d'essere mal governati e molto aggravati dai ministri pontificii, si levarono a rumore, cioè la fazion di Batista da Canedolo, unita cogli Zambeccari, Pepoli, Griffoni, Guidotti ed altri. Prese l'armi anche la fazione di Antonio Bentivoglio, che allora dimorava in Roma, per opporsi all'altra in favore della Chiesa; ma rinculata lasciò il campo agli avversarii. Fu messo a sacco il palazzo del cardinale legato, il quale se ne andò poi con Dio; e la città tornò ad essere governata dagli anziani e confalonieri del popolo. Salvo castello San Pietro, castello Bolognese, Cento e la Pieve, tutte le altre terre e castella seguitarono o per amore o per forza l'esempio della città; e Luigi da San Severino venne per capitano de' Bolognesi. A questo avviso Carlo Malatesta signor di Rimini corse a sostenere castello San Pietro e castello Bolognese. Niccolò da Tolentino capitano di genti d'armi, che in questi tempi, passando pel Bolognese, volle lasciar la briglia ai suoi per saccheggiare il paese, restò sconfitto a Medicina dai Bolognesi, con perdita di quattrocento cavalli e di molti carriaggi, facendosi ascendere il danno suo a sessanta mila fiorini d'oro. Per cagione di tal novità papa Martino condusse al suo soldo Ladislao figliuolo di Paolo Guinigi signore di Lucca con settecento cavalli, i quali, giunti nel dì 15 di settembre sul Bolognese, si diedero immantinente al saccheggio del territorio. Ma, perchè era troppo poco al bisogno, il papa, con permissione della regina Giovanna, ottenne che Jacopo Caldora, uno dei più sperti capitani del regno di Napoli, venisse a quella danza con un grosso corpo di soldatesche. Però nel dicembre arrivò l'esercito pontificio ad accamparsi in vicinanza di Bologna, e, rotto il muro dalla parte del barbacane di San Giacomo, tentò anche l'entrata nella città; ma ne fu respinto. In questi tempi [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.] venuta a Napoli la regina Giovanna, conducendo seco l'adottato suo figliuolo, cioè il re Lodovico d'Angiò, perchè Ser-Gianni gran senescalco nol vedea volentieri in Napoli, tanto fece che il mandò in Calabria, dove ridusse quasi tutte quelle contrade all'ubbidienza della regina Giovanna. Oltre a ciò, esso senescalco, perchè temeva della potenza di Jacopo Caldora, cercò la maniera di obbligarselo, con dare per moglie ad Antonio figliuolo di lui una sua figliuola, siccome ancora nell'anno seguente una altra ne diede a Gabriello Orsino fratello di Gian-Antonio Orsino principe di Taranto, cioè dell'altro signore più potente nel regno di Napoli: coi quali parentadi egli seguitò a sostenersi nella sua autorità, benchè odiato quasi da tutti. Fecero nel dì 9 di maggio dell'anno presente [Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] i Genovesi pace col re d'Aragona e Sicilia, per cura del duca di Milano loro signore, il quale mandò al governo di quella città Bartolomeo Capra arcivescovo di Milano. Ma poco stette ad entrar colà ancora la peste, che infierì non poco nel basso popolo. Fu essa anche in Venezia. Nell'ottobre il duca di Milano celebrò le sue nozze con Maria di Savoia, ma nozze che nol doveano arricchire di prole alcuna.


MCCCCXXIX

Anno diCristo mccccxxix. Indiz. VII.
Martino V papa 13.
Sigismondo re de' Romani 20.