Felice riuscì quest'anno alla Chiesa di Dio, perchè in fine si schiantarono affatto le radici del non mai ben estinto in addietro scisma d'Occidente [Raynaldus, Annal. Eccles. Bzovius.]. Dopo tante difficoltà incontrate fin qui con Alfonso re d'Aragona, il quale volea vendere con proprio vantaggio l'antipapa Egidio Mugnos ossia Mugnone, che tuttavia ostinato risedeva nel castello di Paniscola, riuscì al buon papa Martino, per mezzo del cardinale di Fox suo legato, di vincere l'animo del re, e d'indurlo ad abbandonare quell'idolo. Perciò Egidio, deposte le usurpate insegne del papato, venne, sul fine di luglio, ad una solenne rinunzia, ed ebbe per grazia di essere creato vescovo di Maiorica. Portatane la nuova a Roma, riempiè di giubilo quella sacra corte, e tutti i buoni del cristianesimo. Durava intanto la ribellione di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e Jacopo Caldora generale del papa, con cui era unito Antonio de' Bentivogli, la teneva ristretta, badaluccando e dando varii assalti, ma in vano tutti. Seco ancora fu Niccolò da Tolentino, che cercava le maniere di rifarsi contra de' Bolognesi dell'affronto e danno patito nell'anno antecedente, e prese loro Castelfranco. Buona parte del presente anno seguitò questa guerra, e varii tentativi furono fatti in Bologna dai parziali della Chiesa e del Bentivoglio per darsi al papa, ma che costarono la vita a chi gli ordì o ne fu complice. Finalmente, dopo essere stati a parlamento più volte gli ambasciatori di Bologna coi ministri del pontefice, nel dì 30 d'agosto si venne ad un accordo, per cui Bologna ritornò alla ubbidienza del papa con alcuni capitoli vantaggiosi a quel popolo. A tenore di questo aggiustamento, nel dì 25 di settembre entrò in quella città il cardinal Conti legato, che ne levò l'interdetto, e ristabilì quivi il governo pontificio. Secondo gli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 12 di dicembre anche la città di Fermo colla rocca tornò in potere di papa Martino V per dedizione di que' cittadini. Altrettanto fece anche Città di Castello in Toscana. Giunse al fine di sua vita in questo anno a dì 14 di settembre [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] Carlo Malatesta signore di Rimini, mentre si trovava in Longiano, lasciando dopo di sè il credito di essere stato signor savio in pace, ma sventurato in guerra. Gli succederono Roberto, Sigismondo e Malatesta Novello, figliuoli tutti bastardi di Pandolfo Malatesta suo fratello, il primo in Rimini, un altro in Fano ed un altro in Cesena. Passò anche all'altra vita nel dì 19 di dicembre [Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.] Malatesta signore di Pesaro, altro suo fratello. Avea questi dopo la morte di Carlo preteso, siccome legittimo, d'escludere i nipoti bastardi dalla di lui eredità, con far anche ricorso per questo a papa Martino. In sua parte nulla ottenne, e solamente servirono le istanze sue a fare che il papa, inviate colà l'armi sue, s'impadronisse d'alcune terre, siccome dirò all'anno seguente.

Ebbero in quest'anno non poche faccende i Fiorentini [Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 19. Billius, Histor., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.], perchè volendo imporre la gravezza del catasto a tutti i loro distrettuali, che erano smunti di troppo per la passata guerra, e pretendendo il popolo di Volterra di doverne essere esente, si sollevò e ribellossi. Fecero i priori di Firenze marciare a quella volta Niccolò Fortebraccio, nipote del famoso Braccio, che colle sue genti, dopo la pace del duca di Milano, era tornato in Toscana, ed egli pose il campo intorno alla rivoltata città. Poco tempo potè resistere quel popolo, e, venuto a composizione colla corda al collo, perdè in tal congiuntura molti suoi privilegii, con divenire più pesante di prima il loro giogo. Erano da molto tempo sdegnati essi Fiorentini contra di Paolo Guinigi signore ossia tiranno di Lucca, perchè, dopo aver preso impegno di dare ai lor servigi nella guerra di Lombardia Ladislao suo figliuolo con settecento cavalli, l'avea poi trasmesso al soldo del duca di Milano contra di loro. Venne l'occasione di vendicarsene. Dopo l'impresa di Volterra, per loro segreta istigazione, come fu creduto, si portò il suddetto Niccolò Fortebraccio coi suoi combattenti sul territorio di Lucca, e cominciò a prendere alcune castella, e a mettere a sacco quelle contrade. Spedì il Guinigi a Firenze per pregar quei signori di comandare a Fortebraccio loro soldato che cessasse da tali ostilità; e n'ebbe per risposta, che di loro volontà non s'era fatto quel movimento, e che potevano ben pregare, ma non comandar che cessasse. Intanto il Fortebraccio andava scrivendo a Firenze, dargli l'animo di sottomettere Lucca, e che questo era il tempo di fare un acquisto per tanto tempo desiderato, e non mai eseguito da essi Fiorentini. Proposto nel gran consiglio questo affare, ancorchè non mancassero molti che dissuadessero tale impresa, pure prevalse la gelosia dei più, perchè già si tenevano in pugno Lucca, il cui possesso sarebbe riuscito di mirabil vantaggio ed accrescimento alla loro potenza. Adunque nel dì 15 di dicembre fu determinata la guerra contra di Lucca, e si diedero gli ordini al Fortebraccio d'imprenderla a nome della repubblica: al qual fine il rinforzarono di gente da tutte le bande. Ma, venuto il verno, convenne differir lo sforzo delle ostilità alla stagion migliore. In Genova furono ancora in quest'anno dei disturbi per cagione di Barnaba Adorno [Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], il quale tentò di occupare il castelletto di quella città con un corpo di gente delle ville circonvicine. Andò a voto il suo disegno; e per questa cagione il duca di Milano inviò colà con una man d'armati Niccolò Piccinino valente capitano, che già a gran passi s'introduceva nella grazia e stima di quel principe. Negli stessi tempi [Istor. Napolet., tom. 23 Rer. Ital.] Jacopo Caldora, tornato dalla spedizion di Bologna in regno di Napoli, fu creato dalla regina Giovanna duca di Bari, crescendo talmente la sua potenza, che già comandava a tutto l'Abbruzzo.


MCCCCXXX

Anno diCristo mccccxxx. Indiz. VIII.
Martino V papa 14.
Sigismondo re de' Romani 21.

Intento più che mai papa Martino a ricuperare gli Stati della Chiesa romana, giacchè erano mancati di vita Carlo e Malatesta fratelli de i Malatesti, procurò di profittar della discordia insorta fra i consorti di quella famiglia, con ispedire in quelle parti le sue genti d'armi. Secondo il Biglia [Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.], restò egli padrone della ricca e popolata terra di Borgo San Sepolcro, tanto apprezzata da Carlo Malatesta, che dianzi n'era in possesso. Conquistò ancora Bertinoro; e perchè Guidantonio conte d'Urbino secondò l'armi pontifizie in tale occasione, impadronitosi di alcune castella del Riminese, le ritenne poi per sè. Lorenzo Bonincontro aggiugne [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] che i Malatesti restituirono al papa, oltre al suddetto Borgo San Sepolcro, anche Osimo, Cervia, Fano, la Pergola e Sinigaglia: la qual ultima città fu data dipoi da esso pontefice a Malatesta signore di Pesaro. Nella primavera passarono sul Lucchese le forze de' Fiorentini con gran voglia e speranza di aggiugnere quella città al loro dominio, e la strinsero d'assedio [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]. Ma non tardarono a conoscere, che gran tempo si richiedea all'impresa, giacchè Paolo Guinigi s'era, il meglio che avesse potuto, preparato a sostenersi [Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.], e a vendere caro la propria rovina; oltre di che quei cittadini, benchè mal contenti del di lui governo, pure maggiormente ancora abborrivano quello de' Fiorentini. Filippo Brunelleschi, architetto allora ossia ingegnere di gran credito in Firenze, fece credere ai suoi di avere in saccoccia il segreto per ridurre in breve ai lor voleri i Lucchesi. Consisteva esso in voltare addosso a Lucca la corrente del Serchio, fiume che passa non lungi alle mura di quella città: proposizione impugnata da Neri Capponi e da altri [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.], convinti che gli ingegneri, per conto di dar legge alle acque, sovente formano di bei disegni in carta, che vani poi riescono alla sperienza. Fu nondimeno accettata, e dato principio al lavoro con gran copia di guastatori. Ma i Lucchesi, conosciuta tale intenzione, si premunirono con argini, in guisa tale, che in vece di nuocere alla città, si rivolse il fiume ad allagare il campo de' Fiorentini. Intanto Paolo Guinigi tempestava con lettere e messi gli amici, perchè il sovvenissero in tanto rischio, e massimamente fece ricorso a Filippo Maria duca di Milano e alla repubblica di Siena. Vedevano i Sanesi di mal occhio che i Fiorentini s'insignorissero di Lucca, e spedirono per questo ambasciatori a Firenze; tanto nulla di meno seppero adoperarsi i Fiorentini, che in Siena si ratificò la lor lega, e parve quieto quel popolo. Ma ritrovandosi in essa città di Siena mal soddisfatto de' Fiorentini Antonio Petrucci, ebbe egli delle segrete commessioni di aiutare il Guinigi per quanto potesse; e a tal fine si portò a Milano, dove coi messi del Guinigi attese a muovere quel duca in favore di Lucca. Ne avea gran voglia Filippo Maria. Ma perchè nei capitoli dell'ultima pace v'era ch'egli non si dovesse impacciare negli affari della Romagna e Toscana, gli conveniva stare zitto per non riaccendere la guerra. Tuttavia ricorse ad un ripiego.

Il conte Francesco Sforza, fatta già conoscere colla pazienza sua la sua fede ed innocenza, gli era rientrato in grazia [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.]. A lui fu data l'incombenza di soccorrere Lucca, e gran somma di danaro contata in segreto dal Petrucci, dal ministro del Guinigi e, come fu creduto, anche dal duca, il quale mostrò di licenziarlo dal suo servigio, siccome capitano venturiere, la cui condotta era finita. Con quel danaro il conte Francesco rimise ben in arnese le sue veterane fedeli truppe, e ne assoldò delle altre, e poscia inviatosi alla volta della Lunigiana, come condotto al soldo del signore di Lucca, andò a piantarsi a Borgo a Buggiano. Per la venuta di questo campione sciolsero i Fiorentini l'assedio di Lucca, e si ritirarono coll'armata a Ripafratta [Chron. Senense, tom. 20 Rer. Ital.], ed intanto crearono lor generale Guidantonio conte d'Urbino. Di questa congiuntura si prevalsero i Lucchesi per riacquistare la lor libertà, giacchè s'intese, o fu finto, che il Guinigi trattava di vendere a' Fiorentini quella città. Intorno a ciò intesisi prima col conte Francesco, misero un dì le mani addosso al medesimo Paolo Guinigi, ed appresso svaligiarono tutto il suo palazzo, nel qual mentre Ladislao suo figliuolo fu anche egli detenuto prigione dal conte Francesco. Il Guinigi con tutti i suoi figliuoli, per le istanze de' Lucchesi, fu condotto al duca di Milano, nelle cui carceri terminò dopo due anni i suoi giorni. Attese intanto la Sforza a ricuperare varie terre del territorio lucchese; ed è ben lecito il credere che gran somma d'oro ricavasse dai Lucchesi per averli doppiamente beneficati, liberandoli dalle unghie de' Fiorentini e dall'interno giogo tirannico del Guinigi. Il bello fu, che anche i Fiorentini, per levar di Toscana questo noioso ostacolo ai loro disegni, ricorsero alla spada d'oro, capace di tagliare ogni nodo. Per coonestare il fatto, si trovò che essendo restato creditore di settanta mila fiorini d'oro Sforza padre del conte Francesco, se gli pagherebbe questo danaro, purchè uscisse di Toscana, e si obbligasse per alcuni mesi di non andare ai servigi del duca di Milano. Pagato il contante, egli passò in Lombardia, e colle sue genti venne ad accamparsi su quello della Mirandola. Minutamente si trova descritta questa guerra da Andrea Biglia [Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.]. Indarno mandarono i Lucchesi a Firenze per placare quella signoria. Non sapeano i Fiorentini digerire di aver fatta tanta spesa contra de' Lucchesi, e che in bene de' soli Lucchesi si fosse convertito tutto il loro sforzo. Perciò partito che fu Francesco Sforza, tornarono, come prima, all'assedio di Lucca [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.], e i Lucchesi tornarono a pulsare il duca di Milano per soccorso. Perchè Filippo Maria volea pure aiutarli, e nello stesso tempo parere di non intricarsi in que' fatti, permise che i Genovesi formassero una particolar lega coi Lucchesi, allegando che, secondo i lor privilegii, poteano farla [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Niccolò Piccinino in questi tempi attendeva a sottomettere le terre de' Fieschi e della Lunigiana al duca di Milano. Si mostrò che i Genovesi l'avessero eletto per lor capitano; e questi in fatti colle sue genti d'armi s'inviò verso Lucca, e fu a fronte del campo fiorentino, restando solamente frapposto il fiume Serchio fra le armate. Era di parere il conte di Urbino che non si togliesse battaglia. Venuto di Firenze ordine in contrario, seguì a dì 2 di dicembre un fatto d'armi funesto all'esercito fiorentino, il quale interamente fu rotto con prigionia di mille e cinquecento cavalieri, con perdita di bagaglio e di attrecci, e con altri danni. Il conte Urbino, Niccolò Fortebraccio e gli altri capitani, ben serviti dai lor cavalli, si salvarono chi a Librafatta e chi a Pisa [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Intanto la peste era in Lucca, e non ne era esente Genova, Roma ed altre città, fra le quali anche Firenze. Ora i Fiorentini, avendo spediti i loro ambasciatori a Venezia, faceano gran fuoco per rinnovar la guerra contra del duca di Milano, pretendendo che egli avesse contravvenuto ai patti della pace. Per attestato del Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 22 d'agosto fu confermata la lega dei Veneziani e Fiorentini contra del duca di Milano. Nè si dee tacere che in questo anno la città di Bologna, sempre inquieta, perchè divisa dalle fazioni bentivoglia e de' Canedoli, tumultuò [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e da Baldassare Canedolo, unito coll'abbate de' Zambeccari, nel dì 17 di febbraio furono barbaramente uccisi nello stesso palazzo degli anziani Egano de' Lambertini, Niccolò de' Malvezzi, ed altri aderenti de' Bentivogli. Per cagione di queste turbolenze il cardinale legato uscì della città e si ritirò a Cento. Arrivò poi nel dì 25 di giugno il vescovo di Turpia colle bolle della legazion di Bologna; e questi, raunate le milizie della Chiesa con Antonio Bentivoglio e con gli altri fuorusciti, cominciò la guerra contro a quella città. Continuarono tutto quest'anno le ostilità, e intanto si trattava d'accordo col papa; ma questo non fu conchiuso se non nell'anno seguente.


MCCCCXXXI

Anno diCristo mccccxxxi. Indiz. IX.
Eugenio IV papa 1.
Sigismondo re de' Romani 22.