Chiamò Dio in quest'anno a miglior vita papa Martino V, essendo succeduta la morte sua nella notte del dì 19 venendo al dì 20 di febbraio, per apoplessia a lui sopravvenuta [Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Martini V, P. II. tom. 3 Rer. Ital.]. Fu buon pontefice; saviamente governò la Chiesa, e la lasciò libera da un ostinato scisma. Grande obbligazione per conto dell'impero temporale ebbe a lui la santa Sede, perchè era non men amato che temuto. La dianzi sì inquieta e divisa Roma fu per opera sua ridotta ad un'invidiabil pace. Era, a cagion de' torbidi passati, quasi tutto lo Stato ecclesiastico passato in mano di tirannetti; ne ricuperò egli buona parte, ed assodò l'autorità pontificia in quelle città che restarono in mano di varii signori. Nel dì 3 di marzo a lui succedette nella cattedra di san Pietro il cardinal di San Clemente Gabriello de' Condolmieri, di patria Veneziano, volgarmente appellato il cardinal di Siena, perchè fu vescovo di quella città, e prese il nome di Eugenio IV [Vita Eugenii IV, tom. eod.]. Seguì la coronazione sua nel dì 11 d'esso mese, e non già nel dì 12, come vuole il Rinaldi. Poco poi stette a vedersi una di quelle mutazioni che non fu la prima, ed ebbe molti altri esempli dipoi: cioè si scoprì il papa parziale degli Orsini, perchè per opera loro era giunto al pontificato, e, nemico de' Colonnesi nipoti del defunto pontefice. Veramente non fu senza censura in questi tempi la straordinaria cura ch'ebbe papa Martino d'ingrandire ed arricchire la per altro nobilissima sua casa. E papa Eugenio provò, che i nipoti di lui, cioè Prospero Colonna cardinale, Antonio principe di Salerno ed Edoardo conte di Celano [Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Italic.], aveano fatto lo spoglio del tesoro ammassato dal loro zio per valersene contra dei Turchi, ed asportata ancora una buona quantità di gioielli e d'altri preziosi mobili spettanti al palazzo apostolico e ad altri luoghi sacri Pertanto cominciò papa Eugenio a procedere contro del tesoriere Ottone e contra del vescovo di Tivoli, già camerieri d'onore di papa Martino; e più di ducento persone adoperate in varii ministeri da esso Martino furono private di vita. Allora fu che il cardinal Colonna uscì di Roma senza licenza del papa nè andò molto che Antonio e Stefano Colonnesi con gran gente armata entrarono nel dì 23 d'aprile in Roma stessa, e presero due porte [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.], figurandosi che la lor fazione si moverebbe a rumore. Volle Dio, che niuno prendesse l'armi per loro; e però, venuti al papa dei soccorsi, fu spinto fuori di città Stefano Colonna, e messo a sacco il di lui palazzo, siccome ancor quelli del cardinal Colonna, del cardinal Capranica e d'altri loro aderenti. Avendo intanto papa Eugenio fatto ricorso alla regina Giovanna [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], questa gl'inviò Jacopo Caldora con tre mila cavalli, e mille e secento fanti. Era costui la stessa avarizia e molto più della fede e dell'onore gli stava a cuore il danaro. Non passò dunque gran tempo che in vece di far guerra ai Colonnesi, lasciatosi corrompere dai grossi regali d'Antonio principe di Taranto, divenne lor protettore ed amico. Pretende Neri Capponi [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.] ch'egli toccasse cento tredici mila fiorini di quei di papa Martino. Ma perchè seppe anche papa Eugenio giocar di danaro, il Caldora tornò ad assisterlo. Oltre a ciò, i Veneziani e Fiorentini spedirono in aiuto del pontefice Niccolò da Tolentino con un corpo di gente, di maniera che egli potè dar la legge ai Colonnesi ribelli. Trattossi dunque di accordo [Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; e questo conchiuso, fu solennemente proclamato nel dì 22 di settembre. In vigor d'esso il principe di Salerno rilasciò al papa settantacinque mila fiorini d'oro: salasso che, unito col resto da lui speso in guadagnare il Caldora, gli votò affatto di sangue gli scrigni. Nè qui finì la sua disgrazia. Per attestato di Biondo [Blondus, Dec. 11, lib. 4.], teneva egli presidio, non senza biasimo del defunto suo zio, in Orta, Narni, Soriano, Gualdo, Nocera, Assisi, Ascoli, Imola, Forlì e Forlimpopoli. Fu obbligato a dimettere tutto. Diede in oltre occasione questo torbido alla regina Giovanna [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.] di togliere al suddetto Antonio il principato di Salerno, e tutto quanto ella avea dianzi donato, per le continue istanze di papa Martino, ai di lui nipoti nel regno di Napoli: risoluzione non di meno, che non dovette andare esente da taccia d'ingratitudine, perchè quella corona ch'ella portava in capo si potea chiamare un dono d'esso papa Martino. Abbiam già veduto quanto egli avea fatto per lei. Attese ancora il pontefice Eugenio in questi medesimi tempi ad estinguere il fuoco che tuttavia durava per la ribellion di Bologna, giacchè quel popolo concorreva a ritornar alla sua ubbidienza [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], purchè ottenesse buone condizioni. Ed in fatti le ottenne, perchè il papa, vedendo risorta la guerra fra il duca di Milano dall'una parte, e i Veneziani e Fiorentini dall'altra, giudicò meglio di contentarsi di quel che potè, e di far cessare quel rumore. Adunque nel dì 24 d'aprile si pubblicò in Bologna la pace stabilita da quel popolo col papa, e successivamente v'entrarono i commessarii del papa a prenderne il possesso e dominio.

Erano irritati forte i Fiorentini contra di Filippo Maria duca di Milano, perchè loro avea tolto di mano l'acquisto di Lucca, e perciò di gran premura faceano in Venezia perchè s'aprisse un nuovo teatro di guerra. I Veneziani anch'essi, al vedere il duca sì inquieto e sempre armato, inclinavano a sfoderar di nuovo la spada; e tanto più perchè le esortazioni del Carmagnola e le conquiste fatte nelle precedenti due guerre faceano loro sperare di accrescerle collo imprenderne un'altra [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Mandò bensì il duca ambasciatori a Venezia per giustificare il fin qui operato da lui, e per trattare d'aggiustamento; ma vedendosi i saggi Veneziani menare a spasso con sole parole disgiunte da fatti, finalmente diedero all'armi. Forse il duca non desiderava che questo: cotanto gli stava sul cuore la perdita di Brescia e di Bergamo, e la speranza che la fortuna potesse cangiar faccia per lui. Aveva egli al suo servigio Niccolò Piccinino, ardito e valoroso capitano. Per opera ancora del fu papa Martino V s'era di nuovo acconciato al suo servigio il conte Francesco Sforza [Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, cap. 21 Rer. Ital.], il quale avea assaporata la speranza a lui data delle nozze di Bianca figliuola legittima del duca, in età allora non ancor atta al matrimonio. La prima impresa che tentò il conte Francesco Carmagnola, fu quella di Soncino. Gli fu promessa da quel castellano l'entrata in quella terra, mercè di un grosso regalo di contanti; ma il trattato era doppio. Presentatosi dunque colà il Carmagnola nella mattina del dì 17 di maggio con tre mila cavalli e più di due mila fanti, in vece della porta aperta di Soncino, trovò Francesco Sforza ed altri capitani ducheschi colle loro squadre che gli fecero il che va là. Attaccossi la mischia, e fu un maraviglioso fatto di armi che durò sino alla notte colla totale sconfitta del Carmagnola, il qual forse con soli sette cavalli si ridusse a Brescia. Restaronvi prigionieri circa mille e cinquecento cavalieri, oltre alla fanteria. Il Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] Veneziano sminuisce non poco questa vittoria. Comunque sia, e posto ancora che grande fosse il danno patito in questa lagrimevol giornata dai Veneziani, pure alla lor potenza e borsa non fu difficile l'accrescere in breve, non che il ristorare l'armata loro di terra, con ispedire nello stesso tempo un'altra possente armata navale per Po alla volta di Cremona, comandata da Niccolò Trivisano: alcuni la fanno ascendere a cento legni tra grossi e sottili. Più di dodici mila cavalli militavano allora in Lombardia sotto le insegne venete. Avea anche il duca di Milano preparata la sua flotta navale, il cui capitano era Pacino Eustachio da Pavia. Sen venne questa nel dì 22 di maggio [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.] (il Simonetta dice [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.] nel dì 23) contro la nemica, e cominciò all'ore ventidue, tre miglia lungi da Cremona, la battaglia, che durò sino alla notte, con restar presi cinque galeoni ducheschi. Ma essendo nell'alba del giorno seguente Francesco Sforza, Niccolò Piccinino (il Sanuto nol nomina). Guido Torello ed altri capitani entrati con gran numero di genti d'armi negli stessi galeoni, la mattina suddetta sì bruscamente assalirono i Veneziani [Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che tutta la lor flotta rimase sterminata, e vennero in potere de' vincitori ventotto galeoni con altre barche, armi e munizioni senza numero, e circa otto mila prigioni. Avea il general Trivisano mandato a chiedere soccorso al Carmagnola, che stava accampato in quelle vicinanze coll'esercito di terra; ma egli punto non si mosse, dicono per avviso furbescamente fattogli dare che l'armata terrestre del duca si metteva in ordine per dargli battaglia. L'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, ubi supra.], che si trovò presente a questo fatto d'armi, asserisce essere stato quello uno dei più formidabili e mortali che mai si fossero veduti in Po, ed essere stati maggiori i fatti di quel che fu scritto. Certamente incredibile fu il danno patito in tal congiuntura dalla repubblica veneta [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nè il Carmagnola nel resto dell'anno si attentò a far altra impresa, se non che nel dì 15 d'ottobre, avendo inteso che si facea poca guardia in Cremona, spedì colà un corpo de' suoi, ai quali riuscì di dare una scalata alla picciola fortezza di San Luca e di prenderla. Quivi si mantennero costoro per due dì, senza che il Carmagnola dipoi, tuttochè avvisato, volesse marciare a quella volta, allegando per iscusa di temer degli aguati de' nemici. Parte di quella gente da' Cremonesi fedeli al duca fu presa, e gli altri se ne tornarono al campo. E qui ebbero principio le diffidenze de' Veneziani contra del medesimo Carmagnola.

Nè solamente guerra fu in quest'anno in Lombardia. La sua parte n'ebbe anche la Toscana [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20. Histor. Senens., tom. 20 Rer. Ital.]. Erano entrati i Sanesi e i Lucchesi in lega col duca di Milano contra de' Fiorentini. In Pisa stessa quel popolo, bramoso di ricuperare la perduta libertà, non era quieto. Ora trovandosi tuttavia nella primavera di quest'anno, cioè prima della guerra veneta, Niccolò Piccinino in Lunigiana [Billius, Hist., lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.], dopo aver tolto Pontremoli a Gian-Luigi del Fiesco, nel dì 22 di marzo comparve sul Lucchese, ed, inoltratosi sul Pisano, cominciò a prendere varie di quelle castella. Passò anche sul Volterrano, siccome uomo speditissimo nelle sue imprese: nel qual tempo anche i Sanesi apertamente mossero guerra a Firenze, ed altrettanto ancora fece Jacopo, ossia Lodisio Appiano signor di Piombino. Erano a mal partito i Fiorentini allora, perchè sprovveduti di esercito e di capitano, e malmenati dal Piccinino, che ogni dì andava prendendo nuove terre, e lor conveniva tener buon presidio in Pisa, Arezzo ed altre città minacciate. Presero pertanto al loro servigio Niccolò da Tolentino e Micheletto Attendolo da Cotignola colle lor genti d'armi. Frequenti erano in questo secolo i condottieri d'armi italiani, annoverati nelle Croniche di Marino Sanuto. Cadaun di questi venturieri conduceva la truppa de' suoi combattenti, chi più chi meno, e prendeva poi soldo dove migliore trovava il mercato. Ma la salute de' Fiorentini altronde venne. Da che i Veneziani con tante forze ebbero aperto il teatro della guerra contro lo Stato di Milano, abbisognando il duca del Piccinino e delle sue truppe, il richiamò in Lombardia, e ne ricevè poi buon servigio, per quanto abbiamo veduto. Aveano essi Veneziani, a fine di far maggior diversione all'armi del duca [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.], e di sovvenire ancora al bisogno de' Fiorentini, inviata nel Mediterraneo a Porto Pisano una flotta di galee e d'altri legni comandata da Pier Loredano, dove si congiunse con altri legni de' Fiorentini. S'incontrò questa nel dì 27 d'agosto in vicinanza di Portofino colla genovese, inferiore di forze, di cui era capitano Francesco Spinola [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Attaccata la battaglia, per tre ore continue rabbiosamente si combattè fra quelle due nazioni ab antiquo nemiche, finchè, superata la capitana di Genova, si dichiarò la vittoria in favore de' Veneziani, colla presa di sette o otto galee [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e dello stesso ammiraglio Spinola. Dalla parte ancora del Monferrato fecero guerra al duca di Milano i Veneziani e Fiorentini, avendo tirato nella lor lega Gian-Giacomo marchese di quella contrada, e Bernabò Adorno ribello di Genova e padrone di alcune castella nel Genovesato, il quale nel mese di settembre infestò non poco la Riviera occidentale de' Genovesi. Spedito dal duca a quella volta Niccolò Piccinino nell'ottobre, ebbe la maniera di sconfiggerlo e farlo prigione nel dì 9 di quel mese. Dopo di che, per attestato di Giovanni Stella e del Sanuto, egli rivolse l'armi contra del Monferrato, e durante il verno ridusse quasi in camicia quel marchese [Poggius, Histor., lib. 6, tom. 20 Rer. Ital.] con torgli la maggior parte delle di lui terre, annoverate da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Non gli restava più se non Casale di Sant'Evasio con pochi altri luoghi, quando Amedeo duca di Savoia, parente suo e del duca di Milano, s'interpose per aggiustamento. Restò conchiuso che il marchese depositasse quelle poche terre, che restavano in mano sua, in quelle di Amedeo duca di Savoia; il che fu eseguito. Egli poi pieno d'inutili pentimenti incognitamente per gli Svizzeri si portò a Venezia ad implorar l'aiuto di quel senato, e a vivere alle spese dei Veneziani. Il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.] e il Corio [Corio, Istor. di Milano.] suo copiatore, e, quel che è più, il Biglia attribuiscono l'impresa del Monferrato al conte Francesco Sforza. Potrebbe essere che anche egli intervenisse a quella festa; s'egli poi fosse, o il Piccinino, come pretende il Poggio e Giovanni Stella, autore anch'esso contemporaneo, il principal mobile di quell'impresa, nol saprei dire. Aggiungono bensì tali autori, avere le soldatesche del duca in tal congiuntura commesse tali enormità, sfoghi, incendii e crudeltà contra dei Monferrini, che il raccontarle farebbe orrore.

Era negli anni addietro stato occupato Sigismondo re de' Romani, d'Ungheria e Boemia nelle terribili guerre degli ostinati eretici Ussiti, che sconvolsero lungamente la Boemia, e costarono sangue senza fine [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. In quest'anno, giacchè erano in qualche calma i suoi affari della Germania, determinò di venire in Italia per prendere le corone. Arrivò, non so dire se nell'ottobre, oppure nel novembre, a Milano, con seguito di poca gente, accolto con gran solennità da quel popolo, e lautamente spesato dal duca. Curiosa cosa fu il vedere che esso duca Filippo Maria, il quale soggiornava allora a Biagrasso per cagion della peste, quantunque praticasse tutte le maggiori finezze a questo gran principe sovrano suo, pure non si lasciò mai vedere a Milano, finchè vi dimorò Sigismondo, non so se per diffidenza, o per qualch'altro motivo. Certo è che non gli volle mai permettere l'entrata nel castello di Milano [Billius, Histor., cap. 9, tom. 19 Rer. Ital.]. Egli era una testa particolare. Nel dì 25 del suddetto novembre, festa di santa Caterina [Corio, Istor. di Milano. Muratorius, Comm. de Corona Ferrea.], seguì nella basilica di Sant'Ambrosio di Milano la coronazione di Sigismondo, avendogli Bartolomeo Capra arcivescovo posta in capo la corona ferrea. Fermossi poi in Milano nel verno, disponendo intanto il suo viaggio alla volta di Roma. Nei dì 5 di maggio dell'anno presente [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] i tre Malatesti, che dominavano in Rimini, Fano e Cesena, essendo di poca età, furono in pericolo di perdere la lor signoria per una sollevazione, non so se ordinata da Malatesta signore di Pesaro, oppure dagli uffiziali di papa Eugenio. Solamente apparisce che in questi tempi in Forlì dominava il pontefice. Ne' medesimi tempi Città di Castello assediata da Niccolò Fortebraccio [Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.] ebbe soccorso da Guidantonio conte d'Urbino, e restò libera dalle unghie di lui. Furono infestati nell'autunno di quest'anno i Veneziani [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] nel Friuli dagli Ungheri per ordine del re Sigismondo a petizione del duca di Milano, fra cui ed esso re passava buona corrispondenza ed amicizia. D'uopo fu che il senato inviasse al riparo Taddeo marchese d'Este con altri condottieri d'armi, i quali non perderono tempo a sconfiggere quei barbari, e a farli tornar di galoppo alle lor case. Si diede principio in questo anno al concilio generale di Basilea, presidente del quale fu a nome del papa Giuliano Cesarino, cardinale di gran credito in questi tempi.


MCCCCXXXII

Anno diCristo mccccxxxii. Indiz. X.
Eugenio IV papa 2.
Sigismondo re de' Romani 23.

Erasi già cominciato in Basilea il concilio generale, ed ogni dì più andava crescendo il concorso de' Padri [Raynald., Annal. Eccles.]; ma poco stette papa Eugenio a pentirsi di averlo permesso in luogo, dove non poteva egli quel che voleva, perchè que' Padri diedero per tempo a conoscere voglia di limitare l'autorità del papa, e di attribuirsi una specie di superiorità sopra di lui. Per questo il pontefice determinò di chiamare a Bologna quel concilio, e ne mandò l'ordine al cardinal Giuliano legato. Ma quei Padri, assistiti dal re dei Romani e da varii altri potentati, furono di sentimento diverso, e vollero continuar le loro sessioni in Basilea; dal che nacque dissensione fra essi e il papa. Di più non ne dico, rimettendo il lettore in questo proposito alla storia ecclesiastica e agli atti di quel concilio. Era calato, siccome già accennai, il re Sigismondo per portarsi anche a Roma a prendere la corona imperiale; ma ritrovò anch'egli degli ostacoli a' suoi disegni. Il papa, oltre all'essere Veneziano, cioè di nazione allora nemica di Filippo Maria duca di Milano, avea de' particolari motivi di sdegno contra di lui, perchè o credea o sapea di certo che nella guerra fattagli nell'anno precedente dai Colonnesi esso duca avea avuta mano. E veggendo ora Sigismondo sì attaccato ad esso duca di Milano, non sapea escludere i sospetti della di lui venuta a Roma. Incagliossi per questo il viaggio di Sigismondo [Blondus, lib. 5, Dec. 3. Sabellicus, Platina, et alii.], il quale da Milano passò a Piacenza, e quindi a Parma, con far delle lunghe posate in quelle città. Nè sussiste, come si pensò Benvenuto da San Giorgio, che egli portatosi nel Monferrato, vi soggiornasse gran tempo. Andossene dipoi a Lucca, menando seco ottocento cavalli ungheri e secento del duca di Milano. Il Poggio [Poggius, Hist., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.] gli dà due mila tra cavalieri e fanti di suo seguito. Una delle maggiori premure di questo buon principe era quella di quetare i rumori dell'Italia, e si era anche esibito con calde lettere a trattar la pace fra il duca di Milano e i collegati avversarii. Ma egli ritrovò molto sconcertate le cose in Toscana. Militavano allora contra de' Fiorentini le milizie del duca suddetto e dei Sanesi sotto il comando di Alberico conte di Lugo [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.], con cui erano Bernardino dalla Carda degli Ubaldini, Lodovico Colonna, Antonio Petrucci, Ardizzon da Carrara ed altri capitani, ma discordi fra loro. Michele Attendolo da Cotignola generale de' Fiorentini, e Niccolò da Tolentino lor capitano seppero ben profittare della lor disunione; imperocchè nel dì primo di giugno [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 20.] venuti con loro alle mani, li sbaragliarono, e fecero prigionieri più di mille cavalli. Io non so come tutto al rovescio è raccontato questo fatto d'armi da Pietro Rosso nella Storia di Siena [Petrus Russ., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Italic.]. Secondo lui, vincitori furono i Sanesi, e Niccolò da Tolentino vi fu fatto prigione. Comunque sia, nel giorno innanzi era giunto a Lucca Sigismondo, ed ebbe il dispiacere d'intendere che quasi sotto i suoi occhi passarono dopo quella vittoria i capitani de' Fiorentini a dare il guasto al territorio lucchese. Ancorchè essi Fiorentini colle parole mostrassero rispetto alla sacra di lui persona e dignità, pure coi fatti si scoprivano suoi nemici, perchè egli era tenuto per parziale del duca di Milano, e de' Sanesi e Lucchesi loro nemici. Andavano perciò meditando d'impedirgli il passo alla volta di Siena. Ma mentre van consultando, Sigismondo scortato dalle milizie sue, del duca e di Siena, si mise in viaggio, e felicemente arrivò nel dì 11 di luglio ad essa città di Siena, dove fu accolto con incredibil onore e magnificenza da quel popolo, che l'aspettava a braccia aperte. Fermossi Sigismondo tutto il resto dell'anno in quella città, perchè non s'accordavano le pive del papa, con aggravio e doglianze non poche del popolo sanese, a cui costava troppo la sì lunga visita di questo principe, trattando egli intanto di pace, ed ascoltando gli ambasciatori de' Fiorentini, ma senza cavarne alcun sugo. Altri avvenimenti di guerra spettanti a quest'anno in Toscana riferisce il Rossi sopra mentovato nella Storia di Siena, che non occorre rapportar nella mia.

Quanto alla guerra di Lombardia, incredibile strepito fece in Italia ciò che in quest'anno accade al conte Francesco Carmagnola generale della veneta armata, il più accreditato capitano che si avesse allora l'Italia, ma famoso ancora per la sua superbia, onde era probabilmente proceduta anche la sua caduta dalla grazia del duca di Milano. Le ommissioni da lui commesse negli infausti avvenimenti dell'armi venete dell'anno precedente fecero nascere così gagliardi sospetti della sua lealtà nell'animo di chi reggeva quella repubblica, che nel dì 8 d'aprile [Sanuto, Istor. Venet., tom. 23 Rer. Ital.] fu risoluto nel loro consiglio di levargli non solamente il comando, ma, per maggior sicurezza, anche la vita. In questi tempi era in Venezia ordinariamente una specie di reato il perdere una battaglia, e gli sventurati capitani si doveano aspettare qualche gastigo. Mandato a chiamare il Carmagnola che venisse a Venezia col pretesto di voler udire il di lui parere intorno alla pace che se gli rappresentava vicina, andò egli francamente colà, onorato per tutto il cammino; ma vi trovò la prigione che l'aspettava. Fu messo ai tormenti, cioè a quella crudele e dubbiosa via di ricavar la verità dei delitti; e scrivono che egli in fine confessò il fallo della sua corrotta fede, senza che si dica se avessero sicure pruove in mano per convincerlo di questo reato. Può essere che le facessero. Il perchè collo sbadaglio in bocca condotto fra le colonne della piazza di San Marco, quivi lasciò egli miseramente la testa sopra un palco nel dì 5 di maggio [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Grandi furono le dicerie per questo, credendo molti che non sarebbe venuto a tal determinazione quel saggio senato senza buone ragioni; ed altri, che per soli sospetti e per paura di sua possanza si sbrigassero di questo eccellente capitano; e pretendendo altri che almeno meritasse di finir la sua vita in una prigione chi avea prestato sì rilevanti servigi a quella signoria. Di sua morte al certo pare che avesse occasione di rallegrarsi non poco il duca di Milano, per veder tolto a sè un sì pericoloso nemico, e a' Veneziani un capitano sì prode. Fu poscia eletto generale dell'esercito Gian-Francesco da Gonzaga signore di Mantova, il quale nell'anno presente collo sborso di dodici mila fiorini d'oro conseguì dal re de' Romani il titolo di marchese di Mantova. Giunto questo nuovo generale all'esercito della repubblica, vi trovò cavalli nove mila e secento, fanti otto mila, balestrieri ottocento, cernide sei mila, ed infiniti partigiani; ma niuna rilevante impresa fece egli in tutto quest'anno, fuorchè la presa di Soncino e d'alcune picciole terre. Nè dal canto del duca di Milano s'udì veruna bravura, eccettochè una vittoria riportata da Niccolò Piccinino in Valtellina, provincia spettante in addietro ad esso duca, ed occupata allora dall'armi venete. Vi era Giorgio Cornaro provveditore della repubblica con grosso corpo di gente. Colà portatosi il Piccinino attaccò la mischia, ma fu costretto a ritirarsi [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Vi tornò con intelligenza de' Ghibellini, ed, assaliti i Veneti, li sconfisse con tal fortuna, che pochi ne scamparono, e vi restarono presi lo stesso Cornaro provveditore, Taddeo marchese d'Este, Taliano Furiano, Cesare da Martinengo e molti altri condottieri d'armi. Il rumore di tal vittoria andò crescendo per via di sì fatta maniera, che l'autore della Cronica di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 25 Rer. Ital.] ebbe a scrivere, aver in essa i Veneziani perduto tra morti e prigioni circa nove mila persone. Anche l'Ammirati [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.] fa ascendere il danno loro a tre mila cavalli e quattro mila fanti. Fu anche guerra in Val Camonica, la quale, secondo il Sanuto, venne in potere de' Veneziani, scrivendo all'incontro l'autore degli Annali di Forlì [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] che vi furono presi e morti dalle genti del duca di Milano moltissimi de' nemici. Se crediamo al medesimo Sanuto, Gian-Giacomo marchese di Monferrato, già spogliato de' suoi Stati dal duca, fu in quest'anno rimesso in sua grazia colla restituzione di quanto avea perduto. All'interposizione di Sigismondo re dei Romani venne attribuita questa concordia. Ma ciò non sussiste, ed è da vedere il Guichenon [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], che mostra tal restituzione effettuala solamente in vigor della pace, di cui parleremo all'anno seguente, e con varie difficoltà ancora in contrario nell'esecuzione della medesima.

Ebbero non poche molestie nell'anno presente i Genovesi [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] da una poderosa flotta di galee spedite da Venezia contra di loro, che andarono scorrendo per quelle riviere, e mettendo i luoghi men forti a sacco coll'assistenza dei Fregosi e d'altri fuorusciti di Genova. Talmente si difesero quei cittadini, che neppure riuscì ai nemici di prendere la assediata terra di Sestri di Levante, e diedero ancora delle busse ai fuorusciti che erano assai forti in terra. Nel dì 9 di ottobre [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] venne a morte Galeotto Roberto Malatesta signore di Rimini, principe riguardevole per la sua piissima vita. E perchè in questi tempi ci volea poco a conseguir dai popoli il titolo di beato, gli fu esso accordato dai Forlivesi. Al Malatesta signore di Pesaro tolta fu nel dì 18 d'agosto quella città dalle genti della Chiesa: laonde i Malatesti si ritirarono a Fossombrone. Quanto al regno di Napoli, l'avea fin qui dispoticamente governato Ser-Gianni Caracciolo gran senescalco, tenendo come schiava la regina Giovanna [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Non contento di averne ricevuto in dono Capoa e molte altre terre, s'invogliò ancora del principato di Salerno; e perchè la regina non condiscese a concederglielo, siccome uomo superbo, usò parole disoneste contra di lei. Coloro che l'odiavano, ed erano la maggior parte dei nobili napoletani, e massimamente Ottino de' Caraccioli Rossi e la duchessa di Sessa, si servirono di questa congiuntura per atterrarlo; e tanto menarono, che la regina s'indusse a rilasciar l'ordine di farlo prigione. Ciò bastò ai congiurati per andare una notte a svegliarlo, e a trucidarlo a colpi di stocco, con rappresentar poi alla regina, la quale sommamente se ne afflisse, ciò essere succeduto perch'egli s'era messo in difesa. Furono poscia imprigionati Troiano suo figliuolo, e molti altri Caraccioli suoi attinenti, e saccheggiate le lor case. La Vita di Ser-Gianni scritta da Tristano Caracciolo fu da me pubblicata nella mia Raccolta Rer. Ital. Allora l'ambiziosa duchessa di Sessa cominciò a padroneggiar nella corte, nè permise che più venisse a Napoli il re Lodovico d'Angiò tuttavia dimorante in Calabria, ma in basso stato, con tutto che egli si figurasse venuto per lui il buon tempo, e si fosse messo in punto per trasferirsi a Napoli [Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]. Era intanto approdato a Messina nel dì 6 di giugno dell'anno presente Alfonso re d'Aragona con ventidue galee e con alcune navi grosse. Sul principio d'agosto, rinforzata che ebbe con altri legni e con gran concorso di Siciliani quella flotta, fece vela verso Malta, e andò poscia a piombare addosso all'isola delle Gerbe in Africa. Ossia ch'egli non trovasse i suoi conti coi Mori padroni dell'isola, oppure che all'avviso delle mutazioni accadute in Napoli si risvegliassero le speranze sue di riacquistar ivi il dominio perduto, e tanto più perchè segretamente era favorito dalla duchessa di Sessa: se ne tornò in Sicilia nel mese d'ottobre, e dispose i suoi affari per passare in regno di Napoli. Nel dì 20 di dicembre arrivò ad Ischia, e quivi si fermò, aspettando d'udire se alla prefata duchessa riusciva di farlo adottar di nuovo per figliuolo della regina. Ma Urbano Cimino, che stava sempre all'orecchio d'essa regina, ed era tutto per Lodovico d'Angiò, ebbe maniera di sventar ogni mina della duchessa.