MCCLXXIV
| Anno di | Cristo mcclxxiv. Indizione II. |
| Gregorio X papa 4. | |
| Ridolfo re de' Romani 2. |
Memorabile si rendè l'anno presente per l'insigne concilio generale tenuto da papa Gregorio X in Lione [Raynaldus, in Annal. Eccl. Labbe, Concil. Ptolomaeus Lucens. et alii.], al quale intervennero circa cinquecento vescovi, settanta abbati e mille altri fra priori, teologi ed altri ecclesiastici dotati di qualche dignità. Gli fu dato principio nel dì 7 di maggio, e quivi si fece la riunion de' Greci colla Chiesa latina; il che recò estrema consolazione ad ognuno. Michele Paleologo, imperador de' Greci, uomo accorto, paventando forte la crociata de' popoli d'Occidente, promossa con zelo inesplicabile dal buon papa Gregorio, e vivendo ancora in non poca gelosia delle forze e dell'ambizione di Carlo re di Sicilia, si studiò con questo colpo di rendere favorevole a sè stesso il pontefice e i principi latini. Furono eziandio fatti molti dei regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, e si trattò con vigore della ricupera di Terra santa. E perciocchè le maggiori speranze del papa erano riposte nel nuovo eletto re de' Romani Ridolfo conte di Habspurch, che avea presa la croce, si studiò egli di pacificare Alfonso re di Castiglia, il quale continuava le sue pretensioni sopra il regno d'Italia, e solennemente ancora confermò l'elezione d'esso Ridolfo. Questi, all'incontro, confermò alla Chiesa romana tutti gli Stati espressi ne' diplomi di Lodovico Pio, Ottone I, Arrigo I e Federigo II, e si obbligò di non molestar il re Carlo nel possesso e dominio del regno di Sicilia, con altri patti che si possono leggere negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Due gran lumi perdette in quest'anno l'Italia e la Chiesa di Dio. Il primo fu Tommaso da Aquino dell'ordine de' Predicatori, della nobilissima casa de' conti d'Aquino, ingegno mirabile ed angelico, teologo di sì profondo sapere, che dopo sant'Agostino un altro simile non aveva avuto la cristiana repubblica [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl. lib. 22, tom. 11 Rer. Ital.]. Da Parigi, nella cui università era egli stato con infinito plauso pubblico lettore, venuto a Napoli nell'anno 1272, s'era ivi fermato per ordine del re Carlo, affinchè vi leggesse teologia. Ma dovendosi tenere il concilio, in cui sarebbe occorso di disputar coi Greci, papa Gregorio comandò ch'egli venisse a Lione per così importante affare. Misesi fra Tommaso in viaggio; ma infermatosi per via, giacchè non v'era vicino convento alcuno del suo ordine, si fermò nel monistero dei Cisterciensi di Fossanova nella Campania. Quivi dopo qualche mese passò a miglior vita nel dì 7 di marzo dell'anno presente in età di soli quarantanove anni, o al più cinquanta, con ammirarsi tuttavia, come egli tante opere, ed opere insigni, potesse compiere in un sì limitato corso di vita. Io non so qual fede si possa prestare a Dante [Dante, Purgator., can. 20.], che cel rappresenta tolto dal mondo con lento veleno, fattogli dare dal re Carlo, per timore che non facesse dei mali uffizii alfa corte pontificia a cagion della persecuzione da lui fatta ai conti d'Aquino suoi fratelli. Fu egli poi canonizzato e posto nel catalogo de' santi, e dopo molti anni trasportato a Tolosa il sacro suo corpo. Gran perdita parimente si fece nella persona di fra Bonaventura da Bagnarea dell'ordine de' Minori [Bolland., Act. Sanct., ad diem 14 jul.], insigne teologo anche esso, già creato cardinale della santa romana Chiesa, e vescovo d'Albano. Trovavasi egli al concilio di Lione; quivi nel dì 15 di luglio terminò il corso della vita terrena, e ducento anni dipoi fu canonizzato, senza intendersi perchè la festa sua si celebri nel dì precedente, se forse egli non morì nella notte fra l'un giorno e l'altro: il che suol produrre diversità di contare presso gli storici. Secondo le storie milanesi [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 310. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], Napo dalla Torre signor di Milano spedì una solenne ambasceria a riconoscere per re dei Romani e d'Italia Ridolfo, con offerirgli il dominio della città. Fu gradito non poco quest'atto dal re Ridolfo, e però dichiarò suo vicario in Milano esso Napo, e mandogli il conte di Lignì con un corpo di truppe tedesche per difesa sua contra de' Pavesi e de' nobili fuorusciti. Cassone ossia Gastone, figliuolo di Napo, fu poi dichiarato capitano di tali truppe.
In quest'anno ancora vennero trecento uomini d'armi a Pavia [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], inviati dal re Alfonso di Castiglia. Con questi e con tutto il loro sforzo i Pavesi, gli Astigiani e Guglielmo marchese di Monferrato andarono a dare il guasto al territorio d'Alessandria, e stettero otto giorni addosso a quel popolo. Non sapendo gli Alessandrini come levarsi d'attorno questo fiero temporale, chiesero capitolazione, e fu convenuto ch'essi rinunziassero al dominio del re Carlo, con che cesserebbono le offese. Nel mese poscia di giugno passarono ai danni della città di Alba e di Savigliano. Presero Saluzzo e Ravello: il che diede motivo a Tommaso marchese di Saluzzo di abbandonar la lega del re Carlo, e di unirsi cogli Astigiani. Tornati nel distretto d'Alba, diedero il guasto al paese sino alle porte di quella città, e gli Astigiani fecero quivi correre al pallio nel dì di San Lorenzo in vitupero de' nemici. Vollero gli uffiziali del re Carlo far pruova della lor bravura, e diedero battaglia, ma con riportarne la peggio, essendo rimasto ferito in volto Filippo siniscalco d'esso re, e Ferraccio da Sant'Amato maresciallo con circa cento quaranta Provenzali. Per queste traversie il suddetto siniscalco si ritirò in Provenza, e lasciò ad Alba, Cherasco, Savigliano, Mondovico, ossia Mondovì, e Cuneo, di levarsi di sotto alla signoria del re Carlo, il cui dominio in Piemonte si venne in questa maniera ad accorciare non poco. Vi conservò egli nulladimeno alcune città [Ptolom. Lucens., Hist. Ecclesias., lib. 23, cap. 29.]. S'impadronirono gli Astigiani anche del castello e della villa di Cossano, i cui signori andarono in Puglia a cercar da vivere alle spese del re. Miglior mercato non ebbe esso re Carlo nella guerra contra de' Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]. Presero bensì le sue galee in Corsica il castello d'Aiaccio, fabbricato e fortificato quivi dal comune di Genova; ma i Genovesi, messo insieme uno stuolo di ventidue galee, andarono in traccia delle provenzali, nè trovandole in Corsica, passarono a Trapani in Sicilia, e bruciarono quanti legni erano in quel porto. Iti i medesimi a Malta, diedero il sacco all'isola del Gozzo, e poi, venuti a Napoli, dove soggiornava lo stesso re, per ischerno suo alzarono le grida, e sommersero in mare le regali bandiere; e, nel tornare a Genova, presero molti legni d'esso re Carlo. Quindi nella riviera di Ponente gli ritolsero Ventimiglia. Seguì poscia una zuffa fra essi e il siniscalco del re al castello di Mentono, dove rimasero sconfitti essi Genovesi; ma nulla potè fare contra di essi la potente flotta di lui, che era venuta sino in faccia del porto di Genova.
In Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] divampò nell'anno presente un grave incendio, che durò poscia gran tempo. Prevalendo la fazione de' Rangoni e Boschetti, furono obbligati i Grassoni, quei da Sassuolo e da Savignano coi loro aderenti di uscire della città. Ingrossati poscia i fuorusciti, vennero sino al Montale, ed accorsi i Rangoni col popolo, attaccarono battaglia. Vi fu grande strage dall'una parte e dall'altra; ma la peggio toccò ai Rangoni. Più strepitosi sconcerti succederono in Bologna nel mese di maggio [Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Vennero alle mani i Geremii, cioè la fazione guelfa, coi Lambertazzi, seguaci della parte dell'imperio, e si fecero ammazzamenti e bruciamenti di case non poche per parecchi giorni. In soccorso de' Guelfi si mosse la milizia di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], Cremona, Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] e Modena. Era appena giunta al Reno questa gente, che i Lambertazzi giudicarono meglio di far certi patti colla fazion contraria; e però, cessato il rumore e bisogno, se ne tornarono indietro i collegati. Ma che? Da lì a pochi giorni si ricominciò la danza di prima, e la concordia andò per terra. Il perchè la parte della Chiesa richiese le sue amistà, e in aiuto suo marciarono i Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Ferraresi e Fiorentini. All'avviso di tanti soccorsi che venivano, i Lambertazzi sloggiarono senza contrasto nel dì 2 di giugno. Secondo altri, vi fu gran battaglie, e ferro e fuoco si adoperò; ma in fine, non potendo reggere i Lambertazzi alla forza superiore de' Guelfi, uscirono della città vinti, e si ritirarono a Faenza, con lasciar prigionieri molti del loro partito. Furono atterrati varii palagi e case de' fuorusciti; e il Ghirardacci scrive [Ghirardacci, Istor. di Bologna.] che quindici mila cittadini ebbero, in tal congiuntura, il bando. Nel mese d'ottobre il popolo di Bologna, rinforzato dai Guelfi circonvicini, fece oste contra le città della Romagna che si erano ribellate. Scacciò d'Imola i Ghibellini, e vi mise un buon presidio. Passò dipoi sotto Faenza, e diede il guasto a quelle contrade; ma ritrovando ben guernita e rigogliosa la città per gli tanti usciti di Bologna, se ne ritornò a casa senza far maggiori tentativi. Secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], fu guerra in quest'anno fra i Pavesi e Novaresi collegati, e il comune di Milano.
MCCLXXV
| Anno di | Cristo mcclxxv. Indizione III. |
| Gregorio X papa 5. | |
| Ridolfo re de' Romani 3. |
Gran voglia nudriva Alfonso re di Castiglia di abboccarsi col pontefice Gregorio X, e ne fece varie istanze, affine di far valere le sue pretensioni sopra il regno d'Italia [Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Il papa, che già era tutto per l'eletto e coronato re Ridolfo, premendogli di quetare il re castigliano, e di metter fine a queste differenze, si portò apposta a Beaucaire in Linguadoca, dove venne a trovarlo Alfonso. Sfoderò egli tutte quante le sue ragioni sopra il romano imperio, e si lamentò del papa che avesse approvato, in competenza di lui, il re Ridolfo. Ma il pontefice anch'egli allegò le sue; e queste unite alla di lui costanza, dopo un dibattimento di parecchi dì, indussero il re a fare un'ampia rinunzia delle sue pretensioni, e se ne tornò in Ispagna. Scrivono altri ch'egli ne partì disgustato. Comunque sia, o si pentisse egli della rinunzia fatta, o non la facesse, certo è che, ritornato a casa, assunse il titolo d'imperadore, e manteneva corrispondenze in Italia in specialmente col marchese di Monferrato suo genero. Ma altro ci voleva a conquistar l'Italia, che Io starsene colle mani alla cintola in Ispagna, per veder quando facea la luna. Il papa, informato de' suoi andamenti, gli fece sapere all'orecchio, che se non desisteva, avrebbe adoperate le censure contra di lui; al qual suono egli abbassò la testa, e s'accomodò ai voleri del pontefice. Egualmente desiderava Ridolfo re de' Romani un abboccamento con papa Gregorio [Annal. Colmar. Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernardus Guid.]. Fu scelta a questo oggetto la città di Losanna, dove arrivò nel dì 6 d'ottobre esso papa, e comparve nel dì di san Luca anche Ridolfo. Restò ivi concertato che il re nell'anno seguente con due mila cavalli venisse a prendere la corona imperiale per la festa d'Ognisanti. Si trattò della crociata, e, secondo alcuni storici, allora solamente fu che Ridolfo colla regina sua moglie prese la croce. Furono di nuovo confermati alla santa Sede tutti gli Stati, con particolar menzione della Romagna e dell'esarcato di Ravenna. Sen venne poscia il buon pontefice a Milano verso la metà di novembre, e quivi si lasciò vedere in pubblico. Grandi carezze ed onori gli fecero i Torriani, e riuscì loro di staccarlo dalla protezion dell'arcivescovo Ottone; di maniera che, partito da Milano il papa, con lasciare in isola esso arcivescovo, questi come disperato si ritirò a Biella. Nel dì 22 di novembre arrivò il pontefice a Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] sua patria, e vi si fermò alquanti giorni per rimettere la quiete e pace in quella città. Nel dì 5 di dicembre alloggiò una sola notte in Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.], e, continuato il viaggio, arrivò a Firenze [Ricordano Malaspina, cap. 202.]. Non volea passare per quella città, perchè allora sottoposta all'interdetto; ma fattogli credere che, essendo l'Arno troppo grosso, non si potea valicare, se non valendosi de' ponti di Firenze, passò per colà, e benedisse quanti furono a vederlo passare; ma, appena uscito, replicò l'interdetto e le scomuniche contra de' Fiorentini. Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.] scrive che egli si fermò per un mese a Firenze, per trattar di pace fra que' cittadini. Ma non può stare, avuto riguardo alla sua entrata in Firenze e al tempo di sua morte. Andò finalmente a far la sua posata in Arezzo.