Trovandosi assai disordinata la cronologia dei fatti di Milano in questi tempi, tanto presso Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 301.] che negli Annali di Milano [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], non si può ben accertare quel che succede nell'anno presente in quelle parti. Abbiamo dalla Cronica di Piacenza, che i Pavesi colle loro amistà cavalcarono ai danni di Milano per le gagliarde istanze de' capitani e valvassori, ossia de' fuorusciti di quella città. Il conte Ubertino Lando con cento cavalieri fuorusciti di Piacenza andò ad unirsi con loro. E questa verisimilmente è la guerra descritta dal Corio. Per attestato di lui, i Pavesi, Novaresi e i nobili usciti di Milano cogli Spagnuoli sul principio del presente anno s'impadronirono del nuovo ponte fabbricato dai Milanesi sul Ticino. Per cagione di tali movimenti, e per timore di peggio, i Torriani nel dì diciannovesimo di gennaio strinsero lega cogli ambasciatori di Lodi, Como, Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Reggio, Crema e fuorusciti di Novara. Ma questo non impedì i progressi de' Pavesi e de' lor collegati, imperciocchè presero alcune castella de' Milanesi, e diedero loro altre spelazzate che si possono leggere presso il suddetto Corio. Fu scoperto in Piacenza un trattato del conte Ubertino Lando, capo degli usciti, per rientrare in quella città: il che costò la vita oppur varii tormenti a molti, e non pochi si fuggirono di Piacenza.

Appena venne il tempo da poter uscire in campagna, che l'infellonito popolo guelfo di Bologna fece oste contra de' propri nazionali, cioè contra de' Lambertazzi ghibellini rifugiati in Faenza [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Bonon., tom. 18 Rer. Ital.]. Giunsero fino alle porte di quella città, in tempo che i Faentini cogli usciti Bolognesi erano andati per liberare alcune castella occupate dai nemici. Nel tornarsene costoro a Faenza, scontrarono al ponte di San Procolo, due miglia lungi da quella città, l'armata bolognese, e, trovandosi tagliati fuori, per necessità vennero a battaglia. Menarono così ben le mani, che andò in rotta il campo de' Bolognesi, e vi furono non pochi morti, feriti e presi. La vergogna e rabbia di tal percossa fu cagione che i Bolognesi, vogliosi di rifarsi, chiamate in aiuto tutte le loro amistà di Parma, Modena, Reggio e Ferrara, formarono un potentissimo esercito, di cui fu generale Malatesta da Verucchio, cittadino potente di Rimini. Preparandosi anche i Faentini per ben riceverli, essendo accorso in loro aiuto il popolo di Forlì; e scelsero per lor capitano Guido conte di Montefeltro, il più accorto e valoroso condottier d'armi che in que' dì avesse l'Italia. Fino al ponte di San Procolo arrivò il poderoso esercito de' Bolognesi, e cominciò a dare il guasto al paese. Allora il prode conte Guido mandò a sfidare il Malatesta capitano de' Bolognesi; e però, scelto il luogo e ordinate le schiere, nel dì 13 di giugno si diede principio ad una fiera battaglia. Ricobaldo [Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.] non fa menzione di sfida, ma bensì, che osservata dal conte Guido la troppa confidenza e mala capitaneria de' nemici, andò ad assalirli. Tale fu l'empito e la bravura de' Faentini e de' fuorusciti Bolognesi, che fu messa in fuga la cavalleria nemica, colla morte e prigionia di molti. Allora l'abbandonata fanteria diede anche essa alle gambe. Circa quattro mila d'essi fanti si ristrinsero alla difesa del carroccio; ma attorniati e balestrati dal vittorioso esercito de' Faentini e Forlivesi, furono obbligati a rendersi prigionieri senza colpo di spada. De' soli Bolognesi restarono sul campo più di tre mila e trecento persone, e vi morirono assaissimi nobili e plebei degli altri collegati. Ascese a molte migliaia il numero dei prigioni, ed immenso fu il bottino di padiglioni, tende carriaggi ed altri arnesi, per li quali ricchi ed allegri i vittoriosi se ne tornarono a Faenza. A queste disavventure ne tennero dietro dell'altre. Cervia, per tradimento tolta all'ubbidienza de' Bolognesi, si diede al comune di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]. Cesena fece anch'essa dei patti coi vincitori. E i Lambertazzi s'impadronirono di varie castella del Bolognese; con che s'infievolì di molto la potenza di Bologna, che faceva in addietro paura a tutti i vicini. Di questa congiuntura profittò anche Guido Novello da Polenta, ricco cittadin di Ravenna [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.], perchè, entrato in quella città, se ne fece signore con iscacciarne i Traversari e gli altri suoi avversarii. I Guelfi di Toscana [Ricordano Malaspina, cap. 201. Ptolomaeus Lucens., Annales brev., tom. 11 Rer. Ital.], cioè i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi, Pistoiesi ed altri, col vicario del re Carlo, fecero oste in quest'anno nel mese di settembre contro i Pisani, e, dopo averli sconfitti ad Asciano, presero quel castello. Abbiamo ancora dalla Cronica di Sagazio Gazata [Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.] e dal Corio [Corio, Istoria di Milano.], e da altri documenti di questi tempi, che il re Ridolfo spedì in quest'anno Ridolfo suo cancelliere in Italia alle città di Milano, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Crema, Lodi ed altre, nelle quali fece giurare a que' popoli l'osservanza de' precetti della Chiesa e la fedeltà all'imperadore. Seco era Guglielmo vescovo di Ferrara legato apostolico. E questo giuramento prestarono ad esso Ridolfo anche le città della Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], giacchè il re Ridolfo, nel confermare i privilegii alla Chiesa romana, protestò di farlo sine demembratione imperii; e la Romagna da più secoli dipendeva dai soli imperadori o re d'Italia, siccome fu altrove provato [Piena Esposizione dei Diritti Cesarei ed Estensi sopra Comacchio.]. Mancò di vita in questo anno nel dì 16 d'agosto Lorenzo Tiepolo doge di Venezia, e in luogo suo restò eletto Jacopo Contareno [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.]. Sotto il suo governo ebbero i Veneziani lunga guerra cogli Anconitani, e più d'una volta la lor armata navale fu all'assedio di quella città, ma con poco onore e profitto.


MCCLXXVI

Anno diCristo mcclxxvi. Indizione IV.
Innocenzo V papa 1.
Adriano V papa 1.
Giovanni XXI papa 1.
Ridolfo re de' Romani 4.

Un ottimo pontefice, pontefice di sante intenzioni, mancò in quest'anno alla Chiesa di Dio. Cioè infermatosi in Arezzo papa Gregorio X nel dì 10 di gennaio, allorchè più v'era bisogno di lui per compiere la crociata in Oriente, diede fine ai suoi giorni [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernard. Guid. Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Siccome la vita sua era stata illustre per la santità de' costumi, così la morte sua fu onorata da Dio con molte miracolose guarigioni d'infermi per intercessione sua: laonde si meritò il titolo di beato. Chiusi in conclave i cardinali, secondo la costituzione fatta dal medesimo defunto pontefice nel concilio di Lione, vennero nel dì 21 d'esso gennaio all'elezione di un nuovo pontefice. Cadde questa nel cardinal Pietro da Tarantasia dell'ordine de' Predicatori, vescovo d'Ostia e teologo insigne, il qual prese il nome d'Innocenzo V. Passò egli da Arezzo a Roma, dove fu coronato, e portossi poi ad abitare nel palazzo lateranense. Avendogli spedita i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.] una nobile ambasceria, tanto si adoperò il buon pontefice, benchè malato, che conchiuse pace fra il cardinale Ottobuono del Fiesco e i fuorusciti di Genova dall'una parte, e il comune di Genova dall'altra. Ma mentre egli andava disponendo di far molte imprese in servigio della Chiesa di Dio, la morte il rapì nel dì 22 di giugno. Pertanto, in un nuovo conclave raunati i cardinali, elessero papa nel dì 12 di luglio il suddetto Ottobuono del Fiesco Genovese, cardinal diacono di Santo Adriano, nipote d'Innocenzo IV, il quale assunse il nome d'Adriano V, e levò tosto l'interdetto da Genova patria sua. Era egli vecchio ed infermiccio; però, venuto a Viterbo per cercare miglior aria della romana nella state, quivi nel dì 18 d'agosto trovò la morte, senza essere passato al sacerdozio e senza aver ricevuta la consecrazione e corona. Furono dunque duramente rinserrati dal popolo di Viterbo in un conclave i cardinali [Bernardus Guid. Ptolomaeus Lucens. et alii.], e questi, se non vollero morir di fame, si accordarono nel dì 13 di settembre ad eleggere papa Pietro figliuol di Giuliano, di nazion Portoghese, nato in Lisbona, comunemente chiamato Pietro Ispano, cardinal vescovo tuscolano, uomo di molta letteratura, sì nella filosofia aristotelica alla moda secca de' suoi tempi, che nella medicina. Questi prese il nome di Giovanni XXI, benchè dovesse dirsi Giovanni XX; e, portatosi a Roma, fu coronato colla tiara pontificia [Raynald., in Annal. Ecclesiast. Martinus Polonus.]. Annullò egli la costituzion di papa Gregorio X intorno al conclave, che il suo antecessore avea sospesa, e rinnovò le scomuniche e gli interdetti contra de' Veronesi e Pavesi, i più costanti nel ghibellinismo. La Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], seguitando, a mio credere, le dicerie del volgo, ha le seguenti parole: Papae quatuor mortui, duo divino judicio, et duo veneno exhausto.

Tengo io per fermo che le avventure di Ottone Visconte, narrate da Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 311.] e dall'autore degli Annali Milanesi [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] sotto l'anno precedente, appartengano al presente: del che parimente si avvide il Sigonio [Sigon., de Regn. Ital.]. Dappoichè si fu esso Ottone arcivescovo di Milano ritirato a Biella, i nobili fuorusciti di Milano, trovandosi come disperati, si ridussero a Pavia, dove indussero Gotifredo conte di Langusco ad essere loro capitano, con fargli sperare la signoria di Milano. Alla vista di così ingordo guadagno assunse egli ben volentieri il baston del comando; e, con quante forze potè, passato sul lago Maggiore, s'impadronì delle due terre e rocche di Arona ed Anghiera. Unironsi anche i popoli delle circonvicine valli con lui. Venne perciò Casson dalla Torre co' Tedeschi, inviati a Milano dal re Ridolfo, e con altre soldatesche all'assedio d'Anghiera e d'Arona, con riacquistar quelle terre e rocche. Durante l'assedio d'essa Anghiera, volendo il conte di Langusco dar soccorso agii assediati, vi restò prigioniere con assai nobili fuorusciti di Milano. Condotti questi a Gallerate [Stephanard., Poem., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], quivi con orrida barbarie a trentaquattro di essi fu mozzo il capo: e fra questi infelici si contò Teobaldo Visconte, nipote dell'arcivescovo Ottone, e padre di Matteo Magno Visconte, di cui avremo molto a parlare. Si accorò a questa nuova l'arcivescovo Ottone, e gridò: Perchè non ho perduto io piuttosto l'arcivescovato, che un sì caro nipote? Poscia, venuto a Vercelli, trovò quivi la nobiltà fuoruscita, che il pregò d'essere lor capo e generale d'armata. Se ne scusò con dire che non conveniva ad un vescovo il vendicarsi, ma bensì il perdonare; nulladimeno s'eglino avessero deposti gli odii e l'ire, avrebbe assunto il comando. Ito con essi a Novara, ed ammassata gran gente, venne ad impadronirsi del castello di Seprio. Finì in male questa impresa, perchè da' Torriani fu disperso l'esercito suo, ed, essendo egli fuggito a Como, gli furono serrate le porte in faccia. Ridottosi a Canobio sul lago Maggiore, tanto perorò, tanto promise, che tirò quel popolo ed altri a formare una picciola flotta di barche, colle quali prese Anghiera, ed imprese l'assedio d'Arona, al quale per terra accorsero anche i Pavesi e Novaresi col marchese di Monferrato. Ma sopraggiunto Casson dalla Torre coi Tedeschi e con tutto il popolo di Milano, il fece ben tosto sloggiare, e spogliò il campo loro. Se ne fuggì Simon da Locarno colle barche; e questi, andato poi, per ordine dell'intrepido Ottone, a Como, per veder di muovere quel popolo in aiuto suo, destramente accese la discordia fra i Comaschi, volendo l'una parte col vescovo della città aiutar l'arcivescovo, e r altra stare unita coi Torriani. Si venne alle mani; lungo fu il combattimento; ma in fine prevalsero i fautori del Visconte, e furono scacciati gli aderenti alla casa della Torre [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ricevuta questa lieta nuova, l'arcivescovo Ottone volò a Como, e quivi attese a prepararsi per cose più grandi.

I maneggi del conte Ubertino Landò, gran ghibellino e capo de' nobili fuorusciti di Piacenza, ebbero in quest'anno esito felice [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Imperciocchè amichevolmente con onore fu ricevuto in quella città, e solennemente giurata concordia e pace fra il popolo e la nobiltà. Anche in Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] fu conchiuso accordo tra la fazion dominante de' Rangoni e Boschetti, e l'altra de' Grassoni, da Sassuolo e da Savignano usciti, la quale rientrò nella città. Riuscì in quest'anno al popolo guelfo di Bologna di ricuperar Loiano e varie altre castella occupate dagli avversarii Lambertazzi: il che fece crescere il coraggio ai cittadini dopo le tante passate disgrazie. Tornarono i Fiorentini [Ricord. Malaspina, cap. 205.], Lucchesi, ed altri Guelfi di Toscana a far oste contra de' Pisani ghibellini. Aveano questi tirato un gran fosso, lungo otto miglia, poco di là dal ponte d'Era, per difesa dei loro territorio, e fortificatolo con isteccati e bertesche. Chiamavasi il Fosso Arnonico. Ma trovarono modo i Guelfi di valicarlo e di dare addosso ai Pisani, i quali si raccomandarono alle gambe; e tal fu la loro paura, che dimandarono di capitolare. Seguì dunque pace fra que' popoli, con aver dovuto i Pisani rimettere in città il conte Ugolino con tutte le altre famiglie guelfe già sbandite, e restituire Castiglione e Cotrone ai Lucchesi, con altri patti [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.]. Mediatori di questa pace furono due legati del papa e gli ambasciatori di Carlo re di Sicilia. In questa maniera si pacificarono ancora i Pisani coi Genovesi. Ad una voce tutte le croniche asseriscono che memorabile fu l'anno presente per le pubbliche calamità della Lombardia. Si fece sentire un grave tremuoto; le pioggie per quattro mesi furono dirotte, di maniera che tutti i fiumi traboccarono fuori del loro letto, e inondarono le campagne con mortalità di molte persone e di bestie assaissime [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital. Chronicon Placentin. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]. Si tirò dietro questo disordine. L'altro del non poter seminare, e del guastarsi le biade di chi pur volle metterle in terra. Per mancanza dell'erbe un'infinità di bestie perì; e le povere genti, estenuate dalla fame, si dispersero per la terra, cercando come poter fuggire la morte. Cadde per giunta a tanti guai nella vigilia di santo Andrea una smisurata neve, che durò in terra sino al dì primo d'aprile dell'anno seguente. In somma se i popoli divisi combattevano l'un contra l'altro, anche il cielo facea guerra a tutti. Nè si dee tralasciare che Guido conte di Montefeltro [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] coi Forlivesi e Faentini costrinse coll'assedio la terra di Bagnacavallo a rendersi al comune di Forlì. Ma in essa città di Forlì Paganino degli Argogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, de' principali d'essa città, passando di buona intelligenza co' Bolognesi [Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.], tentarono di farvi mutazione di stato; e una notte a questo fine attaccarono il fuoco al palazzo del pubblico. Ma, accorso il popolo, nè potendo essi resistere alla piena, se ne fuggirono cogli altri Guelfi a Firenze, dove si studiarono di sommuovere quel comune contra di Forlì. Secondo la Cronica di Parma, l'uscita dei Guelfi da Forlì accadde nell'anno seguente.


MCCLXXVII