| Anno di | Cristo mcclxxvii. Indizione V. |
| Niccolò III papa 1. | |
| Ridolfo re de' Romani 5. |
Soggiornava papa Giovanni XXI in Viterbo, e non solo sperava, ma si prometteva con franchezza una lunga vita, e se ne lasciava intendere con chiunque trattava con lui; ma questi conti gli andarono falliti [Ptolomaeus Lucensis, Nangius. Raynaldus, Annal. Eccles.]. S'era egli fatta fabbricare una bella camera presso al palazzo della città. Questa gli cadde un giorno, oppure una notte, addosso, e da quella rovina restò sì mal concio, che da lì a sei giorni, cioè nel dì 16 di maggio, oppure nel seguente, finì di vivere. Se si eccettua la sua affabilità con tutti, e la sua liberalità verso i letterati, massimamente poveri, nel resto egli ci vien dipinto dagli scrittori come uomo pieno di vanità, che nelle parole e ne' costumi non mostrava prudenza e discrezione, e spezialmente ebbe un difetto che non se gli può perdonare [Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.]: cioè amava egli poco i monaci e i frati; e dicono, che se Dio nol levava presto dal mondo (e fu creduto anche che il levasse per questo), egli era per pubblicare qualche decreto contra di loro. Potrebbe ciò far sospettare che le penne de' religiosi, dai quali unicamente abbiamo le poche memorie della sua vita, avessero oltre il dovere aggravata la fama di questo pontefice [Siffridus, in Chron.], con giugnere fino a dire, aver egli scritto un libro pieno d'eresie: cosa manifestamente falsa, e non saputa da alcuno degli Italiani. Durò la vacanza della santa Sede sei mesi, e in questo mentre insorsero delle differenze fra Ridolfo re dei Romani e Carlo re di Sicilia. Con tutte le belle promesse fatte dall'ultimo di rilasciar tutto ciò che spettava all'imperio, dappoichè fosse eletto ed approvato dalla santa Sede un re de' Romani od un imperadore, non dovette egli permettere che i popoli della Toscana, della quale s'intitolava vicario, prestassero il giuramento di fedeltà ad esso re Ridolfo; ed essendo tuttavia senator di Roma, non gli piacea che alcun venisse a prender ivi la corona [Raynald., in Annal. Eccl.]. Nacque perciò nebbia di rancore fra questi due principi; e perciocchè Ridolfo si preparava per calare in Italia, il sacro collegio de' cardinali il pregò di sospendere la sua venuta, finchè fosse stabilita una buona concordia fra lui e il re Carlo. Finalmente nel dì 25 di novembre, festa di santa Caterina, i primi discordi cardinali, stretti dal popolo di Viterbo, concorsero coi lor voti nell'elezione di Giovanni Gaetano della nobil casa degli Orsini Romani, cardinal diacono di San Niccolò in Carcere Tulliano [Ptolomaeus Lucens, Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Ital. Jordanus, in Chron. Memor. Potest. Regiens. Bernardus Guid.], personaggio d'animo grande e di non minore attività e prudenza, ed amatore dei religiosi, e soprattutto de' frati minori. Prese egli il nome di Niccolò III. Non tardò a passar colla sua corte a Roma, dove nella festa di santo Stefano fu ordinato prete, poi consecrato e coronato. Fece anch'egli sapere al re Ridolfo, se non erano prima acconce le sue differenze col re Carlo, che sospendesse la sua venuta in Italia, come si può credere, così imboccato dai ministri del re Carlo, il quale troppo gran mano allora avea nella corte pontificia, per non dire ch'egli vi facea da padrone.
Dacchè fu in Como Ottone Visconte arcivescovo di Milano, dichiarò capitano de' nobili milanesi fuorusciti Riccardo conte di Lomello, il quale venne a trovarlo con grossa cavalleria e fanteria di Pavesi e Novaresi [Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 313. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Stephanard., Poem., tom. 9 Rer. Ital.]. Unito questo gagliardo rinforzo coi Comaschi, dopo la presa di Lecco e d'altre castella, passò l'arcivescovo colla sua armata alla terra di Desio. Allora i Torriani con potente esercito di cavalli e pedoni mossero da Milano, e vennero per fermare il corso dell'armata nemica. Si attaccò nel dì 21 di gennaio, festa di sant'Agnese, una atroce e sanguinosa battaglia; ma perciocchè chiunque militava dalla parte dell'arcivescovo, dicea daddovero, laddove da quella de' Torriani molti non per genio, ma per non poter di meno, aveano prese l'armi, in fine la vittoria si dichiarò favorevole all'arcivescovo. Non solamente rimase sconfitto l'esercito dei Torriani, ma molti di loro stessi vennero alle mani de' Comaschi, che poi li rinserrarono nelle carceri di Monte Baradello. Fra questi si contò lo stesso Napo ossia Napoleone signor di Milano, Mosca suo figliuolo. Guido, Herech ossia Rocco, Lombardo e Carnevale. Francesco dalla Torre, ch'era il secondo padrone di Milano, restò ucciso da' villani. Non fu a tempo per intervenire a questo fatto di armi Cassone ossia Gastone dalla Torre figliuolo del suddetto Napo, che con cinquecento cavalli si trovava a Cantù. Ma, udita ch'egli ebbe l'infausta nuova della rotta de' suoi, senza perdere tempo, spronò alla volta di Milano, dove trovò le porte chiuse. Entrato per forza, vide un altro doloroso spettacolo, cioè il popolo che dava il sacco alla casa sua e de' suoi parenti, e stava in gran copia armato al Broletto. Volle scacciare il popolaccio intento al saccheggio, e ne ammazzò anche molti; ma scorgendo che la gente della città non gli prestava più nè ubbidienza nè aiuto, anzi, temendo d'esser sopraffatto dalla moltitudine, uscì della città, e cavalcò verso Lodi. Ivi ancora trovò mutata la fortuna, perchè i Lodigiani gli serrarono le porte in faccia: laonde si ritirò a Cremona, e dagli stessi Cremonesi fu pregato di andarsene, e però si trasferì a Parma.
Ottone arcivescovo, dopo aver salvata la vita a Napo dalla Torre, s'inviò col vittorioso esercito alla volta di Milano. Gli venne incontro processionalmente il clero e popolo, gridando: Pace, pace. Ed ebbero pace infatti, perchè Ottone diede rigorosi ordini che niuna vendetta facessero i nobili, nè fosse recato male o danno alcuno alle persone e robe dei cittadini. Visitò prima d'ogni altra cosa la Basilica Ambrosiana, e poi, di comune consenso del popolo e de' nobili, fu acclamato signor di Milano nel temporale. Fecero oste i Pavesi nell'aprile e maggio al castello della Pietra [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], dove si erano afforzati i nobili fuorusciti della loro città che tenevano la parte della Chiesa, cioè la guelfa. Colà ancora in aiuto dei Pavesi si portarono i Milanesi col loro carroccio, e col rinforzo d'altre città ghibelline. Ma per essere venuta in soccorso degli assediati tutta la milizia di Parma con assai cavalleria spedita da Reggio, Modena e Brescia, fu d'uopo che gli assedianti si ritirassero con poco lor gusto. Mirabil cosa è il vedere come in questi tempi fossero sempre in moto le milizie delle città libere, e or qua or là per propria difesa, o per sostenere i collegati o la loro fazione. Interpostisi poi varii pacieri, nel dì 15 di novembre si conchiuse concordia e pace fra gli usciti di Pavia e le comunità di Cremona ed Alessandria dall'una parte, e il comune di Pavia e il marchese di Monferrato dall'altra: con che furono rilasciati tutti i prigioni. Alcuni masnadieri banditi da Parma e Cremona occuparono Guastalla, che era in questi tempi sotto il dominio di Cremona; ma, essendovi prestamente accorsi gli uomini di Castel Gualtieri, fu ricuperata quella terra, e condotti quei malfattori incatenati a Cremona. Erano marciati alla volta di Ravenna secento cavalieri, ch'erano al soldo di Bologna [Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], con sessanta altri di quei cittadini, per portare una buona somma di danaro a quella città. Assaliti per istrada dai Lambertazzi, ne restarono cento sul campo, e circa ducento presi col danaro furono condotti nelle carceri di Faenza. Essendosi ritirati a Firenze i Guelfi usciti di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], cominciarono una tela coi Fiorentini e coi Geremii guelfi dominanti in Bologna, facendo loro infallibilmente sperare l'acquisto della città di Forlì. Entrarono a braccia aperte in questo trattato essi Geremii, ed inviarono a Firenze per ostaggi venticinque figliuoli de' nobili. Impegnarono anche per due anni le gabelle per pagar la gente che si assoldava. Il podestà di Parma con tutta la milizia di quella città, e ducento cavalieri reggiani ed altrettanti modenesi vennero in servigio d'essi Bolognesi. Quattrocento pure Ravegnani andarono ad unirsi con loro. Marciò quest'armata nel dì 4 di ottobre ad Imola; e nello stesso tempo il conte Guido Selvatico da Dovadola, capitano de' soldati ammassati in Firenze e de' fuorusciti di Forlì, passò di qua dall'Apennino, e prese molte castella dei Forlivesi. Ribellaronsi allora a Forlì molti castellani, e si fortificarono spezialmente in Civitella e Valbona. Per opporsi ai loro avanzamenti uscì in campagna il conte Guido da Montefeltro coi Forlivesi, e nel dì 14 di novembre a forza di armi ricuperò Civitella: il che bastò a mettere tal paura nel conte Selvatico e ne' Fiorentini, che, lasciando indietro molti cavalli, arnesi ed equipaggio, più che in fretta ripassarono l'Apennino. Intanto i Bolognesi da Imola s'erano inoltrati sino al ponte di San Procolo; ma, intesa la ritirata de' Fiorentini, giudicarono saviezza il ritornarsene anch'eglino a casa. Era signor di Verona in questi tempi Mastino dalla Scala. Contra di lui fu fatta una congiura da molti cittadini, tutti annoverati da Parisio da Cereta [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Memoriale Potestat. Regiens., tom. eod.]; e costoro nel dì 17 di ottobre il fecero levar di vita da quattro assassini. A questo avviso Alberto dalla Scala suo fratello, che era allora podestà di Mantova [Chron. Placent, tom. 16 Rer. Ital.], colla cavalleria di quella città corse a Verona, nè dimenticò di far aspra vendetta de' congiurati, con restarvi tormentato ed ucciso chiunque gli cadde nelle mani. Gli altri che fuggirono ebbero il bando, e furono confiscati tutti i lor beni. Per volere di quel popolo succedette esso Alberto nel dominio di Verona. Pretende Albertino Mussato, storico padovano [Mussatus, Histor., lib. 10, Rubr. 2.], che gli Scaligeri, o vogliam dire i signori dalla Scala, venissero da bassi e sordidi progenitori, venditori di olio, essendo stato portato Mastino I dal favore della dominante plebe a così alto grado. Gli eruditi veronesi meglio di me sapran dire se ciò sussista. Posso ben io asserire che ancora in quest'anno provò la Lombardia [Chronic. Parmense.] un terribil caro di viveri ed inondazioni d'acque; fu inoltre una gran mortalità d'uomini e di bestiame per tutta l'Italia.
MCCLXXVIII
| Anno di | Cristo mcclxxviii. Indiz. VI. |
| Niccolò III papa 2. | |
| Ridolfo re de' Romani 6. |
A cose grandi tendevano i pensieri del romano pontefice Niccolò III. Il più strepitoso affare fu quello d'indurre Ridolfo re de' Romani a rilasciare il dominio e possesso della Romagna, allegando la donazione fattane alla Chiesa romana da Pippino re di Francia, e confermata poi da diversi susseguenti imperadori [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Ricordano Malaspina. Giovanni Villani ed altri.]. Era da più secoli in uso, che, non ostante i diplomi e le donazioni o concessioni di quel paese, continuarono i re d'Italia e gl'imperadori a ritenere il dominio dell'esarcato di Ravenna, senza che se ne lagnassero i romani pontefici: del che a me sono ascosi i motivi e le ragioni. Ora il magnanimo papa Niccolò fece di vigorose istanze al re Ridolfo per l'effettiva cessione della Romagna, non gli parendo conveniente che Ridolfo ritenesse come Stato dell'imperio quello che col suo stesso diploma dicea d'aver conceduto alla Chiesa di Roma. Gran dibattimento su questo vi fu; ma perchè Ridolfo non voleva inimicarsi un pontefice di sì grande animo, in tempo massimamente che era nata guerra fra lui ed Ottocaro formidabil re di Boemia e signore dell'Austria e Stiria; per timore ancora ch'esso papa non passasse a fomentare i disegni ambiziosi del re Carlo contra dell'imperio; e finalmente per liberarsi dalle censure, nelle quali era incorso, o si minacciava che voleansi fulminare contra di lui, sull'esempio di Federigo II, per non aver finora adempiuto il voto della crociata: certo è ch'egli forzato venne alla cession della Romagna in favore della Chiesa romana. E siccome Ridolfo spedì un suo uffiziale a metterne il papa in possesso, così il papa inviò i suoi legati a quelle città per farsi riconoscere signore e sovrano d'esse terre. Intorno a questo affare son da vedere gli Annali Ecclesiastici del Rinaldi [Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. L'autore della Cronica di Parma [Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.] scrive che semper romani pontifices de republica aliquid volunt emungere, quum imperatores ad imperium assumuntur. Non si sa che Ferrara e Comacchio riconoscessero la sovranità pontificia. Bologna [Sigon., de Regno Ital., lib. 20.] la riconobbe, ma con certe condizioni e riserve. Alcune città si diedero liberamente al papa, altre negarono di farlo. Ma certo non cadde punto allora in pensiero alla corte di Roma di pretendere città dell'esarcato, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, come gli adulatori degli ultimi secoli incominciarono a sognare o a fingere con ingiuria della verità patente.
L'altro grande affare, a cui s'applicò il pontefice, fu quello di abbassar la potenza di Carlo re di Sicilia. Covava egli in suo cuore non poco d'odio contra di lui. Ricordano Malaspina [Ricordano Malaspina, cap. 204. Giovanni Villani. S. Antonio.] ne attribuisce l'origine all'aver egli richiesta per moglie d'un suo nipote una nipote d'esso re Carlo, con riportarne la negativa, avendo risposto il re che non era degno il lignaggio d'un papa di mischiarsi col suo regale, perchè la di lui signoria non era ereditaria. Così almeno si disse; e che questo pontefice fosse appassionato forte per la esaltazione della sua famiglia, di maniera che alcuni l'hanno spacciato per autore del nepotismo, lo accennerò fra poco. Noi non falleremo credendo che ad esso papa dispiacesse forte la maniera tirannica, con cui il re Carlo governava la Puglia e Sicilia, e il mirarlo far da padrone in Roma, come senatore, con volere esso re raggirare a suo modo la corte pontificia, massimamente nell'occasion della sede vacante, essendosi detto che i suoi maneggi nell'ultimo conclave erano stati forti per impedir l'elezione del medesimo pontefice Niccolò, e per farla cadere in qualche cardinal franzese. Crebbe ancora la di lui avversione, perchè, trattandosi di riunir la Chiesa greca colla latina, il re Carlo, per sostener le pretensioni di Filippo suo genero all'imperio di Oriente, guastava tutte le orditure del papa, col dar fomento agli scismatici ribelli dell'imperador greco Michele Paleologo, principe inclinato all'unione e pace delle Chiese. La conclusione di tutto questo si è, che il papa indusse il re Carlo a rinunziare al vicariato della Toscana, per soddisfare alle premure del re Ridolfo, ed insieme al grado di senatore di Roma. Dopo di che fece una costituzione, [C. Fundamentum, de Election. in Sexto.], in cui, rammemorando la donazione, benchè falsa, di Costantino, proibisce da lì innanzi l'esaltare al posto di senatore alcuno imperadore, re, principe, duca, marchese, conte e qualsivoglia persona potente. Calò la testa il re Carlo, perchè anch'egli temeva che, se ricalcitrasse, un papa di tanto nerbo gli rivolgesse contra l'armi del re Ridolfo e degl'Italiani.
Secondo la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], nel precedente anno i Torriani cacciati da Milano cominciarono la guerra contra di Otton Visconte, arcivescovo e signore di quella città. Nel mese di giugno entrò Casson dalla Torre co' suoi parenti in Lodi; alla qual nuova i Milanesi col carroccio, e i Pavesi anch'essi col carroccio loro si portarono ad assediar quella città. Ma venuto Raimondo dalla Torre patriarca d'Aquileia con un grosso corpo di cavalleria e di balestrieri furlani, con cui si uni la milizia di Cremona, Parma, Reggio e Modena, questo esercito fece levar quell'assedio. Nulla di ciò si legge presso gli storici milanesi sotto il suddetto precedente anno, perchè tali fatti son da riferire al presente, nel quale si sa che i Torriani fecero gran guerra a Milano [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 315. Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.]. Casson dalla Torre, uomo d'intrepidezza mirabile, secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], entrò di maggio, siccome poco fa è detto, in Lodi con truppe tedesche e furlane e coi fuorusciti di Milano, e diede principio alle ostilità con iscorrere fino alle porte di Milano e far prigioni circa mille tra nobili e popolari. Atterrito da questo avvenimento Ottone arcivescovo, per rimediarvi e per rinforzare il partito suo, giudicò bene di condurre per capitano de' Milanesi Guglielmo marchese di Monferrato, principe di gran potenza. Imperciocchè, se è vero ciò che ha l'autore della Cronica di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], egli era capitano e signore anche di Pavia, Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria e Tortona, ed in questo medesimo anno nel dì 3 di luglio ebbe la signoria di Casale di Monferrato per dedizion di quel popolo. Ma il capitanato di Pavia l'ebbe egli molto più tardi, e così d'altre città, siccome diremo. Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] cita lo strumento, con cui nel dì 16 d'agosto i Milanesi condussero per lor capitano esso marchese colla provvisione annuale di dieci mila lire, e di cento lire ogni giorno, per anni cinque avvenire. Venne il marchese a Milano con cinquecento uomini d'armi, e poi di settembre condusse tutte le forze sue e de' Milanesi e Pavesi contra di Lodi. Diede il guasto al paese, prese qualche castello di poca resistenza; ma, all'udire che i Cremonesi e Parmigiani, aiutati anche dai Reggiani e Modenesi, s'appressavano con grande sforzo in aiuto de' Torriani, se ne tornò bravamente a Milano. Abbiamo nondimeno da Galvano Fiamma che passarono male in questo anno gli affari de' Milanesi, perchè Casson dalla Torre prese Marignano, Triviglio, Caravaggio ed altri luoghi; ridusse quasi in cenere Crema, diede il guasto al territorio di Pavia; altrettanto fece all'isola dì Fulcherio; ed ebbe tal coraggio, che con una scorreria arrivò fin sotto Milano, e scagliò l'asta sua contra di porta Ticinese. Nel dì 10 d'agosto s'impadronì ancora di Cassano e di Vavrio, e menò da ogni parte gran quantità di prigioni: cose tutte che obbligarono Ottone arcivescovo e i Milanesi, siccome abbiam detto, a chiamare Guglielmo marchese di Monferrato, e a dargli la bacchetta del comando militare. In queste liti fra i Milanesi e Torriani non si vollero mischiare i Piacentini.