Spedì in quest'anno il pontefice Niccolò III a Bologna fra Latino dell'ordine de' Predicatori, suo nipote, cioè figliuolo di una sua sorella, cardinale vescovo di Ostia e legato della Romagna, Marca, Lombardia e Toscana, acciocchè trattasse di pace fra le città di quelle contrade e fra i Geremii e i Lambertazzi usciti di Bologna. Così calde furono intorno a ciò le premure del papa, così efficaci i maneggi del cardinale legato e di Bertoldo Orsino conte della Romagna, fratello d'esso papa [Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic. Ghirardacci, Istor. di Bologna. Sigon., de Regno Ital., lib. 20.], che, quantunque s'incontrassero di molte opposizioni, pure si disposero gli animi a ricevere la concordia, a cui si venne poi nell'anno seguente, siccome appresso diremo. Passò dipoi in Toscana [Ricordano Malaspina, cap. 205.] il medesimo cardinale Latino, ed entrò in Firenze nel dì 8 di ottobre, con porre anche ivi le fondamenta della pace, che seguì nell'anno vegnente fra i Guelfi e i Ghibellini. Ebbero nel presente guerra i Padovani coi Veronesi [Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Italic.], e coll'esercito si portarono all'assedio della terra di Cologna. Uniti con esso loro furono a questa impresa i Vicentini sudditi, ed Obizzo [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] marchese d'Este e signor di Ferrara, il quale, siccome collegato, oppur come principale, andò colle sue genti in aiuto loro. Durò quell'assedio quarantadue giorni; in fine l'ebbero a patti, e sembra che la restituissero al suddetto marchese, i cui antenati ne erano stati padroni. Dagli Annali Ecclesiastici abbiamo [Raynaldus, in Annal. Eccl., num. 77.] che il pontefice Niccolò stese il suo desiderio della pace non solo alle città della Romagna, ma anche a quelle della Lombardia, con aver data facoltà a' suoi ministri di assolvere dalle censure e liberar dall'interdetto il conte Guido di Montefeltro, il marchese di Monferrato, le città d'Asti, Novara, Vercelli, Pavia e Verona, purchè giurassero di sottomettersi ai comandamenti del papa. Non piacevano già al re Carlo questi passi, perchè egli tendeva ad esser l'arbitro dell'Italia, e il papa molto più di lui pretendeva a questa gloria. Nè si dee tacere che in quest'anno [Æneas Silvius, in Hist. Austr. Stero, in Annalib. Chron. Colmar.], essendo receduto Ottocaro superbo e potente re di Boemia dalla convenzione stipulata con Ridolfo re de' Romani per gli affari del ducato d'Austria, ed avendo già ricominciata la guerra contra di lui, nel dì 26 d'agosto si venne ad un fierissimo fatto d'armi fra i due nemici eserciti in vicinanza di Vienna. Restò sconfitta l'armata boema, e lo stesso re Ottocaro vi lasciò la vita: per così gloriosa vittoria altamente crebbe in credito a potenza il re Ridolfo.


MCCLXXIX

Anno diCristo mcclxxix. Indiz. VII.
Niccolò III papa 3.
Ridolfo re de' Romani 7.

Per opera del cardinale Latino legato apostolico, e di Bertoldo Orsino conte di Romagna, seguì nell'anno presente pace e concordia fra i Geremii guelfi signoreggianti in Bologna [Matth. de Griffonib., tom. 18 Rer. Italic. Sigonius, de Regno Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna.] e i Lambertazzi ghibellini fuorusciti. Rientrarono questi ultimi nella patria nel dì 2 agosto, e nel dì 4 si fece una solenne riconciliazione delle medesime fazioni, con feste grandi ed universale allegrezza. Anche in Faenza il suddetto cardinale legato accordò insieme gli Accarisi coi Manfredi fuorusciti e i lor seguaci. Parimente in Ravenna il conte Bertoldo colla pace conchiusa fra i Polentani e i Traversari [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] rimise la quiete. Ma non andò molto che in Bologna si sconcertarono di nuovo gli affari per quel maledetto veleno che infettava allora universalmente il cuore degl'Italiani. Truovo io qui dell'imbroglio, forse nato dall'anno pisano, adoperato da qualche storico. Il Sigonio (se pure fin qui egli giunse colla sua storia) differisce [Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.] l'entrata de' Lambertazzi in quella città, e la lor replicata uscita sino all'anno seguente: nel che vien egli seguitato dal Ghirardacci. Per lo contrario, Ricobaldo [Richob., in Pom., tom. 9 Rer. Ital.], storico di questi tempi, l'autore della Cronica di Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], anch'esso contemporaneo, Matteo Griffone [Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], frate Francesco Pipino [Pipinus, Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Italic.], gli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] e la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] concordemente scrivono che nell'anno presente tornarono i Lambertazzi in Bologna, e poscia nel mese di dicembre di nuovo si riaccese la guerra civile fra essi e la contraria fazione de' Geremii. Per lo che pare da anteporre questa sentenza all'altre. Tuttavia la Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], che sembra molto esatta, la Miscella di Bologna e gli Annali di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] vanno d'accordo col Sigonio. Sia come esser si voglia, o fosse la troppa alterigia dei Lambertazzi, oppur la durezza degli altri nel non volerli ammettere ai pubblici uffizii, tengo io per fermo che, correndo il dì 20 ovvero 21 di dicembre (altri dicono nella vigilia del Natale) dell'anno presente, si levò rumore in Bologna; e i Lambertazzi furono i primi a prendere l'armi con impadronirsi della piazza, ed uccidere chiunque de' Geremii veniva loro alle mani, e con attaccar fuoco a una casa de' Lambertini. Allora i Geremii, fanti e cavalli raunati, vennero al conflitto, e sì virilmente assalirono gli avversarii, che li misero finalmente in rotta, e gli obbligarono a fuggirsene di città. Molti dall'una parte e dall'altra rimasero morti; e dappoichè furono usciti i Lambertazzi, le lor case (e queste furono in gran copia) pagarono la pena de' lor padroni, con restare spogliate, e poscia distrutte: costume pazzo di tempi sì barbari; che non merita già altro nome il voler gastigare le insensate mura, e il deformare la propria città, per far dispetto e danno agli usciti suoi fratelli. Si rifugiarono di nuovo gli usciti Lambertazzi in Faenza, e tornò come prima a rinvigorirsi la guerra fra essi e Bologna. Si erano mossi i Modenesi, Reggiani e Parmigiani, per soccorrere in questa occasione la fazion de' Geremii; ma non vi fu bisogno del loro aiuto. Mirava Guglielmo marchese di Monferrato, capitano del popolo di Milano, la difficoltà di abbattere colla forza i Torriani, i quali si erano ben fortificati in Lodi, aveano già prese parecchie terre e castella del Milanese, e teneano nelle lor carceri molte centinaia di Milanesi, e spezialmente nobili [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 316. Annales Mediolanenses, tom. 61 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]. Però, siccome volpe vecchia, ed uomo usato alle cabale, cercò per altra via di tagliar loro le penne. Ottenuta pertanto licenza da' Milanesi, mosse proposizioni segrete di aggiustamento con Cassone dalla Torre, e con Raimondo pure dalla Torre patriarca d'Aquileia. Restò conchiusa la pace nel mese di marzo, colla remissione dell'ingiurie e dei danni dati, colla vicendevol liberazione de' prigioni, e con patto che i luoghi presi sul Milanese si depositassero in mano di persone amiche, e si restituissero ai Torriani tutti i lor beni allodiali.

Ottenuto che ebbe il marchese quanto voleva, e massimamente i prigioni, si fece poi beffe dei Torriani, nè loro mantenne alcun patto [Ventura, Chron. Astense, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.], e poi ripigliò Trezzo e l'isola di Fulcherio. Con pubblico manifesto, mandato al papa, a tutti i re e principi, si dolsero i Torriani di questo tradimento; e perchè ne fecero gran doglianza col marchese stesso, ebbero per risposta, aver ben egli fatte quelle promesse, ma che andassero eglino a cercare chi loro le mantenesse, perchè egli a ciò non s'era obbligato. Tentò poscia il marchese con frodi di ricuperar altre castella: il che non gli venne fatto. Anzi Gotifredo dalla Torre, con cinquecento cavalieri entrato nel castello d'Ozino, cominciò aspra guerra contro a' Milanesi, fece assaissimi prigioni, e diede presso Albairate una rotta al podestà ed esercito de' Pavesi. Ottone Visconte, veggendo così crescere le forze de' Torriani, ordinò al marchese di far venir dal Monferrato cinquecento fanti. Mise poi l'assedio al castello d'Ozino, che infine fu preso e diroccato. Abbiamo anche dalla Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], che esso marchese con tutta la possanza de' Milanesi cavalcò all'Adda con disegno di fare un letto nuovo a quel fiume, acciocchè non venisse a Lodi. Allora i Parmigiani con tutta la milizia andarono in aiuto dei Torriani a Lodi, dove erano anche i Cremonesi; nè di più vi volle, perchè il marchese, abbandonato il cavamento, si ritirasse con poco garbo a Milano. Essendo stata bruciata in Parma nel dì 19 di ottobre per sentenza dell'inquisitore una donna nomata Todesca, come eretica, una mano di cattivi uomini corse al convento dei frati predicatori, diede il sacco a quel luogo, percosse e ferì molti di quei religiosi, ed uno ne uccise vecchio e cieco: per la quale violenza i frati la mattina seguente colla croce inalberata se ne andarono da Parma a Firenze, per lamentarsene col cardinale Latino legato apostolico. Tennero lor dietro a Reggio, Modena e Bologna il podestà, il capitano, gli anziani e i canonici di Parma, sempre scongiurandoli di tornare indietro, promettendo di rifar loro qualunque danno che asserissero loro fatto; ma a nulla giovò. Processarono i Parmigiani tutti quei malfattori, e li gastigarono con varie pene; rifecero ancora tutti i danni. Ciò non ostante, e quantunque il comune di Parma niuna ingerenza avesse avuta nel misfatto, pure il cardinal Latino citò il podestà, il capitano, gli anziani e il consiglio con dodici de' principali di Parma, a comparire davanti a lui in Firenze in un determinato tempo. Spedirono i Parmigiani il capitano del popolo con sei ambasciatori colà; ma per quanto sapessero dire in iscusa del comune, niun conto fu fatto delle loro ragioni, e si fulminò la scomunica contra gli uffiziali del pubblico, e la città fu aggravata coll'interdetto. Così si operava in questi tempi. Essendo stata tolta ai Reggiani [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] da Tommasino da Gorzano, e dai signori da Banzola la Pietra di Bismantoa, celebre per la menzione che ne fanno Donizone e Dante, nel mese di maggio il popolo di Reggio coll'aiuto dei Parmigiani, Modenesi e Bolognesi la strinse d'assedio, e dopo quindici dì a buoni patti la ricuperò. La città d'Asti anch'essa riebbe alcune centinaia dei suoi cittadini che erano prigioni in Provenza, con promettere a Carlo re di Sicilia il pagamento di trentacinque mila lire d'imperiali, pel quale si fecero mallevadori alcuni ricchi genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]. Del resto nel primo dì di maggio dell'anno presente una terribile scossa di tremuoto si sentì per quasi tutta l'Italia. Il maggior danno ch'essa recò, fu nella marca di Ancona, dove due parti di Camerino andarono a terra, e vi perirono molte persone. Fabriano, Matelica, Cagli, San Severino, Cingoli, Nocera, Foligno, Spello ed altre terre ne risentirono un grave nocumento.


MCCLXXX

Anno diCristo mcclxxx. Indiz. VIII.
Niccolò III papa 4.
Ridolfo re de' Romani 8.

Le lettere scritte nel gennaio di questo anno dal pontefice Niccolò III a Bertoldo Orsino suo fratello e conte della Romagna, e rapportate dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccl.], ci assicurano che nel dicembre antecedente era seguita l'espulsion de' Lambertazzi da Bologna. In esse a lui e al cardinale Latino legato apostolico ordina il papa di cercare rimedio al disordine accaduto, di punire i delinquenti, e di ristabilire la pace fra le discordi fazioni. Ma di fieri intoppi si trovarono: cotanto erano inaspriti ed infelloniti fra di loro gli animi de' Geremii dominanti in Bologna e dei Lambertazzi esclusi [Ghirardacci, Istor. di Bologna.]. Fece il conte Bertoldo venire a Ravenna i sindachi dell'una e dell'altra parte, e rigorosi comandamenti impose a tutti. È da stupire come il Ghirardacci, che ne rapporta gli atti fatti sotto l'anno presente, non si accorgesse che la cacciata dei Lambertazzi dovea essere seguita nel precedente dicembre. Ma mentre il pontefice era tutto pieno di gran pensieri per regolare il mondo cristiano a modo suo, eccoti l'inesorabil falce della morte che troncò tutti i suoi vasti disegni [Bernard. Guid., in Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron.]. Trovavasi egli nella terra di Soriano presso Viterbo, e colpito da un accidente apopletico, senza poter ricevere i sacramenti della Chiesa, chiuse gli occhi alla vita presente nel dì 22 d'agosto. Era preceduta in Roma una terribil inondazione del Tevere, che, secondo gli stolti, fu poi creduta indizio della morte futura del papa. La fresca di lui età e il temperato modo del suo vivere aveano fatto credere che la sua vita si stenderebbe a moltissimi anni avvenire; ma fallaci troppo sono i prognostici de' mortali; e fu assai che non corresse sospetto di veleno in così inaspettata e subitanea morte, sapendosi che l'aver egli con tanta altura esercitato il governo suo, gli avea tirato addosso l'odio di parecchi, e massimamente di Carlo re di Sicilia. Molte furono le di lui virtù, e massimamente la magnificenza [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 9 Rer. Ital.], da cui spinto fabbricò un suntuoso palagio per li pontefici presso San Pietro, con un ampio e vago giardino, cinto di mura e torri a guisa d'una città, e un altro in Montefiascone. Rinnovò egli quasi tutta la basilica vaticana. L'epitafio suo si legge nella Cronica di frate Francesco Pipino [Franciscus Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.]. Ma restò aggravata la di lui memoria dalla soverchia ansietà d'ingrandire ed arricchire i proprii parenti. Spogliò di varie terre i nobili [Ricordano Malaspina, cap. 204.], e massimamente di Soriano i suoi signori, imputati d'eresia, per investirne i proprii nipoti. Tolse alla Chiesa Castello Sant'Angelo, e diello ad Orso suo nipote. Creò più cardinali suoi parenti, e Bertoldo Orsino, suo fratello, conte di Romagna. Faceva eleggere tutti i suoi congiunti per podestà in varie città. Fu anche detto [Franciscus Pipin., Chron.] che le grandiose sue fabbriche furono fatte col danaro raccolto dalle decime ordinate in soccorso di Terra santa, e ch'egli segretamente avesse mano nel trattato contra del re Carlo per la ribellion di Sicilia, siccome appresso diremo. Ma il suo più gran progetto di novità (se pure è vero) fu quello di cui dicono [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, Platina, Blondus, et alii.] ch'egli trattò col re Ridolfo: cioè di formar quattro regni del romano imperio. Il primo era quello della Germania, che dovea passare in retaggio a tutti i discendenti d'esso Ridolfo re de' Romani. Il secondo il regno viennese, ossia arelatense, che abbracciava il delfinato e parte della antica Borgogna. Questo dovea essere dotate di Clemenza figliuola d'esso re Ridolfo, maritata dipoi con Carlo Martello nipote di Carlo re di Sicilia, e de' suoi discendenti. Il terzo della Toscana, e il quarto della Lombardia: i quai due ultimi regni egli meditava di conferire ai suoi nipoti Orsini. Questo pontefice, che facea tremar tutti, s'era anche fatto dichiarar senatore perpetuo del popolo romano, ed avea posto dipoi per suo vicario in quell'uffizio Orso suo nipote. Ma appena s'intese la certezza di sua morte [Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], che gli Annibaldeschi, famiglia potente in Roma, si sollevarono coi loro aderenti, e vollero per forza aver parte nel senatorato, di modo che uopo fu di crear due senatori, l'uno Orsino, e l'altro Annibaldesco, sotto il governo dei quali succederono poscia molti omicidii, dissensioni e malanni; e tutti questi impuniti. Parimente allora il popolo di Viterbo discacciò vergognosamente dalla sua podesteria Orso degli Orsini, nipote del defunto papa, e passò all'assedio di un castello. Ma venuto il conte Bertoldo con assai soldatesche, e con quelle ancora di Todi, li fece dare alle gambe, e prese molti uomini e tutte le lor tende. Durò poi la vacanza del pontificato quasi sei mesi.