Anno diCristo mccccxlvi. Indiz. IX.
Eugenio IV papa 16.
Federigo III re de' Romani 7.

Fulminò di nuovo in quest'anno nei mesi di aprile e di luglio le scomuniche papa Eugenio contra del conte Francesco Sforza e di tutti i suoi seguaci [Raynaldus, Annal. Eccl.]. E per vendicarsi de' Fiorentini, che colla profusione di molto danaro cagione erano che esso conte non andasse a gambe levate, intavolò un trattato col re Alfonso per muoverlo contra di loro, siccome poi fece nell'anno seguente. Intanto il conte era confortato da Cosimo de Medici, e da alcuni cardinali e baroni romani a marciare alla volta di Roma coll'armi sue, perchè avrebbe facilmente indotto per forza il pontefice ad un buon accordo [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]. Gli promettevano ancora la ribellione di Todi, Narni e di Orvieto, con altri aderenti. Ma egli pensò a mettersi in viaggio, ed ancorchè si movesse sul fine di maggio per passare colà, ed arrivasse fino a Montefiascone e a Viterbo, pure per mancanza di vettovaglie, e perchè Todi ed Orvieto non corrisposero alle speranze dategli, gli convenne tornare indietro. Intanto il papa si provvide di gente, avendo chiamato in suo aiuto un corpo di quelle del re Alfonso, e Taliano Furlano ed altri condottieri, ch'erano nella Marca. Queste truppe dipoi, tornato che fu indietro il conte Francesco, se ne andarono addosso ad Ancona, città che dianzi avea fatta lega co' Veneziani, per non venir nelle mani del papa, e la costrinsero a sottomettersi. Passarono di poi alla terra della Pergola, dove era guarnigione di Federigo conte d'Urbino, e in pochi giorni l'ebbero ubbidiente ai loro voleri. Andarono poscia a postarsi solamente circa cinque miglia lungi dal campo, in cui colle poche sue truppe si era fortificato il conte Francesco su quel di Fossombrone. Trovavasi allora in Pesaro il conte Alessandro Sforza fratello del conte Francesco, e signore di quella città [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], e, veggendosi cinto da ogni intorno dalle armi nemiche, giudicò meglio, nel dì 25 di luglio, di venire ad un accordo col cardinale Lodovico legato del papa: risoluzione, di cui sommamente il conte Francesco si dolse, come di fiera ingratitudine, dacchè egli col suo proprio danaro avea acquistata quella città al fratello. Ma Alessandro si scusò colla necessità, assicurando il conte della sua non interrotta fedeltà ed amore: in segno di che mandò Bianca Visconte di lui moglie ad Urbino, contuttochè se gli opponesse non poco il cardinale. Fu ridotto in questi tempi così alle strette il conte Francesco Sforza, che si vide forzato a ritirarsi fino alle mura d'Urbino, mancandogli forze da poter fermare i progressi delle armi pontificie e duchesche, che gran guasto davano a quel territorio, e presero varie terre. Non contento Filippo Maria duca di Milano della guerra ch'egli facea nello Stato della Chiesa contra del conte Francesco suo genero, si lasciò così trasportare dalla pazza passione, che, credendo venuto il tempo di potergli anche togliere Cremona [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], quantunque città a lui ceduta con titolo di dote, si mise in punto per eseguir questa impresa. Era ciò espressamente contro i capitoli della pace fatta co' Veneziani e Fiorentini: non importa; sopra ogni altra riflessione andava lo sregolato empito dell'odio suo. Però, messo in piedi un esercito di cinque mila cavalli e mille fanti sotto il comando di Francesco Piccinino e di Luigi del Verme, lo spedì, sul principio di maggio, contro Cremona, di cui Orlando Pallavicino gli avea fatto sperar l'acquisto per una segreta cloaca. Impiegò questa gente alquanto tempo in prendere Soncino ed altre terre del Cremonese: nel qual mentre i Veneziani, veduta rotta la pace dal non mai quieto duca, ebbero tempo di potere spignere qualche soccorso d'armati in Cremona. Arrivato colà il Piccinino, vi trovò, più di quel che credeva, gente disposta alla difesa; laonde si accampò intorno ad essa città, sperando di costringerla colla fame alla resa. In questo tempo i Veneziani, giacchè con un'ambasciata non aveano potuto rimuovere il duca da questo disegno, ordinarono a Michele Attendolo da Cotignola, lor generale, di mettere insieme tutta l'armata, e di marciar contro ai ducheschi. Avea inoltre spedito il duca, per voglia di togliere anche Pontremoli al conte suo genero, Luigi da San Severino e Pietro Maria Rossi; ma altro non poterono far questi, che mettere a sacco il paese, perchè i Fiorentini, coll'inviare per tempo a quella terra un rinforzo di milizie, la salvarono. Ridotto a tali termini stava intanto il conte Francesco nel territorio d'Urbino, quando avvenne novità che il fece assai respirare.

Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato dimorava in Castelfranco del Bolognese con Alberto Pio da Carpi, e con una brigata di quattrocento cavalli e di cento fanti in servigio del duca di Milano [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]. Perchè passavano fra lui e Carlo Gonzaga de' disgusti a motivo di precedenza, si lasciò egli guadagnare dalle proferte di più lucrosa condotta che gli fecero i Veneziani e Bolognesi, e se l'intese con Taddeo marchese e con Tiberio Brandolino capitani de' primi. Perciò nella notte del dì 5 di luglio diede la tenuta di Castelfranco ai Bolognesi, ed unito con essi e co' Veneziani nel dì seguente cavalcò a San Giovanni in Persiceto, nella cui rocca egli teneva presidio, mentre nella terra alloggiava Carlo da Gonzaga con un grosso corpo di gente duchesca. Venuto alle mani con esso Gonzaga, lo sconfisse, e mise a saccomano tutta quella gente di armi, e prese anche la terra: per la qual vittoria tornarono poco appresso all'ubbidienza di Bologna quasi tutte le altre castella e terre di quel distretto. Parimente avvenne che i Fiorentini fecero largo partito a Taliano Furlano generale del duca di Milano contra di Francesco Sforza, offerendogli il generalato dell'esercito loro [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 22.]. Fosse accidente, o un tiro malizioso di essi Fiorentini, si riseppe il trattato, nè ci volle di più, perchè Taliano, d'ordine del duca e del cardinale legato, fosse preso nel mese d'agosto, e condotto a Rocca Contrada, dove gli fu recisa la testa. Pel medesimo motivo ebbe dipoi mozzato il capo anche Jacopo da Gaibana, altro condottiere d'armi. Nacquero forti sospetti al duca di Milano che anche Bartolomeo Coleone suo condottier d'armi tenesse delle intelligenze co' Veneziani; e furono questi cagione ch'egli venisse preso ed inviato nelle carceri di Monza. Sì fatti accidenti sconcertarono alquanto i felici andamenti dell'armata pontificia e duchesca, la quale intanto faceva alla peggio nel territorio d'Urbino. Unironsi poi colla armata veneta le genti d'armi di Taddeo marchese d'Este, di Tiberto Brandolino e di Guglielmo di Monferrato [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.]; ed allora fu che Michele da Cotignola generale dei Veneziani marciò contro l'armata duchesca accampala intorno a Cremona. Fece questo esercito non solamente ritornar molte terre alla divozione del conte Francesco, ma anche ritirare Francesco Piccinino dall'assedio di Cremona, con portarsi a Casalmaggiore, dove fece fabbricare un Ponte sul Po per aver viveri e strame dal Parmigiano. Era ivi nel fiume un mezzano ossia un'isola, dove la di lui armata si stese, e fortificossi con bastioni e bombarde. Ora Micheletto Attendolo colle sue genti arrivò colà con pensiero di dar loro la mala Pasqua. Il Simonetta scrive che ciò avvenne tertio kalendas octobris, cioè nel dì 29 di settembre. L'autore degli Annali di Forlì [Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì primo di ottobre. Ma Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] e le Croniche di Rimini [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] e di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e il Rivalta negli Annali di Piacenza [Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.] ci danno quel fatto di armi nel dì 28 di settembre. Non potendo le genti venete penetrare i trincieramenti fatti alla testa del ponte, trovarono per avventura non essere tanto alta l'acqua del Po, che non potessero arrivare al mezzano suddetto, dove, come in una città, si erano fatti forti i ducheschi. A quella volta dunque animosamente s'inviò la cavalleria veneta con fanti in groppa per l'acqua che arrivava sino alle selle dei cavalli, ed attaccarono la mischia con tal bravura, che misero in poco d'ora i nemici in iscompiglio. Se ne fuggirono i capitani ducheschi di là dal Po; ma perchè non v'era se non il ponte, per cui potesse salvarsi la sconfitta gente, e questo ancora, per paura d'essere inseguiti, fu rotto d'ordine di essi capitani; però la maggior parte di que' soldati rimase prigioniera colla perdita di tutto il bagaglio, munizioni e carriaggi, che fu d'immenso valore. Scrive Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] che in sua parte toccarono a Micheletto generale cavalli ottocento, a Guglielmo di Monferrato cento, a Taddeo marchese secento, a Gentile figliuolo di Gattamelata ottocento, a Tiberio Brandolino quattrocento, a Guido Rangone quattrocento, a Cristoforo da Tolentino e ad altri altra parte, di maniera che più di quattro mila cavalli vennero alle lor mani. Gran festa si fece per così segnalata vittoria in Venezia e per tutte le terre della repubblica.

Or questa gran percossa fece rientrare in sè stesso il poco saggio duca di Milano, che nel dì 5 d'ottobre spedì per un suo messo segreta lettera alla repubblica veneta chiedendo pace, ed esibendosi pronto a cedere tutto quanto egli avea preso nel Cremonese colla giunta di Crema. Tardò poco a comprendere, essere bensì in mano d'ognuno il cominciare una guerra, ma non essere poi così il finirla. I Veneziani, che avevano il vento in poppa, e ben conosceano la debolezza, a cui era ridotto il duca, sprezzata ogni proposizione d'accordo, ordinarono al loro generale di proseguire innanzi. Pertanto egli, dopo aver ricuperato Soncino, Caravaggio e tutte le castella del Cremonese, passò il fiume Adda, e ruppe di nuovo nel dì 6 di novembre [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic.] le milizie del duca, che gli si vollero opporre, con prendere circa secento cavalli, e far prigioni circa mille e ducento fanti. Corse dipoi sul Milanese, saccomanando il paese; ebbe Cassano colla rocca, e mirabilmente fortificò quella terra; finalmente andò a quartiere di inverno. Se stesse bene allora lo sconsigliato duca, non occorre ch'io ne avvisi il lettore. Dacchè egli ebbe la fiera sconfitta di Casalmaggiore, spedì al papa e al re Alfonso le più calde preghiere per ottener soccorso. Cominciò ancora con più e più lettere a pregare il prima tanto odiato e perseguitato suo genero, cioè il conte Francesco Sforza, acciocchè non l'abbandonasse in sì pericolosa congiuntura. Era sul principio d'ottobre arrivato ad esso conte un buon rinforzo di milizie, a lui inviate da' Fiorentini, e ciò bastò a farlo uscire in campagna contro le genti pontificie comandate da Lodovico cardinale e patriarca. Ma, non potendo mai tirarle a battaglia, imprese lo assedio di Gradara in quel di Pesaro, terra forte occupata già da Sigismondo signore di Rimini. Nello stesso tempo Alessandro Sforza signor di Pesaro, per opera di Federigo conte d'Urbino, rimesso in grazia del conte Francesco suo fratello, voltata casacca, ripigliò le armi contra di Sigismondo e de' pontifizii. Per mancanza di polvere da fuoco non potè il conte insignorirsi di Gradara; e perchè niun soccorso di danaro gli veniva con tutte le sue istanze nè da Venezia nè da Firenze, si ritirò in fine a Pesaro a dar riposo alle sue troppo stanche genti. Intanto papa Eugenio, il re Alfonso e Sigismondo Malatesta, avendo consentito il conte ad una tregua (per cui entrarono in grande sospetto di lui i Veneziani), spedirono circa quattromila cavalli in aiuto del duca di Milano nel mese di dicembre. Cesare da Martinengo, uno dei caporali di questa gente posta a svernare sul Parmigiano [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], abbagliato dalla fortuna de' Veneziani, passò dipoi nel febbraio susseguente, se non prima, colle sue schiere al loro servigio. Altrettanto fece colle sue anche Rinaldo da Montalbotto.


MCCCCXLVII

Anno diCristo mccccxlvii. Indiz. X.
Niccolò V papa 1.
Federigo III re de' Romani 8.

Avea fin qui menata sua vita, pien di pensieri di guerra, e tormentato da affanni per cagion dello scisma di Basilea, il pontefice Eugenio IV, quando Iddio il chiamò a sè nel dì 23 di febbraio in Roma [Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], città da lui beneficata dopo il suo ritorno colà, perchè vi ristorò le principali chiese che erano in rovina, vi mantenne buona pace e giustizia, e la sua mano era sempre aperta alle indigenze de' poveri. Fu pontefice di rare qualità; e benchè alquanto sfortunato negli affari sì spirituali che temporali, pure di gran cose operò sì nell'una che nell'altra parte. Memorabile restò la sua ricordanza, per aver uniti alla Chiesa cattolica i Greci, i Maroniti ed altre nazioni cristiane d'Oriente, e tentato di unire insino gli Etiopi. Eppure ebbe la disgrazia di lasciar la Chiesa latina in disordine per lo scisma nato in Basilea. Fu uomo di testa dura e di raggiri politici; nè alcun menomo eccesso si mirò in lui per ingrandire i suoi parenti, come ebbero in uso altri suoi predecessori. Tutto il suo studio era in conservare o ricuperare gli Stati della Chiesa romana: nel che impiegò molti tesori; ed ebbe anche singolar premura per reprimere la sempre più crescente baldanza e potenza dei Turchi: nel che profittò poco per la disunione e guerre delle potenze cristiane. Entrati i cardinali nel conclave, ed accordatisi nel dì 5 di marzo, elessero Tommaso da Sarzana, vescovo di Bologna, creato cardinale da Eugenio nell'anno precedente. Di bassa nascita era egli; ma questo immaginario difetto era senza paragone compensato dalle mirabili sue belle doti sì d'animo che d'ingegno, e dal suo universal sapere; di modo che personaggio non si potea scegliere più degno e più atto al pontificato di lui. Prese egli il nome di Niccolò V, e nel dì 18 d'esso mese fu solennemente coronato. Appena era mancato di vita papa Eugenio, che il re Alfonso, sotto pretesto di vegliare alla sicurezza di Roma, sen venne a Tivoli [Raynaldus, Annal. Eccles.], e quivi si piantò. Una delle prime cure del novello pontefice fu quella di fare sloggiare di là il re, e di estinguere lo scisma dell'antipapa Amedeo di Savoia: al qual fine impegnò Carlo re di Francia, promettendogli di confiscare tutti gli Stati d'esso Amedeo, se non ubbidiva, per concederli al medesimo re. Adoperossi per ricuperare affatto la marca di Ancona [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]. Quivi non riteneva più il conte Francesco Sforza, se non la città di Jesi, che gli era sempre stata fedele. Le premure del duca di Milano, angustiato in questi tempi fieramente dai Veneziani, fecero mutar massime al medesimo conte e al re Alfonso, perchè il duca, trovandosi in grave pericolo, implorava quotidianamente il soccorso del genero. Però non fu difficile il tirare in fine ad un accordo il conte, che in sì urgente congiuntura si trovava necessitoso di pecunia. Trentacinque mila fiorini d'oro, ben pagati al conte, l'indussero a rilasciar quella città al pontefice, e a richiamarne la sua guarnigione. Similmente non tardò esso papa, siccome di genio pacifico, ad interporsi tosto per ismorzare il terribile incendio di guerra nato in Lombardia fra i Veneziani e il duca di Milano; ma cotali accidenti occorsero dipoi, che restarono vani tutti i paterni desiderii e disegni del buon pontefice.

La prosperità delle armi venete, che, dopo aver fabbricato un ponte sull'Adda, non trovavano ritegno alcuno, e portavano le desolazione sino ai borghi di Milano, avea messo in tal costernazione lo animo del poco saggio duca Filippo Maria, che a mani giunte non cessava di raccomandarsi al re Alfonso, a papa Eugenio allora vivente e a' Fiorentini. Ricorse fino al re di Francia, con esibirsi di restituire al duca d'Orleans la città d'Asti. Ma le sue maggiori speranze erano riposte nel credito e nel valore del conte Francesco Sforza, cioè in quel medesimo ch'egli sì lungamente avea perseguitato, e ridotto, co' suoi maligni maneggi, e colle armi e co' danari, a perdere l'intera marca d'Ancona, e con volerlo anche spogliare di Cremona. A lui lettere, a lui messi andavano di tanto in tanto, pregandolo e scongiurandolo di soccorso, e sollecitandolo a venire, senza lasciar indietro offerta e promessa alcuna che il potesse muovere, e soprattutto mettendogli davanti la succession de' suoi Stati. Perchè a questi andamenti teneano ben l'occhio aperto i Veneziani, anch'essi gli inviarono Pasquale Malipieri per tenerlo saldo nella lor lega, con fargli anche essi delle larghe esibizioni. E perciocchè il conte non dava categoriche risposte, si avvidero ben per tempo que' saggi signori ch'egli era per anteporre alla loro antica amicizia la nuova riconciliazione col suocero [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.]. Presero dunque la risoluzione di non aspettare ch'egli si dichiarasse, e di torgli intanto Cremona, se veniva lor fatto. Ordinato prima un trattato con alcuni Guelfi di quella città. Michele Attendolo lor generale nel dì 4 di marzo si presentò segretamente con quattromila cavalli e grossa fanteria alla porta d'Ognisanti di Cremona, credendosi di trovarla aperta. Gli andò fallito il colpo. Foschino Attendolo da Cotignola governatore, e Giacomazzo da Salerno capitano de' soldati del conte Francesco furono tosto in armi, raddoppiarono le guardie alle porte, alle mura, alle torri, cosicchè nè i cittadini osarono di far movimento; e i Veneziani, dopo avere scoperto il loro buon animo, si ritirarono colla bocca asciutta. Questo tentativo, oltre ad altri motivi che aveva il conte Francesco d'essere poco contento dei Veneziani, per averlo essi abbandonato nelle passate sue disavventure, e la segreta inclinazione da lui ben capita dei Fiorentini [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.], a' quali non piaceva che i Veneziani s'ingrandissero di troppo col mettere il duca in camicia, servì a lui di scusa per istrignere il trattato col suocero, a condizione che gli fosse pagato annualmente tanto di salario, quanto gli davano i Veneziani, ascendente a ducento quattro mila fiorini d'oro; e che gli fosse dato col titolo l'autorità di generale d'armata per tutti i di lui Stati. Pertanto alcune somme di danaro gli furono mandate da Milano, altre pagate in Roma: col quale rinforzo cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue truppe. Ma mentre si crede di marciare a dirittura a Milano, alcuni de' cortigiani del duca, e i due Piccinini Francesco e Jacopo, invidiosi dell'innalzamento del conte, sparsero tai semi di diffidenza nel debolissimo duca, che più danaro non corse; e il duca andava ordinando al conte di passare o nel Padovano o nel Veronese, a motivo di fare una diversione, dando con ciò assai a conoscere di non volerlo in sua casa: tutti imbrogli che ritardarono la mossa del conte, e maravigliosamente giovarono ai Veneziani per tentar cose maggiori contra del duca. Venne l'armata loro pel ponte di Cassano nel cuore del Milanese, scorse tutta la Martesana, e andò finalmente ad accamparsi sotto a Milano, per le speranze date da alcuni di que' cittadini al general veneziano d'introdurlo a tradimento in quella città. Chiarito Micheletto, esser quelle parole vane, passò alle parti del monte di Brianza [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.], dove sconfisse Francesco Piccinino, ed altri capitani milanesi e le loro brigate. Mise dipoi l'assedio al forte castello di Lecco, dove spese circa quaranta giorni, con istrage e grave incomodo di sua gente, senza poterlo far piegare alla resa.

Conosceva intanto ogni di più il duca l'infelice suo stato, e l'imminente pericolo suo, ma ricercato e voluto; nè esservi altra speranza che l'aiuto del genero Sforza. Pertanto gli spedì affrettandolo a venire, e pregò il papa e il re Alfonso di provvederlo di danaro. Altro non fecero essi, se non ciò che s'è detto di sopra, dell'avere carpito dalle mani del conte la città di Jesi per la somma già accennata di danaro, con cui egli allestì la sua armata, e da Pesaro si mise in viaggio nel dì 9 d'agosto [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Aveva egli dianzi, nel dì 11 di marzo, insieme col conte Federigo d'Urbino fatto tregua con Sigismondo signor di Rimini, e con Malatesta Novello da Cesena di lui fratello. Consisteva l'esercito del conte in quattro mila cavalli e due mila fanti, co' quali venne a riposarsi alquanto a Cotignola. Ma eccoti un improvviso cambiamento di scena. Circa il dì 7 d'esso mese d'agosto cadde infermo Filippo Maria Visconte duca di Milano, e nel dì 13 diede compimento alla vita presente nel castello di porta Zobbia, senza lasciar dopo di sè prole maschile. Portato il suo corpo con poca pompa al duomo, potè allora quel popolo mirarlo morto, dopo averlo potuto vedere sì poco quando era in vita. Fu creduto che gli affanni e pericoli ne' quali si trovava involto, e ch'egli s'era colla sua balordaggine tirati addosso, il conducessero al sepolcro. S'egli avesse saputo prevalersi del regalo che la fortuna gli avea fatto di un genero, qual era il conte Francesco Sforza, cioè del miglior capitano che fosse allora in Italia, e fors'anche in Europa, poteva egli sperare di atterrar tutti i suoi nemici. Con fare sì scioccamente tutto il contrario, s'era ridotto alla vigilia di perdere colla riputazione anche tutti i suoi Stati. E qual fosse l'animo suo verso Bianca sua figliuola e verso il conte Francesco suo genero, che solo veniva per assistergli in sì grave urgenza, si diede ancora a conoscere nel fine di sua vita, se pure è vero ch'egli dichiarasse erede de' suoi Stati non già il conte Francesco Sforza, ma bensì Alfonso re d'Aragona e delle Due Sicilie [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], i cui uffiziali certo è che presero tosto il possesso del castello di Milano e della rocchetta. Dimorava il conte in Cotignola, quando nel dì 15 di agosto da Lionello d'Este marchese di Ferrara gli giunse segreto avviso della morte del duca: colpo che stranamente sconcertò le sue misure. Crebbe molto più la costernazione sua dacchè intese che il popolo di Milano, troppo stanco e disgustato del gravoso governo del duca defunto, avea gridato: Viva la libertà, e presa la risoluzione di reggersi a repubblica. Oltre a ciò, poteano pretendere quegli Stati il re Alfonso in vigore del testamento suddetto, se pur fu vero; e Carlo duca d'Orleans, per ragione di Valentina Visconte. Quel che era più, con tante forze si trovavano i Veneziani addosso allo Stato di Milano, senza che egli avesse nè danaro nè gente bastante a far grandi imprese. Oh qui sì che v'era bisogno d'ingegno. Contuttociò nel dì seguente marciò alla volta del Parmigiano, per quivi meglio considerare qual piega prendessero le cose, e qual volto mostrasse la fortuna a' suoi interessi in una sì strepitosa mutazion di cose.