Incredibile allora fu la rivoluzion dello Stato di Milano; tutto si riempiè di sedizioni, ed ognuno prese l'armi [Platina, Histor. Mant., lib. 6.]. Como, Alessandria e Novara aderirono alla repubblica milanese. Pavia si rimise in libertà senza voler dipendere da Milano. Parma si mostrò anch'essa inclinata al medesimo partito, e diede sol buone parole al conte Francesco, che tentò di averla. Anche Tortona negò ubbidienza ai Milanesi. All'incontro i Veneziani seppero così ben profittare di quell'universal disordine, che la città di Lodi loro si diede. Ebbero poscia il forte castello di San Colombano, situato tra Lodi e Pavia. Regnava allora gran discordia fra i cittadini di Piacenza [Ripalta, Hist. Placentin., tom. 20 Rer. Ital.]. Nel loro consiglio la fazion più potente la vinse, ed avendo spedito ai Veneziani per sottomettersi al loro imperio, non durarono fatica ad ottener quanto desideravano, e con patti i più vantaggiosi del mondo; per la qual cosa fecero poi gran festa e falò. Nel dì 20 d'agosto Taddeo marchese d'Este con mille e cinquecento cavalli veneti prese il possesso di Piacenza, e nel dì 22 arrivò colà con più gente Jacopo Antonio Marcello provveditore de' Veneziani. Intanto i Milanesi tutti d'accordo, con avere per loro capi Antonio Trivulzio, Teodoro Bossio, Giorgio Lampugnano ed Innocenzo Cotta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.], la prima cosa che fecero, fu di cavar dalle mani degli uffiziali del re Alfonso il castello e la rocchetta. Col regalo di diciassette mila fiorini d'oro ebbero queste fortezze, e tosto le spianarono da' fondamenti. L'ambasciata da essi inviata al campo veneto per ottener pace e far lega, fu accolta quasi con riso. Si tenevano allora i Veneziani quasi in pugno tutta la Lombardia. E però si rivolsero i Milanesi al conte Francesco Sforza, che era passato alla sua città di Cremona, pregandolo di voler assumere la difesa della lor libertà nella guisa ch'egli era per servire al defunto duca, offerendogli il comando della lor armata col titolo e con gli onori di generale. Non era lo Sforza solamente insigne per la sua perizia e bravura nell'armi; possedeva anche un'ammirabil accortezza nei politici affari; e però, quantunque gli potesse parere strano di doversi sottomettere ad un popolo, per comandare al quale egli era venuto; pure accettò l'offerta, e si accordarono le condizioni del suo generalato. Ebbe anche forza la sua lingua di trarre nella sua amicizia Francesco e Jacopo Piccinini, non ostante l'antico odio che passava fra le loro case e persone. Ciò fatto, uscì egli in campagna, ed, unite le sue truppe con quelle de' Milanesi, alle quali aggiunse ancora Bartolomeo Coleone fuggito dalle carceri di Monza dopo la morte del duca, avendolo affidato e guadagnato al suo servigio, andò all'assedio del castello di San Colombano. Mentr'egli quivi dimorava, erano in continua dissensione i Pavesi, aspirando alcuni a prendere per loro principe Lodovico duca di Savoia, altri Giovanni marchese di Monferrato, ed altri Lionello d'Este marchese di Ferrara. Ma non vi mancava il partito di coloro che anteponevano il darsi al conte Francesco, padrone di Cremona e sì celebre nel mestier della guerra, ossia al di lui figliuolo Galeazzo Maria [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Volle la fortuna del conte che si trovasse castellano in Pavia Matteo Bolognini Bolognese, e ch'egli per le istanze di Agnese dal Maino, parente di Bianca Visconte, trattasse segretamente di cedere al conte quella fortezza. Perciò al conte da lì a poco si diedero la città e cittadella di Pavia, con che egli assumesse il titolo di conte di Pavia, nè quel popolo fosse più suggetto a Milano. Ed ancorchè, presentita cotal intenzione de' Pavesi, fossero venuti gli ambasciatori milanesi per lamentarsene, e per esigere, secondo i patti, che le città prese dal conte si sottomettessero non a lui ma alla loro repubblica: tali scuse, belle parole e promesse sfoderò il conte, che eglino, benchè mal contenti, se ne tornarono a Milano, nè credettero ben fatto il litigar oltre, e molto meno il rompere la buona armonia col loro generale, giacchè non riuscì loro con nuova spedizione ai Veneziani d'indurli a verun accordo. Trovò lo Sforza nella cittadella di Pavia danari, gioie, assaissimo grano e sale, e gran copia d'attrezzi militari, tutto con gran fedeltà a lui consegnato dal Bolognini. Nè perdè egli punto di tempo ad ordinar la fabbrica di quattro galeoni e di altri legni, col disegno già conceputo di formar l'assedio di Piacenza. Intanto il castello di San Colombano, non potendo più reggere, e disperando il soccorso, se gli rendè.

Sul principio d'ottobre imprese il conte Francesco l'assedio di Piacenza per terra [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], assistito nel Po dall'armata navale, ben provveduta di cannoni e d'altre macchine militari, e condotta da Bernardo e Filippo Eustachi da Pavia. Nell'esercito suo si contavano i due fratelli Piccinini Francesco e Jacopo, Guidantonio ossia Guidazzo signor di Faenza, Carlo da Gonzaga, Alessandro Sforza suo fratello, il conte Luigi del Verme, il conte Dolce dall'Anguillara, ed altri valenti capitani. Alla difesa di Piacenza stavano Gherardo Dandolo provveditore de' Veneziani, e Taddeo marchese d'Este lor capitano con un numeroso presidio. Molti assalti furono dati a quella città, giocavano incessantemente le artiglierie; ma niuna apparenza v'era di superare così grande, così popolata e ben difesa città. I Veneziani, poichè mancava loro maniera di fare un ponte sul Po, per recar soccorso alla città suddetta, si accinsero a fabbricare una potente flotta di galeoni e d'altri legni da condursi per Po a quella volta. E intanto Michele Attendolo lor generale coll'esercito suo dava il guasto al territorio di Milano, prendendo anche varie castella, per veder pure di distorre lo Sforza da quell'assedio. Ma questi, dopo essere stato circa sei settimane sotto Piacenza, ed aver fatto coi suoi grossi cannoni una larga breccia nelle mura, e fatto cader due torri, determinò di dare un generale assalto alla città; e tanto più perchè udiva che si era già posta in cammino l'armata navale de' Veneziani per venire a sturbarlo. Scrive il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.] che il giorno di sì fiera azione fu ad sextumdecimum kalendas decembris, cioè nel dì 16 di novembre. Così pure ha la Cronica Piacentina del Rivalta [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Cristoforo da Soldo dice nel dì 15 di novembre [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]; ma, soggiugnendo che fu in giovedì, si vede che quel numero è scorretto, e vuol dire anch'egli nel dì 16, che cadde in giovedì. Fierissimo fu quell'assalto, crudelissima la battaglia, e durò molte ore, avendo anche i galeoni del conte dalla parte del Po, che era allora grossissimo, fatta gran guerra alla città. Finalmente verso le ore venti il vittorioso esercito del conte Francesco entrò nella misera, anzi sopra ogni credere infelicissima città; imperocchè fu lasciata in preda ai soldati, e dato il sacco a tutte le case e chiese; non vi fu salvo l'onore delle vergini e delle matrone: di modo che non parvero cristiani, ma turchi coloro che tante iniquità commisero, colla desolazione di quella nobil città. E durò questa barbarie, se crediamo al Ripalta, molto tempo, senza che il conte vi mettesse freno, per quell'empia massima di tener contente le soldatesche, e di animarle ad altri simili fatti d'armi. Dieci mila cittadini rimasero prigionieri, e convenne riscattarsi a chiunque fu creduto capace di pagare. Il Simonetta, parziale del conte, confessa, è vero, le immense iniquità in tal occasione commesse; ma aggiugne avere il conte Francesco inviate persone a salvare i monisteri delle sacre vergini, ed aver comandato sotto pena della vita la restituzion delle donne, e fatto impiccare chi non ubbidì. E veramente Antonio Ripalta, che si trovò in mezzo a quell'orrida tragedia, e restò prigione, neppur egli parla de' monisteri. Perciò resto io dubbioso se s'abbia a prestar fede a Cristoforo da Soldo, allorchè scrive che le monache tutte furono svergognate, stracciate e malmenate. Con esso scrittore bresciano non di meno s'accordano l'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] e lo storico di Rimini [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Si rifugiarono nella cittadella Gherardo Dandolo provveditor veneto, Taddeo marchese ed Alberto Scotto conte di Vigoleno, con assai loro gente; ma non trovandovi provvisione di viveri che per due giorni, non tardarono a rendersi prigionieri, essendo non di meno riuscito ad Alberto di fuggirsene, e di arrivar salvo sul Reggiano. Perchè poi di questa gran perdita fu incolpato (non so se a ragione o a torto) esso marchese, rimesso che fu in libertà, e tornato al campo veneto, nel dì 21 di giugno dell'anno seguente, d'improvviso cadde morto, non senza sospetto che gli fosse stata abbreviata la vita. Scrive santo Antonino [S. Antonin., P. III, tit. 22.], essersi nell'espugnazione della città di Piacenza il conte Francesco trovato in mezzo alla grandine delle palle e dei sassi nemici, di maniera che parve prodigioso l'aver egli salvata la vita. Con questa impresa, che gli fece grande onore presso i rettori della repubblica milanese, terminò egli la campagna presente, e si ritirò a Cremona, angustiata non poco sì per terra, come per Po dalle armi venete.

Nè si vuol tacere, che avendo Carlo duca d'Orleans dopo la morte del duca Filippo Maria, ricuperata la città d'Asti, mandò un gran corpo di cavalleria e fanteria, forse tre mila persone, concedutegli dal re di Francia sotto il comando di Rinaldo di Dudresnay. E perch'egli pretendeva all'eredità del duca defunto, siccome figliuolo di Valentina Visconti, perciò questo suo governatore portò la guerra sull'Alessandrino, prese molte castella, e si diede ad assediar la terra del Bosco. Verso la metà d'ottobre fu colà inviato dai reggenti di Milano Bartolomeo Coleone, che con circa mille cinquecento cavalli diede battaglia a quei Franzesi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e li mise, nel dì 14 d'ottobre, in isconfitta, con far prigione lo stesso lor condottiere Rinaldo; vittoria non di meno che costò ben cara anche ai vincitori [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.]. E gli Alessandrini, perchè i Franzesi non aveano dato quartiere alla lor gente, trucidarono poi quanti d'essi aveano fatti prigioni. Passò dipoi Bartolomeo a Tortona, e costrinse quel popolo a prestare ubbidienza a Milano. Non fu esente in quest'anno da novità la sempre inquieta città di Genova [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]. V'era doge Raffaello Adorno. Ad istanza di molti suoi emuli rinunziò egli il governo nel dì 4 di gennaio. Venne sostituito a lui Barnaba Adorno, ma per pochi giorni, perchè nel dì 30 d'esso mese entrato in Genova Giano da Campofregoso, benchè con poca gente, ebbe tal senno e forza, che, detronizzato Barnaba, si fece proclamar doge di quella città. L'aiutarono a questa impresa i Franzesi, con aver egli fatto credere loro di rimettere Genova sotto il loro dominio, ma si trovarono poi beffati. Soggiacque alla guerra in questo anno anche la Toscana. S'era, mentre vivea il duca Filippo Maria, trattato non poco di pace in Ferrara colla mediazione del marchese Lionello d'Este fra i ministri d'esso duca e del re Alfonso, e i Veneziani e Fiorentini. Parea condotto a buon segno il negoziato, quando, per la morte del duca, avendo i Veneziani cangiata massima, andò per terra ogni speranza d'accordo [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.]. Ora il re Alfonso, dacchè vide impegnati i Veneziani nella guerra contro lo Stato di Milano, ossia per disegno di fare una potente diversione con assalire i Fiorentini lor collegati, oppure per voglia d'insignorirsi della Toscana, all'uscita d'ottobre con circa quindici mila tra fanti e cavalli venne in persona contra d'essi Fiorentini, in aiuto de' quali accorse il conte Federigo d'Urbino con secento cavalli e mille fanti [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Poggius, Histor., lib. 8.]. Per quanto facesse il re affine di smuovere i Sanesi dalla lor libertà, o dall'amicizia de' Fiorentini, altro non potè ottenere che provvisione di vettovaglie. Entrato in quel di Volterra, vi prese alcune castella, ed altre nel Pisano. Simonetto, che dal soldo de' Fiorentini era passato a quello del re, per terza ebbe Castiglione della Pescaia, luogo forte: dopo le quali poche prodezze il re Alfonso ridusse le sue genti a quartiere, alloggiandone la maggior parte nel Patrimonio, ossia negli Stati pontificii. Tornò Bologna in quest'anno [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] all'ubbidienza della Chiesa, perchè i Bolognesi amavano molto papa Niccolò, che poco anzi era stato lor vescovo. Ne riportarono vantaggiosi capitoli. Siccome già accennai, avea il conte Federigo d'Urbino comperata la città di Fossombrone, e pacifico possessor d'essa quivi signoreggiava [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Per tradimento d'alcuni di que' cittadini Sigismondo Malatesta signor di Rimini verso il principio di settembre v'entrò dentro, e cominciò l'assedio della rocca. Ma eccoti giugnere, nel dì 3 di quel mese, il conte Federigo con tutte le sue forze, ed attaccar la battaglia. Fu rotto il signor di Rimini, e Federigo, per castigo de' traditori, mise a sacco tutta la città ravvolgendo nel medesimo eccidio tanto i rei che gl'innocenti. Nella state dell'anno presente la peste fece non poca strage nella città di Venezia [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Mirabil cosa pare che con tanto bollore e miscuglio di guerre non si diffondesse questo malore per tutta la Lombardia. Ma ne vedremo gli effetti nell'anno seguente.


MCCCCXLVIII

Anno diCristo mccccxlviii. Indiz. XI.
Niccolò V papa 2.
Federigo III re de' Romani 9.

Abbondò più che mai di strepitosi avvenimenti l'anno presente per la guerra de' Veneziani contra dello Stato di Milano. Avea quella potente repubblica sommamente accresciuta di gente la sua armata di terra, e specialmente colla giunta di Lodovico da Gonzaga marchese di Mantova, che in loro aiuto condusse mille e secento cavalli [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. II, tom. 21 Rer. Ital.]. Teneva inoltre a Casalmaggiore una formidabil flotta sul Po, da cui veniva stretta e continuamente infestata la città di Cremona. Riuscì ai lor maneggi di staccare da' Milanesi Bartolomeo Coleone di Bergamo. Se ne fuggì egli nel dì 15 di giugno con circa mille e cinquecento cavalli, e andò a rinforzare l'esercito veneto. Dall'altra parte il conte Francesco Sforza provava non pochi affanni, perchè dovea dipendere dal provvedimento e dalle risoluzioni del governo repubblicano de' Milanesi, che erano fra loro discordi. Sotto mano ancora i due figliuoli di Niccolò Piccinino Francesco e Jacopo, sì per l'odio antico, come per l'invidia presente, attraversavano tutti i suoi disegni, consigliando specialmente il governo di Milano di accordarsi co' Veneziani e di far pace. Infatti più e più ambasciatori furono spediti da Milano a tentar di questo i Veneziani. Ma in Venezia il medesimo chiedere pace facea crescere la altura e le pretensioni di quel senato. Tuttavia si sarebbono indotti i Milanesi ad ingoiar delle pillole amare, purchè seguisse accordo; tanta paura e diffidenza cacciavano loro addosso i malevoli del conte Francesco, con far credere ch'egli facesse la guerra col danaro di Milano, per sottomettere poi Milano a sè stesso. In somma si sarebbe probabilmente conchiusa pace (benchè Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.] creda che tutte queste fossero finzioni), se un dì gli abitanti di porta Comasina in Milano non avessero fatta una sollevazione contra chi la proponeva: laonde fu ripigliata la risoluzione di continuare la guerra. Uscito in campagna sul principio di maggio il conte Francesco, tolse ai nemici Monzanega, Vallate e Triviglio; e soprattutto fu considerabile l'acquisto da lui fatto di Cassano, perchè luogo di molta importanza pel passaggio dell'Adda. Vennero alle sue mani anche Melzo e Pandino; e quantunque Cremona si trovasse in molte angustie e pericoli per le continue molestie dell'armata navale de' Veneziani; pure, premendo più a' Milanesi Lodi che Cremona, gli convenne passare coll'esercito sotto quella città. Nulla quivi avendo fatto, andò a Casalmaggiore, dove s'era ritirata e fortificata la suddetta flotta veneta comandata da Andrea Querino e da Niccolò Trivisano. Nè perchè venisse a postarsi in quelle vicinanze Michele Attendolo general veneto dell'armata di terra, lasciò egli di assalir la loro flotta. Fece a questo fine discendere per Po l'armata de' galeoni pavesi, e dopo aver la notte fatto piantare dieci cannoni sulla riva del Po, nel dì 16 di luglio cominciò a far giocare le artiglierie, che faceano grande strage dei Veneziani. Non poteano andar innanzi, nè retrocedere i galeoni veneti, ed, essendo durata quella tempesta tutto il dì, nella notte il Querino, dopo aver fatto trasportare in Casalmaggiore le armi e le robe delle navi, con sette galeoni e una galea se ne fuggì, avendo prima fatto attaccare il fuoco al resto delle navi: il che fu una perdita e danno immenso per li Veneziani. Arrivato a Venezia, fu messo a riposar ne' camerotti, e condannato a tre anni di prigionia.

Andò poscia, nel dì 29 di luglio, il conte Francesco all'assedio di Caravaggio, e furono a vista le due armate nemiche; anzi vennero a caldissime mischie nei dì 15 e 30 d'agosto, che costarono molto sangue all'una e all'altra parte. Stava forte a cuore a' Veneziani la conservazione di Caravaggio, oltre al parer loro di perdere la riputazione, se lo lasciavano cadere sotto gli occhi della loro armata, che tra fanti, cavalli e cernide ascendeva a circa ventiquattro mila persone. Benchè fossero diversi i pareri de' capitani, pure, appigliatisi a quello del conte Tiberto Brandolino, comandarono al lor generale di venir ad un fatto di armi. All'alba dunque del dì 15 di settembre ordinate le schiere, improvvisamente diedero principio alla zuffa in tempo che il conte Francesco ascoltava messa, oppure pranzava. Passata per una palude molta cavalleria veneta, cioè per dove non aspettava il conte alcuna molestia, arrivò sino al di lui padiglione, e quasi mise in rotta la di lui gente. Ma si cangiò, dopo gran combattimento, il viso della fortuna. Due mila cavalli spediti dal conte per un bosco, nè scoperti, arrivarono addosso alla retroguardia del campo veneto, e la sbaragliarono: il che servì a mettere in fuga il restante delle loro brigate [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 13, tom. 21 Rer. Ital.]. Fu spaventosa quella sconfitta, e delle più memorabili di questo secolo. Di circa dodici mila cavalli veneti, secondo l'attestato di Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], appena ne scamparono mille e cinquecento; gli altri furono presi. Molto meno è scritto da altri. Vi rimasero prigionieri Roberto da Montalbotto condottiere di mille e ducento cavalli; il conte Guido Rangone da Modena capitano di settecento cavalli; Gentile da Lionesso capitano di mille e settecento cavalli, e i due provveditori veneti Almorò Donato e Gherardo Dandolo, dopo la perdita di Piacenza rimesso in libertà, con una gran torma d'altri uffiziali, oltre all'acquisto del ricchissimo bagaglio, per cui arricchì ogni menomo fantaccino. Questa insigne vittoria portò lo spavento a tutto il territorio di Brescia e di Bergamo, di modo che il conte Francesco, dopo aver preso Caravaggio, ed essere passato nel dì 20 di settembre oltre al fiume Oglio, vide portarsi le chiavi di quasi tutte le castella di que' due contadi. Perchè ne' patti da lui stabiliti colla comunità di Milano v'era che fosse sua Brescia, se per avventura l'avesse presa, a quella volta marciò egli, ben sapendo quanto essa fosse mal provveduta di guarnigione, di viveri e di fortificazioni. Ma ecco attaccar seco lite gli ambasciatori di Milano, che volevano vincere Lodi, e non Brescia. Non potè egli impedire che i due fratelli Piccinini con quattro mila cavalli, secondando le istanze de' Milanesi, e partendosi da lui, passassero all'assedio di Lodi. Questa discordia co' Milanesi, i quali sospettavano, e non a torto, che il conte pensasse a farsi signor di Milano; e l'aver egli scoperto ch'essi erano tornati a trattar di pace co' Veneziani; coll'aggiugnersi ancora che gli stessi Veneziani con incredibil prontezza e spese rimettevano in ordine la loro armata, ed aveano rinforzati i luoghi forti, ed aspettavano da' Fiorentini due mila cavalli condotti da Sigismondo signor di Rimini, e mille fanti comandati da Gregorio da Anghiari: tutto ciò mise a partito il cervello del conte, uomo di somma avvedutezza e di rari ripieghi. Mandò segretamente a proporre accordo a' Veneziani, e fu non solo ascoltato, perchè ad essi parea di star male non poco, dacchè aveano perduto tante terre e castella del Bresciano e Bergamasco; ma si concertò anche nel dì 18 di ottobre (seppur non fu nel dì 19) concordia e lega fra loro. Doveva il conte restituir tutti i prigioni e le terre prese nel Bresciano e Bergamasco. Crema si doveva cedere ad essi. Tutto il rimanente dello Stato di Milano avea da essere dello Sforza, con obbligarsi i Veneziani d'aiutarlo con gente e danaro a tale acquisto. La pubblicazione di questo accordo fece rimaner estatico ognuno. Ma quando il conte si credea di cominciar a goderne i primi frutti colla consegna di Lodi che gli si dovea dare da' Veneziani, trovò che nel dì innanzi, cioè nel dì 17 di ottobre, quella città s'era renduta a Francesco Piccinino per ordine della reggenza di Milano. Se i Veneziani giocassero netto in tal congiuntura non si sa. Eseguì bensì prontamente il conte tutto quanto egli avea promesso, col restituire ogni terra e prigione. Fuggì da lui in questi tempi Carlo da Gonzaga con circa mille e ducento cavalli, e cinquecento fanti; ma nel dì primo di novembre [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] tirò il conte al suo servigio Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato, che si obbligò di servirlo con sette cento lancie da cavalli tre per lancia, in tutto cavalli due mila e cento, e con cinque cento fanti per otto mesi. Nella capitolazione seguita fra loro Francesco Sforza, secondo l'uso di coloro che promettono molto per eseguire poscia poco e nulla, non vi fu condizione che non accordasse a Guglielmo: cioè di dargli la città d'Alessandria, e in oltre quelle di Torino e d'Ivrea con una gran copia d'altre terre specificate, se pur venissero alle mani d'esso conte. Lodovico duca di Savoia anch'egli in questi tempi facea guerra allo Stato di Milano, ed avea occupato varie castella.

Quanto alla Toscana, infestata in quest'anno dall'armi del re Alfonso [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Ist. di Firenze, lib. 22.], i Fiorentini si studiarono di rinforzarsi col prendere quanta gente poterono al loro soldo. Fra gli altri a sè tirarono Sigismondo Malatesta signor di Rimini, uomo abbondante di valore, ma più di vizii. Costui s'era acconciato col re Alfonso, menando seco secento lancie da tre cavalli per lancia, e quattrocento fanti. N'avea anche ricavato trenta mila scudi. Ma, fattegli più vantaggiose offerte dai Fiorentini, lasciando burlato il re, si ridusse al loro servigio, e per opera loro si pacificò col conte Federigo d'Urbino nemico suo. Fu preso anche al loro soldo Taddeo de' Manfredi da Faenza con mille e ducento fanti. Morì appunto in quest'anno, a dì 18 oppure 22 di giugno [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], Guidantonio ossia Guidazzo suo padre ai bagni di Petriolo sul Sanese, con lasciare esso Taddeo ed Astorre ossia Astorgio figliuoli suoi successori nel dominio. Faenza pervenne ad Astorgio; Imola a Taddeo. Ora il re Alfonso andò a mettere l'assedio alla riguardevole terra di Piombino, posseduta allora da Rinaldo Orsino per le ragioni di Caterina da Appiano sua moglie. Era egli raccomandato da' Fiorentini, e questi non mancarono di spedirgli per mare qualche rinforzo di gente, e di munizioni da bocca e da guerra. Consumò il re tutta la state intorno a Piombino [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], con incredibil valore difeso da Rinaldo, che specialmente sostenne un furioso assalto dato nel settembre a quella terra: finchè la cattiva aria di quel paese fece tal guerra colle malattie alla gente d'esso re, che fu forzato a levare il campo, e a ritornarsene a casa; minacciando nondimeno i Fiorentini di vendicarsi di loro all'anno nuovo. Attese in quest'anno il pontefice Niccolò V a rimetter la pace nella Chiesa di Dio [Labbe, Concil., tom. 13.], e ad estinguere lo scisma d'Amedeo ossia di Felice V antipapa. La Germania, lasciata andare la neutralità, rendè ubbidienza al legittimo pastore della greggia di Cristo; e Carlo VII re di Francia, vigorosamente entrato nell'affare della pace della Chiesa, ridusse a buon termine le cose; tanto che nell'anno seguente vedremo composte le differenze tutte. Nel presente, a dì 4 di agosto, [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.] Antonio degli Ordelaffi signore di Forlì compiè il corso di sua vita, e gli succederono nella signoria Cecco e Pino suoi figliuoli. Era afflitta in questi tempi la loro città dalla peste, che portò al sepolcro circa sei mila persone. In altre città d'Italia lo stesso malore si provò con grande mortalità di persone. Ci richiama di nuovo il conte Francesco Sforza, colle cui imprese voglio terminar l'anno presente. Non volea egli mai perdere tempo, e sapea secondare il buon volto della fortuna. Dacchè dunque fu accordato co' Veneziani, ed ebbe fatta una spedizione a Firenze, a Venezia e a Lionello Estense per aver soccorso di danari, s'inviò verso Piacenza, con far calare per Po nello stesso tempo i galeoni di Pavia. Avvegnachè i Piacentini fossero ben ricordevoli dell'infinito danno recalo loro nel precedente anno, pure non mancò fra loro chi consigliò di prenderlo per padrone; e a questo consiglio diede maggior peso la di lui armata di terra e del Po [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Italic.]. Gli spedirono dunque di concorde volere ambasciatori; ed egli, nel dì 23 d'ottobre, v'entrò, con far grandi carezze a quel popolo, esentarlo per quattro anni da ogni tributo e gravezza, e concedere a chiunque era bandito il ritorno alla patria, fra' quali fu Alberto Scotto conte di Vigoleno. Passò dipoi la Sforza a Novara, e, nel dì 20 di dicembre, quella città gli presentò le chiavi [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.]. Nè terminò il presente anno che anche Alessandria se gli diede con tutte le sue castella. L'acquisto di Piacenza, dove il conte Luigi del Verme possedeva molte castella e beni, servì a maggiormente assodarlo colle sue truppe nel servigio del conte. E in vigore poi della convenzione stabilita da Guglielmo di Monferrato, lo Sforza, benchè contro cuore, gli diede il possesso d'Alessandria, a titolo nondimeno di feudo. Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] riferisce lo strumento fatto da quel popolo con esso Guglielmo. Vennero ancora al servigio dello Sforza da Milano tre fratelli da San Severino con circa ottocento cavalli. Per isvernar le sue milizie, il conte Francesco le ripartì nel territorio della città di Milano, dove egli s'era impadronito di Binasco, Biagrasso, Busto, Legnano, Cantù e di altre terre. Mancò di vita nel dicembre di quest'anno [Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.] Giano da Campofregoso doge di Genova, in cui luogo fu sostituito Lodovico suo fratello.