MCCCCXLIX

Anno diCristo mccccxlix. Indiz. XII.
Niccolò V papa 3.
Federigo III re de' Romani 10.

Ebbe in quest'anno il buon papa Niccolò V la consolazione di veder estinto lo scisma, formato già dai sediziosi prelati del concilio di Basilea [Raynaldus, Annal. Eccl. Labbe, Concil., tom. 13.]. Per finir questa scandalosa briga, la di lui prudenza non ebbe difficoltà di accordar vantaggiosa capitolazione all'antipapa Felice V, concedendogli il cappello cardinalizio, il grado di legato e vicario in tutte le terre del duca di Savoia, e la preminenza sopra gli altri porporati. Conservò ancora la lor dignità ad alcuni cardinali creati da lui, e rimise ne' primieri onori chiunque nel concilio suddetto avea offesa la santa Sede romana. Essendo poi ritornato il non più antipapa Amedeo al ritiro di Ripaglia, quivi attese a passare il resto dei suoi giorni in opere di pietà, finchè, secondo il Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], nel dì 7 di gennaio dell'anno 1451 Dio il chiamò all'altra vita, mentre egli si trovava in Ginevra [Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Già vivente lui era succeduto nel ducato di Savoia e principato del Piemonte Lodovico unico suo maschio figliuolo. Avea questo novello duca nelle turbolenze dello Stato di Milano occupato Romagnano, buona terra del Novarese [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.]; nè avendolo voluto restituire, il conte Francesco inviò colà il conte Luigi del Verme con parte del suo esercito, il quale così ben condusse la faccenda, che fece prigionieri tutti i Savoiardi e gli abitanti della terra. Se vollero la libertà, convenne loro riscattarsi, e se ne ricavò tal somma di danaro, che giovò non poco all'armata del conte. Negli Annali di Piacenza [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.] è attribuita questa impresa a Bartolomeo Coleone, inviato con altri capitani e con molte squadre d'armati in aiuto del conte Francesco dai Veneziani. Era lacerata in questi tempi da gravi dissensioni la città di Milano per le fazioni contrarie de' Guelfi e Ghibellini. Coi primi s'era unito Carlo da Gonzaga, e questi non lasciò indietro arte e trama alcuna per indurre il popolo a dargli il principato della città. Ma non mancavano fautori del conte Francesco, e n'erano i caporali il conte Vitaliano Borromeo, Teodoro Bosio e Giorgio Lampugnano. In sì fatti torbidi, vedendosi Francesco Piccinino decaduto dalla primiera autorità, prese la risoluzione di passare al servigio di Francesco Sforza, e di condurvi anche Jacopo suo fratello, il quale poco prima avea impedito ad Alessandro Sforza l'acquisto di Parma, il conte, quantunque, sapesse quanto questi due fratelli in addietro avessero operato contra di lui, e che non per elezione, ma per necessità si gittavano nelle sue braccia, e qual fosse l'odio antico della lor casa contro la propria, pure, siccome uomo che sapea ben maneggiar le carte, pensando che per qualche tempo gli potevano esser utili, colle più vistose carezze gli accettò, promettendo di tenerli come figliuoli, e promise in moglie a Jacopo Drusiana sua figliuola naturale, rimasta poco fa vedova di Giano da Campofregoso doge di Genova. Gli Annali Piacentini dicono che i due Piccinini vennero a lui nel dì 15 di gennaio con tre mila cavalli e due mila fanti, gagliardo rinforzo alla di lui armata. Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] ci dà questo fatto al dì 19 di dicembre. Ma non tarderemo a conoscere qual fosse la loro fede. Sul principio del suddetto mese di gennaio anche la città di Tortona con tutto il suo distretto inalberò le insegne del conte Francesco. La Storia del Simonetta è difettosa perchè di rado assegna i tempi delle imprese.

Succederono in questi tempi in Milano non poche crudeltà di Carlo da Gonzaga e de' Guelfi suoi aderenti, contra di chi procurava o desiderava di dare la città allo Sforza. Tagliato fu il capo ad alcuni nobili, depresso il governo de' Ghibellini, molti de' quali furono mandati a' confini; ed altri chi qua e chi là fuggendo si misero in salvo. Andò tant'oltre l'odio di costoro contra d'esso Sforza, che pubblicamente diceano doversi spendere tutto per non averlo per loro signore; e che in fine meglio era darsi al demonio o al Turco, che a lui [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 17, tom. 21 Rer. Ital.]. Aveano fin qui sostenuta i Parmigiani la loro libertà, e contuttochè Alessandro Sforza fratello del conte Francesco, unito con Pier-Maria de Rossi conte di San Secondo, gl'inquietasse forte con un corpo di milizie, e tentasse anche un dì di prendere la lor città per tradimento (il che costò la vita a molti di que' cittadini autori del trattato); nondimeno dacchè il conte Francesco ebbe invialo colà Bartolomeo Coleone con due mila cavalli e cinquecento fanti, cominciarono a sbigottirsi. Si vollero dare al marchese di Ferrara Lionello d'Este; ma perchè questi ne fu dissuaso dai Veneziani, non accudì alla esibizione. Perciò in fine si diedero nel mese di febbraio ad Alessandro Sforza, che ne prese il possesso a nome del fratello. Per tutto il mese di gennaio avea il conte Francesco già presa la maggior parte delle castella del distretto di Milano. Per isperanza dunque che anche la città di Milano gli si dovesse rendere, giacchè non mancavano a lui delle persone benevole in quella città, determinò di accostarsi alla medesima e di bloccarla, acciocchè, se non valeva l'amore e il buon consiglio, la forza riducesse i suoi avversarli. Pose a questo fine il campo in più siti lungi dalla città, per impedire che non v'entrassero vettovaglie. Nel qual tempo anche i Veneziani, de' quali dovea essere la Geradadda e Crema [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.], uscirono in campagna di buon'ora, cioè nel gennaio dell'anno presente, con sommo aggravio de' Bresciani, e loro disagio per la cattiva stagione. Ebbero nel febbraio Caravaggio ed altri luoghi, e messo poscia il campo intorno a Crema, dirizzarono le batterie contra di quella nobil terra. Avea il conte Francesco anch'egli durante il verno inviati Francesco Piccinino, Luigi del Verme ed altri capitani con un buon corpo d'armati ad assediare l'insigne terra di Monza. Carlo da Gonzaga, che faceva allora il generale dei Milanesi, fu spedito con soldatesche al soccorso. Entrò egli una notte senza essere osservato in Monza, e la mattina seguente diede loro addosso, in maniera che li sconfisse, con prendere almen trecento cavalli, i cannoni e tutto il loro bagaglio. Fu osservato che Francesco Piccinino non si volle muovere colle sue truppe per soccorrere gli assaliti, segno che egli già ordiva un tradimento. Per tal vittoria alzarono forte la testa i Milanesi; e molto più perchè, essendosi collegati con Lodovico duca di Savoia, era loro data speranza che calerebbe dalle Alpi un nuvolo di cavalleria contra dello Sforza. Venne in fatti l'armata savoiarda, ma non mirabile, come s'era creduto, contra Novara [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 18, tom. 21 Rer. Ital.]; nè avendo potuto sorprendere quella città, s'impadronì di quasi tutte le castella del distretto, commettendo immense crudeltà e saccheggi. Erano circa sei mila cavalli. Cristoforo da Soldo li fa il doppio, secondo le voci spesso favolose de' tempi di guerra. Contra di loro il conte Francesco spedì Bartolomeo Coleone, e si andò badaluccando fra loro per molti giorni, finchè, passati i Savoiardi con più di tre mila cavalli ad assediare Borgo Mainero, Bartolomeo, benchè inferiore di gente, fu forzato nel dì 20 d'aprile a prendere battaglia. Fu questa assai sanguinosa sì per l'una che per l'altra parte; tuttavia rimasero in fine sconfitti i Savoiardi con prigionia di mille cavalli e presa del bagaglio. Bastò questa vittoria, perchè il duca Lodovico desistesse dal dar più molestia allo Stato di Milano.

Circa questi tempi il conte Francesco, venuta già la primavera, era uscito in campagna, ed avea ordinato a Francesco Piccinino e a Guglielmo di Monferrato di tornare all'assedio di Monza. Allora fu che si palesò l'infedeltà del Piccinino e di Jacopo suo fratello, perchè amendue, nel dì 14 oppure 15 di aprile, fatto prima segreto accordo colla reggenza di Milano [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], ed aperte loro le porte di Monza, con tutte le lor truppe v'entrarono. Ciò saputo, Guglielmo non tardò a ritirarsi di là con buon ordine, e a ridursi all'armata sforzesca. Con tre mila cavalli e mille fanti passarono dipoi i Piccinini a Milano con gran festa di quel popolo; e perchè Crema, assediata dai Veneziani, era oramai ridotta all'agonia, ebbero ordine di soccorrerla. Colà s'inviarono essi insieme con Carlo da Gonzaga, e con tali forze, che Sigismondo Malatesta, capitano de' Veneziani a quell'impresa, giudicò meglio di non aspettarli, e sciolse l'assedio nel dì 17 oppure 18 d'aprile. Andò intanto il conte Francesco all'assedio di Marignano, ed ebbe la terra. Capitolò dipoi anche la rocca di rendersi nel dì primo di maggio, se non le fosse venuto soccorso. Per darglielo uscirono sul fine di aprile di Milano i due Piccinini e Carlo da Gonzaga. Oltre alle loro truppe, conducevano seco venti mila giovani del popolo milanese, armati di schioppi, armi per la lor novità allora molto temute. Ma queste tante migliaia di giovani milanesi in armi si possono ben credere una spampanata degli storici adulatori o poco cauti. Certamente grande era la baldanza di quest'armata, e si sparse voce che ascendeva il numero di quelle milizie a sessanta mila persone. Gli aspettò nondimeno di piè fermo il conte Francesco, ed ordinò le sue schiere per ben riceverli, se aveano voglia di combattere. Ma quelli non s'inoltrarono, e intanto la rocca di Marignano venne in potere del conte. Perchè poi i Vigevaneschi, rinforzati da mille soldati inviati loro da Milano, mettevano a sacco e fuoco la Lomellina ed altre parti del territorio pavese, a quella volta marciò tosto il conte coll'esercito suo. Nel viaggio, avvertito che Guglielmo di Monferrato meditava di abbandonarlo, siccome disgustato per sospetti che ad istigazione segreta di esso conte la terra del Bosco non si volesse rendere a lui secondo i patti, il fece ritener prigione in Pavia, dove per avventura avea chiesta egli licenza d'andare. Per attestato di Benvenuto [Benvenuto da S. Giorgio. Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], ciò avvenne nel dì primo di maggio, o piuttosto, come vuole il Ripalta [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], nel dì 13 d'esso mese. Fu egli poscia tenuto nelle carceri di Pavia un anno e dieci giorni, senza che il conte facesse per allora novità alcuna per conto d'Alessandria, anzi egli esortò quei del Bosco a rendersi a Giovanni marchese di Monferrato (non so come chiamato Bonifazio dal Simonetta) fratello d'esso Guglielmo [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]. Durò qualche tempo l'assedio di Vigevano, valorosamente difeso dal presidio e da que' cittadini; ma finalmente si renderono, dopo aver corso un gran rischio di essere messi a sacco, nel dì 3 di giugno. Avea inoltre il conte inviato Alessandro suo fratello ad occupare castello Arquato, Fiorenzuola ed altri luoghi che erano de' Piccinini; il che fu eseguito; ed egli tornò nel territorio di Milano, e dopo aver preso Varese e la valle di Lugano nel Comasco, andò sotto a Lodi cioè nel fine d'agosto. Nel qual tempo Antonio Crivello castellano di Pizzighittone, importante fortezza sull'Adda, gliela diede, somministrandogli anche il comodo di prendere cinquecento cavalli e trecento fanti de' Piccinini, che erano ivi di guarnigione. Ebbe dipoi anche Cassano. Mancarono di vita per un'epidemia entrata nell'esercito sforzesco, o per altre cagioni, in quest'anno varii insigni condottieri d'armi, cioè Manno Barile, il conte Luigi del Verme, Roberto da Montealbotto, Cristoforo da Tolentino, Jacopo Catalano e il conte Dolce dall'Aguillara.

Era sul principio di settembre, quando Carlo da Gonzaga, uomo di fede sempre istabile, dopo aver fatto il padrone di Milano, per disgusto insorto fra lui e i Piccinini, e molto più per motivo di interesse, segretamente trattò accordo col conte Francesco, promettendo di dargli la città di Lodi e di Crema. All'incontro lo Sforza a lui promise Tortona con altri vantaggi [Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. Fu eseguito il trattato nel dì 11 di settembre, con essere entrate in Lodi le soldatesche del conte. Fin qui erano camminati i Veneziani con ottima fede verso lo Sforza, aiutandolo d'armati e di danaro [Ripalta, Histor. Placen., tom. 20 Rer. Ital.]. Ma avendo avuto ordini replicati Arrigo Panigarola Milanese mercatante in Venezia di proporre un aggiustamento, ed avendo alcuni ministri insinuato a quella repubblica, che se lasciavano prendere a questo incomparabil capitano tutto lo Stato di Milano, andava a rischio l'antica loro libertà, perchè egli avrebbe anche voluta dipoi la lor Terra ferma, e niuno gli avrebbe potuto fare resistenza: andò tanto inanzi l'istanza de' Milanesi, e l'apprensione di que' savii signori, che in questi medesimi tempi spedirono Pasquale Malipiero ed Orsato Giustiniano ad intimare al conte che desistesse dall'impresa di Milano. Ma avendo udito questi ambasciatori per istrada che il conte si era impossessato di Lodi, si fermarono, senza più portarsi ad esporre quell'ambasciata, per quanto narra Cristoforo da Soldo. Il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.] scrive che andarono prima ancora ch'egli s'impadronisse di Lodi: il che non sembra credibile. Si può al certo dedurre ch'egli nulla sapesse dell'intenzione de' Veneziani, al sapere che trattò onoratamente coi lor provveditori, affinchè venisse in lor potere, secondo i patti, Crema, che Carlo da Gonzaga gli fece avere. Non sarebbe già egli verisimilmente stato sì cortese, se mai avesse penetrato ciò che si tramava contra di lui in Venezia. Stabilito dunque che ebbero i Veneziani un accordo co' Milanesi, inviarono al conte, facendogli sapere d'essere in concordia col popolo di Milano, volendo che il conte ritenesse Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Parma e Cremona, e che Milano, restando libero, ritenesse Lodi, Como e tutto il di qua dall'Adda. In somma l'interesse fa le leghe, e l'interesse anche le guasta. Il Simonetta vuole che molto più tardi i Veneziani si levassero la maschera. Certo è che il conte, senza punto sgomentarsi per questo, marciò con tutte le sue forze da Lodi, e andò ad accamparsi intorno a Milano, benchè poi, ad istanza dell'ambasciator veneto, facesse una tregua di venti giorni, e si allontanasse di là. Mostrò ancora di voler pace collo parole, ma il contrario apparve ne' fatti. Perchè, quantunque avesse inviato a Venezia Alessandro suo fratello, e questi, per le minaccie de' Veneziani, avesse sottoscritta una capitolazione, egli non la volle ratificare. Passato dunque un certo tempo, volendo egli piuttosto esporsi ad ogni pericolo, che cedere al concerto fatto dai Veneziani e Milanesi già uniti contra di lui, attese ad affamar Milano, città allora mal provveduta di viveri, e trattò di pace con Lodovico duca di Savoia, cedendogli molle terre e castella da lui occupate in quel di Pavia, Alessandria e Novara. Lo strumento d'essa pace fu stipulato nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. In questo mentre, avendo Francesco Piccinino terminata sua vita in Milano, nel dì 16 d'ottobre, Jacopo suo fratello, che col tempo si meritò il titolo di Fulmine della guerra, fu accettato da' Milanesi, per comandare alle lor armi. Non finì l'anno presente, che nel dì 28 di dicembre lo Sforza mise in fuga il medesimo Jacopo e Sigismondo Malatesta generale de' Veneziani ne' monti di Brianza [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], e fece prigione non poca gente e molti loro uffiziali. Ebbe anche nel dì 13 di dicembre per danari la fortezza di Trezzo, acquisto di somma importanza per lui. Insorse guerra nell'anno presente [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] fra il re Alfonso e la repubblica di Venezia. La cagion fu che il re era in collera co' Veneziani per la guerra da lor fatta allo Stato di Milano, e bandì da' suoi regni la loro nazione. Perciò, formata da' Veneziani un'armata di trenta galee e di sei navi, questa recò non pochi danni ai legni d'Alfonso nel porto di Messina e in Siracusa. Intanto pareva disposto esso re a venire con un'armata verso Milano. Entrò nell'anno presente la moria in Roma [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], e cominciò a farvi strage. Per paura d'essa nel mese di giugno il pontefice Niccolò V sen venne a Spoleti, dove diedero fine alla lor vita molti dei suoi cortigiani. Andò poscia a Tolentino, e quindi alla santa casa di Loreto, e finalmente a San Severino. Nel dicembre ancora di quest'anno si sollevò il popolo di Camerino diviso in due fazioni. Chi voleva la Chiesa, chi la casa Varana. In fine gli ultimi prevalsero.


MCCCCL

Anno diCristo mccccl. Indizione XIII.
Niccolò V papa 4.
Federigo III re de' Romani 11.

Avea già il pontefice Niccolò V invitati i fedeli al sacro giubileo, che in quest'anno s'avea da tenere in Roma, e che fu in fatti celebrato con insigne divozione e concorso di persone da tutti i regni cristiani, al dispetto della pestilenza che regnava in Italia [Raynaldus, Annal. Eccles. S. Anton., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Dopo il primo giubileo dell'anno 1300, forse non fu mai veduto sì gran flusso e riflusso di gente in Roma, di modo che le strade maestre d'Italia pareano tante fiere. Accadde solamente una disavventura, che in un certo giorno (l'Infessura dice [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] nel dì 19 di dicembre, e seco s'accorda l'autore della Cronica di Rimini [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]) tornando l'innumerabil popolo dalla benedizione del papa data in San Pietro, nel passare per ponte Santo Angelo, a cagion dello strepito fatto da una mula, divenne sì grande la calca, che quivi perirono più di ducento persone, parte soffocate dalla folla, e parte cadute nel Tevere: del che sommamente si afflisse il buon pontefice, il quale canonizzò in quest'anno Bernardino da Siena. Di gran tesori lasciò la pietà de' fedeli in Roma per l'occasione di questo giubileo, e d'essi poi si servì il saggio papa, non già a far guerre, ma bensì a ristorar le chiese, ad aiutare i poverelli, ed abbellir sempre più la bella città di Roma. Adoperossi egli ancora con premura degna del suo sublime e sacro carattere, affinchè si terminasse la guerra viva tra il re Alfonso e la repubblica fiorentina [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Nè andarono a vuoto i suoi maneggi, essendosi conchiusa la pace fra loro nel dì 29 di giugno, per cui fu obbligato Rinaldo Orsino signor di Piombino, che poi morì in questo anno di peste, a pagar da lì innanzi l'annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro ad esso Alfonso. Nel dì 2 di luglio ebbe anche fine la discordia del medesimo re coi Veneziani [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.], essendosi, per opera del marchese Lionello signor di Ferrara, sottoscritta la pace fra loro dai comuni ambasciatori concorsi alla medesima città di Ferrara. Contribuirono molto a farla i cangiamenti delle cose di Milano, de' quali parlerò fra poco. Sciolto così il re Alfonso dai pensieri di guerra, si diede poi tutto ai piaceri, e ad una vita poco convenevole alla sua saviezza. Fu questo l'ultimo anno della vita del suddetto marchese Lionello, essendo egli stato rapito dalla morte nel dì primo di ottobre nel suo delizioso palagio di Belriguardo; principe d'immortale memoria, perchè, secondo la Cronica di Ferrara, fu amatore della pace, della giustizia e della pietà, di vita onestissima, studioso delle divine Scritture, liberale massimamente verso i poveri, nelle avversità paziente, nelle prosperità moderato, e che con gran sapienza governò e mantenne sempre quieti i suoi popoli, di modo che si meritò il pregiatissimo nome di Padre della patria. A lui succedette nel dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio il marchese Borso suo fratello, che, quantunque illegittimo, fu anteposto ad Ercole e Sigismondo suoi fratelli legittimi. Era generale de' Veneziani Sigismondo Malatesta signor di Rimini. Fu cassato in quest'anno pei suoi demeriti. Fra le altre cose a lui fu attribuito il rapimento seguito in Verona di bellissima donna nobile tedesca, che con accompagnamento degno della sua condizione passava per quella città andando al giubileo di Roma. Piuttostochè consentire alle voglie libidinose di chi la rapì, si lasciò ella uccidere: caso che fece gran rumore per tutta Italia. S'egli veramente fosse reo di tale eccesso non saprei dirlo, perchè, per quanta inquisizione ne facessero i savii Veneziani, non si potè scoprirne l'autore. Certo è che la voce comune addossò ad esso Malatesta questa iniquità, e ne parlano fino i Giornali di Napoli. In sì cattivo concetto era esso Malatesta, che se non fu, certamente degno era d'essere creduto reo di tanta scelleraggine.