Per tutto il mese di gennaio e di buona parte del febbraio dell'anno presente [Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.] consisterono le diligenze dello invitto conte Francesco Sforza in sempre più angustiare la bloccata città di Milano, e in ben disporre le cose, acciocchè l'armata veneta, da cui continuamente i Milanesi imploravano soccorso, non giugnesse a condurvi vettovaglie. Crebbe perciò a dismisura la fame in quella gran città, con essersi ridotti i poveri a mangiar cavalli, cani, gatti, sorci, e in fin l'erbe, cioè ad ingoiare per un altro verso la morte, che cercavano dì fuggire. Se usciva gente per ricoverarsi altrove, ordine v'era ai capitani dello Sforza di ricacciar ognuno in città. Intanto i rettori, con belle speranze di presto aiuto, lusingavano il languente popolo, e veramente Sigismondo, generale allora de' Veneziani, era in qualche movimento alla volta di Milano. Ma questo soccorso dovea venire, e mai non veniva. Però nel dì 23 di febbraio Gasparo da Vimercato mosse a rumore qualche cinquecento uomini della plebe, che con alte grida andarono al pubblico palazzo, da dove furono respinti. Tornati colà in maggior numero, ed uscito Leonardo Veniero ambasciatore de' Veneziani, che finora avea confortati i Milanesi a star saldi, con mettersi a sgridare e minacciare i sediziosi, immediatamente fu dal furioso popolo tagliato a pezzi [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]. A questo spettacolo fuggirono tosto i reggenti; ed essendo restati padroni del palazzo gli ammutinati, che a vista d'occhio andavano crescendo, corsero ad impadronirsi delle porte. Nel seguente dì 26 di febbraio, raunato in Santa Maria della Scala il popolo, fu presa la determinazione di chiamar per loro signore il conte Francesco Sforza, e gliene fu incontanente spedito l'avviso a Vimercato, da dove egli stava in procinto di muoversi contro l'armata veneta, la quale era in moto. Jacopo Piccinino colla sua gente avea preso servigio in quell'esercito, dacchè vide la rivolta di Milano. Volevano i primarii cittadini che si stabilisse prima una capitolazione; ma il conte animato da' suoi benevoli, senza perdere tempo, marciò alla volta della città; e benchè con qualche fatica, pure v'entrò, incontrato fuori d'essa da copiosissimo popolo, ed accolto dentro dagli altri, tutti gridando: Sforza, Sforza, viva il conte Francesco. Andò prima a ringraziar Dio nella metropolitana, prese il possesso delle fortezze e delle porte, e, lasciato Carlo da Gonzaga al governo della città con buoni regolamenti per la quiete del popolo se ne tornò tosto a Vicomercato per vegliare agli andamenti dell'esercito veneto. Nello stesso tempo spedì ordini a tutte le città circonvicine, affinchè provvedessero di viveri l'affamato popolo di Milano: il che fu sì puntualmente eseguito, che in meno di tre dì abbondò la grascia in Milano, come se mai non vi fosse stato assedio, Sigismondo Malatesta appena ebbe intesa questa mutazion di cose, che se ne tornò di là dall'Adda, e fece tosto rompere il ponte. Da lì a due giorni Como, Monza e Bellinzona, terre state fin qui forti nel partito della repubblica di Milano, mandarono a prestar ubbidienza allo Sforza. Venuta poi la festa dell'Annunziazion della Vergine, cioè il dì 25 di marzo (che non so come vien detto dal Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.] sexto kalendas aprilis, e Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. eod.] scrive che fu nel dì 22 di marzo), fece questo gran capitano insieme colla consorte Bianca Visconte, e co' figliuoli Galeazzo Maria ed Alessandro, la sua magnifica entrata nella città di Milano, e fu acclamato duca di Milano. Per molti giorni durarono le giostre, le danze, i conviti e le altre feste per la di lui assunzione; e da tutti i principi d'Italia vennero a lui ambascerie per congratularsi, fuorchè dal re Alfonso e da' Veneziani. Rallegraronsi principalmente del di lui innalzamento i Fiorentini, perchè vedeano di mal occhio il tentativo fatto dai Veneziani per assorbire la Lombardia. Ed allora spirò ogni loro amistà con essi Veneziani, tanto più che in Venezia furono posti nuovi aggravii ai mercanti fiorentini, e si venne dipoi a sapere che essi Veneziani erano entrati in lega col re Alfonso, il cui odio contra de' Fiorentini non mai si estinse.

Poco indugiò Francesco duca di Milano ad ordinare che si rimettesse in piedi il castello di porta Zobbia, già demolito dal popolo milanese, e teneva continuamente quattro mila persone impiegate in quel lavoro. Stava tuttavia prigione in Pavia Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato. Se volle riavere la libertà, gli convenne, nel dì 26 di maggio, venire ad una capitolazione, rapportata da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], in cui cedette alle sue ragioni sopra la città d'Alessandria e suo territorio, a riserva del Bosco e d'alcune altre castella pervenute alle mani di suo fratello. Di queste poche avea egli da essere padrone, con obbligarsi ancora lo Sforza di pagargli annualmente due mila ducati, ossieno fiorini d'oro, in contraccambio dell'entrate ch'egli perdeva di Alessandria. Uscito di prigione, andò a Lodi, dove ratificò la convenzione; ma non sì tosto fu in libertà, che, giunto in Monferrato a dì 7 di giugno, giuridicamente protestò contro quello accordo, fatto, secondo lui, per minaccie e paura. Similmente nel dì 15 di novembre il duca Francesco ordinò che fosse ritenuto prigione Carlo da Gonzaga, altro condottier d'armi, dal quale era stato assistito non poco nella conquista di Milano. Il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 22, tom. 21 Rer. Ital.], che sa dare, secondo l'uso degli storici parziali, un bel colore a tutte le azioni del suo eroe, scrive che per avere lo Sforza fermata lega con Lodovico marchese di Mantova, e stabilito il matrimonio del suo primogenito Galeazzo Maria con una figliuola d'esso marchese, Carlo, siccome nemico del fratello, se l'ebbe tanto a male, che cominciò a sollecitare i Veneziani alla guerra, con intenzione di passare nella loro armata. Accertato di ciò il duca, lo imprigionò; ma che fra pochi giorni, per le preghiere del marchese suo fratello, il rilasciò, con obbligarlo nondimeno a cedere Tortona, di cui dianzi avea avuto il dominio. Verisimilmente si dovette allora sospettare che lo Sforza, allorchè ebbe bisogno pe' suoi affari de' suddetti due capitani, accordasse loro tutto quel che richiesero, per toglierlo poi loro, cessato il bisogno. Comunque sia, tace il Simonetta che Carlo, se volle la libertà, fu, oltre alla cession di Tortona [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], costretto a pagare sessanta mila fiorini di oro (del che ho io addotte altrove le pruove [Antichità Estensi, P. II.]), e fu confinato in Lomellina. Certo è poi ch'egli ruppe i confini, e, passato a Venezia, si acconciò con quella repubblica contra del marchese suo fratello, di cui seguitò ad essere nemico. Forse anche lo Sforza e il marchese andaron d'accordo in abbatterlo e ridurlo alla disperazione. Alla fame poi patita dal popolo di Milano, secondo il solito, tenne dietro la pestilenza in quest'anno; e questa gravissima, perchè, se crediamo al Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nella sola città di Milano perirono sessanta mila persone. In Piacenza pochi restarono in vita. Si stese ancora questo malore per quasi tutta la Italia: cosa troppo facile, dacchè tanta gente era in moto per cagion del giubileo. Fu anche in Roma; laonde il pontefice, per isfuggirne la rabbia, fu di nuovo forzato a ritirarsi, nel dì 18 di giugno [Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e venne a Spoleti, poscia a Foligno e Fabriano. Colà nel dì 26 d'agosto ito a trovarlo Sigismondo Malatesta signore di Rimini [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], fu onorato e regalato dal papa, ed ottenne che fossero legittimati i due suoi figliuoli bastardi Roberto e Malatesta. Tante volte s'è parlato dell'instabilità di Genova, città allora troppo amante di mutar padrone. In quest'anno ancora, correndo il mese di luglio, fu deposto dal governo il doge Lodovico da Campofregoso [Giustiniani, Istor. di Genova, tom. 15.]. Spedì il popolo a Sarzana a richiamare Tommaso da Campofregoso, già stato doge; ma, scusatosi egli per la troppa avanzata età, consigliò che eleggessero doge Pietro suo nipote: lo che fu eseguito nel dì 8 di dicembre. Del resto non fu in quest'anno nè pace nè guerra fra la repubblica di Venezia e Francesco duca di Milano. Ognuno d'essi avea paura dell'altro. Temeva il duca la potenza e ricchezza maggiore de' Veneziani; e i Veneziani stavano in riguardo pel singolar credito dello Sforza nel mestier della guerra. Tuttavia, giacchè il duca non era ben assodato nel nuovo dominio, i Veneziani andavano disponendo le cose per fargli guerra.


MCCCCLI

Anno diCristo mccccli. Indizione XIV.
Niccolò V papa 5.
Federigo III re de' Romani 12.

Abbiamo veduto per tanti anni lacerata l'Italia, ora in una, ora in altra parte, dalla guerra. Parve miracoloso l'anno presente, perchè dappertutto fu, se non concordia d'animi, almeno pace. Di tempi così sereni si prevalse il pontefice Niccolò V, siccome dotato di gran mente e d'un animo regale, per lasciar di belle memorie alla città di Roma [Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Sua cura fu di rimettere maggiormente in fiore le buone lettere, che già erano cominciate a risorgere in Italia, sì con richiamar a sè e premiar le persone dotte, sì ancora col radunare da tutta l'Europa e dall'Oriente manuscritti di tutte le arti e scienze, perchè la stampa de' libri non era peranche nata, o, se nata, era segreta. Formò con questo tesoro un'insigne biblioteca. Ordinò che si cominciassero a tradurre dal greco i santi Padri, ed anche gli storici e poeti di quella lingua. Fabbriche parimente insigni intraprese in Roma, tanto di sacri templi, come di ornamenti o fortificazioni alle rare memorie di quella e d'altre città, con avere specialmente stese queste sue grandiose idee alla Basilica Lateranense, e all'altra di Santa Maria Maggiore, e de' Santi Paolo, Lorenzo e Stefano. Tutte queste ed altre sue magnanime imprese si veggono diligentemente descritte nella di lui Vita da me data alla luce, e composta da Gianozzo Manetti Fiorentino, letterato insigne, perito delle lingue ebraica, greca e latina. Stefano Infessura anch'egli attesta [Infessur., Diar., tom. 3 Rer. Ital.], avere questo pontefice nell'anno presente ristorate le mura, le torri e le porte di Roma, acconciato il Campidoglio, accresciuto il torrione di castello Santo Angelo con altre fortificazioni, fatto un palazzo a Santa Maria maggiore, e la canonica di San Pietro e la chiesa di S. Teodoro, con altre fabbriche, ch'io tralascio. Di questo passo camminava il buon Niccolò papa, non cercando la dubbiosa gloria de' papi che profusero tanti tesori in guerre, ma bensì procurando di mantenere i suoi popoli in pace, e di far loro goder quelle rugiade, che Dio gli avea mandato in congiuntura del giubileo.

Non fu, siccome dissi, in quest'anno guerra in Lombardia; nondimeno la repubblica veneta mirava con occhio bieco il nuovo duca di Milano [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], e macchinava pensieri di guerra, essendosi collegata per questo con Alfonso re d'Aragona e delle Due Sicilie, con Lodovico duca di Savoia, con Giovanni marchese di Monferrato e co' Sanesi. La maggior loro speranza era che, trovandosi lo Sforza non peranche ben assodato sul trono, difficile non fosse il rovesciarlo. Per lo contrario non desiderava guerra il duca, siccome bisognoso di quiete per rimettere in buono stato il conquistato paese, troppo smunto e maltrattato dalle passate rivoluzioni. Oltre di che, egli non godeva quelle fontane di danari, delle quali abbondava allora Venezia, sì per l'estensione degli Stati a lei spettanti non meno in Italia che in Dalmazia e in altre contrade del Levante, come ancora perchè Venezia si riputava allora il più ricco emporio dell'Italia, anzi dell'Occidente. Il Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital., pag. 963.] ci fa vedere una parte di que' tesori che il traffico portava in questi secoli alla piazza di Venezia. Ora il duca attendeva a premunirsi, e fece lega co' Fiorentini disgustati forte de' Veneziani; siccome ancora co' Genovesi e con Lodovico marchese di Mantova. Condussero i Veneziani al loro soldo Carlo da Gonzaga, e nell'anno seguente anche Guglielmo di Monferrato, cioè due capitani divenuti amendue per le ragioni sopraddette nemici del duca di Milano. Nel mese d'aprile dell'anno presente crearono capitan generale delle lor armi Gentile da Lionessa, uomo saggio e prode. Ma perchè Bartolomeo Coleone, che militava al loro servigio con mille e cinquecento cavalli e quattrocento fanti, pretendeva come dovuta a sè quella dignità, se ne adirò non poco, ed oltre al chiedere licenza col pretesto delle paghe che non correano, mostrò assai la sua disposizione di passare all'armata duchesca: fu presa la risoluzione di mettergli le mani addosso, e di tagliargli il capo. Data questa commessione a Jacopo Piccinino, egli con una marcia sforzata di notte arrivò addosso al Coleone, sorprese tutte le di lui genti, e poco mancò che non restasse prigione anche esso Bartolomeo. Ebbe egli la fortuna di salvarsi a Mantova, e restò in potere e al soldo dei Veneziani tutto il corpo de' suoi cavalli e fanti. Prese egli poi soldo nell'esercito duchesco, con aver promesso di grandi vantaggi allo Sforza. Lo spoglio fatto a lui e alle sue truppe si fa ascendere dal Sanuto ad ottanta in cento mila fiorini di oro. Fu anche pubblicamente decretato in Venezia, nel dì primo di giugno, che tutti i Fiorentini non privilegiati uscissero dagli Stati della repubblica [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 22. Poggius, lib. 8. Sanuto ed altri.], ed altrettanto fece anche il re Alfonso in tutte le sue terre: il che maggiormente irritò i Fiorentini, e li confermò nell'unione col duca di Milano. Premeva non poco ai Veneziani di tirar nella loro lega anche i Bolognesi, e molte furono le loro istanze, e caldi i loro maneggi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], ma senza trovare in quel popolo voglia d'impacciarsi nelle brighe altrui. Tentarono dunque per altra via d'ottenere l'intento con dar braccio alle fazioni de' Canedoli fuorusciti. Assistiti questi dalle brigate dei signori di Carpi e di Coreggio, nel dì 8 di giugno venuti a Bologna, presero la porta di Galiera, e una parte d'essi giunse fino alla piazza. Sante de' Bentivogli, che i Bolognesi, benchè fosse creduto bastardo, aveano fatto venire per l'amore che portavano alla casa de' Bentivogli, giacchè Giovanni de Bentivogli figliuolo dello ucciso Ercole era in età non sufficiente a sostenere la sua fazione, allora fu in armi coi Malvezzi, Marescotti ed altri suoi aderenti. Seguì un combattimento, in cui furono costretti alla fuga i Canedoli, con lasciar ivi molti del loro seguito morti o prigioni.


MCCCCLII

Anno diCristo mcccclii. Indizione XV.
Niccolò V papa 6.
Federigo III imperadore 1.