Avendo nell'anno precedente Federigo III re de' Romani risoluto di calare in Italia per prendere la corona imperiale in Roma, e mandati innanzi i suoi ambasciatori per disporre il pontefice Niccolò e i principi italiani al suo ricevimento [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic. Nauclerus, Platina, et alii.], sul principio di gennaio dell'anno presente entrò in Italia, conducendo seco Ladislao suo nipote, eletto re d'Ungheria e di Boemia, che allora era in età di dodici anni, ventidue vescovi, molt'altra baronia, e circa due mila cavalli, tutti ben montati, ma mal vestiti. Passando pel Friuli e per altri Stati della repubblica veneta, ricevè distinti onori. Allorchè entrò nel Polesine di Rovigo [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], fu incontrato da Borso d'Este signor di Ferrara con accompagnamento magnifico, e con lui, nel dì 17 del mese di gennaio, entrò in essa Ferrara. Quivi si riposò otto giorni in nobili solazzi e divertimenti; e regalato di quaranta corsieri e di cinquanta falconi ben ammaestrati alla caccia, continuò poscia il suo viaggio alla volta di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], dove arrivò nel dì 25 con gran festa e solennità di quel popolo. Non fu meno magnifico l'accoglimento a lui fatto nel dì 30 del suddetto mese [S. Antonin., P. III, tit. 22.] dalla repubblica di Firenze, allorchè entrò in quella città, da dove poi passò a Siena, e quivi si fermò per qualche tempo. Seco era Enea Silvio de' Piccolomini Sanese, vescovo di quella città, e segretario suo, uomo di mirabil ingegno e di gran letteratura, che fu poi papa Pio II. Nel dì 9 di marzo con incredibil magnificenza fece la sua solenne entrata in Roma [Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], dove il saggio pontefice Niccolò per ogni buona precauzione avea rannate tutte le sue milizie, e ben munite le fortezze. Ossia perchè Federigo non avea voluto riconoscere per duca di Milano Francesco Sforza, oppure perchè in Milano durava tuttavia la peste, certo è ch'egli non andò a Milano, per prender ivi la corona ferrea. Inviò bensì lo Sforza il suo primogenito Galeazzo Maria a Ferrara con gran comitiva ad attestargli il suo ossequio e la sua ubbidienza, ma punto non si cangiò per questo l'animo d'esso Augusto verso di lui. Ora, giunto a Roma Federigo, fece istanza al pontefice di ricevere dalle mani di lui la corona del regno longobardico. Per testimonianza di Enea Silvio [Æneas Sylvius, Hist., lib. 4.], fu questo punto messo in consulta, e tuttochè reclamassero non poco gli ambasciatori di Milano, il papa procedè oltre, e nel dì 15 di marzo in San Pietro il coronò come re di Lombardia, dichiarando nulla di meno essere sua intenzione che tal atto non pregiudicasse al diritto dell'arcivescovo di Milano [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Nello stesso giorno avea egli prima congiunta in matrimonio con esso Augusto Federigo Leonora figliuola del re di Portogallo, ed anche essa fu per conseguente coronata. Poscia nel dì 18 del medesimo mese riceverono amendue dalle mani di esso pontefice la corona imperiale coi soliti riti e con incredibil festa del popolo romano, essendo passata tutta la gran funzione e permanenza dell'imperatore in Roma senza disturbo e con somma pace. Voglioso poscia l'Augusto Federigo di vedere il re Alfonso, principe celebratissimo di questi tempi, e zio dell'imperadrice, se n'andò con lei a Napoli. Gli onori quivi a lui compartiti dal re, splendidissimo signore, non ebbero fine. Di colà se ne tornò egli per mare nel dì 23 di aprile, ed alloggiò in San Paolo fuori di Roma, laddove poi partito nel dì 26, arrivò nel dì 8 di maggio a Bologna.
Nel giorno seguente pervenne a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], ed, accolto con ogni maggior onore dal marchese Borso, prese ivi riposo. Comparvero colà gli ambasciatori de' Veneziani, di Francesco duca di Milano e de' Fiorentini, per pregare esso marchese d'interporsi appresso l'imperadore, acciocchè trattasse di pace fra loro, giacchè era imminente la guerra. Ne dovette, come è credibile, trattar l'imperadore, ma con poca fortuna. Ebbe, specialmente in questi viaggi, occasione Federigo di meglio conoscere i meriti singolari d'esso Borso Estense signor di Ferrara [Nauclerus, Histor. Æneas Sylvius, Hist. Austr.], e volendo lasciargli una perenne memoria della generosa sua gratitudine, determinò di crearlo duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio, città che gli Estensi riconoscevano dal sacro romano imperio. Questa insigne funzione fu fatta nella festa dell'Ascensione, giorno 18 d'aprile, con incredibil concorso di popolo, ed incessante plauso de' Ferraresi e degli altri sudditi della casa d'Este. Era l'aquila bianca l'antica arme della casa estense. Carlo VII re di Francia le avea dati i tre gigli d'oro. Borso cominciò allora per privilegio dell'Augusto Federigo ad inquartare essi gigli coll'aquila nera imperiale da due teste. Nel giorno seguente Federigo, superbamente regalato e servito dal novello duca, si rimise in viaggio, e andossene a Venezia [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], dove quell'inclita repubblica fece mirabili sfoggi per onorarlo. Di là poi passò in Germania. Lo stesso giorno che Federigo si mosse da Ferrara fu quello in cui la repubblica di Venezia fece dar fiato alle trombe, con intimare e ricominciar la guerra contra di Francesco Sforza duca di Milano. Furono, dico, essi i primi a principiar la danza; ma nello stesso tempo anche Lodovico duca di Savoia, e Guglielmo fratello di Giovanni marchese di Monferrato, dalla lor parte mossero l'armi addosso agli Stati del medesimo duca. Similmente il re Alfonso spinse in Toscana contro i Fiorentini Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con otto mila cavalli e quattro mila fanti. Per quel che riguarda i Veneziani, la guerra da lor fatta si legge minutamente descritta da Porcello Napoletano nella Storia da me data alla luce [Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.]; autore a cui non manca l'adulazione, e che si truova sempre coll'incensiere in mano per esaltare i fatti anche menomi di Jacopo Piccinino, da lui appellato Scipione, e del conte Tiberto Brandolino, capitani allora della repubblica, e valenti senza dubbio nell'arte della guerra. Perchè niuna strepitosa impresa fu fatta in questa guerra, dirò io in breve che l'armata veneta, consistente in quindici mila cavalli e sei mila fanti, sotto il comando di Gentile da Lionessa, passato l'Oglio, entrò in Geradadda, con prender ivi varie castella, e fra gli altri Soncino, facendo scorrerie dappertutto. Per levarli di là, il duca col marchese di Mantova entrò coll'esercito suo nel Bresciano, e s'impadronì d'alcuni luoghi, il più importante de' quali fu Pontevico. E perciocchè i Veneziani, fatto un ponte sull'Adda, spedirono il conte Carlo da Montone con due mila cavalli per danneggiare il Lodigiano e Milanese, anche il duca spedì colà Alessandro Sforza signor di Pesaro suo fratello con un buon corpo d'armati per difendere il paese. Ma venuto egli alle mani con esso conte Carlo nel dì 25, oppure 20 di luglio [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. eod.], fu messo in rotta, e, perduti circa ottocento cavalli, se ne fuggì a Lodi. Seguirono ancora varie scaramuccie ed incontri fra le due nemiche armate che campeggiavano sul Bresciano [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.], ma senza impegno o conseguenza degna di memoria. Per conto poi di Guglielmo di Monferrato, con circa quattro mila cavalli e due mila fanti entrato nell'Alessandrino, mosse anch'egli guerra al duca di Milano, ed occupò la maggior parte di quel territorio. Ma nel suddetto dì 25, oppure 26 di luglio, essendo stato spedito contra di lui Sagramoro da Parma con due mila cavalli, e verisimilmente anche con assai fanteria, gli diede tal rotta con prigionia di molti e presa del bagaglio, che gran tempo stette Guglielmo a rifar le penne. Fu anche in Toscana, siccome dissi, guerra per la venuta di Ferdinando duca di Calabria, inviato dal re Alfonso suo padre contra de' Fiorentini [Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 22.]; ma neppure in essa tali fatti si fecero che meritino luogo nella presente storia. Di alcuni soli piccioli luoghi s'impadronì Ferdinando. Dall'altra parte i Fiorentini, che aveano preso per lor generale Sigismondo Malatesta signor di Rimini, e al lor soldo il signor di Cesena fratello di esso Sigismondo, e Taddeo de' Manfredi signore d'Imola, e Michele da Cotignola con altri capitani: i Fiorentini, dissi, misero insieme tale armata, e la fecero così accortamente campeggiare, che tennero forte contra l'armata napoletana, costringendola infine a cercar quartiere d'inverno altrove, senza aver fatta conquista o combattimento di qualche rilievo. Altrettanto fecero dal canto loro due nemiche armate ch'erano sul Bresciano, giacchè i Veneziani, sfidati dal duca Francesco sul principio di novembre ad una giornata campale, accettarono bensì la sfida, e furono in ordinanza di battaglia; ma poi si ritirarono, senza far altro, spargendo voce ch'esso duca non volle il giuoco. Confessa Porcello ne' suoi Commentarli [Porcelli, Comment., lib. 8, tom. 20 Rer. Italic.], benchè parziale de' Veneziani, che questi, e non già il duca di Milano, quei furono che schivarono l'azzardo del fatto d'armi. Sapeano che la fortuna andava troppo d'accordo col valore e colla militar maestria di Francesco Sforza. In questi tempi il conte Tiberto Brandolino valoroso condottier d'armi, essendo terminata la sua condotta co' Veneziani, passò colla sua gente, cioè con mille e ducento cavalli e cinquecento fanti, al servigio del medesimo Sforza. Poco esatto si scorge Lorenzo Bonincontro in iscrivendo [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] sotto il presente anno, che venuti a battaglia i Veneziani collo Sforza e con Lodovico marchese di Mantova, rimasero sconfitti, ed essere restati prigioni in quel conflitto sette mila cavalli, Giovanni de' Conti e molti altri capitani. Appartien questo fatto all'anno seguente, e fu di gran lunga meno il danno de' Veneziani.
MCCCCLIII
| Anno di | Cristo mccccliii. Indiz. I. |
| Niccolò V papa 7. | |
| Federigo III imperadore 2. |
Tuttochè Francesco Sforza fosse quel grande eroe che convien confessarlo, e già signoreggiasse tutto il ducato di Milano, pure si trovava in istato da non poter competere nè durarla lungo tempo colla superior potenza della repubblica veneta, sì perchè troppo indebolito a lui pervenne lo Stato di Milano, e sì perchè nel medesimo tempo gli conveniva sostener la guerra anche contra Lodovico duca di Savoia, e contra di Guglielmo di Monferrato. Anche i signori di Correggio dal canto loro faceano guerra agli Stati di Parma e di Mantova. Unitamente dunque tanto egli come i Fiorentini [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital. Poggius, et alii.] si rivolsero a Carlo VII re di Francia, pregandolo d'aiuto, e fecero gli occorrenti maneggi per tirare in Italia Renato duca di Angiò e di Lorena, che tuttavia usava il titolo di re di Sicilia, facendogli credere che, sbrigati dalla guerra co' Veneziani, l'aiuterebbono colle loro armi a conquistare il regno, ed intanto annualmente gli pagherebbono cento venti mila fiorini d'oro. Accettò egli il partito, obbligandosi di calare in Italia con due mila e quattrocento cavalli. Mentre si trattava di questo affare, sul principio di gennaio [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.], vollero i Veneziani, non ostante il rigore del verno, fare una spedizione contro il marchese di Mantova, per torgli Castiglione delle Stiviere. E in effetto essendo deputato a questa impresa Jacopo Piccinino, dopo varii assalti che costarono la vita a parecchie centinaia di persone, costrinsero quella terra a rendersi, salva la roba e le persone. Ma non fu a quel misero popolo mantenuta la fede. Andò a sacco tutta la terra; gran bottino vi fu fatto, e niun riguardo fu avuto all'onore delle donne, con vituperio grave di chi permise tanta infedeltà e barbarie. Venuto il marzo, acquistarono essi Veneziani alcune castella; ma sotto Manerbe toccò a Gentile da Lionessa loro generale una ferita, per cui nel dì 15 d'aprile cessò di vivere. Fu dato il bastone del comando di quella armata a Jacopo Piccinino, personaggio che dopo Francesco Sforza era in questi tempi il più prode, attivo ed accorto condottieri d'armi. S'impadronirono le armi venete di alcune altre castella, con ricuperar anche Pontevico. Per l'uscita in campagna del duca di Milano, che tornò sul Bresciano, cessarono le lor conquiste. Intanto i Veneziani, per aderire alle brame di Carlo da Gonzaga, voglioso di ricuperar alcune sue castella toltegli dal marchese di Mantova suo fratello, gli diedero tre mila cavalli con cinquecento fanti. Dalla parte del Veronese entrò egli nel Mantovano, e faceva già dei progressi, quando nel dì 15 di giugno il marchese, assistito da Tiberto Brandolino, il venne a trovare, e fu con lui alle mani. L'aspra e dura battaglia durò cinque ore, e finì colla sconfitta di Carlo e de' Veneziani, che vi lasciarono più di mille cavalli ed alcuni capi di squadre. Andò in questo mentre il duca di Milano all'assedio di Gedo ossia Gaido, e tanto vi stette sotto, che se ne impadronì. Diedero anche le sue genti sotto Castiglione una buona percossa a quattro mila nemici nel dì 15 d'agosto. Avea ne' medesimi tempi Ferdinando duca di Calabria, per ordine del re Alfonso suo padre, riaccesa la guerra in Toscana, ma con far pochi fatti [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.]. I Fiorentini colle loro genti il teneano corto, e ripigliarono alcuni lor luoghi ancora. Perchè il duca di Milano abbisognava forte di danaro, avea mandato in loro aiuto il conte Alessandro suo fratello con due mila persone, e da loro avea ricavato ottanta mila fiorini d'oro.
Ma eccoti la dolorosa nuova che Maometto II imperador de' Turchi, il quale nell'anno precedente avea messo l'assedio all'imperiale città di Costantinopoli, nel presente con un furioso assalto dato nel dì 29 di maggio [Naucler. Chalcondyla, Phrantz. Æneas Sylvius et alii.] se ne era impadronito, con tagliare a pezzi Costantino Paleologo ultimo imperadore dei Greci, e più di quaranta mila cristiani, con profanar tutte le chiese, e commettere i più orridi eccessi che si usano in tali congiunture, e massimamente dai Barbari. Tutto con perpetua infamia del nome cristiano e de' principi del cristianesimo d'allora, solamente applicati a scannarsi l'un l'altro: del qual fatto parvero nella opinione del mondo spezialmente rei il re Alfonso e i Veneziani, che, più degli altri a portata di soccorrere i miseri Greci, amarono piuttosto di far guerra in Italia a chi desiderava la pace. Ed ebbero bene a pentirsene gli stessi Veneziani, perchè molti lor nobili e mercatanti rimasero involti in quella sì deplorabil rovina, e peggio dipoi loro avvenne. Ora trafisse il cuore d'ognuno, e principalmente di papa Niccolò V, questa al maggior segno funesta e lagrimevole nuova, sì per la perdita di così nobile e importante città, come ancora per le sue pessime conseguenze, le quali poco si stette a provarle; perchè i Turchi tolsero Pera a' Genovesi, e cominciarono a stendere le lor conquiste pel mare Egeo con danno gravissimo ed incredibil terrore degli altri popoli cristiani. Allora fu che il pontefice [Raynaldus, Annal. Eccles.] piucchè mai accese il suo zelo per ismorzare in Italia, Germania ed Ungheria l'incendio delle guerre; e spedì a Venezia, a Milano, a Genova e a Firenze, acciocchè ognuno inviasse ambasciatori a Roma per trattar della pace, minacciando la scomunica a chiunque ripugnasse ad opera di tanto bisogno per la cristianità. Allo stesso fine scrisse caldissime lettere agli altri re e principi cristiani, sollecitando tutti a prestar aiuti per ricuperar Costantinopoli (cosa per altro oramai disperata), o per impedire gl'imminenti progressi de' Maomettani.
Spedirono bensì i principi d'Italia i lor ministri alla corte pontifizia; ma intanto si continuò a guerreggiare fra loro. S'era provato il re Renato di passar le Alpi con circa tre mila e cinquecento cavalli; gli si oppose Lodovico duca di Savoia [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.]. Costretto a passar egli per mare a Ventimiglia, e poscia ad Asti, tanto fece, che Lodovico delfino di Francia prese l'armi in suo favore, ed obbligò il duca di Savoia, benchè suocero suo, a lasciar passare la di lui gente nel mese di settembre. Giunto il re Renato in Monferrato, la prima impresa che fece, fu quella di pacificare Guglielmo, fratello di quel marchese, col duca Francesco: nel qual tempo Bartolomeo Coleone spedito dal duca occupò il borgo e la rocca di San Martino nel cuore del Monferrato. S'interpose dunque Renato, ed operò che Giovanni marchese e Guglielmo suo fratello compromettessero in lui tutte le differenze fra loro e Francesco duca di Milano. Il compromesso del dì 15 di settembre è rapportato da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Così cessò in quelle parti la guerra, e lo Sforza richiamò di là quattro mila combattenti, che vennero a rinforzar la sua armata sul Bresciano. Giunse colà dipoi anche lo stesso Renato co' suoi; e ingagliardito colla giunta di tante brigate l'esercito sforzesco, nel dì 16 d'ottobre andò all'assedio di Pontevico [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]. Per forza fu presa quella terra nel dì 19 dagl'Italiani, che le diedero tosto il sacco. V'entrarono susseguentemente anche le genti del re Renato, e vedendo già sparecchiata la tavola, cominciarono ad infierir contra di que' poveri abitanti, ammazzando uomini, donne e fanciulli. Erano i Franzesi d'allora gli stessi che quei d'oggidì per quel che riguarda l'amore dei piaceri, divertimenti e gozzoviglie; e però, giunte a Milano le squadre di Renato, dove trovarono delizie, non sapeano più partirsene. Ma diversi per altro conto da quei d'oggidì erano i Franzesi d'allora, perchè crudeli oltre modo e di maniere turchesche nel far la guerra, non volendo dar quartiere ai vinti che lo chiedevano, e commettendo altre simili barbarie: laddove gl'Italiani di questi tempi non solamente davano quartiere, ma, spogliati che aveano i prigionieri, siccome altrove ho detto, li lasciavano andar con Dio. Della cristiana moderazion de' Franzesi d'oggidì l'Italia e la Germania ha veduto frequenti gli esempli anche a' dì nostri. Ma così orrida crudeltà usata dai Franzesi suddetti, la maggior parte Piccardi, sparse un tal terrore per le terre ubbidienti ai Veneziani [Sanuto, Istor. Ven., tom. 21 Rer. Ital.], che mandavano innanzi le chiavi senza voler aspettare l'arrivo dell'esercito sforzesco. Caravaggio, Triviglio e tutta la Geradadda, a riserva di Soncino e Romanengo, tornarono in potere dello Sforza. Così in poco tempo quasi tutta la pianura del Bresciano si sottomise alle di lui armi. Roado, Palazzuolo, Chiari, Pontoglio, Martinengo, Manerbe, ed assaissime altre terre e molta parte della pianura di Bergamo vennero alla divozion del duca di Milano. Posto poi l'assedio agli Orci Nuovi, nel dì 12 di novembre, lo sforzò egli nel dì 22 alla resa, e Soncino anch'esso tornò alle sue mani. A tanti progressi contribuì non poco l'essersi precipitosamente ritirata a Brescia l'armata veneta per trovarsi troppo inferiore di forze alla nemica. Così terminò la campagna dell'anno presente, e le soldatesche furono distribuite a' quartieri d'inverno. Avea il pontefice Niccolò mandato a' confini in Bologna Stefano Porcaro nobile romano per sospetti del suo umor torbido [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Manett., Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Tramò costui una congiura con alcuni Romani contro la vita e lo Stato dello stesso papa; e nella festa di santo Stefano dell'anno precedente si partì all'improvviso da Bologna senza licenza del cardinal Bessarione legato di quella città. Con tutta fretta ne spedì il cardinale per un corriere l'avviso al papa, il quale, avendo tosto messe buone spie in campo [Infessura, Diar., tom. eod. Raynaldus, Annal. Eccl.], fece, nella vigilia dell'Epifania, prendere esso Porcaro in casa sua con alquanti de' suoi partigiani che già erano in armi. Formato il suo processo, fu, nel dì 9 di gennaio, impiccato per la gola. Soggiacquero alla medesima pena altri de' suoi congiurati, ed altri furono banditi. Intenzion di costoro era di ridurre Roma all'antica sua libertà. Ma per un papa che facea tanto di bene a Roma, fa tanto più orrore un così nero attentato.