| Anno di | Cristo mccccliv. Indiz. II. |
| Niccolò V papa 8. | |
| Federigo III imperadore 3. |
Sul principio di quest'anno il vecchio re Renato, impazientatosi (non ne sappiamo bene la vera cagione) della sua dimora in Italia, si congedò dal duca di Milano [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.], e senza che si trovasse maniera di ritenerlo, volle tornarsene colle sue genti in Francia, datogli il passo da Lodovico duca di Savoia. Lasciò in Italia Giovanni suo figliuolo, che portava il titolo vano di duca di Calabria, giacchè i Fiorentini il voleano per loro capitano, affin di opporre questo principe angioino ad Alfonso re di Napoli. Con tutti poi gli uffizii premurosi adoperati dal papa per intavolar la pace fra le potenze guerreggianti in Italia, niun buon successo fin qui avea avuto il suo zelo per colpa d'esso re Alfonso, il quale guastava tutto e si opponeva ad ogni onesta proposizione. Ma Iddio dispose che un semplice frate divenisse lo strumento di sì bella impresa, e la conducesse a fine [S. Antonin., Simonetta, Poggius, Cristoforo da Soldo ed altri.]. Fu questi fra Simonetto da Camerino dell'ordine di Sant'Agostino, religioso dabbene, abitante allora e ben voluto in Venezia, che, mosso dal suo buon genio, o piuttosto da segreta insinuazione dei saggi Veneziani, andò più d'una volta a Milano, proponendo la pace a quel duca, e riferendo a Venezia quel che occorreva. Erano stanchi di quella guerra i Veneziani, e maggiormente poi per la perdita di tanto paese nel Bresciano e Bergamasco: nel qual tempo ancora, per attestato di Cristoforo da Soldo, il conte Jacopo Piccinino lor generale, alloggiato con grosso corpo di gente in Salò, lasciò divorar dalle sue soldatesche tutta quella Riviera e Lonado, e commettere ruberie e disonestà senza numero. Si aggiugneva la paura della potenza turchesca, accresciuta a dismisura dopo la presa di Costantinopoli e d'altri paesi cristiani. Dall'altro canto Francesco Sforza duca di Milano si sentiva troppo smunto per la guerra suddetta, penuriando spezialmente di pecunia, cioè dall'alimento più necessario a chi vuol mantener armate. Gli pungeva anche il cuore l'essere sul principio di marzo passato dal suo servigio a quel de' Veneziani Bartolomeo Coleone, insigne capitano di questi tempi, colle sue squadre. Però, trovata questa buona disposizione in amendue le parti, il religioso predetto con segretezza e prudenza dispose un buon concerto per la concordia. Il duca di Milano onoratamente confidò ai Fiorentini suoi collegati ogni progetto, i quali, inviato colà Diotisalvi Neroni, accudirono anch'essi al trattato. Ma i Veneziani, irritati contra del re Alfonso, per aver egli colle sue ripugnanze ad ogni accordo ridotti gli ambasciatori a partirsi di Roma senza conchiusione, non gli vollero far confidenza alcuna de' loro particolari maneggi. Perchè non pareva allo Sforza fra Simonetto bastante a sì grande affare (forse non doveva egli avere per sì grande opera mandato autentico), la repubblica veneta spedì con esso lui Paolo Barbo cavaliere [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic.], che, travestito da frate minore, si portò a Lodi a trattarne colle facoltà occorrenti. Fu dunque nel dì 9 d'aprile in essa città di Lodi sottoscritta la pace fra i Veneziani e il duca di Milano, con lasciar luogo ad entrarvi al re, a' Genovesi, al marchese di Mantova e ad altri collegati [Du Mont, Corp. Diplomat., tom. 3.]. Ritenne in questa pace il duca la Geradadda, e restituì a' Veneziani tutto quanto avea preso nel Bresciano e Bergamasco. Il marchese rendè a Carlo Gonzaga suo fratello le castella che gli avea tolto. Per un articolo segreto restò in libertà il duca di ricuperar per amore o per forza le castella a lui occupate durante la suddetta guerra da Lodovico duca di Savoia, da Giovanni marchese di Monferrato e da Guglielmo suo fratello, e le tolte dai Correggeschi al marchese di Mantova.
Sdegnato il re Alfonso contro de' Veneziani, perchè, senza curar di lui, si fossero accordati collo Sforza, ricusò per un pezzo d'accettar quella pace. Vi si accomodò, come la necessità portava, il marchese di Mantova. Ma perchè era succeduto ai Correggeschi, al Monferrino e al Savoiardo quello ch'è intervenuto in altri tempi; cioè che i Veneziani aveano pensato più ai proprii che agli altrui interessi [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.]; lo Sforza, poco dopo la pace, spedì Tiberto Brandolino colle sue armi contra di loro, e gli obbligò a rendere il mal tolto: cioè passò Tiberio contra de' Monferrini, e si fece rendere varie terre pervenute alle lor mani. La concordia stabilita fra loro nel dì 17 di luglio si legge nel Corpo Diplomatico del signore Du Mont. Contro al duca di Savoia furono medesimamente inviati da una parte esso Brandolino, e da un'altra Roberto da San Severino, i quali cominciarono a stendere le loro scorrerie sino a Vercelli. Nel termine di tre giorni fece sì buon effetto il terrore delle lor armi, che tornarono alla divozion del duca Bassignana, Biandrate, Valenza, Bremide e tutti gli altri luoghi occupati nel Pavese e Novarese. Borgo di Sesia fu assediato, e costretto alla resa. Pertanto si sollecitò Lodovico duca di Savoia ad inviar ambasciatori per chiedere accordo. Questo fu stabilito, e il fiume Sesia fu da lì innanzi il confine dei loro Stati. Il Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] (io non so come) non ha avuta difficoltà a negare, che Francesco Sforza facesse per questo guerra al duca di Savoia, e giugne a chiamare adulazione del Corio il dirsi da lui [Corio, Istor. di Milano.] che colla forza furono ricuperate quelle terre, adducendone per ragione l'essere stato compreso il duca di Savoia nella pace di Lodi, come collegato de' Veneziani e del re Alfonso. Però, secondo lui, il duca Francesco riebbe le terre suddette solamente per un trattato amichevole di accomodamento, sottoscritto nel dì 30 d'agosto di quest'anno, e pubblicato dal suddetto signore Du Mont. Ma il Corio altro non fa ne' racconti di questi tempi se non copiare il Simonetta, il quale ne sapeva ben più del Guichenone, e scriveva ciò che accadeva a' suoi giorni, e chiaramente parla della guerra suddetta: il che viene ancora confermato, da Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], autore non parziale e vivente in questi tempi. E però non è da dubitar d'essa guerra, a cui fu posto fine coll'accordo sopraccennato. Intanto perciocchè il re Alfonso stava renitente ad accettar la pace di Lodi, i Fiorentini e il duca di Milano trattarono e conchiusero lega co' Veneziani nel dì 30 d'agosto dell'anno presente, come apparisce dallo strumento riferito dal suddetto signore Du Mont [Du Mont, Corp. Diplom., tom. 3.]. Alla qual lega aderirono dipoi Borso d'Este duca di Modena e Reggio e signor di Ferrara, e i Bolognesi. Fecero anche pace i Veneziani nell'aprile di quest'anno con Maometto imperadore dei Turchi. Fu poi spedita la suddetta lega de' Veneziani e principi menzionati, e portata dai respettivi ambasciatori alla corte romana, acciocchè il pontefice Niccolò si adoperasse per ridurre alla pace anche il re Alfonso, e farlo entrare nella lega medesima [Raynaldus, Annal. Eccles. Manetti, Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Nè egli mancò dì inviare a Napoli con essi ambasciatori il cardinal Domenico Capranica, uomo di gran destrezza ed abilità per somiglianti affari.
MCCCCLV
| Anno di | Cristo mcccclv. Indiz. III. |
| Callisto III papa 1. | |
| Federigo III imperadore 4. |
Era già da gran tempo malconcio per la podagra e chiragra il buon pontefice Niccolò V, e da qualche tempo ancora s'era familiarizzata con questi malori la febbre [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Non la durò egli in mezzo a tanti nemici. Prima nondimeno di passare alla vera patria de' giusti, ebbe la consolazione d'intendere ch'era riuscito al cardinal Capranica d'indurre il re Alfonso nel dì 26 di gennaio dell'anno presente a ratificar la pace fatta in Lodi fra i Veneziani e il duca di Milano: cosa tanto bramata e procurata da esso pontefice. Motivo di maggiore allegrezza fu appresso l'avviso che lo stesso re era entrato nella lega de' Veneziani, Fiorentini e duca di Milano: per la quale si potea sperare unione di volontà e di forze per opporsi al torrente delle armi turchesche, minaccianti oramai l'Italia. In essa lega ebbe luogo il medesimo pontefice, ma dalla stessa Alfonso volle esclusi i Genovesi, Sigismondo de' Malatesti e Astorre dei Manfredi. Di questi suoi maneggi non potè poi cogliere alcun frutto il pontefice [Manetti, Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.], perchè nel dì 24 di marzo la morte il rapì, mentre egli facea dei preparamenti di gente e di navi per inviarle in soccorso de' cristiani contra del Turco. Sarà sempre in benedizione la memoria di questo insigne sommo pastore della Chiesa di Dio, per averla egli governata con prudenza, per essere stato pontefice disinteressato, lontano dal nepotismo, limosiniere, amatore e promotor della pace e delle buone lettere, e per le sue magnanime idee in tanti ornamenti accresciuti alle chiese e alla città di Roma, de' quali così il Manetti che il Platina [Platina, in Vita Nicolai V.] ci han lasciata onorevol memoria; siccome ancora ultimamente l'abbate Giorgi nella di lui Vita. Molto di più era egli per fare, e soprattutto avea già disegnata la magnifica fabbrica della basilica vaticana; ma venne la morte ad interrompere il filo de' suoi giorni e de' suoi pensieri. Entrati i cardinali nel conclave, nel dì 8 d'aprile elessero papa Alfonso Borgia Valenziano, vescovo della sua patria, uomo attempato, e dottissimo nelle leggi civili e canoniche, il quale prese il nome di Callisto III [Gobelin., Comment. Pii II, lib. 2. S. Antonin., Platina, Æneas Sylvius, et alii.]; nè tardò a mostrare un ardente zelo per far guerra al Turco, con ispedire legati a tutti i regni della cristianità, sì per movere i monarchi e principi a cotanto necessaria impresa, come ancora per raccogliere danari e predicar dappertutto la crociata. Ma a così bel mattino del novello pontefice vedremo che non corrispose la sera.
Dopo la pace e lega di sopra accennate s'avea oramai da godere un'invidiabil quiete; nè questa sarebbe mancata, se Jacopo Piccinino non l'avesse in qualche parte turbata [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]. Era egli generale de' Veneziani, che gli pagavano cento mila ducati l'anno. Non abbisognando più il senato veneto di tanta spesa, ed essendo terminata la sua condotta nel fine di febbraio, il cassarono, e ben volentieri, per le innumerabili ribalderie de' suoi soldati, che ugualmente trattavano nemici ed amici [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. In suo luogo fu creato generale de' Veneziani Bartolomeo Coleone. Abbiamo scrittori, e massimamente Porcello Napoletano [Porcelli, Comment., tom. 20 Rer. Ital.], che esaltano alle stelle questo Piccinino, chiamandolo specialmente Fulmine della guerra. Nè può già mettersi in dubbio che egli fosse uno dei più prodi guerrieri e condottieri d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma vero è altresì ch'egli fu poco diverso dai capitani delle compagnie de' masnadieri, da noi veduti nel precedente secolo. Viveva egli alle spese di chi non era suddito, e si guadagnava l'amore de' soldati suoi con dare l'impunità a tutte le ruberie e furfanterie, e a qualsivoglia altro loro eccesso. Ora il Piccinino, licenziato dai Veneziani, si partì dai loro Stati, ed avendo preso in sua compagnia Matteo da Capoa, formato un corpo di più di tre mila cavalli e di mille fanti [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], venne a Ferrara, dove grande onore gli fu fatto dal duca Borso, perchè la politica insegnava di non disgustare, anzi di aver per amici personaggi di tal fatta, che andavano in traccia della buona ventura con forze da non isprezzare. Nudriva Jacopo Piccinino speranza di far rivoltar Bologna [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.], città già signoreggiata da Niccolò suo padre. Ma, preveduti per tempo i di lui movimenti, il pontefice Niccolò, allora vivente, avea pregato Francesco Sforza duca di Milano che inviasse gente colà per isventare qualunque tentativo che potesse far questo venturiere. Vi spedì egli Corrado Fogliano suo fratello uterino, e Roberto da San Severino con un corpo di gente poco inferiore a quello del Piccinino: lo che fu cagione che questi non osasse di far novità, e che i Malatesti e Manfredi, i quali dianzi per paura erano in segreto accordo con lui, si ritirassero da ogni promessa a lui fatta. Perciò il Piccinino continuò il suo viaggio verso la Toscana, e andò a fermarsi su quello di Siena. Avea egli de' conti particolari co' Sanesi. Oltre a ciò, Porcello Napoletano avea intronata la testa del re Alfonso con tanti elogi della bravura e mirabil prudenza militare del Piccinino, che il re cominciò segretamente e poi pubblicamente a favorirlo, e a desiderare d'averlo a' suoi servigi. Era anche il re disgustato de' Sanesi, perchè nella guerra co' Fiorentini l'avevano beffato; e però non gli dispiaceva che il Piccinino facesse loro del male. Infatti egli mosse lor guerra, ed avendoli trovati sprovveduti [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.], s'impadronì di Cetona, di Sartiane e d'altri castelletti, con istendere dappertutto le scorrerie. Raccomandaronsi i Sanesi al papa, a Venezia, a Firenze, a Milano. Tutti mandarono gente in loro aiuto, e si venne poi ad un fatto d'armi, senzachè alcuna delle parti cantasse la vittoria. Tuttavia il Piccinino, siccome inferior di gente [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.], si ritirò a Castiglion della Pescaia, che era del re Alfonso, ed ebbe anche a tradimento Orbitello. In questa picciola guerra non men le sue milizie che quelle dei collegati rimasero disfatte, ed egli si ridusse avere non più che mille persone. Se non era il re Alfonso che gli mandasse vettovaglie per mare, questo sì manesco guerriero non poteva più sussistere. Sul principio di luglio [Cronica di Bologna, tom. eod.] Giovanni d'Angiò, duca di Calabria di solo nome, e figliuolo del re Renato, veggendo estinta ogni sua speranza di entrare nel regno di Napoli per cagion della pace fatta da' Fiorentini col re Alfonso, rinunziò al generalato di quella repubblica, e, splendidamente regalato da essi Fiorentini, se ne tornò in Francia, e passò per Bologna. Giberto da Correggio, che con cinquecento cavalli era ito al servigio de' Sanesi, e preso da loro per generale, scoperto che teneva segreta intelligenza col Piccinino, qual traditore fu in Siena ucciso. In quest'anno ancora il re Alfonso, per l'odio che portava a' Genovesi, fece loro gran guerra per mare [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 15. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] con una grossa flotta spedita sotto il comando di Bernardo Villamarino, ed anche per terra co' fuorusciti Adorni e del Fiesco. Pietro da Campofregoso doge di quella repubblica contra di tutte queste forze si seppe così ben sostenere, che andarono in fumo tutti gli sforzi de' suoi nemici.