| Anno di | Cristo mcccclvi. Indiz. IV. |
| Callisto III papa 2. | |
| Federigo III imperadore 5. |
Fu questo finalmente anno di pace. Restava tuttavia lo Stato di Siena involto nella guerra per cagion di Jacopo Piccinino, che s'era afforzato ad Orbitello [Gobelin., Comment. Pii II Papae.]. Inviarono bensì i Sanesi le lor milizie colle poche de' collegati rimaste in aiuto loro all'assedio di quella terra; ma apparenza non v'era di poterlo cacciare di là. Pertanto i Sanesi inviarono Enea Silvio celebre lor vescovo a Roma a pregare il papa che interponesse gli uffizii suoi paterni presso il re Alfonso, acciocchè si mettesse fine a questa briga, che troppo li smugneva e pesava lor sulle spalle. Accompagnato dunque dai ministri pontificii passò Enea a Napoli, e con tale eloquenza e destrezza si maneggiò, che il re si accordò e comandò al Piccinino di lasciare in pace i Sanesi [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Venti mila fiorini pagati ad esso Piccinino servirono a fare ch'egli restituisse ai Sanesi le lor terre; dopo di che se ne andò egli in regno di Napoli a' servigi del re Alfonso nel dì 8 di ottobre, da cui fu posto a quartiere in Cività di Chieti in Abbruzzo colla paga di mille e ducento cavalli e secento fanti. Attesta inoltre Neri Capponi [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.] aver avuto esso Piccinino certa provvisione dal papa e dai Sanesi: tanto vi voleva per quetar questo masnadiere. Maggiormente poi si strinse nell'anno presente l'amicizia ed unione del suddetto re Alfonso con Francesco Sforza duca di Milano [Giornal. Napoletani, tom. 21 Rer. Ital.], stante l'avere il duca promessa Ippolita Maria sua figliuola in moglie ad Alfonso primogenito di Ferdinando duca di Calabria, e nipote dello stesso re. Similmente si conchiusero gli sponsali d'Isabella (ossia, come vuole il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.] col Corio [Corio, Istoria di Milano.], Leonora) d'Aragona, figliuola d'esso duca di Calabria, con Sforza Maria terzogenito del duca Francesco. Imperciocchè Galeazzo Maria suo primogenito avea già contratti altri sponsali con Susanna, da altri appellata Dorotea, figliuola di Lodovico marchese di Mantova, e al secondogenito, cioè a Filippo Maria, era stata obbligata in moglie Maria figliuola di Lodovico duca di Savoia. Così Francesco Sforza pensava a moltiplicare ed assodar la sua stirpe con tanti maritaggi.
Armò in quest'anno il pontefice Callisto III alquante galee per la sospirata spedizione contra de' Turchi [Raynaldus, Annal. Eccles.]; ma a lui vennero a poco a poco mancando gli aiuti degli altri principi cristiani. Il re di Francia neppur volle che si predicasse la crociata nel suo regno. I Veneziani, essendo in pace col Turco, si scusarono. Avrebbono i Genovesi vigorosamente accudito a questa impresa, se il re Alfonso non avesse proseguita contra di loro la guerra. Avea sulle prime esso re fatto credere di voler egli in persona andar contro ai Turchi, ed essere ammiraglio delle forze cristiane. Si ridusse infine tutta questa sparata a rivolgere contra de' Genovesi la flotta da lui preparata in Catalogna e Valenza, con protestare di voler prima domar l'alterigia de' Genovesi; il che fatto, volterebbe le prore verso la Turchia. E per quanto s'adoperasse papa Callisto, non potè rimuoverlo da questo proponimento. Diedero poi le sue navi il guasto alla riviera di Genova, senza nondimeno far paura per questo alla città. Provvide Iddio in altra maniera al bisogno della cristianità, perchè, trovandosi l'Ungheria in evidente pericolo d'essere ingoiata da' Turchi, in quest'anno gli Ungheri riportarono una insigne e miracolosa vittoria contra dell'immenso loro esercito verso Belgrado. Spedito anche Lodovico Scarampo cardinale di San Lorenzo in Damasco colle galee pontificie nell'Arcipelago, ricuperò tre isole dalle mani de' Turchi, e recò loro altri danni. Nel febbraio di quest'anno papa Callisto promosse alla sacra porpora Rodrigo Borgia suo nipote, che poi fu Alessandro VI papa. E nel dicembre fece un'altra promozione di cardinali, fra i quali si distinse Enea Silvio de' Piccolomini Sanese, vescovo della sua patria, uno de' più felici ingegni che si avesse allora l'Italia. Dall'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.] è riferita tal promozione all'anno seguente. Parve che Iddio mostrasse il suo sdegno in quest'anno contra del re Alfonso, seppure è lecito a noi di facilmente interpretare così i giudizii divini, allorchè non sopra i delinquenti re, ma sopra gl'innocenti popoli si scarica il flagello, delle calamità [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Æneas Sylvius, in Epist. 207. S. Antonin., et alii.]. Nel dì 5 di dicembre e in altri susseguenti giorni un sì terribil tremuoto scosse la terra nel regno di Napoli, che fu creduto non essersi da più secoli indietro provato un somigliante eccidio in quelle contrade. Caddero in Napoli molte chiese, torri e case colla morte di molte persone. Benevento, Sant'Agata, Brindisi, Ariano, Ascoli, Campobasso, Avellino, Cuma ed altre terre rimasero affatto diroccate e distrutte. Ad Aversa cadde il castello e la chiesa di San Paolo, il campanile e varie case, e le torri del Passo. Nocera di Puglia, Gaeta e Canosa per la metà furono rovesciate [Platina, in Vita Callisti III.]. Tralascio i danni di tante altre terre e luoghi. Le persone morte sotto le rovine chi le fece ascendere sino a cento mila, con esserne perite nella sola città di Napoli, per attestato d'alcuni, venti o trenta mila. Probabilmente non vi perì tanta gente; contuttociò fu questa una delle maggiori calamità che mai toccassero a quel regno. Nè si dee tacere che nei precedenti mesi di giugno e di luglio [Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.] si era veduta in Italia una gran cometa, che fu creduta dalla buona gente foriera della suddetta spaventosa disgrazia. Anche in Toscana tra Firenze e Siena, nel dì 22 d'agosto [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.], un terribile sconcerto nell'aria avvenne. Nuvoli neri, dieci sole braccia alti da terra, si raunarono, e poscia, scoppiando in baleni e fulmini, mossero vento sì impetuoso, che portò via i tetti delle case e chiese; molte ancora ne abbattè, sbarbicò dalle radici gran copia d'alberi, uccise animali, e trasportò uomini e carra colle bestie ben lontano da un luogo all'altro per aria: lagrimevole spettacolo, inferiore nulladimeno allo spaventoso che a' giorni nostri accadde nella stessa guisa, ma colla giunta del fuoco, al territorio di Trecenta sul Ferrarese, e a' luoghi circonvicini.
MCCCCLVII
| Anno di | Cristo mcccclvii. Indiz. V. |
| Callisto III papa 3. | |
| Federigo III imperadore 6. |
Non lasciò il re Alfonso passare questo anno senza tenere in esercizio l'armi sue. Accanito contra Pietro da Campofregoso doge di Genova, a tutte le maniere il volea atterrare, e rimettere in Genova gli Adorni, co' quali probabilmente era in concerto di divenir poi egli padrone di quella sì importante città. Seguitò dunque a danneggiare i Genovesi; e questi, senza perdere il coraggio, armarono anch'essi molti legni per ripulsare la forza. Nè, per quanto dicesse o facesse il papa, volle Alfonso desistere, allegando sempre che n'erano in colpa i Genovesi medesimi. Ma in questi tempi la storia di Genova è mancante di scrittori: laonde poco si sa di quegli avvenimenti. Nè questo gli bastò. Era egli in collera anche contra di Sigismondo Malatesta signore di Rimini e Fano [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], perchè questi, siccome già accennai, preso al suo soldo nella guerra co' Fiorentini, lo avea burlato con passare al servigio degli stessi Fiorentini, e truffargli trenta ossieno quaranta mila fiorini d'oro. Ordinò dunque Alfonso a Federigo duca di Urbino, soldato suo, che attaccasse lite con esso Sigismondo. Fu ubbidito. Il re poi gli mandò in aiuto Jacopo Piccinino colla sua brigata di cavalleria e fanteria. Cominciarono essi le offese nel mese di novembre, tolsero al Malatesta alcune castella, e gli recarono molti altri danni. Non poca apprensione agli altri principi d'Italia diedero questi movimenti d'Alfonso, temendo ch'egli avesse delle mire più vaste. Francesco Foscari doge di Venezia era già pervenuto all'età decrepita [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Prima ancora di questi tempi avea dovuto inghiottire varie amare pillole di disgusti a lui dati dalla nobiltà sua compagna nel governo, a cagione di Jacopo suo figliuolo, cervello torbido, e che si metteva sotto i piedi le leggi della patria. Più d'una volta per questo egli avea chiesta licenza di rinunziare la sua dignità, ma senza essere esaudito, in considerazione de' molti meriti suoi colla repubblica. Tempo arrivò ch'egli, lontano dall'abbandonar il trono, fu forzato ad abbandonarlo. Sotto pretesto ch'egli a cagion della sua età non fosse più atto al governo, gl'intimarono di rinunziare. Ricusò ben egli di farlo; ma, ciò non ostante, il consiglio procedette innanzi, e, dichiaratolo deposto, nel dì 23 d'ottobre il rimandarono per forza alla sua casa, non senza grave mormorio del popolo, con assegno fattogli di due mila ducati d'oro l'anno finchè vivesse [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]. Visse nondimeno pochissimo, perchè, all'udire il lieto suono delle campane per la creazion del nuovo doge, tale affanno di cuore il prese, che gli crepò una vena nel petto, oppure per altro malore terminò i suoi giorni. Fu dunque in sua vece eletto doge Pasquale Malipiero, procuratore di San Marco, che colla gravità e bella presenza, e coll'amore della giustizia accoppiava non poca carnalità e lascivia. Per la di lui creazione di grandi feste furono fatte in Venezia.
Le maggiori applicazioni del vecchio papa Callisto III erano in questi tempi per commovere i principi cristiani ed anche i Persiani contro del Turco, che sempre più andava stendendo le ali [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Il cardinale Lodovico suo legato colla sua picciola flotta diede in quest'anno delle busse sotto Metelino a que' Barbari; picciolo rimedio a male sì grande. Ma poco o nulla si sbracciavano i re e principi della cristianità per secondare le idee e preghiere del papa; ed essendo morto Ladislao re d'Ungheria e di Boemia, que' popoli e l'imperador Federigo, in vece di accudire alla guerra contra il comune nemico, la cominciarono fra loro. Intanto andava ogni dì più crescendo la discordia fra papa Callisto e il re Alfonso. Si credeva il re di poter fare il padrone addosso a questo pontefice, perchè nato suo suddito, e sparlava anche di lui. Callisto, all'incontro, non voleva essere signoreggiato, nè potea sofferire che Alfonso, dopo il preso impegno della crociata contro de' Turchi, si burlasse di lui, con avere piuttosto rivolte le sue armi contra de' Genovesi e de' Malatesti. Però gli negò l'investitura del regno di Napoli per don Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo bastardo, benchè legittimato da' papi precedenti: il che irritò forte Alfonso. I tremuoti dell'anno antecedente ed altri provati in Calabria anche nel presente, e il turbine già accennato della Toscana, e la peste che tuttavia andava girando per l'Italia e mietendo le vite degli uomini, dovettero essere i motivi, per li quali un frate Gian Batista dell'ordine de' Predicatori, che portava una barba lunghissima, e camminava a piè nudi, pubblicamente predicò in Piacenza nel dì 6 di luglio [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.], che s'avvicinava la venuta dell'Anticristo e il fine del mondo, allegando una simil predizione fatta da san Vicenzo Ferrerio. Alla più lunga si dovea verificar questa predizione nell'anno 1460. Se si sia verificata, ognuno può renderne buona testimonianza.